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Africa Ultime Notizie - Mappa politica Africa
Mappa politica Africa

 

 

Mappa politica dell'Africa

Con i suoi 54 Stati l'Africa è il continente con più territori o Stati Indipendenti:

 

***  Città del Capo è la capitale legislativa, Pretoria la capitale amministrativa e Bloemfontein la capitale giudiziaria.

 

A questi si devono aggiungere due Stati che richiedono il riconoscimento internazionale e l'indipendenza:

Fanno inoltre parte del continente africano l'arcipelago portoghese di Madeira, tre territori spagnoli (CeutaMelilla e le isole Canarie), due isole italiane(Lampedusa e Lampione), tre territori francesi (MayotteReunion e le Isole sparse) e le isole britanniche di Sant'Elena, Ascensione e Tristan da Cunha


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Italia - Un paese in balia della deriva del sudiciume

per gli italiani! 

 

Preambolo

per gli europei ignoranti e dozzinali!

Terrorismo in Siria
Terrorismo in Siria

TERRORISMO

 

Il terrorismo risulta da sempre un'arma del sistema di potere che, oggi come ieri, si impone su quasi tutto il mondo, per garantirsi la sottomissione dei popoli e la licenza di portare a compimento guerre ovunque ritenga necessario.
Cadere nelle trappole propagandistiche, che mirano a farci credere che le autorità occidentali abbiano a cuore i diritti umani, e che esista un nemico oscuro e inspiegabilmente crudele, significa ignorare la vera natura dell'attuale sistema di potere, che commette atroci crimini ma vuole spacciarsi per filantropo, in modo da non perdere l'indispensabile appoggio dei popoli delle aree ricche del pianeta.

Il termine "terrorismo" è stato coniato nell'Ottocento, ad indicare gli indigeni coloniali che si opponevano alla violenza e al dominio delle autorità europee in Africa e in Asia.
Le oligarchie europee, per preservare il potere assoluto sulle terre coloniali, elaborarono il progetto di sterminare i popoli indigeni che non si fossero completamente sottomessi. Tutti coloro che cercavano di liberare il proprio paese dalla morsa coloniale erano considerati "terroristi" o "pericolosi ribelli" e, dato che risultavano inutili o dannosi al progetto imperiale, dovevano essere uccisi.
In Africa le autorità tedesche, così come quelle inglesi, francesi, belghe, italiane, portoghesi e spagnole, di fronte a popolazioni indigene che non volevano sottomettersi, reagivano definendole "terroriste" e attuavano veri e propri genocidi, costruendo lager e riducendoli alla fame. Utilizzavano il potere economico acquisito attraverso il saccheggio delle risorse e delle terre indigene. Decidendo cosa coltivare nelle terre africane e privando gli indigeni di tutte le risorse del loro paese, costringevano milioni di persone a morire di fame, come accade anche oggi.

Durante il periodo coloniale, le autorità tedesche decisero di sterminare gli Herero quando si resero conto che erano sempre più riluttanti a farsi sfruttare. Una Relazione dello Stato Maggiore tedesco diceva che chiunque sfidasse i poteri coloniali, come tale (gli Herero), doveva essere annientato con l'esercizio della violenza e spargimento di sangue. Solo seguendo questa pulizia poteva emergere qualcosa di nuovo e durevole nel tempo. Ogni cedimento avrebbe dato ulteriore alimento al movimento secondo cui l'Africa appartiene solo agli africani.
I casi di sterminio di popolazioni definite "terroriste", perché non accettavano la sottomissione coloniale, sono tantissimi.
Questo sito, occupandosi prevalentemente del Kenya, si soffermerà sulla rivolta della tribù dei Kikuyu (Mau Mau) del 1953 (non nel medioevo... sic!), che rivendicava le terre dei padri.
Il Kenya era nato come un protettorato britannico, e nel 1920, in seguito alla massiccia immigrazione inglese nelle terre più fertili (White Highlands), divenne Colonia del Kenya. La colonizzazione inglese aveva sottratto le terre coltivabili agli autoctoni, riducendoli in miseria. Cacciati dalle loro terre, i Mau Mau furono costretti a vivere nelle riserve, ridotti a pura manodopera a basso costo per i coloni inglesi. I Kikuyu decisero di lottare pacificamente per ottenere almeno parte delle loro terre, e per ritornare ad avere una relativa indipendenza. La reazione inglese fu feroce: senza pensare nemmeno lontanamente ad un accordo, le autorità inglesi considerarono immediatamente "terroristi" i Mau Mau, iniziando una massiccia propaganda contro di loro, e preparando una feroce repressione. La guerra, spacciata per "lotta al terrorismo", fu di una crudeltà inaudita, e si valse anche della tortura, delle violenze sessuali e di ogni genere, del massacro con armi di vario tipo e della deportazione nei lager. I Mau Mau erano descritti come potenti terroristi dai servizi segreti inglesi.
In un rapporto inglese stilato nel dicembre del 1954, leggiamo: "Dall'inizio dell'anno fino al 30 novembre 4460 terroristi sono stati uccisi dalle Forze di Sicurezza e 524 sono stati giustiziati".
In realtà, erano i Mau Mau ad essere continuamente terrorizzati dagli inglesi, e in migliaia, anche donne e bambini, furono rinchiusi in campi di concentramento e torturati con l'elettrochoc.
Per terrorizzare quanto più possibile, le autorità inglesi assoldarono il feroce dittatore Idi Amin (il prototipo del dittatore africano, militare di basso rango, sanguinario, corrotto e accusato di cannibalismo; in Uganda in soli otto anni causò la morte di centinaia di migliaia di persone), che commise a danno dei Mau Mau una serie interminabile di torture, persecuzioni ed esecuzioni sommarie, anche di donne e bambini. Per queste "imprese", considerate dalle autorità britanniche come "eroiche", Amin venne elogiato e promosso a "Signore", che era il grado più alto che il soldato indigeno poteva avere.
La studiosa Caroline Elkin, nell'opera "Britain's Gulag", denuncia gli orrori che gli inglesi commisero nei villaggi dei Kikuyu e nei campi di concentramento allestiti per contrastare la resistenza dei Mau Mau. Dalle testimonianze di almeno 300 sopravvissuti, emerge un quadro terrificante di impiccagioni, pestaggi, torture, stupri collettivi e violenze fatte per terrorizzare i villaggi. Il bilancio dei "gulag britannici" viene quantificato come superiore ai 100.000 morti. I soldati inglesi ricevevano 5 scellini (circa 7 euro) per ogni Kikuyu ucciso, e spesso le membra squartate degli indigeni venivano inchiodate nei segnali stradali, come deterrente per gli altri patrioti. La Elkin riporta testimonianze agghiaccianti: "Ci chiamavano maledetti Mau Mau e ci dicevano che meritavamo tutti di morire".
Alle guardie inglesi, per fare in modo che diventassero crudeli verso i Kikuyu, veniva detto che questi ultimi erano feroci cannibali, e che se non li avessero uccisi li avrebbero divorati. La studiosa riporta altri fatti terribili: "Ora sono convinta che alla fine del dominio coloniale in Kenya ci sia stata una campagna sanguinosa per eliminare il popolo Kikuyu, una campagna che lasciò decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di morti... Per molti bianchi in Kenya […] i Mau Mau non appartenevano alla razza umana; erano animali sporchi e malati che potevano contagiare il resto della colonia, la cui sola presenza minacciava di distruggere la civiltà in Kenya. Dovevano essere eliminati".
Durante la guerra, ogni Kikuyu era considerato sospetto, anche donne, bambini e vecchi, e molti vennero sottoposti a "screening" (interrogatorio), una parola che a tutt'oggi i sopravvissuti hanno il terrore di pronunciare. Durante lo screening venivano torturati, straziati e spesso uccisi. Gli interrogatori avevano lo scopo principale di creare un clima di terrore, e di ottenere informazioni sui combattenti Mau Mau. Tutte le persone sospette subivano torture, venivano frustate, bruciate, picchiate, sodomizzate, costrette a mangiare feci e a bere urina, castrate. Le donne venivano stuprate con oggetti, serpenti o bottiglie di birra rotte.
La propaganda inglese diceva che i campi erano istituiti allo scopo di "riabilitare", ma in realtà l'obiettivo era lo sterminio. Le autorità inglesi, oltre a propagandare una realtà assai diversa da quella vera, cercarono di cancellare ogni traccia dei crimini, come testimonia John Nottingham, un funzionario britannico in Kenya: "Il governo britannico, alla vigilia della decolonizzazione in modo esteso e deliberato ha distrutto gran parte della documentazione relativa ai campi di detenzione e ai villaggi recintati. Io stesso, come commissario del distretto di Nyeri, ricevetti l’ordine di distruggere tutti i documenti che anche lontanamente riguardavano i Mau Mau, e sapevo che altri funzionari avevano ricevuto e obbedito a simili ordini"
Nel periodo della guerra ai Kikuyu, i giornali inglesi diffondevano notizie che descrivevano i Mau Mau come selvaggi e sanguinari, che massacravano gli inglesi. Si soffermavano soltanto sulla "barbarie" dei Kikuyu, e nessuna notizia trapelava sui crimini inglesi, come avviene oggi nelle guerre scatenate dalle autorità anglo-americane.
I Mau Mau combattenti erano circa 15.000, e si rifugiavano nelle foreste vicine al Monte Kenya e agli Aberdare (vedi anche Grotta Mau Mau). Alla fine del 1955, il Movimento dei Mau Mau venne sconfitto, 13.500 combattenti erano stati uccisi, mentre gli inglesi caduti erano circa 100. Nei lager, sotto tortura o nelle esecuzioni sommarie, erano morti almeno 90.000 civili Kikuyu. Il governatore, alla fine della guerra, così giustificò il massacro dei Mau Mau: "L’obbiettivo che ci siamo prefissati è di civilizzare una grande massa di esseri umani che versano in uno stato morale e sociale primitivo".
C'era nelle autorità britanniche un forte senso di superiorità, che faceva loro credere di essere legittimate a commettere ogni crimine contro coloro che definivano "terroristi". I governi inglesi non hanno mai ammesso i crimini commessi nelle colonie, e non hanno mai chiesto scusa a nessuno, al contrario, hanno cercato di occultare i crimini o di giustificarli, e a tutt'oggi credono di avere diritto di uccidere tutti coloro che avversano il loro dominio.

Anche oggi il termine "terrorista" viene utilizzato dagli anglo-americani con la stessa accezione del periodo coloniale, anche se la propaganda divulga un significato diverso, per occultare la vera strategia di dominio neocoloniale. I mass media occidentali inducono a credere nell'esistenza di un nemico dell'Occidente, identificato come "estremista islamico combattente", ossia "terrorista". In realtà, i gruppi terroristici estremisti sono formati, addestrati e finanziati dalle stesse autorità anglo-americane, allo scopo di criminalizzare i dissidenti, di reprimere e di giustificare ogni guerra.

Terrorizzare i popoli sottomessi era un metodo di dominio ritenuto valido dall'inizio del colonialismo. Ad esempio, Winston Churchill considerava indispensabile utilizzare gas tossici contro gli indigeni coloniali, perché ciò "avrebbe seminato un grande terrore". Egli sapeva che un popolo impaurito è incline alla sottomissione o risulta troppo debole per lottare efficacemente contro l'oppressore.
Gas tossici che nel Continente Nero solo gli italiani "brava gente" (sic!) usarono contro gli etiopi, non certo per impaurirli, bensì per sterminarli! (Vedi: "Un triste primato tutto italiano" in questa pagina).

I gruppi terroristici utilizzati dall'élite dominante, sono addestrati e finanziati dai servizi segreti americani, europei e israeliani. Ad esempio, in Algeria, dal 1994 al 1996 si ebbero molti attentati terroristici organizzati dai Gruppi Islamici Armati (Gia) e dal Movimento Islamico Armato (Mia), che venivano considerati affiliati ad al Qaeda e nemici dell'Occidente, ma in realtà erano controllati e finanziati dalla Cia e da altri servizi segreti occidentali. Il capo del Gia era Sid Mourad, un agente addestrato dalla Cia ai tempi dei combattimenti in Afghanistan contro i russi. Le autorità statunitensi, appoggiate da quelle europee, utilizzando la maschera dell'integralismo islamico, terrorizzavano la popolazione algerina, per costringerla ad accettare l'assetto neocoloniale, che vedeva le ricchezze del paese nelle mani delle corporation straniere. Negli anni Novanta, giornali francesi come Le Figaro e Le Parisien, fecero emergere i collegamenti fra terroristi del Gia e i governi di Parigi e Londra. Le Figaro scrisse: "Le tracce di Boualem Bensaid, capo del Gia a Parigi, conducono in Gran Bretagna. La capitale britannica ha funzionato da base logistica e finanziaria per i terroristi".

In Algeria, nel 1991, in seguito all'annullamento delle regolari elezioni e all'arresto degli eletti del Fronte Islamico di Salvezza (Fis), venne insediato dalle autorità occidentali un governo fantoccio, affinché le corporation occidentali potessero continuare ad appropriarsi delle risorse del paese. Per piegare la popolazione si organizzava ogni tipo di azione criminale, ad esempio, alcuni elementi dei gruppi terroristici che si spacciavano per "integralisti islamici" andavano nelle case vestiti da mujaheddin, a chiedere asilo, ma chi li accoglieva veniva ucciso. Un ex agente algerino, nel 1998, confessò: "È l'esercito il responsabile dei massacri, è l'esercito che ha compiuto i massacri: non i soldati di leva, ma un'unità speciale sotto gli ordini dei generali. Va ricordato che stanno privatizzando le terre, e le terre sono molto importanti. Bisogna prima cacciare la gente dalla loro terra per poterla acquistare a basso prezzo. E poi ci deve essere una certa dose di terrore per governare il popolo algerino e rimanere al potere. Secondo un detto cinese un'immagine vale mille parole. Non potrei sopportare l'immagine di una ragazza con la gola tagliata. Non saprei tenere per me quello che ho visto accadere. Ho figli, provate a pensare che cosa quella ragazza deve aver sofferto, gli ultimi dieci secondi della sua vita devono essere stati orribili. Credo che sia nostro dovere parlare di queste cose. Io parlo nella speranza che altri facciano lo stesso, così che le cose cambino e questi assassinii abbiano fine".
Fra il 1993 e il 2000 furono uccisi almeno 30.000 algerini, e oltre 10.000 furono feriti. I gruppi terroristici addestrati dalla Cia cooperavano col governo fantoccio, che riceveva denaro e armi dagli occidentali. Fra le persone massacrate dal Gia figuravano anche diversi prelati, oltre a dissidenti e cittadini comuni.
Fatti analoghi sono avvenuti o avvengono in tutti i paesi controllati dalle autorità occidentali, come la Turchia, l'Egitto, la Thailandia, la Birmania, l'Indonesia, il Pakistan ecc.

Dunque, il "terrorismo" denunciato è la legittima resistenza delle popolazioni piegate al dominio delle autorità occidentali, mentre al Qaeda e molte altre formazioni realmente terroristiche sono al soldo di Washington e operano per terrorizzare le popolazioni e uccidere i dissidenti. Anche l'estremismo religioso viene utilizzato in molti paesi per ridurre i popoli alla passività. Lo studioso francese André Prenant spiegò l’utilizzo dei gruppi estremistici contro la popolazione: "Le distruzioni e i massacri del terrorismo islamico (sono manipolate) da sostenitori legati tanto al regime di stato quanto al neoliberismo, quello della borghesia algerina come delle multinazionali, con beni al sole nelle capitali occidentali, in particolare a Londra. Costoro strumentalizzano un senso dell’identità che vogliono confondere con l’Islam come speranza per reclutare gli emarginati del sistema, in particolare nelle periferie. La violenza utilizzata fin dagli anni '80 fa parte di una strategia del terrore, di matrice fascista. Ha preso di mira prima del 1995 sindacalisti e intellettuali, artisti, giornalisti, scrittori o universitari che la combattevano; poi, oltre agli stranieri non musulmani, la massa di uomini, donne, bambini, di quelli che le disubbidivano lavorando, votando, studiando, in particolare nelle campagne isolate… Questo terrorismo, lo si sa meno, ha anche distrutto unità produttive pubbliche, ma mai le infrastrutture private appartenenti al grande capitale straniero. Si accanisce contro le istituzioni pubbliche scolastiche, sanitarie e sociali, in convergenza con la loro destabilizzazione da parte della speculazione mafiosa e del risanamento strutturale. La morte di 36 mila civili in sei anni, senza contare quelli di polizia ed esercito, secondo le statistiche ufficiali, ne è l’effetto più drammatico".

Con l'accusa generica di "terrorismo", sono state fatte sparire migliaia di persone in molti paesi del Terzo Mondo, di cui non si è saputo più nulla. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dicono di essere in "guerra contro il terrorismo", ma quando, nel 1994, le Nazioni Unite approvarono la risoluzione 49/60, e nel 1996, la 51/210, che invitava a sconfiggere il terrorismo attraverso le indagini sui finanziamenti alle attività terroristiche, glissarono. Anche la rivista Executive Intelligence Review denunciava chiaramente che l’Inghilterra è un “paese da mettere sulla lista degli stati che promuovono il terrorismo islamico”.

Gli anglo-americani utilizzano il terrorismo come un mezzo per spaventare e per reprimere i popoli, e i terroristi sono a loro servizio, e non contro di loro, come vorrebbero far credere. La "guerra al terrorismo" è in realtà una guerra contro le aree più povere del continente, che sono state rese tali da un gruppo di persone, che creando povertà ha acquisito un potere economico e finanziario enorme, e lo utilizza per continuare ad attuare guerre e genocidi. I popoli sfruttati e vessati cercano di combattere per i loro diritti, ma vengono marchiati come "terroristi" e perseguitati. Le autorità europee e statunitensi attuano una massiccia propaganda, che induce a credere che il terrorismo sia un pericolo per l'Occidente, e che i popoli musulmani avrebbero organizzato una guerra per contrastare il potere americano. Ma se così fosse, come mai nessuna autorità americana è mai stata uccisa? Come mai molti terroristi sono stipendiati dalla Cia e entrano ed escono liberamente dagli Stati Uniti? Come mai la maggior parte delle vittime del terrorismo sono musulmane o povere?

Il terrorismo viene ampiamente utilizzato dalle autorità di Washington anche per piegare la popolazione irachena. In Iraq, gli Usa, oltre a fomentare divisioni, rafforzano l'integralismo islamico. Ad esempio, finanziano segretamente le milizie di Moqtada Al-Sadr, che è un leader dell'integralismo sciita convinto di dover scatenare un'ondata di proibizioni contro gli iracheni. Tali proibizioni riguardano quasi tutti gli aspetti dell'esistenza umana, dall'abbigliamento, alle bevande alcoliche, con pene corporali che vanno dalla fustigazione alla pena di morte. Si tratta dell'assetto imposto già alle popolazioni arabe in Arabia Saudita, in Kuwait e in altre dittature compiacenti verso gli Stati Uniti.
Dunque l'estremismo islamico e il terrorismo sono strumenti utilizzati dagli Stati Uniti anche al fine di opprimere e piegare l'orgoglioso popolo iracheno, che prima dell'occupazione era il popolo arabo meno legato all'ortodossia islamica. Prima che le autorità americane si accanissero per distruggerlo, l'Iraq era un paese industrializzato, con un forte sviluppo del settore sanitario e scolastico, che valse al governo iracheno ben tre medaglie dell’Unesco. Anche se il popolo iracheno non era libero ma oppresso dalla dittatura di Saddam, nel 1991, l’Iraq era l’unico paese del Medio Oriente che poteva vantare uno sviluppo paragonabile a quello europeo. La scuola era gratuita per tutti, le strutture sanitarie erano di alta qualità, e le donne avevano raggiunto una certa libertà e considerazione sociale e politica. Oggi oltre il 70% degli iracheni non ha più nemmeno l'acqua potabile e l'energia elettrica, e la sanità pubblica irachena è stata completamente devastata, provocando la morte di centinaia di migliaia di persone, specie bambini.
Gli anglo-americani organizzarono la guerra del Golfo con lo scopo principale di riportare l’Iraq ai livelli preindustriali, per ricolonizzarlo. Dopo la guerra, l’embargo avrebbe dovuto colpire l’economia del paese, e indebolirlo a tal punto da aprire la strada all’occupazione definitiva. Oggi in Iraq, in Afghanistan, in Somalia, in Sudan e in molti altri paesi, le autorità americane, pur controllando minuziosamente ogni zona, non esercitano alcuna protezione della popolazione, al contrario, scatenano gruppi di terroristi, per creare insicurezza e divisioni. A questo scopo utilizzano milizie di vario genere, da quelle mercenarie, a quelle dei governi fantocci che insediano. In alcuni paesi impongono il potere di terroristi/mafiosi, che oltre ad impaurire le popolazioni si occupano di svolgere attività criminali, come il traffico di materiale radioattivo, di droga, di armi e lo sfruttamento della prostituzione.

Grazie al "pericolo terrorismo", gli Usa hanno attuato una massiccia militarizzazione in moltissimi paesi del mondo, imponendo basi permanenti e personale per addestrare le forze armate locali. In molti paesi africani, come il Marocco, il Congo, il Ciad, il Senegal, il Niger, la Tunisia e l'Algeria, il Pentagono ha provocato gravi destabilizzazioni, e utilizza il "pericolo terrorismo" per giustificare le ingenti forniture di armi e l'addestramento di gruppi militari e paramilitari, il cui vero scopo è di tenere i paesi sotto controllo, per consentire alle corporation di appropriarsi delle risorse, specie petrolio, diamanti, uranio, coltan, ecc.

Col passare del tempo, il termine "terrorismo" viene sempre più utilizzato per criminalizzare ogni dissidente, o chi dice la propria contro il sistema di potere. Viene accusato di essere un terrorista chi chiede un ambiente più protetto e meno militarizzato, persino chi critica il Vaticano o il governo, e chi osa ragionare con la propria testa, denunciando i paradossi e i crimini delle autorità occidentali.
Il terrorismo risulta dunque un'arma del sistema di potere, che oggi si impone su quasi tutto il mondo, per garantirsi la sottomissione dei popoli e la licenza di portare a compimento guerre ovunque ritenga necessario. Cadere nelle trappole propagandistiche, che mirano a farci credere che le autorità occidentali abbiano a cuore i diritti umani, e che esista un nemico oscuro e inspiegabilmente crudele, significa ignorare la vera natura dell'attuale sistema di potere, che commette atroci crimini ma vuole spacciarsi per filantropo, in modo da non perdere l'indispensabile appoggio dei popoli delle aree ricche del pianeta.
From collaboration with Antonella Randazzo

Razzismo nel mondo moderno
Razzismo nel mondo moderno

RAZZISMO

 

Uno degli aspetti più affascinanti della specie umana è costituito dalla straordinaria diversità fisica e culturale degli individui che la compongono. Ma spesso questa diversità è all'origine di conflitti e di disuguaglianze.
Fin troppo spesso i rapporti tra gli esseri umani sono determinati più in base alle differenze che alle somiglianze esistenti tra i gruppi.
Basti guardare gli immigrati che, essendo considerati diversi e pericolosi, sono costretti a vivere la propria esistenza all'insegna dell'esclusione e dell'isolamento sociale.

Osservando la società attuale, appare evidente una forte contraddizione: da un lato si propende nettamente e con fiducia per un processo di globalizzazione e di apertura che limiti quanto più possibile o elimini del tutto le barriere politiche, culturali e soprattutto economiche dei vari paesi del mondo, tralasciando, o facendo finta di farlo, le palesi differenze ancora esistenti tra quelli ricchi e quelli poveri; dall'altro si guarda con sospetto, ostilità e repressione ai flussi migratori che, dal Sud del Pianeta, si spostano verso il Nord, e dopo la caduta dei regimi comunisti dell'Europa orientale, dall'Est dell'Europa verso l'Ovest.

La prima osservazione da fare è che il problema del razzismo è oggi associato immediatamente all'immigrazione, come se il razzismo fosse una conseguenza del flusso di immigrati che ha investito l'Europa, negli ultimi decenni (sic!).
Questa associazione ha il doppio scopo di consolidare la mancanza di una memoria storica del passato, e insieme di vedere nell'Altro, percepito come portatore di una profonda e inconciliabile "diversità", la causa di episodi di discriminazione razziale.

È importante invece svelare il processo di mistificazione del colonialismo, l'ignoranza di una parte del nostro passato, per comprendere come oggi sia possibile un razzismo quotidiano.
Le radici del razzismo sono, dunque, antiche e profonde.
L’Europa, ahimè, vive solo nel presente e la sua scarsa memoria storica le impedisce di formarsi una razionale visione del proprio passato. Questo la rende distratta e incapace di valutare realisticamente gli eventi che la riguardano.

La "conquista" dell'America da parte degli europei segna, senza dubbio, il punto più alto dell'affermazione della supremazia dell'uomo bianco sugli "altri" uomini.
Di seguito o meglio ancor prima l'"Olocausto africano", riferito ai 500 anni di schiavitù, imperialismo, colonialismo, apartheid. Tutto il continente ne porta ancora le conseguenze, sia sociali che economiche.
Non vi è dubbio che il razzismo si sia sviluppato in seguito alle scoperte geografiche e al colonialismo.

Dalla scoperta dell'America, nasce una nuova mentalità che si può definire economica e non più sociale: l'insieme dei rapporti umani si trova riconducibile a dei rapporti economici.
Nel periodo coloniale europeo, alla base del razzismo, che si sviluppò nelle nazioni conquistatrici, c'era un forte e pressante interesse economico.
I colonizzatori, infatti, si servivano delle popolazioni indigene per avere forza lavoro a buon mercato, delle loro terre per l'approvvigionamento di materie prime e come mercato per i propri prodotti industriali.
Le potenze europee, specialmente quelle che praticavano la schiavitù, si trovavano di fronte a un grave dilemma morale.
Il modo in cui trattavano le popolazioni delle colonie era evidentemente incompatibile con la loro dichiarata fede cristiana. Poiché nessun cristiano può legittimamente fare di un essere umano uno schiavo, si fece ricorso ad una giustificazione ovvia: quella di classificare le popolazioni coloniali come sub-umane.
Colombo stesso, nell'atteggiamento che ha verso gli indigeni, non riesce a superare queste due posizioni: o sono degli esseri umani completi, con gli stessi suoi diritti, ma sono visti non come uguali ma come identici, e dunque egli sbocca nell'assimilazionismo, cioè nella proiezione dei propri valori sugli altri, oppure parte dalla differenza, ma questa viene subito tradotta in inferiorità. Ma come è tristemente noto, passa dall'assimilazionismo all'ideologia schiavista, che parte dall'affermazione di principio della inferiorità degli indiani.


Il proposito di fare adottare i costumi spagnoli alle popolazioni indigene, pur continuamente ribadito, non viene mai giustificato, poiché è una cosa che viene da sé, così come il desiderio di cristianizzarle; in questo secondo caso, poi, il discorso è più complesso, e si fonda sull'equilibrio tra il dare la religione e il prendersi l'oro, equilibrio che appare però piuttosto precario, dato che diffondere la religione presuppone che gli indiani siano considerati, almeno di fronte a Dio, come uguali, mentre per prendere l'oro, se essi non vogliono darlo, sarà necessario sottometterli per poterglielo prendere con la forza, ponendoli così in una chiara posizione di inferiorità.

È facile dire “devono stare a casa loro” ed altri simili slogan, dopo che siamo stati noi (arabi, europei, americani) per primi ad andare a casa loro. E se questa gente oggi è costretta a scappare dalle loro terre, è per colpa nostra. Di quello che abbiamo fatto e di quello che stiamo continuando a fare. I popoli europei hanno portato morte e distruzione in tutto il mondo. Abbiamo “scoperto le Americhe”, trucidando senza pietà cento milioni di indiani nativi solo nelle terre che oggi conosciamo come Stati Uniti d’America (gli USA) per non parlare di quello che abbiamo combinato anche in sud America, dove oltre a schiavizzare i popoli locali, li abbiamo spogliati non solo dei loro beni, ma anche della dignità di uomini. I metodi del genocidio comprendono il sistematico massacro attuato con le armi e la propagazione intenzionale di malattie infettive tra le popolazioni che sono prive di difese immunitarie naturali. Sono stati deportati in Sud America oltre 10.000.000 di schiavi provenienti dall'Africa, persone che venivano catturate e vendute come schiavi, che venivano private della libertà e costrette a lavorare duramente, in cambio di una ciotola di riso. Vivevano incatenati, il padrone poteva infliggere loro qualsiasi punizione, e solo in alcuni luoghi l’uccisione di uno schiavo era considerata un reato. La stessa sorte, anzi forse peggiore, capitava alle schiave, abusate come potete immaginare, in tutti i sensi.


Pochi sanno che la schiavitù fu avallata e autorizzata dalla Chiesa, tramite un’apposita bolla papale. Di seguito riporto brevemente come la Chiesa operò riguardo la tratta atlantica degli schiavi: Il 16 giugno 1452 papa Niccolò V aveva scritto la bolla Dum Diversas, indirizzata al re del Portogallo Alfonso V, in cui riconosceva al re portoghese le nuove conquiste territoriali, lo autorizzava ad attaccare, conquistare e soggiogare i saraceni, i pagani e altri nemici della fede, a catturare i loro beni e ad impossessarsi delle loro terre, a ridurre gli indigeni in schiavitù perpetua e trasferire le loro terre e proprietà al re del Portogallo e ai suoi successori. Questo documento, con altri di simile tenore, venne utilizzato per giustificare lo schiavismo.
Spesso si leggono articoli sull'inquisizione, sulle crociate, sulla “caccia alle streghe” che costò la vita a migliaia di donne, ma difficilmente qualcuno ricorda il ruolo e le responsabilità della Chiesa sulla tratta degli schiavi.
La cosa “bella”, per così dire, che fa capire come funzionano le cose, e come i carnefici manipolino le masse, è che oggi, le popolazioni del Sud America, ed in particolare in Brasile, dove sono stati deportati milioni di schiavi dall'Africa, con l’avallo del Vaticano, la religione ufficiale, seguita dalla maggioranza delle persone, è proprio quella cattolica. Milioni di persone discendenti di schiavi seguono e ubbidiscono alla stessa chiesa che ha autorizzato la tratta degli schiavi, imponendo la religione in questione a popolazioni che non la conoscevano (sic!).

La tratta degli schiavi è una delle pagine più buie e grigie della storia dell’umanità, ma è caduta nel dimenticatoio.
Per secoli e da secoli gli arabi, poi gli europei (ed in seguito i loro discendenti statunitensi) sfruttano e piegano ai loro interessi il mondo intero. Se in Sud America ed in Africa fanno la fame, è grazie ai nostri governi. Non solo a quelli responsabili della tratta degli schiavi e del colonialismo, ma anche dei più recenti, che hanno favorito l’ascesa e vanno a braccetto con sanguinari dittatori, pronti a svendere le risorse naturali del proprio paese in cambio di ricchezza personale, sacrificando milioni di esseri umani.

Il pregiudizio che coglie la diversità come minaccia è di matrice culturale, trova le radici nell'educazione familiare, trova nutrimento nell'ambiente sociale e si fortifica e si struttura nel “pensiero” della comunità in cui si vive. Se desideriamo evitare la diffusione di pregiudizi dobbiamo intervenire in ogni aspetto della formazione dell’individuo a livello familiare, scolastico e sociale. Ma la scuola ha sempre dimenticato il compito principale per cui è concepita: insegnare la verità storica!
L'integrazione avviene attraverso un processo di socializzazione che non si effettua, come hanno sempre fatto gli europei, con l'oppressione e l'inganno, bensì con l’instaurazione di un regime di assoluta ed effettiva parità di diritti fra comunità razziali diverse in uno stesso territorio. L'errore più grave che potreste commettere è quello di riferirvi ai giorni nostri, mentre il vostro pensiero dovrebbe risalire alle epoche coloniali.
Fortunatamente il "negro" che raggiunge oggi le coste meridionali europee, difficilmente possiede, visto il livello intellettivo e la mancanza di scolarizzazione, una cultura storica della terra da cui proviene, altrimenti la loro "fierezza", unitamente alla loro "ferocia", alimenterebbero un odio implacabile che porterebbe alla caduta di migliaia di teste.

Tanto per chiarire, non è che da noi, specie in Italia, le cose vadano meglio. La "decolonizzazione" ed il "colonialismo post-moderno" (Vedi "Colonialismo in Africa"), per i più, se non sono "roba da mangiare", sono termini riferibili, il primo ad una particolare tecnica di "decapé" per mobili, il secondo ad una corrente artistica dei nostri giorni.

Era il 1532 quando il frate domenicano Vicente de Valverde si presentò ad Atahualpa come uomo mandato da Dio mostrando una Bibbia. Atahualpa la prese e se l'accostò all'orecchio come per ascoltare, poi, non sentendo alcun suono, disinteressato buttò il libro per terra e chiese una spiegazione sulla presenza degli spagnoli all'interno dell'Impero Inca. Valverde si limitò a raccogliere la Bibbia e corse a riferire a Pizarro l'accaduto, parlando di Atahualpa come di un "cane orgoglioso". Il frate, trasmettendo la sua stessa profonda indignazione e l'odio che provava nei confronti di Atahualpa, incitò il comandante spagnolo ad ordinare l'attacco contro la popolazione Inca. Non si trattò di una vera battaglia, ma piuttosto di una carneficina. I soldati spagnoli, seppure in netta minoranza, grazie alle loro armi tecnologicamente superiori e all'effetto sorpresa, uccisero migliaia di inca. La volontà di Pizarro di tenere Atahualpa in vita, fu piegata davanti alle insistenze di Vicente de Valverde che ne voleva la morte sul rogo.

Ma non è tutto, la religione inca aborriva la distruzione del cadavere che si riteneva non avrebbe permesso di conseguire l'immortalità, quindi il "cane rognoso domenicano, servo di Papa Clemente VII", disse ad Atahualpa che se si fosse convertito al cattolicesimo e si fosse fatto battezzare, la sua pena sarebbe stata commutata. Atahualpa venne così battezzato col nome di Francisco e, invece di essere bruciato sul rogo, venne giustiziato mediante garrota come un comune criminale; quella stessa notte, migliaia dei suoi sudditi si tagliarono le vene per seguirlo nell'aldilà. (Vedi Papa Clemente VII in Vasco da Gama).

In Africa, in epoche non certo diverse, i missionari cristiani, affascinati dal "Continente Nero", gettavano in mare la tonaca (il motivo è palese), ma non la Bibbia.
« Quando giunsero i missionari, noi africani avevamo la terra e i missionari la Bibbia. Essi ci dissero di pregare a occhi chiusi. Quando li aprimmo, loro avevano la terra e noi la Bibbia. »

Migranti africani verso l'Europa
Migranti africani verso l'Europa

MIGRAZIONI

 

Le vere migrazioni sono diverse da quelle rappresentate dai media.

L'illecito ingresso dei migranti in Europa, secondo i mezzi di informazione, costa ad ogni viaggiatore dai 4.000,00 ai 5.000,00 euro. Vere e proprie "Fake News" divulgate con il deliberato intento di disinformare chi, come la maggior parte degli italiani, non sa neppure dove sia l'Africa o il Medio Oriente.
Pensate solo che i poveri dell'Africa non riescono neppure a raggiungere le capitali del loro distretto!
Non va altresì dimenticato che solo il 39% della popolazione africana vive in aree urbane.


L'Africa è in assoluto il continente più povero e mancano del tutto stati con un elevato reddito medio pro capite. Nella metà degli stati africani infatti, la popolazione vive con meno di un dollaro al giorno; nel Burundi, lo Stato più povero della Terra, il reddito medio per persona annuo è intorno ai 100$: un quarto di dollaro al giorno; in Kenya un dipendente qualificato guadagna meno di 5 dollari al giorno. Quindi nessuno venga a raccontare "palle"!
Ed aggiungo: alla fine di gennaio (2019) la Guardia costiera colombiana ha fatto sapere di aver recuperato i corpi di dodici migranti di origine sub sahariana, tra loro anche sette bambini. Sarebbero annegati durante un naufragio verificatosi nei Caraibi. E non è la prima volta che, come il 21 maggio scorso (2018), 25 migranti provenienti dal Senegal, Nigeria, Guinea, Sierra Leone e Capo Verde, sono stati soccorsi al largo delle acque dello stato del Maranhão nel nord del Brasile. I migranti puntano anche ad ovest con una "crociera" via mare della durata media di trentacinque giorni (sic!). Un flusso migratorio di disperati africani, che fuggono da oppressione, fame, cambiamenti climatici, guerre e cercano di raggiungere lidi non europei. D'altronde il Brasile è il Paese con il maggior numero di persone di origini africane, dunque culturalmente più vicino a chi proviene da aeree sub-sahariane.
Oltremodo nei centri di detenzione libici sono stipati in maggioranza eritrei e somali provenienti dal Corno d'Africa che, guarda caso, sono due ex colonie italiane. Costoro non posseggono né un Nakfa Eritreo, né uno Scellino Somalo, tanto meno dollari.
Lo stesso governo libico ammette che alcuni addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti sono compresi nell'elenco di persone verso le quali sono stati spiccati mandati d’arresto all'inizio di marzo, marzo 2018 (sic!) ***, perché implicati nel traffico di esseri umani. Coloro che detengono il potere in queste luride galere, abbandonate anche dagli operatori delle organizzazioni umanitarie che da tempo non le visitano più, usano i profughi come merce di scambio con chi ha interessi economici affinché raggiungano l'Europa. Tirando le somme, questi poveri disgraziati non "scuciono un bottone" per giungere in Europa!

*** Tempo fa rappresentanti della Libia avevano mostrato un elenco con ben duecentocinque nomi di trafficanti nazionali e stranieri, contro i quali sono stati spiccati i relativi mandati d’arresto. Nella lista figurano personaggi importanti, come alti funzionari di ambasciate africane a Tripoli, membri dell’organismo statale libico per la lotta contro la migrazione clandestina, addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti e altre figure di spicco. Gente insospettabile che ha partecipato al vertice di Niamey, in Niger, tenutosi a marzo di quest’anno (2018) ed a cui era presente l'allora ministro degli interni italiano Marco Minniti.

In Niger migliaia di giovani donne vivono ancora in totale stato di schiavitù, malgrado sia stata abolita nel 2003 (non nel medioevo!). Spesso ragazze giovanissime vengono vendute dalle famiglie ad uomini vecchi e ricchi. È cosa risaputa che in certi ambienti una “moglie giovane” contribuisce ad aumentare il proprio prestigio. Generalmente le ragazzine subiscono abusi di ogni genere: fisici e psicologici, a volte condannate a vita ai lavori forzati dai “vecchi sporcaccioni”.
Si calcola che in Niger ci siano 870 mila schiavi.
Uno di loro, una donna venticinquenne, racconta la sua vita: “Sono nata schiava e Dio mi ha creata per questo. Quando avrò finito questa vita, finalmente raggiungerò il paradiso che mi è stato promesso. I miei genitori erano schiavi del mio padrone che ora comanda su 200 persone: 100 uomini, 50 donne e 50 ragazzi. Il solo pensiero di abbandonare il padrone mi terrorizza. Io conosco solo questo posto. Se mi allontano avrò sicuramente grandi problemi. Il marabù mi ha detto che non posso lasciare il padrone altrimenti potrei morire o essere trasformata in animale. Io non voglio diventare una capra!”
Il "marabù" è il gran sacerdote del villaggio. Una sorta di imam musulmano che ha “ereditato” i poteri magici dalla stregoneria animista africana, più efficaci, da queste parti, di quelli del Profeta. È lui che considera gli schiavi una benedizione di Dio e che, così, ne giustifica l’esistenza. I marabù, in effetti, sono quelli che posseggono il maggior numero di schiavi.

Oggi l’84% dei rifugiati sono accolti negli stessi paesi del Terzo mondo, solo il 5% trova ospitalità nell'Unione europea.
Non a caso il più grande campo profughi del mondo è a Dadaab in Kenya, a poca distanza dai confini orientali con la Somalia, un Paese ostaggio di un conflitto armato e di violenze pressoché continue da oltre 20 anni. Il campo ospita oltre 300.000 profughi somali dichiarati (la stima reale è di almeno il doppio) che fuggono da siccità, violenze e carestia.
Vi risulta, ed è solo un esempio, che sulle coste europee approdino con i barconi cittadini kenioti, angolani, sudafricani o centrafricani? No? Allora incominciate a conoscere meglio l'Africa ed a chiedervi il perché!

L'Africa è il secondo continente più popoloso della Terra, dopo l'Asia che conta circa 4,4 miliardi di persone, dove vengono parlate più di 2000 lingue diverse. Attualmente la popolazione africana è di circa 1,2 miliardi di persone. Negli ultimi 40 anni c'è stata una vera e propria esplosione demografica, e così l'età media della popolazione del continente è relativamente bassa. La popolazione africana sta crescendo infatti più velocemente di quella asiatica, e si pensa che entro il 2050 l'Africa avrà otre 2,5 miliardi di abitanti. In molti stati africani la metà della popolazione non ha ancora raggiunto i 25 anni. L'aspettativa media di vita per gli abitanti dell'Africa è 58 anni (in Italia è 80,1 anni per gli uomini e a 84,6 anni per le donne).
La parte centrale dell'Africa orientale, la Rift Valley, è considerata la "Culla dell'Umanità", cioè il luogo di origine degli esseri umani, da dove oggi arrivano molti dei profughi che attraccano sulle coste europee.

L'Africa è povera. Ma i paesi africani non sono tutti poveri. È la distribuzione della ricchezza che crea problemi. L'Angola, per esempio, sta vivendo una vera e propria fase di boom economico, tanto da aver invertito i flussi di immigrazione verso il Portogallo di cui è stata una colonia: oggi con la crisi, sono i portoghesi che emigrano in Angola. Nonostante questi progressi, l’Angola resta uno dei paesi africani con la più alta percentuale di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà e con il più alto numero di mortalità infantile.

Ad eccezione dell'Etiopia (fino al 5 maggio 1936) e della Liberia, tutta l'Africa è stata colonizzata da paesi non africani: Regno Unito, Francia, Belgio, Spagna, Italia, Germania e Portogallo, senza il consenso della popolazione locale. Nel 1884-1885 la Conferenza di Berlino ha diviso il continente tra le potenze non africane. Nel corso dei decenni successivi, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, i paesi africani hanno gradualmente riconquistato la loro indipendenza, con i confini decisi "a tavolino" dalle potenze coloniali. Questi confini, stabiliti senza riguardo alle culture locali, hanno causato numerosi problemi in Africa.

Dovete sapere che nel 1500, mentre Londra aveva 20 mila abitanti, la città di Timbuktu nel Mali ne contava 115 mila. C'era anche l'Università in cui venivano portati diversi manoscritti e libri con un valore più alto di qualsiasi altro bene.

Il Niger è un po’ l’esempio e la traccia di tutti gli altri stati del Nord e Centro-Africa in ambito politico ed economico. Questo Stato, situato al centro sud del Sahara al confine est con la Nigeria, ex colonia francese ora una repubblica semi-presidenziale, è un territorio con scarsa vegetazione e in piena desertificazione.
Tale fenomeno è causato dal clima arido e soprattutto dal continuo sfruttamento del terreno per l’agricoltura; infatti i ¾ della popolazione si occupa del settore agricolo che di conseguenza determina una certa arretratezza e una scarsa produzione di colture con cui vivere dato che i territori non sono molto fertili. La produzione quindi diventa un agricoltura di sussistenza e di autoconsumo.
Questo si allaccia all'economia del Paese facendo in modo che da questo grande settore non si ricavi niente (agricoltura di sussistenza equivale a produrre esclusivamente per sopravvivere) o pochissimo e le uniche altre fonti di guadagno dello Stato sono la vendita di materie prime poiché il turismo è quasi nullo e l’industrializzazione non risulta molto sviluppata.
Tutto ciò però è reso ancora meno remunerativo dallo sfruttamento delle grandi multinazionali e degli stati ex colonizzatori. Questi ultimi esercitano un grandissimo condizionamento nella politica locale facendo i loro interessi. In quanto ex colonie (il Niger era colonia della Francia) fanno dei prezzi “di favore” ai paesi colonizzatori vendendo le uniche fonti di guadagno (le materie prime) a un prezzo ancora più basso di quello stimato.
Qui intervengono le multinazionali che avendo il controllo quasi totale del commercio globale inducono ad abbassare ancora di più il prezzo di vendita del materiale per poi comprarlo e rivendere il prodotto finito a dei prezzi elevatissimi.
L’influenza delle multinazionali si sente anche nel settore dell’assistenza sanitaria dove i medicinali scarseggiano in quanto molto costosi rispetto alle possibilità economiche dell’intera popolazione che non guadagna abbastanza per poterseli comperare.
La povertà diffusa in questi territori condiziona molto la vita delle persone e si manifesta attraverso malnutrizione, denutrizione, analfabetismo e la diffusione di malattie che quasi sempre portano alla morte.
La vita quotidiana di queste persone si svolge per la maggior parte del tempo nei campi, perché bisogna coltivare ed avere qualcosa da mangiare per sopravvivere.
La loro razione quotidiana e solitamente una ciotola di miglio reso pastoso dall'aggiunta di acqua che molte volte è inquinata mentre alla sera si aggiunge un po’ di pomodoro.
La continua sbagliata alimentazione provoca numerose vittime specialmente tra i bambini.
Le famiglie sono molto numerose infatti in media una donna partorisce dalle 6 alle 9 volte, ma un bambino su quattro non supera i primi 3 anni.

La missione in Niger del luglio scorso (2018) per il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, aveva l'obiettivo di "rafforzare la cooperazione strategica" con il Paese che "sta avendo un ruolo chiave per ridurre drasticamente i flussi di migranti irregolari verso la Libia e l’Ue", al solo scopo di "incrementare la ricchezza nell'area, offrire maggiore occupazione e fornire delle risposte concrete e solide alla povertà, all'immigrazione e alla sicurezza in Africa".
Nulla di più ridicolo.
La profondità di cotanta inconsistenza di ragionamento sta nell'affermare di poter ottenere dei risultati in un paese dove 870 mila persone vivono ancora in totale stato di schiavitù, malgrado sia stata abolita nel 2003 e dove la migrazione per questa popolazione, stante la totale integrazione dei nigerini nel loro quotidiano "modo di vivere", non è mai esistita. Vedi: Schiavitù in Niger

Va altresì detto che le dimensioni dell'Africa sono ben diverse da quelle che appaiono nelle mappe. Il continente africano (30.370.000 km²) contiene senza problemi la Cina (9.572.900 km²), l’Europa (10.180.000 km²), l’India (3.287.263 km²) e così via. Ma allora perché non si nota questa discrepanza nelle carte che normalmente utilizziamo? La nostra percezione del planisfero terrestre è tuttora fortemente influenzata dalla proiezione cartografica di Mercatore, il cartografo fiammingo del 1500 che, nel redigere mappe e proiezioni adatte alla navigazione marina, ha contribuito anche a diffondere una rappresentazione distorta delle reali dimensioni dei continenti. Le terre emerse, in queste raffigurazioni, appaiono più dilatate all'aumentare della latitudine, soprattutto quando si trovano nell'emisfero nord. La visione di Mercatore mette al centro l'Europa, e penalizza i paesi del Sud del mondo che appaiono più piccoli di quanto non siano davvero.

La base militare cinese a Gibuti
La base militare cinese a Gibuti

NEOLIBERALISMO E GLOBALIZZAZIONE ALLA CONQUISTA DELL’AFRICA

 

Che l’antico Impero Celeste, la Cina, abbia in atto un processo d’irreversibile fagocitazione del continente africano e delle sue immense risorse, è ormai un fatto inconfutabile. Questa ben congegnata strategia di conquista, nata e sviluppatasi sotto gli occhi di un mondo quantomeno distratto, si estende oggi dal Mali al Sudafrica, dall'Angola al Mozambico e appare sempre più imponente in termini di opere realizzate, d’investimenti e di profonde influenze culturali e sociali sul continente nero ormai divenuto l’indifendibile preda cinese.
La Cina è diventata il primo partner commerciale dell’Africa, relegando al secondo e terzo posto Unione Europea e Stati Uniti. Questo primato le consente di controllare quasi il 70 per cento dei contratti continentali grazie ad appalti che, anno dopo anno, s’incrementano di un buon 30 per cento, senza mostrare segni di flessione. Angola, Kenya, Sudan, Ciad, Mauritania, Tanzania, Sudafrica, Guinea Equatoriale, Etiopia, Gibuti, Nigeria, Zambia, Zimbabwe, Mozambico, Mali… resta ben poco dell’Africa che non sia ancora caduto sotto l’egemonia cinese.
Il dragone orientale oggi indossa anche l’uniforme e installa contingenti armati in Mali e a Gibuti dove sembra voler fare lo sberleffo alle forze americane già presenti nel minuscolo ma altamente strategico staterello dell’Africa orientale. Non solo: la Cina sta anche contendendo alla Russia il primato di primo fornitore di armi che foraggiano i conflitti prodotti dall'incontenibile animosità tra le varie etnie politico-tribali del continente. Si tratta di armi di qualità scadente, non molto diverse dalle merci che la Cina, dopo essersi impossessata delle risorse africane, scarica sui suoi sventurati consumatori.
Il più ambizioso (anche se non apertamente dichiarato) progetto cinese resta però quello di ricollocare in Africa i poveri di casa propria che ammontano alla sbalorditiva quota di 500 milioni. Si tratta di un esercito di derelitti che in patria sono condannati alla fame. Sì, la Cina potente e rampante, che è diventata la seconda economia mondiale dopo gli USA – di cui, tra l’altro, detiene la maggior parte del debito pubblico – è anche al secondo posto (dopo l’India) tra i Paesi più poveri del mondo. Un gigante, quindi, con le gambe d’argilla? Forse, ma stando al suo progetto, potrebbe non esserlo ancora per molto. In Angola – che non a caso è il secondo produttore di petrolio del continente, dopo la Nigeria – stanno nascendo intere “Città Fantasma”. Si tratta di edilizia popolare, ma decorosa. Centinaia di complessi residenziali provvisti delle necessarie infrastrutture che serviranno, pur se gradualmente, a ospitare i nuovi colonizzatori cinesi ai quali, la terra d’origine, non offre opportunità.

Di questo stato di cose si è recentemente occupata Ilaria Bifarini, una bocconiana che si definisce oggi “pentita” di esserlo. Nel suo libro “I Coloni dell’Austerity”, edito da Youcanprint, la trentottenne ricercatrice, attribuisce l’invasione cinese dell’Africa alle teorie dei soloni dell’economia occidentale che hanno aperto il mondo al mercato globale e al neoliberismo, cioè alle stesse teorie da lei apprese alla Bocconi e che oggi rinnega. Il libro è ben scritto e altrettanto ben documentato, pur non rinunciando all’eterna autofustigazione per le colpe commesse dal colonialismo che lei vede proseguire, pur se con metodologie diverse, anche nel presente, ai danni dell’Africa.
Si tratta di realtà, non certo di opinioni, concentrate sulle colpe occidentali per aver assoggettato popoli con la forza e averli quindi sfruttati con l’accaparramento delle loro risorse. La rivisitazione del passato, non può certo rivelarsi uno sforzo inutile per affrontare i problemi del presente, la storia è una traccia della nostra ed altrui esistenza che sviluppa quella che viene chiamata cultura, conoscenza per giungere a formulare veri e propri concetti. La storia è la via principale del sapere, pilastro che porta con sé un bagaglio di nozioni. È proprio della storia essere un grande presente, e mai solamente un passato.
Ciò sta a significare che la storia è deposito di esperienza; apprendendo il passato è più facile prendere una decisione o semplicemente farsi un’idea riguardo alle azioni presenti e future.
La storia è un dono, fa luce al passato ed illumina il futuro. Grazie a questa gli uomini possono arricchirsi interiormente e crescere. La storia rappresenta la vita, la sete del sapere e dell’apprendimento, ci completa dal punto di vista culturale e interiore rendendoci cittadini del mondo.

Al di là del fatto che le colpe del passato esistono e che alcune di queste sopravvivono tuttora ai danni dei paesi emergenti, non si possono neppure sottacere le oggettive responsabilità delle leadership africane, prime e principali responsabili delle drammatiche condizioni del continente. Su queste responsabilità, invece, la scrittrice mostra di non volersi soffermare. Eppure, dove c’è un corruttore, c’è inevitabilmente, anche un corrotto e spesso, in terra d’Africa, il termine corruzione dovrebbe più propriamente essere sostituito dal termine estorsione, giacché è spesso di questo che si tratta.

Una lucida visione su questo stato di cose, la fornisce anche un’autorevole economista di colore: l’oxfordiana Dambisa Moyo, originaria dello Zambia. Nel suo libro “La Carità che Uccide”, edito da Rizzoli, la Moyo attribuisce l’arretratezza dell’Africa ai massicci aiuti finanziari erogati dai paesi industrializzati. Aiuti che ingrassano la classe politica africana e impediscono al continente di raggiungere la necessaria maturità per dedicarsi all'autogestione della propria terra, senza incrementare la dipendenza dai cosiddetti donors che poco si preoccupano della reale emancipazione dell’Africa, ma finalizzano esclusivamente questi interventi ai propri interessi.
Questa è la stessa procedura che sta oggi seguendo la Cina per appropriarsi dell’Africa. Del resto, il successo di questa strategia lo spiega senza esitazioni un illustre africano, Philip Murgor, ex Procuratore Generale del Kenya: “La vostra tecnologia – ha detto riferendosi all'Europa – è certamente migliore di quella cinese e i vostri prezzi, almeno per quanto riguarda questo Paese, non sono superiori a quelli da loro praticati. La Cina ottiene i contratti perché un terzo del loro valore lo cede ai politici che hanno il potere di ratificarli, mentre voi colonialisti, se lo fate, potreste rischiare di finire in galera a causa dei vostri trascorsi in terra d'Africa”.

L’impressionante veduta di una delle “Città Fantasma” costruite dai cinesi in Africa
L’impressionante veduta di una delle “Città Fantasma” costruite dai cinesi in Africa
“I Coloni dell’Austerity”, edito da Youcanprint, il libro di Ilaria Bifarini
“I Coloni dell’Austerity”, edito da Youcanprint, il libro di Ilaria Bifarini
La seconda potenza economica mondiale, mostra la propria miseria
La seconda potenza economica mondiale, mostra la propria miseria
“La Carità che Uccide” edito da Rizzoli, il libro di Dambisa Moyo
“La Carità che Uccide” edito da Rizzoli, il libro di Dambisa Moyo

Un suggestivo angolo dell’imponente sede ONU a Nairobi, Kenya
Un suggestivo angolo dell’imponente sede ONU a Nairobi, Kenya

LA FITTA RETE DI AIUTI UMANITARI NON RIESCE A STRAPPARE L’AFRICA DALLA MISERIA

 

Nonostante ci siano nei Paesi africani diverse Ambasciate da tutto il mondo collegate ad istituti per la cooperazione internazionale, nonostante le varie agenzie dell’ONU, le 552 mila missioni cristiane e le ONG (Organizzazioni Non Governative) il cui numero totale è difficilmente quantificabile in quanto le associazioni a delinquere tentano di sfuggire ad ogni tipo di controllo(solo in Sudafrica ne esistono 400 mila regolarmente registrate su un totale di circa un milione, mentre oltre 100 mila risultano registrate in Kenya su un totale di circa 500 mila), nonostante tutto ciò l’Africa continua a registrare una popolazione che cerca di sopravvivere nella miseria più nera di tutto il pianeta.
Va detto che oltre a queste presenze, vanno anche considerate le attività umanitarie islamiche, la Croce Rossa Internazionale e una miriade d’iniziative a carattere privato che realizzano scuole, ospedali e opere di assistenza in genere.

Anche riferendosi esclusivamente alle ONG, si deve concludere che, per quanto riguarda il Kenya, ogni ONG registrata dovrebbe occuparsi di circa 450 persone, ma relativizzando questo numero all'indice di povertà presente nel Paese (stimato in un terzo degli abitanti), ogni ONG avrebbe a suo carico, solo 150 persone. Infine, inserendo in questa analisi anche le altre istituzioni di cui abbiamo accennato, il numero si ridurrebbe ulteriormente a poche decine di persone. Perché allora la povertà in Kenya aumenta invece di diminuire?
Valutiamo la situazione del Kenya per queste riflessioni, non solo perché questo sito occupandosi prevalentemente di questo Paese offre più attendibili elementi di valutazione, ma soprattutto perché tra le nazioni africane non è certo quella più colpita dalla povertà e dal degrado. Ciò nonostante il suo tasso di crescita demografica è molto alto e malgrado l’apprezzabile incremento del PIL (soprattutto determinato dagli investimenti cinesi), cresce anche l’indebitamento pubblico e il numero delle persone condannate alla miseria. Di conseguenza, crescono del pari, criminalità e corruzione.

Questo non può che portarci a concludere che nella gestione di questa imponente presenza di associazioni, c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
Si tratta di organizzazioni, almeno sulla carta, non orientate al profitto, che si finanziano con il contributo dei governi dei Paesi di appartenenza, dei vari dipartimenti delle Nazioni Unite e delle spontanee offerte di privati cittadini, sollecitate attraverso campagne di sensibilizzazione sui media e sui social network.
Ma se lo stesso gigante FAO utilizza l’80 per cento delle proprie risorse all'unico scopo di mantenere se stesso, è facile comprendere quanto dispersivo, se non addirittura fraudolento, possa rivelarsi il funzionamento dell’enorme apparato istituzionalmente dedito al miglioramento delle condizioni di vita dei diseredati del pianeta.

Del resto, chiunque in Africa sia entrato in contatto un po’ approfondito con queste organizzazioni, avrà senz'altro riscontrato quanto possa risultare disinvolta la loro gestione finanziaria: sedi prestigiose, stipendi generosi, auto e residenze di lusso ai dirigenti, stuoli di segretarie graziose e profumatamente pagate. In queste condizioni è fatale che non molto resti poi disponibile per adempiere alle funzioni per cui l’organismo è stato costituito.

L’ONU, il macrocosmo internazionale, cui è affidato il compito di risolvere i problemi del pianeta, ha un bilancio annuo che supera i 13 miliardi di euro, circa tredici volte superiore a quello che aveva 25 anni fa. Questo dovrebbe significare che la sua efficienza è migliorata, ma sappiamo tutti che non è così, anzi, più passano gli anni e più l’ONU appare come un decrepito vecchio che avanza con esasperante lentezza inciampando nelle proprie vesti. Questo organismo è allora del tutto inutile senza una radicale riforma!
Tra l’altro, l’Italia, pur non essendo un membro permanente del Consiglio di Sicurezza e non godere quindi del diritto di veto, è il sesto finanziatore mondiale di questo mostruoso bilancio di cui si fa carico del 5 per cento. Vale a dire, 650 milioni di euro che ogni anno escono dalle tasche dei contribuenti italiani per alimentare il prestigioso palazzo di vetro sulle rive dell’East River. Più di Cina e di Russia, che del Consiglio sono però membri permanenti e possono agevolmente controllarlo con il diritto di veto.

Visto che parliamo del Kenya, è bene sapere che la più grossa sede delle Nazioni Unite, con tutte le agenzie sussidiarie che lo compongono (ci lavorano più o meno 5 mila persone), si trova proprio a Nairobi, dirimpetto all'ambasciata degli Stati Uniti, ma al di là del compiacimento che questa scelta può provocare all'orgoglio nazionale dell’ex colonia britannica, coloro che nel Paese vivono sotto la soglia di povertà, quali benefici ne traggono? Nulla!
Ora sapete a chi state devolvendo la vostra beneficienza!

La guerra d’Etiopia, 3 ottobre 1935-9 maggio 1936, fu per l’Italia la vergognosa guerra del gas
La guerra d’Etiopia, 3 ottobre 1935-9 maggio 1936, fu per l’Italia la vergognosa guerra del gas

UN TRISTE PRIMATO TUTTO ITALIANO

 

Le forze militari italiane sono state le uniche ad usare armi chimiche in Africa.
Ebbene sì, è fuor di dubbio: l’Italia le armi chimiche le usò eccome nella guerra d'Abissinia dopo la sanguinosa sconfitta di Adua.
Le pressioni nazionalistiche e le tendenze imperialistiche coltivate dall'Italia, portarono l'allora governo, soggiogato dal delirio di onnipotenza, ad autorizzare o meglio imporre all'esercito di sparare a zero su interi villaggi utilizzando la micidiale iprite, meglio conosciuta come "gas mostarda"!
Dotata di proprietà vescicatorie e tossiche, fu usata sulla popolazione come mezzo di distruzione di massa. Strane grida si levavano dalla nebbia verde che si propagava, mentre chi riusciva ad uscire barcollante da quelle nubi asfissianti, tossiva sangue e crollava senza vita al suolo. Nessuno fu risparmiato!
La guerra d’Etiopia, 3 ottobre 1935 - 9 maggio 1936, fu per l’Italia la vergognosa guerra del gas, la guerra del colonialismo più becero, dei crimini più efferati.
Il 9 aprile 1939 migliaia di donne e bambini asserragliati nella grotta di Zeret furono uccisi da 9.724 kg di aggressivi chimici (gas d'arsina e fosgene) e da 10.868 kg di iprite: "Italiani, brava gente!" (sic!)
Peggio di Marzabotto, perché non fu rappresaglia. Peggio di Srebrenica perché morirono anche donne, vecchi e bambini. Unico paragone possibile, le foibe, ma con un' esecuzione concentrata in un unico luogo.

Da una testimonianza nei villaggi etiopi: "Ogni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aerei, che aveva bevuto l’acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi. C’erano cadaveri dappertutto, in ogni macchia, sotto ogni albero, ovunque ci fosse la parvenza di un rifugio. La morte giungeva in fretta e molti non avevano il tempo di cercare un rifugio per morirvi in pace. Presto un odore insopportabile gravò sull'intera regione. Non si poteva però pensare di seppellire i cadaveri, perché erano più numerosi dei vivi. Bisognò adattarsi a vivere in questo carnaio".


Repubblica Centrafricana. Carro di sfollati
Repubblica Centrafricana. Carro di sfollati


VIOLENZA SENZA FINE IN CENTRAFRICA. DISTRUTTE DAI CRISTIANI 417 MOSCHEE.

IL TERRORISMO CRISTIANO COLPISCE ANCORA (NEL SILENZIO GENERALE DI TUTTI)
Papa Francesco ovviamente se ne sta zitto zitto!

 

1 aprile 2015 - La missione dell’ONU nella Repubblica Centrafricana, MINUSCA United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic), fortemente voluta da Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, sta per arrivare alla fine del suo mandato che scade infatti il prossimo 30 aprile 2015.
Il Paese è ancora sconvolto dal caos più totale, ha raccontato in una conferenza stampa l’ambasciatore americano all’ONU, Samantha Power di ritorno dall'ex colonia francese che ha visitato per due giorni, il 10 e l’11 marzo, assieme a una delegazione del Consiglio di Sicurezza. Il quadro descritto dalla Power è terrificante: “Un tempo c’erano 436 moschee. Le bande armate degli Anti-balaka***. formate da cristiani, ne hanno distrutte 417. I residenti dell’unico quartiere musulmano ancora esistente a Bangui, la capitale del Centrafrica, è a dir poco desolante. Gli abitanti sono impauriti, terrorizzati, denutriti, necessitano di cure mediche. La paura di uscire di casa è tale che le donne incinte preferiscono partorire nel proprio letto, piuttosto che recarsi all'ospedale. L’assenza di sicurezza si percepisce ovunque”.

Le truppe dell’Unione Europea hanno già lasciato l’ex colonia francese, il loro mandato è scaduto il 15 marzo 2015. La Francia ha annunciato recentemente che ridurrà drasticamente il suo contingente. Entro la fine dell’anno resteranno solo cinquecento soldati francesi contro i duemila presenti attualmente. La MINUSCA, Missione di stabilizzazione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana (chiamata MINUSCA, per l'inizializzazione del suo nome francese Mission multidimensionnelle intégrée des Nations unies pour la stabilisation en Centrafrique), è una missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, iniziata il 10 aprile 2014 allo scopo di proteggere i civili della Repubblica Centrafricana ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite che conta 11.820 uomini tra militari e forze di polizia, ma secondo la Power, già ora il venti per cento dei caschi blu ha lasciato il Paese.

Su una popolazione di 4,7 milioni di abitanti, quasi 900.000 persone (tra sfollati e rifugiati) hanno dovuto lasciare le loro case. Oltre cinquemila persone hanno perso la vita.
Federica Mogherini, commissario per gli affari esteri e sicurezza ha sottolineato: “L’Europa continuerà a dare il proprio supporto alla Repubblica Centrafricana per quanto concerne la stabilità e la sicurezza” (sic!).
Una crisi umanitaria di dimensioni quasi catastrofiche. La gente muore perché in balia delle bande armate Anti-balaka (come già detto cristiani).

***Gli Anti-balaka sono milizie cristiane formatesi nella Repubblica Centrafricana dopo l'ascesa al potere di Michel Djotodia nel 2013. Alcuni membri sono stati convertiti forzatamente dall'islam al cristianesimo. Il nome è spesso tradotto come "antimachete", ma la sua origine proviene da una lingua di giovani analfabeti che facevano parte dell'opposizione armata di Seleka e che cacciavano i musulmani "anti-balles à ti laka". Il termine "laka" significa AK-47. Gli Anti-balaka sono quindi coloro che sono contro chi usa gli AK-47, ovvero i musulmani. Già all'inizio del 2014 gli Anti-balaka commisero diverse atrocità, Amnesty International ha riportato diversi massacri da loro commessi contro civili musulumani, costringendo migliaia di musulmani a lasciare il paese.


Dio salvi l'Africa
Dio salvi l'Africa

RIFLESSIONI

L'Africa può risorgere!

Dio non salverà l'Africa, ma la verità renderà l'Africa libera!
Se Dio potesse aiutare gli africani, l'Africa non sarebbe così arretrata e sfruttata dai suoi saccheggiatori.
La schiavitù, la colonizzazione, il neocolonialismo, il saccheggio sistematico delle risorse e il "Franco CFA", valuta nazista di alienazione popolare... ma Dio esiste solo per gli occidentali occupanti e saccheggiatori? o anche per i progressisti, quindi per coloro che lottano per un paese di uguaglianza, legalità, di condivisione, ma sopratutto sovrano che non lascia ad alcun potere esterno la possibilità di interferire negli affari interni della nazione?

Molto spesso, ciò per cui gli africani soffrono è frutto di una politica estera esogena senza il consiglio del popolo: ad esempio la svalutazione monetaria del "Franco CFA", l'impostazione dei prezzi delle materie prime, la valuta utilizzata dagli africani, i programmi scolastici, ecc.

Poiché l'Africa detiene il più alto tasso di materie prime strategiche ed ambite, è naturale che il prezzo di mercato di questi materiali "dovrebbe", sia sul suolo africano che su quello estero, essere fissato dagli africani e non dagli acquirenti occidentali ... . Ma il mondo è a testa in giù, e tutto è fatto per differire la prosperità dell'Africa.

Quel che sembra sfuggire agli "statisti" africani, ai corrotti, ai neo-coloni saccheggiatori e altri, è che la storia dimostra che non possiamo sempre impedire al sole di splendere per tutti!
Arriverà il giorno che verrà fermato questo nazismo monetario, questo sfruttamento delle risorse minerarie strategiche a scapito degli africani, questa assistenza sporadica che i nuovi coloni saccheggiatori conferiscono con obiettivo di mantenere gli africani nell'assistenzialismo, nella fame, nella mancanza di acqua, ecc.
L'Africa e la sua gente non hanno nazioni amiche, hanno solo paesi che ieri hanno causato catastrofiche guerre e genocidi. Le stesse persone vengono oggi per aiutarli a diventare più poveri sfruttandoli. Tra questi paesi non ci sono amici. Tra questi paesi ci sono solo interessi.

Quanto finora detto è noto! Ma gli africani dimenticano che corruzione, tribalismo, nepotismo, clientelismo, saccheggio delle casse dello stato, scarsa governance economica, depravazione della morale, mancanza di rigore e moralità... li covano in casa loro!
Madre Africa, figlia del colonialismo e vittima della "carità che uccide", ha partorito orrori impossibili da cancellare.

Una realtà che gli stessi africani non vogliono ammettere (e che gli italiani naturalmente ignorano):
In Africa i governi, come già in passato i colonialisti europei, non fanno nulla per proteggere i diritti dei popoli indigeni.
Ben poche sono le tribù che, nonostante le difficoltà, sopportano, rimanendo risoluti a mantenere le loro terre e a determinare autonomamente il loro futuro. Per questo, molti di loro subiscono da anni una violenza genocida da parte di sicari intenzionati a derubare le popolazioni autoctone di terre e risorse da consegnare a ricchi imprenditori senza scrupoli. Non hanno acqua ne cibo adeguati e, pur essendo esseri umani, vengono inondati di pesticidi come fossero parassiti, bruciate le loro case e barbaramente uccisi.
Nonostante ciò molti di loro continuano a combattere per la loro terra ancestrale. Quasi quotidianamente queste popolazioni subiscono aggressioni armate e attualmente sono costrette a vivere in condizioni terribili ai margini delle strade e in campi sovraffollati perché le loro terre sono state destinate a piantagioni su larga scala. Senza la loro terra, i popoli indigeni rischiano la catastrofe.
Va sottolineato che in tutto il mondo i popoli indigeni "sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale", anche se troppo spesso sono sfrattati illegalmente dalle loro terre ancestrali nel nome di una conservazione associata alla violazioni dei diritti umani nei loro confronti.

Gli africani non devono abbandonare l'Africa. I governi europei dovrebbero comprendere come i flussi migratori tendono ad impoverire ulteriormente i Paesi di partenza. Il nostro compito è quello di aiutarli non con l'assistenzialismo, ma con l'istruzione, il controllo delle nascite, la lotta alla corruzione, al tribalismo, al bracconaggio e alla deforestazione e desertificazione dei territori, al colonialismo post moderno. Fondamentali sono pure le opere pubbliche come strade, scuole, ospedali, abitazioni civili, fonti di energia pulita, acquedotti, ecc.

Resta inteso che questi Paesi debbono essere sottoposti ad un regime militare internazionale che, introducendo la pena di morte, destituisca le dittature, difenda le popolazioni, le strutture e l'intero territorio, oltre che ad una politica e gestione economica estera. Solo in tal modo, ma non certo a breve, si potrà sperare in una democrazia ed una prosperità che gli africani non hanno mai conosciuto.


Africa Breaking News-Africa Ultime Notizie-Notizie dal continente dimenticato
Africa Breaking News-Africa Ultime Notizie

 

 

Africa Breaking News

 

Africa Ultime Notizie

 

Notizie dal continente dimenticato


Rilevazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanita del 2017 sulla diffusione dell’HIV, come si vede l’Africa risulta la più colpita
Rilevazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanita del 2017 sulla diffusione dell’HIV, come si vede l’Africa risulta la più colpita

6 luglio 2019
IL KENYA SCOPRE IL PRIMO FARMACO ANTI HIV

 

Deve ancora affrontare il test della sperimentazione umana, ma pare che non vi siano dubbi: il farmaco UniPron prodotto in forma di gel dalla ricerca scientifica keniana degli ultimi dodici anni, ha già ottenuto il riconoscimento di prestigiose istituzioni della medicina mondiale. Conseguito il brevetto nel 2007, al costo di circa due milioni di euro, l’UniPron non agisce solo nei confronti dell’HIV, ma utilizzato prima dell’atto sessuale, ha anche una funzione spermicida che lo rende un efficace anticoncezionale. Il team di scienziati che sono pervenuti a questo incredibile successo, esulta e ne ha tutto il diritto. È la prima volta nella storia che le modeste strutture per la ricerca scientifica di un Paese emergente, sconfiggono i giganteschi apparati internazionali che da diverse decadi tentano di conseguire lo stesso risultato, con investimenti miliardari.
Peter Gichuhi Mwethera, Kavoo Linge e Hastings Ozwara, sono i tre medici che, per le rispettive competenze, hanno guidato la ricerca condotta presso l’agenzia statale dell’IPR (Institute of Primate Research). Ora a decretare il successo di questa straordinaria scoperta, manca solo più la sperimentazione umana e se questa confermerà l’efficacia e la tollerabilità del farmaco, il Kenya sarà il primo Paese al mondo ad aver realizzato un effettivo prodotto antivirale contro la piaga dell’AIDS. Grande orgoglio per il Kenya e suo enorme riscatto sulla scena internazionale che dimostra quanto di buono sopravviva in un Paese, pur prostrato da corruzione, malaffare, clientelismo e illegalità. Di questo ha certamente tenuto conto la Royal Academy of Engineering di Londra nel tributare il meritato riconoscimento al Kenya e ai suoi bravi ricercatori.
Il farmaco, ha spiegato il dottor Mwethera, contiene un composto fortemente acido nel quale il virus HIV non può sopravvivere, ma aggredisce anche il liquido seminale maschile, distruggendo gli spermatozoi e diventando cosi anche un valido anticoncezionale. Del pari, come la sperimentazione in laboratorio ha dimostrato, l’UniPron, è in grado di sconfiggere ogni altra infezione di origine sessuale. “Questo è un farmaco dalle straordinarie potenzialità” ha detto Stuar Nichol, dell’autorevole organo scientifico Inglese. Resta ora da decidere – dopo che la fase della sperimentazione umana sarà conclusa con successo – come individuare i giusti canali per produrre e commercializzare il prodotto sui mercati esteri, senza che lo straordinario successo conseguito dai medici kenioti, venga fagocitato dai colossi farmaceutici mondiali.
By Africa Express


L’imponente esodo di centinaia di migliaia di congolesi che fuggono dalle zone dei massacri
L’imponente esodo di centinaia di migliaia di congolesi che fuggono dalle zone dei massacri

21 giugno 2019
CONGO. ESODI BIBLICI MENTRE CONTINUA LA FEROCE MATTANZA DI CIVILI

 

DRC è l’acronimo che sta per Democratic Republic of Congo, un eufemismo che evidenzia quanto siano distanti i reali principi democratici da questo ricchissimo, se pur sventurato Paese.
Mobutu, Kabila Senior, Kabila Junior e ora Felix Tshisekedi, è la lista degli ultimi quattro presidenti che da oltre mezzo secolo hanno piegato il popolo congolese a un vassallaggio feudale, mentre le risorse nazionali erano costantemente depredate. Rame, piombo, diamanti, oro, germanio, argento, manganese; sono le riserve minerarie che rendono il Congo uno dei paesi più ricchi del pianeta.
A questi minerali vanno aggiunti il legname pregiato e il Coltan. Il primo è fornito dalle immense foreste equatoriali (seconde al mondo dopo quelle Brasiliane), mentre il Coltan è un prezioso minerale utilizzato nelle apparecchiature informatiche e nella telefonia mobile.
Malgrado queste immense risorse, il popolo congolese vive in miseria e nel costante terrore di essere oggetto delle feroci lotte tribale che da sempre insanguino il Paese da parte di circa cinquanta gruppi armati che compiono agghiaccianti razzie e massacri nei remoti villaggi allocati, soprattutto nella provincia di Ituri, nel nord-est del Paese. È proprio in questa regione che, dopo un periodo di apparente tranquillità, sono esplose le nuove violenze che hanno provocato l’esodo di oltre trecentomila persone e l’uccisione di centosessanta civili, tra cui anche donne e bambini in tenera età, bruciati vivi o abbattuti a colpi d’ascia. Questi ultimi episodi d’inaudita ferocia sono esplosi a seguito dell’annosa rivalità tra le etnie Hema e Lendu. Solo due anni fa, analoghi scontri avevano provocato trecento vittime e oltre 350 mila sfollati.
Il mondo si chiede spesso come, queste bande di assassini, si procurino le armi per realizzare i massacri di cui la cronaca da spesso notizia. La risposta la fornisce il costante monitoraggio delle Nazioni Unite, coadiuvate dall'Interpol e da alcune NGO specializzate nelle attività investigative sul campo. Stando a questo monitoraggio, sarebbe di circa un miliardo e mezzo di dollari il ricavo annuale a favore di queste bande armate, ottenuto grazie al costante saccheggio delle riserve minerarie del Paese. Saccheggio reso possibile dalla collusione con molte autorità istituzionali che ne traggono adeguati vantaggi e spesso partecipano anche con truppe governative alle attività delle bande. Ricavi così ingenti, che sottraggono denaro alle casse dello Stato, servono all'acquisto di armi e a creare varie attività criminali, in Congo e in altre nazioni estere.

Molte potenze economiche mondiali non sono esenti da responsabilità, nei confronti di questa situazioni. Benché l’ONU mantenga in Congo la Monusco, una forza permanente di circa ventimila uomini (il più grande contingente armato schierato dall’ONU nel mondo) questa forza continua a dimostrarsi inefficace a contenere l’eccidio che insanguina il Paese da oltre vent'anni. L’unico riscontro certo è che tale forza costa ai contribuenti dei Paesi membri, la bella somma di un miliardo e mezzo di dollari l’anno, ma non è solo in questo che si configura l’atteggiamento piratesco delle grosse multinazionali straniere. Le grosse imprese statunitensi, benché leggi severe impongano di dichiarare la provenienza dei minerali impiegati nelle attività di trasformazione industriale, pare non siano in grado di giustificare come si siano procurate ben l’80 per cento dei minerali utilizzati. Tra queste compaiono anche i colossi della Boeing e della Apple, ma pur se in mancanza di dati (che si guarda bene dal fornire) è ancora una volta la Cina ad accaparrarsi la maggior parte di queste risorse, senza preoccuparsi troppo della provenienza.
Come se povertà ed eccidi non fossero sufficienti a prostrare una Nazione, a questi si è ora aggiunto anche un vero e proprio castigo biblico; quello dell’Ebola che, proprio nelle province già soggette ai massacri, pare abbia evidenziato circa 1.500 decessi, ma c’è anche l’infiltrazione del fondamentalismo islamico che, stando a un rapporto dei missionari comboniani, sta iniziando ad affliggere i territori del nord, creando così una nuova frontiera del terrore, di cui non si avvertiva certo il bisogno. Finora, delle cinquantaquattro Nazioni che compongo il continente africano, solo Ghana e Ruanda (almeno per ora) sembrano esentate dalla massiccia corruzione e dai conflitti tribali. Solo quando l’Africa sarà liberata dai satrapi che l’affamano e dagli egoismi delle grosse economie mondiali che li supportano, si potrà sperare nella sua reale emancipazione che la sola fine del dominio coloniale, non è bastata a determinare.
By Africa Express


Strage a Konduga, Borno State, Nigeria
Strage a Konduga, Borno State, Nigeria

19 giugno 2019
NIGERIA. TRE KAMIKAZE FALCIANO ALMENO TRENTA PERSONE DURANTE UNA PARTITA DI CALCIO

 

Miliziani di ISWAP (Islamic State West Africa Province), una fazione di Boko Haram, capeggiata da Abu Musab al-Barnawi, che colpisce prevalentemente basi militari, lunedì sera hanno preso d’assalto una caserma a Gajiram, nel Borno State, Nigeria. Finora sono stati ritrovati i corpi di quindici soldati. Molti altri militari mancano ancora all'appello e le ricerche sono tutt'ora in atto.
Dopo l’attacco alla base militare, i terroristi si sono spostati al centro della città, dove hanno saccheggiato diversi negozi. I residenti, terrorizzati, si sono nascosti nelle loro case o sono fuggiti in campagna. Secondo alcuni testimoni, nessun civile è stato ucciso o ferito.
ISWAP ha attaccato tre caserme nel giro di un mese e in passato proprio quella di Gajiram è stata presa di mira già più volte dai jihadisti.

L’amore per il calcio è costato la vita ad almeno trenta persone a Konduga, nel nord-est della ex colonia britannica. Domenica sera, mentre un gruppo di giovani stava seguendo una partita alla televisione in un locale al centro della cittadina, che dista una quarantina di chilometri da Maiduguri, capoluogo del Borno State, si sono fatti saltare per aria tre kamikaze, uccidendo almeno trenta persone, i feriti sono oltre quaranta, alcuni in gravi condizioni. Finora la carneficina non è stata ancora rivendicata, ma il modus operandi è tipico dei jihadisti rimasti fedeli al leader storico di Boko Haram, Abubakar Shekau.
Secondo Usman Kachalla, direttore di SEMA (State Emergency Management Agency) Agenzia statale di pronto intervento, ha fatto notare che se i soccorsi fossero arrivati in tempo, molte persone avrebbero potuto essere salvate e ha aggiunto: “La gente muore per la mancanza di infrastrutture in grado di gestire emergenze del genere. Inoltre i mezzi di soccorso sono partiti con grave ritardo da Maiduguri perché bisognava attendere le necessarie autorizzazioni da parte del esercito per recarsi sul luogo dell’attentato”.
Anche i soccorritori corrono gravi rischi a causa dell’insicurezza che caratterizza tutta la zona; i terroristi sono ovunque, pronti a tendere imboscate anche ai mezzi di soccorso.
Un testimone ha riferito che i feriti malconci sono rimasti in strada per ore e sono così morti dissanguati. Inoltre anche negli ospedali manca tutto, a partire dai medicinali.
Konduga è stato teatro di altri attacchi jihadisti in passato. La cittadina dista pochi chilometri dalla foresta Sambisa, dove si trovano diverse basi dei terroristi. E proprio poche ora prima dell’ultima aggressione, una delle più gravi registrate negli ultimi mesi nella regione, un portavoce dell’aeronautica militare nigeriana aveva sostenuto che, grazie a diverse incursioni aeree, avrebbero liberato gran parte dell’area, costringendo i miliziani Boko Haram a ritirarsi nella foresta.
Anche cinque anni fa, il 17 giugno, durante i mondiali 2014, i jihadisti avevano fatto esplodere una bomba davanti a un bar di Damaturu, la capitale dello Stato di Yobe, dove un gruppo di giovani stavano guardando una partita di calcio alla televisione. Allora i morti furono ventuno e anche in tale occasione l’ospedale della città aveva riscontrato difficoltà nella gestione dell’emergenza.
“Il calcio è peccato, è una mania degli occidentali, bisogna combatterlo”, ha dichiarato più volte in diversi video Abubakar Shekau, leader di una fazione di Boko Haram, che tradotto da una locuzione hausa significa: “l’istruzione occidentale è proibita”.
By Africa Express


Forze di polizia keniote al confine con la Somalia
Forze di polizia keniote al confine con la Somalia

17 giugno 2019
KENYA. DIECI POLIZIOTTI UCCISI DA AL-SHABAAB

 

L’ennesimo attentato contro le forze di polizia keniote, ad opera delle milizie di al-Shabaab, si è verificato sabato scorso nel distretto di Wajir, nei pressi del confine con la Somalia.
Un ordigno esplosivo è deflagrato al passaggio di un mezzo che trasportava tredici agenti, dieci dei quali sono morti sul colpo mentre gli altri hanno riportato gravi ferite la cui prognosi non è ancora stata sciolta. L’attentato è stato immediatamente rivendicato dall'ormai tristemente noto gruppo terroristico con i soliti toni trionfalistici e ancora una volta il Kenya si trova a piangere la perdita di vite umane, conseguenti al suo intervento militare in Somalia nell'inconcludente tentativo di sconfiggere al-Shabaab.
Solo il giorno prima, nel sub-distretto di Wajir Est, un gruppo di terroristi aveva fatto irruzione nel villaggio di Konton, sequestrando tre agenti riservisti. I tredici uomini, vittime dell’attentato, erano appunto stati inviati per individuare gli esecutori del sequestro. Purtroppo la sorte ha deciso di trasformarli da cacciatori in prede, riconfermando che l’avversario, oltre che spietato e feroce, è anche straordinariamente abile e la scarsa capacità strategica mostrata dal Kenya per contrastarlo, continua a rivelarsi perdente.
Quale prezzo in vite umane il Kenya è ancora disposto a pagare per continuare nel suo fallimentare intento di sconfiggere un nemico che si mostra ogni volta superiore in termini di efficienza e di strategia? Gli attacchi al centro commerciale Westgate di Nairobi, quello successivo al complesso Dusit2, la terrificante strage compiuta al college dell’università di Garissa, dove furono barbaramente uccise centocinquanta persone – in prevalenza giovani studenti – e le molte altre incursioni che hanno prodotto vittime tra gente comune e poliziotti, dovrebbero definitivamente convincere il Kenya ad abbandonare la partita del suo intervento in Somalia, perché non ha né la capacità né i mezzi per affrontare un così feroce e preparato avversario.
By Africa Express


In Africa sono trenta milioni i bambini costretti a chiedere l’elemosina
In Africa sono trenta milioni i bambini costretti a chiedere l’elemosina

24 maggio 2019
UGANDA. MULTE E GALERA A CHI FA L'ELEMOSINA

 

I bambini mendicanti devono sparire dalle strade di Kampala. Lo ha deciso il consiglio comunale della capitale ugandese per contrastare lo sfruttamento economico e sessuale dei piccoli, un fenomeno che ha raggiunto livelli inquietanti. D’ora in poi, chiunque da soldi o cibo ai piccoli mendicanti, è passibile di una multa di undici dollari o di una pena detentiva fino a sei mesi.
Secondo i calcoli del governo, nelle vie della capitale si aggirerebbero ben oltre quindicimila minori tra i sette e diciassette anni. I più provengono dal distretto di Nakap, nella provincia di Karamoja nel nord-est dell’Uganda e sono esposti, oltre che all'insicurezza, a ogni sorta di violenza.
I bambini, troppo spesso sono vittime di tratta e di trafficanti di esseri umani, che sfruttano la loro vulnerabilità e li buttano sulle strade per chiedere elemosina e quant'altro.
In base ad un rapporto di Humanium, un’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti dei minori, il trentasei per cento dei bambini ugandesi tra i cinque e quattordici anni sono costretti a lavorare in quanto orfani o per contribuire al povero bilancio familiare.
Erias Lukwago, sindaco di Kampala, ha fatto sapere che, secondo la nuova legge saranno puniti genitori, trafficanti, agenti di bambini mendicanti. I piccoli s’infilano ovunque, dalla mattina alla sera, con il sole o sotto la pioggia, per chiedere la carità. E, quasi sempre, i giovanissimi mendicanti vengono controllati a distanza da una donna adulta che, a fine giornata si appropria dell’incasso.
By Africa Express


Il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed invia l’esercito per arginare conflitti etnici
Il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed invia l’esercito per arginare conflitti etnici

6 maggio 2019
ETIOPIA. DUECENTO MORTI NEGLI SCONTRI ETNICI

 

Nelle ultime settimane si sono verificati nuovi scontri etnici tra gli Amhara (rappresentano il ventisette per cento della popolazione, secondi solo agli Oromo, che con il trentaquattro per cento è la prima etnia del Paese) e i Gumuz. Si parla di duecento morti. Per arginare il conflitto, il governo di Addis Ababa ha inviato l’esercito per calmare gli animi nel nord-ovest dell’Etiopia, mentre le autorità di entrambe le regioni – Amhara e Benishangul Gumuz – stanno tentando una mediazione tra le parti per evitare una recrudescenza delle violenze.
Conflitti inter-etnici sono all'ordine del giorno in Etiopia, quasi sempre causati da controversie sui confini distrettuali. Anche se il Paese è unificato politicamente da secoli, la convivenza di oltre cento milioni di persone, appartenenti a oltre ottanta gruppi, non è semplice. Molti osservatori ritengono che il federalismo etiopico, strutturato su basi etniche, potrebbe essere una delle cause delle rivalità comunitarie, una visione che però non è sempre condivisa.

Il Centro di monitoraggio degli sfollati interni (IDMC), un gruppo di studio con sede a Ginevra, la situazione umanitaria è peggiorata in modo significativo nell'ultimo anno. Attualmente 8,13 milioni di persone necessitano di aiuti alimentari.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ha fatto sapere che attualmente ci sono oltre 2,35 milioni di persone hanno lasciato le loro case proprio a causa delle violenze; l’Etiopia risulta essere il paese con il maggior numero di sfollati al mondo, superando persino la Siria.

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia, al potere da poco più di un anno, durante il suo primo discorso alla nazione nell'aprile 2018, aveva richiamato l’attenzione degli etiopi sulla necessità dell’unità etnica. Un percorso ancora lungo e in salita. Il governo di Addis Ababa dovrà effettuare riforme interne, sopratutto economiche, volte a creare occupazione e maggiore stabilità alle popolazioni in conflitto.
By Africa Express


Il campo dei profughi somali di Dadaab, in territorio keniota
Il campo dei profughi somali di Dadaab, in territorio keniota

5 maggio 2019
FALLIMENTO DEL KENYA IN SOMALIA: STUPRI, FURTI,RISORSE RAPINATE

 

Un paio di successi, ma molte più sconfitte, sembra essere il bilancio della presenza militare AMISOM (African Mission in Somalia) promossa dall'Unione Africana per contrastare l’attività del gruppo terroristico Al Shabaab, che controlla tuttora una larga parte del territorio somalo. Il Kenya partecipa alla coalizione da otto anni con una forza di quattromila uomini, insieme a Uganda, Burundi, Etiopia, Gibuti, Sierra Leone, Nigeria e Ghana per un totale di circa 22 mila uomini, che contano oggi pesanti perdite, stimate in oltre duemila morti. Si tratta di un dato approssimativo, poiché tutti i governi coinvolti nell'operazione sono riluttanti a fornire informazioni più precise e diffondono spesso notizie molto distanti dalla realtà.
Questa situazione è dettagliatamente illustrata nel libro “Fighting for Peace in Somalia” recentemente edito dalla Oxford University Press, con il supporto della George Washington University’s Elliott School of International Affairs, il cui autore è il professor Paul Williams, docente presso lo stesso ateneo. Nella sua ricostruzione degli eventi, Paul Williams, dedica, particolare attenzione al Kenya, al quale riconosce due successi di rilievo: la presa di Chisimaio – importante città e porto della regione – avvenuta nel 2012 e la vittoriosa battaglia di Hoosingo, che ebbe luogo nello stesso anno, in si cui stima perirono oltre cento militanti di Al Shabaab. Tuttavia, l’impressione è che questi successi, si siano rivelati del tutto insufficienti a bilanciare la situazione, poiché il Kenya, da solo, conta perdite sul campo dichiarate in centosessanta uomini, che gli osservatori internazionali ritengono ampiamente sottostimate.

Secondo il professor Williams, la cui opera è stata acquisita dall'ONU – principale sponsor del progetto AMISOM – è inconcepibile che una forza così imponente, non riesca a esprimere una superiorità militare nei confronti dei gruppi combattenti di Al Shabaab, giungendo anche a soffrire l’umiliazione, toccata al Kenya, di vedere dodici dei propri soldati presi in ostaggio dai guerriglieri, a seguito della pesante sconfitta subita nella battaglia di El Adde nel 2016 (la peggiore sofferta dalle truppe AMISOM) ma solo un anno dopo, il Kenya, ha addirittura subito un attacco di Al Shabaab nella propria base di Kulbiyow, in territorio keniota, che ha lasciato sul campo trenta vittime.
“Lo scenario – ha commentato Paul Williams – non potrebbe essere più chiaro: dopo dieci anni di battaglie, l’AMISOM ha dimostrato di non essere in grado di sconfiggere Al Shabaab, così come Al Shabaab, non è in grado di controllare l’intero Paese, com'era nelle sue attese. Si è così creata una permanente situazione di stallo, che neppure i bombardamenti americani, riescono a risolvere”. Per un efficace controllo della Somalia, occorrerebbe quindi non limitarsi alle incursioni aeree, ma dispiegare forze di terra, cosa che americani e italiani, dopo le terrificanti esperienze dei primi anni ’90, si guardano bene dal fare. Indisciplina e carente addestramento, sarebbero, secondo Williams, alla base degli insuccessi kenioti, ma il professore accusa anche i soldati del Kenya di vere e proprie azioni criminali.
Tra queste, ci sarebbero i ricorrenti stupri a danno delle giovani profughe somale; i furti dei loro miseri beni; il costante maltrattamento dei rifugiati e anche il trafugamento del carbon fossile custodito nei depositi di Chisimaio. “Le truppe del Kenya – riferisce Williams nel suo rapporto – hanno infranto il veto delle Nazioni Unite, di esportare il carbon fossile della Somalia e si sono appropriate del 50 per cento dei proventi generati dal porto di Chisimaio. È quindi comprensibile che nove somali su dieci, guardino con astio alla presenza dei militari del Kenya nel proprio territorio”. Dal canto suo, Nairobi ha seccamente smentito queste accuse, dichiarandole del tutto infondate, benché siano state accertate da ispettori appositamente inviati dell’ONU.
Alle considerazioni del professor Williams, si uniscono quelle del giornalista britannico Tristan McConnel, secondo cui “L’ostinata tendenza del Kenya a mentire nelle conferenze stampa e nelle interviste, mostra che si è raggiunta la deprimente conclusione di considerare più attendibili i proclami dei terroristi, delle dichiarazioni del governo di Nairobi”. Un giudizio pesante, questo, che è però difficile confutare. Ma perché il Kenya, pur essendo oggetto di umiliazioni e di riprovazioni internazionali, continua a mantenere attiva la sua forza militare in Somalia, pur se contestata dalla maggior parte dei propri cittadini? Si tratta forse di non voler rinunciare ai contributi ONU o alla possibilità – come attesterebbero le accuse – di depredare la Somalia delle proprie risorse?
A tutto questo e alle perdite sul campo – per una campagna militare che si è largamente dimostrata inefficace – si devono anche aggiungere le diverse centinaia di vittime, che le incursioni terroristiche di Al Shabaab producono in territorio keniota, proprio come ritorsione al mantenimento di questa presenza, per non contare la flessione degli arrivi turistici, dovuti al timore (largamente sovrastimato) di attentati. Ne vale davvero la pena? Il professor Paul Williams ritiene di no. “Non si può pretendere di liberare il popolo somalo da Al Shabaab, imponendogli soldati stranieri che sono visti come spietati invasori. La Somalia deve raggiungere la propria libertà con una presa di coscienza che germogli e si sviluppi all'interno di se stessa”.
By Africa Express


I gorilla orfani Ndakazi e Ndeze all'interno del centro Senkwekwe nel Parco Nazionale Virunga
I gorilla orfani Ndakazi e Ndeze all'interno del centro Senkwekwe nel Parco Nazionale Virunga

26 aprile 2019
CONGO-K. GORILLA IN POSA PER UN SELFIE CON GLI UMANI

 

Ndakazi e Ndeze, due femmine di gorilla, in posa umana per un selfie con i ranger del Virunga National Park della Repubblica Democratica del Congo
Succede nel Virunga National Park, a nord-est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), al confine con l’Uganda. Ndakazi e Ndeze, due femmine di gorilla, si sono messe in posa, in piedi, per un selfie imitando gli umani che le hanno allevate.

La foto, scattata con lo smartphone dal ranger Mathieu Shamavu con un post pubblicato su Facebook, ovviamente, è diventato virale. “Queste sono circostanze eccezionali in cui è stata scattata la foto – si legge nel post -. “Non è mai permesso avvicinarsi a un gorilla in natura. Vogliamo sottolineare che questi primati si trovano in un’area protetta per gorilla orfani nella quale vivono sin dall'infanzia”.
Il post è stata l’occasione per pubblicizzare il Virunga National Park, condividere anche gli altri post per la Giornata della Terra e chiedere il supporto con una donazione. L’obiettivo è raggiungere la cifra di 50 mila dollari da destinare alla conservazione del patrimonio naturale.
Il vice direttore di Virunga, Innocent Mburanumwe, ha detto alla BBC che le madri dei gorilla della foto sono state entrambe ammazzate dai bracconieri nel luglio 2007.
Le due giovani femmine di primate, quando sono state salvate, avevano solo quattro mesi. Sono sempre vissute nell'orfanotrofio di Senkwekwe, nel Virunga Park, a contatto con gli esseri umani.
Questa continua vicinanza con i ranger le porta anche a imitare gli atteggiamenti umani. Come la maggior parte dei primati, possono stare in piedi per brevi periodi di tempo ma nella fotografia l’atteggiamento è molto umano.
I ranger che lavorano nei parchi per proteggere la fauna selvatica dai bracconieri, rischiano spesso la vita. Nel mese di aprile dello scorso anno, nel Virunga National Park, cinque guardie forestali sono state uccise in un’imboscata. Dal 1996 i ranger assassinati nel Parco dai gruppi armati sono stati più di 130.
Il Virunga National Park, è famoso per la sua popolazione di gorilla di montagna. Dal 1979 fa parte del Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Dal 1994 è nella lista del Patrimonio mondiale in pericolo a causa dei pesanti danni del conflitto dei Grandi Laghi. Quello conosciuto dalla popolazione africana come la Terza Guerra Mondiale del Congo.
By Africa Express


Strage di bestiame, causa siccità, nella contea del Turkana, in Kenya
Strage di bestiame, causa siccità, nella contea del Turkana, in Kenya

26 aprile 2019
KENYA. COLPITO DALLA PEGGIORE SICCITÀ DEGLI ULTIMI 40 ANNI

 

La stagione delle piogge è imminente, anzi, è già in notevole ritardo rispetto alle attese. Tuttavia, anche se oggi dovesse diluviare, sarebbe ormai troppo tardi per garantire un raccolto, perché il periodo previsto per la semina è già stato ampiamente superato. Dallo scorso mese di marzo, non una singola goccia d’acqua ha bagnato la terra del Kenya, provocando la più grave siccità sperimentata dal Paese fin dal lontano 1981. I campi inaridiscono e la terra si spacca sotto gli implacabili dardi del sole. L’agricoltura è al collasso, ma è anche emergenza per l’accesso all'acqua necessaria per i quotidiani usi domestici.
L’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD), per bocca del suo segretario esecutivo, Mahboub Maalim, stima che, uno tra i molti gravi effetti della mancanza d’acqua, è quello che mette a rischio, la salute di oltre 500 mila bambini sotto i cinque anni. Una previsione, questa, tra le più catastrofiche che il Paese si accinge ad affrontare, pur senza avere i mezzi necessari per poterlo fare in modo efficace. L’aridità ha anche drasticamente ridotto la disponibilità di pascoli verdi per il bestiame, costringendolo a esodi biblici per trovare zone in grado di fornire quella minima alimentazione necessaria alla sopravvivenza.

Questo massiccio spostamento delle mandrie, rischia anche di esacerbare i rapporti tra tribù limitrofe che si troveranno a contendersi ogni spicchio di terra in grado di fornire il sia pur minimo supporto alimentare al bestiame e questa contesa – com'è spesso avvenuto, anche nel più recente passato – potrà sfociare in scontri violenti e sanguinosi. Il Kenya si troverà quindi costretto a contingentare la distribuzione di tutti i derivati alimentari prodotti dal bestiame, come latte e carne, ma gli effetti della siccità, influiranno anche negativamente sul previsto sviluppo economico del Paese che, secondo Patrick Njoroge, governatore della Banca Centrale del Kenya, si ridurranno al 5,3 per cento, contro il previsto 6,3 per cento.
La flessione dell’attività agricola, oltre al mais, che rappresenta l’alimentazione popolare di base, colpirà anche i settori in cui il Kenya ha i suoi punti di forza per l’export: tè, caffè e piretro. Si tratta indubbiamente di un danno ingente, poiché l’agricoltura rappresenta un terzo dell’intera economia nazionale. Solo riferendosi alle zone più colpite dalla siccità; Turkana, Marsabit, Isiolo, Tana River e Garissa, sono già oltre un milione, le persone che necessitano di assistenza umanitaria alimentare.
L’agenzia americana per lo Sviluppo Internazionale, ha accusato il Kenya di aver messo in atto un piano di sviluppo infrastrutturale, troppo mirato al prestigio, più che alle basilari necessità del Paese, rilevando l’assurdità che anche vasti appezzamenti di terreno, limitrofi ai grandi laghi e lungo i fiumi, debbano soffrire gli effetti della siccità, quando sarebbe bastato investire una parte del grande indebitamento internazionale, per realizzare un adeguato piano d’irrigazione che consentisse il proseguimento delle attività agricole, anche in presenza di emergenze come quella attualmente in atto.
By Africa Express


Simbakubwa kutokaafrika, il grande carnivoro di cui sono stati rivenuti, in Kenya, gran parte della mandibola, frammenti del cranio e parti dello scheletro, faceva parte del gruppo estinto degli ienodonti
Simbakubwa kutokaafrika, il grande carnivoro di cui sono stati rivenuti, in Kenya, gran parte della mandibola, frammenti del cranio e parti dello scheletro, faceva parte del gruppo estinto degli ienodonti

20 aprile 2019
KENYA. RESTI DI UN ANTICO PREDATORE TROVATI IN UN CASSETTO DEL NATIONAL MUSEUM DI NAIROBI

 

Questo enorme carnivoro più grande dell'orso polare, risalente a 22 milioni di anni fa, è il più antico membro noto degli ienodonti, così chiamati per via della somiglianza dei denti con quelli delle iene.
I curatori del Kenya National Museum di Nairobi, l’avevano frettolosamente definito Simbakubwa kutokaafrika, che in lingua swahili sta per “grande leone africano” e non considerando la scoperta di particolare rilievo, ne avevano gettato i resti scheletrici, in un anonimo cassetto, in cui erano rimasti per vari decenni.
Questo possente predatore non era un grosso felino. Piuttosto, rappresenta il più antico membro noto, come già detto, di un gruppo di mammiferi estinti noti come ienodonti, così chiamati per via della somiglianza dei denti con quelli delle iene, anche se i due sono gruppi distinti. 
La scoperta, pubblicata la scorsa settimana dal Journal of Vertebrate Paleontology, è stata resa possibile dall'accurato esame dei resti scheletrici, composti da un teschio e dalle fauci mascellari che, per certe analogie con la struttura dentale delle iene, gli hanno fatto appunto attribuire il nome di hyaenodon, benché con le iene non vi siano altre analogie oltre questa.
Si tratta quindi di reperti tutt'altro che insignificanti, ma che si pongono tra quelli più importanti presenti nel museo keniota. Vissuto nell'era Mesozoica, l’hyaenodon, era il più possente predatore del tempo. Le sue dimensioni erano quelle di un odierno orso polare, con un’altezza al garrese di oltre cento centimetri; denti lunghissimi, con fauci capaci di stritolare anche le ossa più solide e un peso che poteva raggiungere i tre quintali.
I reperti ossei, che dopo la scoperta, otterranno certamente una più prestigiosa collocazione all'interno del museo, potrebbero anche consentire agli studiosi di stabilire le cause che hanno portato all'estinzione dell’hyaenodon. “Grazie alla sua potente dentatura, di gran lunga superiore a quella dell’odierno leone, – ha detto il ricercatore Matthew Borths – l’hyaenodon era il predatore carnivoro dominante dell’epoca”. Ciò che sorprende è che, per dare un nome appropriato a questo animale preistorico, ci siano voluti quasi cinquant'anni. I fossili erano stati portati alla luce tra il 1978 e il 1980 in un sito nel Kenya occidentale chiamato Meswa Bridge. ed erroneamente attribuiti a un comune leone, semplicemente “un po’ più grande della norma”.


Un dipensario medico in Kenya
Un dipensario medico in Kenya

14 aprile 2019
KENYA. LO SCANDALO DELLE 7900 CLINICHE ILLEGALI

 

Il dato, per quanto sbalorditivo, è assolutamente ufficiale poiché desunto da un comunicato della Commissione per la Sanità Pubblica del distretto di Nairobi: delle 9043 cliniche ospedaliere, esistenti nel territorio della Contea, solo 1079 possiedono la licenza e i necessari requisiti previsti dalla legge per operare. Ciò significa che ben 7964 cliniche agiscono illegalmente, senza poter garantire un’adeguata assistenza medica ai propri pazienti e mettendo quindi a rischio la loro vita.
Si tratta di strutture sanitarie che operano da anni, sotto gli occhi di tutti e in totale spregio alle normative sanitarie previste dalla legge. Come possono essere sfuggite finora al controllo delle competenti autorità distrettuali? La domanda è ovviamente retorica giacché ogni attività illecita che si svolge indisturbata in Kenya, può farlo grazie all'endemica corruzione che è più forte delle leggi e dello Stato che le ha promulgate. Qui, però, non si tratta solo di fare indebita incetta di denaro; si tratta di mettere a serio rischio la salute dei cittadini.

La pubblica assistenza sanitaria, nel Paese, è in uno stato di completo sfacelo. Riferendosi alla sola capitale, si rileva che una mega-metropoli, che conta quasi dieci milioni di abitanti, è servita da un’unica struttura pubblica: il Kenyatta General Hospital, coadiuvata da un certo numero di dispensari, in prevalenza condotti da personale paramedico, che fornisce meri servizi d’emergenza, somministrando aspirine, perché ogni altro farmaco o esami che si rivelassero necessari, restano a esclusivo carico dei pazienti. Era quindi fatale che, per sopperire a tali lacune, sorgessero ogni dove strutture sanitarie private, molte delle quali, prive dei necessari requisiti professionali per operare.

Lo scandalo delle cliniche illegali è esploso in questi giorni a seguito della morte di Caroline Mwatha, un’attivista per i diritti umani, deceduta nel febbraio scorso, presso la clinica New Njiru Community Centre nel quartiere di Dandora, dove – a seguito di una gravidanza indesiderata – era stata ricoverata per un aborto volontario. La clinica in questione è una di quelle sotto accusa per aver condotto attività sanitarie illegali. Stando agli accertamenti svolti dalla polizia, la giovane attivista sarebbe deceduta a causa dell’emorragia conseguente all'intervento abortivo che, contro ogni responsabile criterio medico, era stato eseguito quando la donna era già al quinto mese di gravidanza.
Indiziati di aver eseguito l’intervento, contro il pagamento di circa cinquanta euro, sono la levatrice Betty Akinyi Nyanya e il sedicente medico, Michael Onchiri. Il denaro necessario all'aborto sarebbe stato inviato a Caroline dal suo boy-friend, Alexander Gitau Gikonyo di Isiolo, il quale, in accordo con la vittima, non gradiva potare a compimento la gravidanza in atto. Dopo il decesso, il corpo di Caroline è stato portato in tutta fretta e in forma anonima all'obitorio di Nairobi, con il nome fittizio di Carol Mbeki, ma le investigazioni svolte hanno portato poi alla reale ricostruzione dei fatti.

L’avidità, come avvenuto in questo caso, è quasi sempre alla base di scelte illecite e pericolose. Sembra tuttavia assurdo che per la misera somma di cinquanta euro, si rischi di mettere a repentaglio una vita umana. Eppure, causa la dilagante povertà della maggior parte del popolo keniota, la scelta della struttura medica cui rivolgersi, è più spesso determinata dal prezzo, più che dalla qualità. Qualità che peraltro esiste anche tra gli ospedali privati, come l’Aga Khan Hospital e il Nairobi Hospital, ma a costi, bassi se paragonati a quelli europei, tuttavia accessibili a pochi in Kenya.

Di fronte a queste situazioni è oggettivamente difficile non domandarsi se il grande indebitamento del Kenya, per la realizzazione di avveniristiche infrastrutture, non poteva anche tener conto della salute dei propri cittadini e destinare, almeno una parte di questi investimenti, alla creazione di un adeguato sistema sanitario pubblico, che resta invece delegato alle lucrose iniziative private.
By Africa Express


Campo di Kibeho (Ruanda). Uno dei massacri compiuti contro l’etnia tutsi
Campo di Kibeho (Ruanda). Uno dei massacri compiuti contro l’etnia tutsi

7 aprile 2019
RUANDA. MACRON: “ACCERTERÒ EVENTUALI RESPOSSABILITÀ FRANCESI NEL GENOCIDIO”

 

Questa sembra essere oggi l’intenzione del presidente francese Emmanuel Macron, a proposito delle pesanti ombre che gravano sul comportamento dell’Eliseo, durante il terrificante massacro del 1994 in Ruanda. Gli Hutu massacrarono oltre ottocentomila Tutsi, in soli cento giorni. Una mattanza che, per numero di vittime e per il breve periodo in cui fu compiuta, non ha eguali nella storia. Senza contare le migliaia di persone che, pur restando in vita, subirono orrende mutilazioni e che ancora oggi offrono testimonianze viventi sulla ferocia di un mattanza che ha fatto inorridire il mondo.
Da diversi anni il governo ruandese accusa la Francia di gravi complicità nel genocidio, per aver sostenuto, con soldi, strategie e training militari, i suoi esecutori, prima, durante e dopo il suo compimento. Accuse, queste, rilanciate anche da altri Paesi, come Stati Uniti e Regno Unito oltre che da varie NGO, tra cui, la più attiva, ha proprio sede a Parigi: la "Julien Allaire of Survie" secondo cui, il coinvolgimento francese nel deprecabile evento “risulta da chiare e inequivocabili evidenze”, sempre tenute segrete dall'Eliseo.

In effetti, nel 2015, l’allora presidente, Francois Hollande, sottoposto a pressioni internazionali, dichiarò che il dossier “Ruanda” doveva rimanere secretato, in ossequio al disposto costituzionale, secondo cui, un atto archiviato da un presidente o da un ministro della repubblica, poteva diventare pubblico solo dopo venticinque anni dalla morte di chi l’aveva secretato. In questo caso, si tratterebbe quindi del presidente Francoise Mitterand, deceduto nel 1996, due anni dopo il genocidio in questione. È pertanto probabile che, pur se le indagini, promesse da Macron, saranno attuate oggi, le risultanze non potranno essere rivelate prima del 2021, posto che, a detta di molti giornalisti investigativi, la semplice apertura del dossier svelerebbe tutto il necessario, senza il bisogno di ulteriori investigazioni.
Secondo il governo ruandese e altri osservatori internazionali, la Francia, stretta alleata del governo hutu, all'epoca presieduto da Juvenal Habyarimana, fornì fin dal 1990, un significativo supporto alla leadership in carica ignorando colpevolmente i massacri che stavano avvenendo sotto i suoi occhi. Sempre secondo tali accuse, la Francia fu anche colpevole di aver offerto rifugio e protezione agli esecutori dei massacri, utilizzando allo scopo le proprie truppe inquadrate nel contingente delle Nazioni Unite che erano invece in Ruanda allo scopo di impedirli.
Accuse molto gravi, finora ripetutamente negate da Parigi, ma che hanno fatto infuriare il Ruanda, fino a decidere, nel 2006, sotto la presidenza di Paul Kagame, di rompere i rapporti diplomatici con l’Eliseo, rapporti poi ripresi nel 2009, quando il Paese africano entrò nel Commonwealth.
Un accenno di distensione, nei rapporti franco-ruandesi, si è verificato nel 2010, quando Nicolas Sarkozy, in visita di cortesia in Ruanda, ammise alcuni errori del proprio Paese, commessi durante i massacri del 1994. Tuttavia, malgrado questa vaga ammissione, nessun presidente francese, assisté mai alle annuali commemorazioni del genocidio, tenute nella capitale ruandese, Kigali. Anche all'ultima ricorrenza, che si celebra oggi 7 aprile in ricordo dell’anniversario dell’inizio del genocidio, Emmanuel Macron, benché invitato da Paul Kagame, si è detto impossibilitato a partecipare, causa “impegni precedentemente presi”. Scelta non proprio ideale, per favorire una distensione dei rapporti tra i due Paesi ormai da troppi anni avvelenati da accuse e sospetti.

Fin dall'unilaterale attacco alla Libia, promosso dal presidente Sarkozy nel 2011, che segnò la fine di Muammar Gheddafi, ma gettò anche il Paese nordafricano nel caos, la Francia continua a mettere in atto una pesante politica d’ingerenza in molti Paesi africani, per favorire – a detta degli osservatori internazionali – i propri interessi commerciali. Stando a quanto recentemente riferito da Béchir Saleh, braccio destro del colonnello libico – oggi rifugiato in Sudafrica – Sarkozy, volle punire Gheddafi perché questi non aveva onorato l’impegno di acquistare armi francesi per un valore di quattro miliardi di dollari. Questo è quanto ha dichiarato lo stesso Béchir Saleh, in un’intervista resa a "France 24" e al giornale "Jeune Afrique", aggiungendo che fu lui stesso a condurre le trattative con Sarkozy per conto del leader libico.
Non meno criticata, è l’imposizione del Franco CFA che riguarda quattordici Paesi africani e che, secondo la Francia, ha lo scopo di proteggere tali Paesi dalle fluttuazioni dei cambi, ma che, secondo altri osservatori, serve unicamente a Parigi, per rimpinguare i propri fondi e coprire con questi il debito pubblico.
Un altro sconcertante episodio, verificatosi recentemente nell'Alta Savoia, dove un ex agente dei servizi segreti francesi è stato ucciso a sangue freddo con cinque colpi di pistola, lascia intravvedere inquietanti coinvolgimenti dell’Eliseo nel tentativo di assassinio di un esule Congolese, avversario dell’attuale presidente del Congo-Brazzaville, Denis Sassou-Nguesso sostenuto da Parigi. Insomma, pare proprio che alla potente economia transalpina, non manchino cadaveri nell'armadio.
By Africa Express


Esseri umani destinati al traffico internazionale
Esseri umani destinati al traffico internazionale

2 aprile 2019
KENYA. CROCEVIA DEI TRAFFICI DI ESSERI UMANI E IL BUSINESS DELL’ESPIANTO DI ORGANI

 

Lo rivela il DCI (Directorate of Criminal Investigation) di Nairobi che alcuni giorni fa ha bloccato un veicolo che trasportava otto cittadini, eritrei tra i diciassette e i trentun anni, destinati al mercato asiatico di esseri umani. Il mezzo è stato bloccato in una remota zona del samburuland, nei pressi di Wamba, nel distretto di Isiolo. L’operazione ha portato all'arresto di tre trafficanti che gestivano l’indegno business: Alhabass Ali, Abdi Hassan, e Ibrahim Adan, mentre un quarto complice è riuscito a dileguarsi. L’azione della polizia keniota è stata resa possibile grazie ad una soffiata, conseguente a un precedente evento verificatisi a Kakamega, dove venivano liberate trentotto donne di età tra i diciannove e i quarantacinque anni.
Con questi arresti, il Kenya si riconferma come un nevralgico punto di smistamento del traffico internazionale di esseri umani che hanno come destinazione il mercato asiatico e quello di alcuni opulenti Paesi mediorientali, dove il carico scoperto a Kakamega era appunto diretto e la cui organizzatrice era una donna africana di trentatré anni (di cui non è stato rivelato il nome) che è stata arrestata nel corso dell’operazione. Il miraggio e la promessa di una vita agiata, che quasi mai si realizza nella realtà, induce uomini e donne, oggetto di questo commercio, ad affidarsi a criminali senza scrupoli che non raramente li assoggetteranno poi ad una vera e propria forma di schiavitù, esercitata attraverso ricatti e intimidazioni.

Un’altra delle raccapriccianti conseguenze di questa tratta, è che essa – soprattutto a danno degli elementi più giovani – alimenta anche il lucroso traffico di organi, destinati a vari Paesi in cui corruzione e normative carenti, ne favoriscono l’attuazione. Le povere nazioni africane, asiatiche e sud americane, rappresentano le principali fonti di questa merce umana. Gli organi più richiesti dall'illecito mercato sono il fegato e il rene, che possono essere rispettivamente venduti a 43 mila e 85 mila euro. Secondo i dati forniti dall'agenzia delle Nazioni Unite IOM (International Organization for Migration), solo nel gennaio scorso, sono stati eseguiti nel mondo, ben 91 mila trapianti illegali.
I prezzi degli organi, nel mercato nero, hanno tuttavia un’estrema flessibilità, misurata sull'urgenza e sulle condizioni economiche del compratore e si possono anche raggiungere i 200 mila euro per un rene. Naturalmente, ben poco di queste somme resterà nelle tasche del donatore, quando questi non venga addirittura ucciso per procurarsi gli organi necessari senza dover erogare alcun compenso. La battaglia contro questo traffico è certamente impari, perché si scontra con la disperata urgenza del richiedente – che vedendo a rischio la propria vita è pronto a tutto – ed è aggravata anche dal fatto che alcuni Paesi, consentono o tollerano, la vendita di organi tra privati.
Il primo a farlo è stato il piccolo e fiorente stato di Singapore, ma in quanto a fornitori, c’è anche la Cina che preleva forzatamente organi ai propri carcerati, senza il loro consenso. Fino ad ora, malgrado l’incessante opera di organismi internazionali e di vari NGO, il traffico di esseri umani e di organi destinati al trapianto, in luogo di ridursi continua vertiginosamente a crescere. L’unica soluzione sarebbe debellare la povertà che affligge una larga parte del pianeta, ma questo è un ben altro discorso con migliaia d’implicazioni, difficilmente sintetizzabili nelle poche righe di un articolo.
By Africa Express


Sfilata del “gay pride” in Kenya
Sfilata del “gay pride” in Kenya

25 marzo 2019
KENYA. RICONOSCIUTE LE ASSOCIAZIONI DI GAY, LESBICHE E TRANSESSUALI

 

Una decisione a lungo attesa dalle organizzazioni dei diritti umani, ma ancora fortemente osteggiata dalla gran parte della popolazione. Lo scorso venerdì, la Corte d’Appello di Nairobi, ha confermato la sentenza emessa in primo grado che legittimava le associazioni di gay e transessuali a essere regolarmente registrate in Kenya. La pronuncia è stata emessa con il rigetto della mozione presentata dal coordinamento centrale delle NGO nazionali, che chiedeva alla Corte di mantenere le associazioni omosessuali al di fuori della legalità.

Sentenza, questa, indubbiamente storica, pur se raggiunta con molta fatica e con il dissenso di due giudici su cinque. Daniel Musinga e Roselyn Nambuye, hanno, infatti, sostenuto che l’Alta Corte non ha giurisdizione nel merito e questa sentenza “è una scelta infernale che distrugge i valori culturali della Nazione”, ma i loro colleghi; Philip Waki, Asike Makhandia e Martha Koome, la ritengono invece in linea con il disposto costituzionale che garantisce pari dignità e pari diritti a tutti i cittadini.

Il dibattito sulla legittimità degli orientamenti sessuali in Kenya, è una questione che si protrae da molti anni e che solo recentemente ha iniziato a mostrare alcuni segnali di apertura. Il film “Rafiki”, che narrava di un amore lesbico ed era stato prodotto localmente, era stato ammesso al festival di Cannes, ma si era visto proibire la distribuzione nel Paese. Una settimana fa questa proibizione è definitivamente caduta e la sentenza che oggi autorizza l’associazionismo gay, è certamente un altro e importante passo verso l’allineamento del Kenya alle posizioni assunte in larga parte dai Paesi più progrediti.

Tuttavia, l’ostilità popolare verso gay, lesbiche e transessuali, resta molto accesa nel Paese e questa sentenza l’ha ulteriormente incattivita. Inoltre, la legislatura vigente, considera ancora i rapporti omosessuali, reati che prevedono – vecchio retaggio vittoriano – l’arresto e la detenzione. Pertanto, fino a quando il parlamento, non modificherà i disposti di legge in merito, si realizzerà il paradosso che i gay possono associarsi, ma non possono soddisfare le proprie tendenze sessuali, in ragione delle quali si sono appunto associati. Allo stato attuale, sembra però che il parlamento non sia per nulla disposto a legittimare tali atti. Per altro nel 2014 il parlamento keniota, tra le proteste delle deputate donne, ha legalizzato la poligamia.
Si è quindi raggiunta una vittoria di Pirro? Eric Gitari, co-fondatore della NGLHRC (National Gay and Lesbian Human Rights Commission), che ha presentato la petizione all'Alta Corte di Giustizia, si dice fiducioso. Del resto i grandi traguardi si raggiungono a piccoli passi, superando a uno a uno, i molti ostacoli che si frappongono al traguardo finale. “Questa decisione della Corte, non rappresenta solo una vittoria della nostra associazione – ha detto Gitari – ma una vittoria di tutti i nostri connazionali, che vede i fondamentali principi sui diritti umani prevalere sui troppi pregiudizi”.

A fornire conferma che si tratta di una vittoria – almeno per ora – parziale, sono gli stessi giudici che si sono espressi in favore della sentenza. “Si tratta di garantire i diritti umani dei Gay e delle lesbiche – hanno detto – impedendo che siano illecitamente discriminati, ma questo non legittima per nulla atti contro natura, che restano proibiti dal codice penale e come tali perseguibili ai sensi di legge”.
By Africa Express


20 marzo 2019
MONZAMBICO. MILLE MORTI PER IL CICLONE IDAI

 

Nel Mozambico centrale, per la furia del ciclone tropicale Idai, sono stati crollati ponti, strade e altre infrastrutture lasciando solo desolazione. Ora l’area colpita è a rischio colera, malattia endemica in tutta la zona
“Sembra che ci siano almeno mille morti. Il Paese sta vivendo un vero disastro umanitario di grandi proporzioni”. Sono le dichiarazioni, rilasciate a Radio Moçambique, da Filipe Nyusi, presidente del Mozambico che ha sorvolato in elicottero la città di Beira e le province di Manica, Zambezia e Sofala.


Devastazione e paura create dal micidiale impatto del ciclone Idai che tra il 14 e il 15 marzo ha colpito l’ex colonia portoghese, Malawi e Zimbabwe. Secondo la Croce Rossa il 90 per cento della città portuale di Beira, seconda per importanza del Mozambico è distrutta. Ufficialmente sono stati contati 84 morti ma è probabile che le supposizioni del Capo dello stato mozambicano siano una pesante realtà.
Per la furia dell’acqua e dei venti che hanno raggiunto i 190 km/h sono stati abbattuti ponti, strade, scuole e altre infrastrutture lasciando solo desolazione. La mancanza di energia elettrica e i danni alle vie di comunicazione e delle telecomunicazioni rendono difficili i soccorsi. Ma non è solo la città di cemento che è stata rasa al suolo.
Il peggio è successo nelle periferie cittadine con le povere abitazioni di lamiera e nei modesti villaggi con le case di fango e paglia spazzate via dalla furia del ciclone. Un gigante che aveva un raggio di 500 km.
Dopo essere passato su tre delle dieci province mozambicane Idai è arrivato fino in Zimbabwe e Malawi, ad ovest del Mozambico. La furia del ciclone si è abbattuta su un territorio di quindicimila kmq dove ha distrutto villaggi, raccolti e tutto ciò che ha incrociato nella sua strada. A peggiorare la situazione anche le esondazioni dei fiumi Buzi e Punguè.
“Sono scomparsi interi villaggi – ha dichiarato Nyusi – le comunità sono isolate e i cadaveri galleggiano sulle acque”. Secondo il World Food Programme (WFP), il programma alimentare mondiale dell’ONU, in Mozambico Idai ha colpito 1,7 milioni di persone mentre in Malawi ci sono 920 mila profughi e sono stati contati 122 decessi.
Il WFP prevede di portare aiuti alimentari a circa 500 mila persone e ha iniziato la distribuzione di 20 tonnellate di cibo. La Commissione Europea, venerdì scorso, ha annunciato lo stanziamento iniziale di 3,5 milioni di euro per gli aiuti d’emergenza.
Ospedali e posti sanitari di Beira e nelle aree colpite sono distrutti o inagibili. Don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm: “Sono stati colpiti i posti in cui i nostri volontari lavorano ogni giorno. Se non interveniamo subito rischiamo il diffondersi del colera, che già l’anno scorso ha colpito la zona ed è endemico nell'area”.

In Zimbabwe, è stato dichiarato lo stato di emergenza nel Manicaland, regione confinante con il Mozambico dove la città più colpita è Mutare. Si contano 98 morti e oltre 200 dispersi. Qui arriva il “corridoio di Beira” via di comunicazione strategica lunga 300 km e sbocco al mare dell’ex colonia britannica.

Idai, formatosi lo scorso 9 marzo a nord del Canale del Mozambico, è il quarto ciclone tropicale dell’area in due mesi. Prima di lui, nel 2008, nelle province della Zambezia e Nampula, c’era stato Jokwe, di categoria 3, che aveva causato 17 morti.
By Africa Express


Renee Bach con una bambina africana
Renee Bach con una bambina africana

28 febbraio 2019
UGANDA. MISSIONARIA AMERICANA SOSPETTATA DELLA MORTE DI CENTINAIA DI BAMBINI

 

La denuncia è partita da due mamme ugandesi, attraverso la "Women Probono Initiative", associazione che offre tutela legale a donne che subiscono abusi. Le due madri, Zubeda Gimbo e Annet Kakai, hanno visto morire i loro bambini dopo le “cure” della missionaria statunitense Renee Bach.

Renee, giovane diciannovenne piena di buone intenzioni e carità cristiana, nel 2010 ha deciso andare in Africa per salvare i bambini denutriti. Ha creato l’ONG Serving His Children (SHC), con sede in Virginia, USA. Oggi, nove anni dopo la fondazione dell’ONG, si sospetta che sia colpevole della morte di almeno un centinaio di bimbi – ma si stima che siano addirittura 600.
Giovane, bella e bionda, un viso pulito, un bel sorriso, con il camice bianco e lo stetoscopio, Renee appariva come un medico. Con il suo look dava fiducia alle mamme che avevano bimbi malati o denutriti. Un angelo bianco che avrebbe salvato la vita del loro figlio.
Secondo le testimonianze raccolte la giovane missionaria convinceva le mamme a lasciare gli ospedali ugandesi e portare i loro bimbi nel suo Centro dove venivano “curati”. Tutto questo accadeva a Masese, nel distretto di Jinjia, una cittadina sulle rive del lago Vittoria, nel sud dell’Uganda a un centinaio di km a est della capitale Kampala.

Tra i testimoni c’è un’infermiera americana, che nel 2011 lavorava per SHC. Dopo nove mesi ha deciso di licenziarsi per le “decisioni cliniche” prese da Renee la quale aveva anche asserito che “Sentiva che Dio le avrebbe detto cosa fare per un bambino”.
“Per le azioni cui ho assistito nel Centro e ciò che Renee mi ha raccontato – dice la testimone – negli Stati Uniti, sarebbe stata arrestata. Lavorava senza la guida di un medico e dava ordini al personale infermieristico”.
Senza la presenza di un medico, ai bambini venivano fatte trasfusioni di sangue, inserimento di sondini naso gastrici, iniezioni intramuscolari ed endovenose. Renee faceva prescrizioni e dosaggi di farmaci per via orale, intramuscolare e per via endovenosa.

Anche un’altra americana che ha una formazione in scienze della salute ha lavorato per SHC nel 2010. Ha visto morire una bambina sottonutrita. Renee, che non aveva alcuna conoscenza del cibo utilizzato per la riabilitazione, l’ha alimentata normalmente invece che attraverso un processo di nutrizione riabilitativa.
Quando è svenuta le ha fatto un’iniezione. Poco dopo la bambina è morta. “Il decesso – dice la testimone – è stato causato probabilmente da improvvisi cambiamenti negli elettroliti che aiutano il corpo a metabolizzare il cibo”.

Un’altra testimonianza statunitense, parla di Renee che faceva assumere ai bimbi medicine per la tubercolosi, farmaci antiretrovirali e per l’epilessia, antibiotici e altri medicinali.

La WPI accusa la missionaria e SHC anche di “aver violato i diritti umani, il diritto alla salute dei bambini, il diritto alla vita, il diritto ad essere liberi dalla discriminazione sulla base della razza e della condizione economica sociale e il diritto di dignità, trattamenti inumani e degradanti”.
La prima udienza del processo contro Renee Bach e SHC è fissata per il 12 marzo prossimo, al Tribunale di Jinjia. Intanto Renee, che dovrà difendersi da accuse pesantissime, è sparita.
Da Kampala, il collettivo “No White Saviors“, gruppo che vuole “decolonizzare le missioni e lo sviluppo”, ci ha riferito che la missionaria, alla fine di settembre scorso, è tornata negli Stati Uniti. Per adottare un bambino attraverso il sistema di adozione americano.
By Africa Express


Donne incinte in Africa
Donne incinte in Africa

23 febbraio 2019
I GRANDI MALI DELL’AFRICA: PIETISMO, CORRUZIONE E NATALITÀ SMISURATA

 

Sarà causa dello sconsiderato pietismo, sarà causa dell’ignavia occidentale verso le corrotte leadership che la dissanguano, ma sta di fatto che in Africa, il concetto di responsabilità si fa sempre più fievole, sostituito dalla convinzione che il mondo debba provvedere ai suoi bisogni. A prescindere dal fatto che questo sia o no praticabile, il vero problema è che proprio in questa attesa s’insediano i germi dell’arretratezza e dell’incapacità di auto-costruire la propria emancipazione.

Vi sono non poche voci autorevoli che mettono in guardia contro la continua opera di assistenza internazionale, che vede, per contro, la povertà africana crescere in modo inarrestabile. Tra queste, quella degli scrittori Wilbur Smith e Frederick Forsyth, che l’Africa la conoscono bene, ma anche quella dell’economista di origine zambiana, Dambisa Moyo, autrice del libro “La Carità che uccide” (di cui abbiamo già parlato nel "Preambolo") e della giovane italiana Cristine Mariam Scandroglio, originaria della Costa d’Avorio, che dirige l’area provinciale dell’UGL (Ufficio Confederale Politiche Migratorie). Il sindaco di Napoli, De Magistris, ha rifiutato di riceverla, perché, in luogo di favorire l’accoglienza indiscriminata che lui propugna, lei sostiene la necessità di coinvolgere e responsabilizzare con più fermezza i governi africani che sono oggi i principali colpevoli della permanente arretratezza dei propri Paesi.

In tema di responsabilità, non si può neppure sottacere, l’enorme tasso di crescita demografica che affligge l’Africa dove sono messi al mondo milioni di bambini, pur in assenza dei mezzi necessari per accudirli e fornire loro la necessaria scolarizzazione. Il giornalista Paolo Barnard definisce questa incontrollata proliferazione “Una macchina di disperazione e di morte di proporzioni infernali”. Nella sua disanima del fenomeno, afferma anche che “Nel suo periodo di fertilità, una donna africana mette al mondo una media di sette figli”. Questo, stando ai dati ONU, significa che “fra trent'anni, più di un miliardo di umani si aggiungeranno alla già stipata terra d’Africa”.
La soluzione che Barnard propone è un’intensificazione dei sistemi contraccettivi e un cambio di rotta della Chiesa cattolica che dovrebbe rimuovere il veto di farne uso. A sostegno di questa tesi, Barnard cita le parole del grande matematico-filosofo-umanista, Bertand Russel: “È assolutamente giusto che Africa e Asia ottengano eguaglianza nella ricchezza con l’Occidente. Ma se si vuole evitare che l’Africa e l’Asia travolgano il mondo con immense popolazioni in estrema povertà, esse dovranno però imparare a mantenere popolazioni numericamente stabili. E se non impareranno a controllare questo, allora inevitabilmente perderanno la loro rivendicazione di eguaglianza economica”.

Paolo Barnard e Bertrand Russell – pur se in epoche lontane tra loro – sostengono tesi certamente condivisibili, ma ai nostri tempi, quando il mondo evoluto ha adottato severe norme che impongono ai genitori di fornire totale assistenza alle proprie progenie, appare assurdo che proprio l’Africa, che subisce i maggiori effetti della sovrappopolazione, non decida di fare altrettanto.

Oltre ai contraccettivi sarebbe necessario introdurre leggi rigorose che responsabilizzino i padri. Le ragazze madri, in Africa, sono un vero esercito e spesso lo stuolo di figli che mettono al mondo, sono di padri diversi, se non spesso sconosciuti alle stesse gestanti. Oggi c’è il test del DNA, basta usarlo per individuare i maschietti che si dileguano non appena la donna, che si e loro concessa, resta incinta. È facile trovarli, basta volerlo fare per imporgli di provvedere a quei figli che hanno contribuito a mettere al mondo o, in caso contrario, si mandino in galera affinché la smettano di mettere incinte ragazze spesso ignoranti e irresponsabili. Una donna può mettere al mondo un figlio l’anno, ma un uomo può diventare padre anche una volta al giorno.

La prova che la natalità in Africa è esplosa a seguito del contatto con la civiltà europea, è rivelata nei rapporti delle autorità coloniali britanniche. In Kenya, secondo tali rapporti, una donna, nell'intero periodo di fertilità, dava alla luce una media di sette figli. Il dieci per cento di questi, erano subito dati in pasto alle iene, perché nascevano con parto podalico o presentavano malformazioni o segni ritenuti di cattivo auspicio; un altro dieci per cento, moriva prima di raggiungere i cinque anni per malattie e infezioni; un altro dieci per cento, ancora, restava vittima degli animali feroci e infine, circa il venti per cento, era ucciso nei conflitti fra tribù rivali, già nell'età dell’adolescenza. Si tratta di dati approssimativi, ma abbastanza attendibili.

Le uccisioni alla nascita, previste dalle ferree tradizioni tribali, portarono a una massiccia esecuzione delle nutrici, alle quali le leggi britanniche, imputavano il reato d’omicidio e nel tempo, questa pratica, fu gradualmente abbandonata, ma per quanto il sostenerlo possa apparire cinico, la situazione, presente in Africa prima dell’occupazione coloniale, unita alla molto bassa aspettativa di vita, faceva si che la popolazione del Paese si mantenesse a un livello pressoché uguale: tanti ne nascevano, tanti ne morivano. Oggi, non è certamente proponibile il ripristino di quelle abitudini primitive e crudeli, ma il muoversi verso la civiltà e l’emancipazione, significa anche attribuire a ciascun membro della comunità cui appartiene, le responsabilità che gli competono, nel rispetto dei doveri e dei diritti di tutti i suoi membri.
By Africa Express


Pangolino gigante
Pangolino gigante

23 febbraio 2019
UGANDA. CACCIA A 18 VIETNAMITI PER CONTRABBANDO DI AVORIO E SCAGLIE DI PANGOLINO

 

La polizia ugandese sta dando la caccia a diciotto vietnamiti implicati nel contrabbando di avorio e scaglie di pangolino verso l’Asia. Le loro fotografie sono state pubblicate sul quotidiano "New Vision" due settimane fa.

Altri due cittadini del Paese asiatico sono già stati arrestati alla fine di gennaio: sono sospettati di aver importato dal Sud Sudan in Uganda tre container imbottiti di merce illegale. Gli agenti di Ugandan Revenue Authority, hanno monitorato il carico, che era stato portato in un magazzino a Kampala, la capitale dell’Uganda.
Fatta irruzione nell'hangar, gli uomini dell’URA hanno aperto i container e trovato settecentocinquanta pezzi di avorio e migliaia di scaglie di pangolino, nascosti in mezzo a tronchi di albero. Si suppone che il carico provenga da animali della Repubblica Democratica del Congo.
“È risaputo che l’Uganda è il maggior punto di transito del traffico illecito di specie selvatiche e con questo maxi sequestro ne abbiamo avuto un’ulteriore prova”, ha spiegato il ricercatore belga Kristof Titeca.

I pangolini sono attualmente i mammiferi più venduti nel mondo; vengono cacciati per la carne e per farne prodotti della medicina tradizionale in Africa, e recentemente è stato scoperto un crescente commercio vietato di pangolini africani in alcuni Paesi dell’Asia.
Il loro prezzo è aumentato del centocinquanta per cento negli ultimi trent'anni e il team di ricerca internazionale dell’università di Sussex e di Wildlife Conservation Society (Wcs) ha denunciato nel 2017 che tra 0.4 e 2.7 milioni di pangolini vengono catturati annualmente nelle foreste di Camerun, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Gabon, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo.
Il pangolino è un animale difficile da vedere, figuriamoci da monitorare. Sono mammiferi notturni e di notte stanno sottoterra o in cima agli alberi, non emettono suoni di richiamo. I loro nidi sono piccoli e non lasciano tracce facilmente riconoscibili. Dunque è difficile sapere quanti esemplari ne esistano ancora nell'Africa centrale, ha fatto sapere Daniel Ingram, dell’università di Sussex.
Hanno il corpo ricoperto da squame cornee, costituite da cheratina, che si sovrappongono l’una all'altra, formando una sorta di “corazza a piastre”. Solo il ventre, la parte interna delle zampe, il muso e le parti laterali del capo sono scoperti. La corazza è costruita in modo da permettere all'animale di appallottolarsi se spaventato.

Malgrado sia vietato il traffico di avorio, i bracconieri sono ancora molto attivi in tutto il continente africano. La Cina è il Paese maggiormente interessato alle zanne d’elefante. E, secondo il World Wide Fund for Nature, attualmente ci sono poco più di quattrocentoquindici mila pachidermi in Africa.
Le pene riservate ai bracconieri e ai trafficanti sono diventate molto severe in quasi tutti gli Stati africani. Ricordiamo qui che Yang Fenglan, una signora cinese soprannominata “regina dell’avorio”, rea del contrabbando di settecento zanne di elefante, è stata condannata a quindici anni di carcere da un tribunale della Tanzania.
By Africa Express


Anas Aremeyaw Anas con una delle sue maschere
Anas Aremeyaw Anas con una delle sue maschere

21 febbraio 2019
GHANA. IL GIORNALISTA SOTTO COPERTURA CONTRO I CORROTTI AFRICANI

 

Anas Aremeyaw Anas è un giornalista investigativo ghaneano pluripremiato. Lavora sempre sotto copertura e rischia la vita tutti i giorni. Si presenta in pubblico con una semplice maschera africana composta da fili di perline di vetro che gli coprono il viso. In Ghana, e un tutta l’Africa sub-sahariana, filma la corruzione e la rende pubblica.

Il suo motto è “Name, Shame, Jail” (nome, vergogna, galera) perché così si muove Anas Aremeyaw Anas: cercare il nome dei criminali e dei corrotti, svergognarli con prove filmate e mandarli in galera.

Nato negli anni Settanta, Anas rischia la vita ogni giorno. Nessuno ha mai visto il suo volto ma molti – tra i criminali e corrotti di tutta l’Africa sub-sahariana – vorrebbero sapere chi è. Per farlo fuori.

È un giornalista investigativo che lavora sempre sotto copertura. Partecipa anche a conferenze e convegni e viene invitato per essere premiato per il suo lavoro. Si presenta in pubblico con una semplice maschera africana composta da fili di perline di vetro che gli coprono il viso ma gli permettono di vedere il pubblico.
Di premi ne ha vinti tanti. Dal 2004 ad oggi il suo lavoro è stato riconosciuto in tutto il mondo, dal Sudafrica alla Svizzera, dal Canada alla Francia, dagli Stati Uniti al Regno Unito e al Libano. E in Ghana. Una cinquantina di riconoscimenti e premiazioni, ultima delle quali in India nel 2018.

Le sue indagini sotto copertura sono principalmente sulle questioni relative all'abuso dei diritti umani, in particolare l’abuso sui minori, e alla corruzione. Attraverso la Tiger Eye PI, di cui è a.d., il giornalista realizza documentari di denuncia che fanno il giro del mondo.
Anas lavora in team, con una squadra di professionisti efficienti e con alte tecnologie. Tra le sue indagini la tratta di ragazze dall'Asia al Ghana per la prostituzione, gli albini che in Tanzania vengono adescati e venduti, mutilati o ammazzati per rituali di stregoneria. Oltre quaranta lavori alcuni dei quali in collaborazione con BBC e al Jazeera.
Uno dei suoi lavori sotto copertura che hanno creato il panico tra le istituzioni ghaneane, è stato l’indagine sulla corruzione nella magistratura. Definito il più grande scandalo che abbia colpito il Paese africano, il documentario “Ghana in the Eyes of God” mostra riprese video dove una trentina di magistrati corrotti prendono mazzette in cambio di assoluzioni. E per questo è stato citato in giudizio.
Ma lo scorso 16 gennaio, Ahmed Hussein-Suale, giornalista investigativo del team di Anas, è stato assassinato a colpi di pistola nella sua auto. Aveva indagato sotto copertura sulla corruzione del mondo del calcio ghaneano mostrata nel documentario-film “Number 12”.

In Ghana, e in molti Paesi del grande continente africano, Anas è considerato un eroe ed è diventato un mito. Gli automobilisti della capitale, Accra, attaccano alle loro auto gli adesivi con la massima del giornalista che suona come un avvertimento “Anas is watching. Do the right thing” (Anas ti guarda. Fai la cosa giusta) mentre sui muri si possono vedere graffiti e scritte che inneggiano al loro eroe. Quello che manda i corrotti in prigione.
By Africa Express


Epidemia di morbillo in Madagascar
Epidemia di morbillo in Madagascar

16 febbraio 2019
MADAGASCAR. EPIDEMIA DI MORBILLO

 

Almeno novecentoventidue persone, per lo più bambini e giovani adulti, sono morti dallo scorso ottobre in Madagascar a causa di una terribile epidemia di morbillo.
Il numero delle vittime si riferisce a quelli ufficialmente registrati, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è convinta che questi dati non corrispondono alla realtà: i decessi a causa del morbillo sono sicuramente molti di più, come pure i casi infetti, che, ufficialmente risultano essere sessantaseimila.

Il morbillo è una malattia esantematica altamente contagiosa, che, in alcuni casi può portare alla morte o causare perdita della vista, dell’udito, o/e danni cerebrali permanenti.
Lo Stato insulare è tra i più poveri di tutta l’Africa con un alto tasso di malnutrizione infantile, che, ovviamente, rende i bambini che ne sono affetti molto più vulnerabili.

Lo scorso anno il cinquantotto per cento dei residenti è stato vaccinato contro il morbillo, ma allora il programma prevedeva una sola dose. In risposta all'ultima epidemia sono state sottoposte all'immunizzazione 2,2 milioni di abitanti su una popolazione di 25,7 milioni. Le autorità malgasce hanno pianificato un programma di vaccinazioni standard di due dosi entro la fine dell’anno, cioè dovrebbe comprendere anche un richiamo perché l’immunizzazione sia davvero efficacie.
By Africa Express


Una delle numerose fosse comuni che vengono tutt'ora alla luce nel Somaliland
Una delle numerose fosse comuni che vengono tutt'ora alla luce nel Somaliland

10 febbraio 2019
SOMALILAND. I MASSACRI DELL’EX DITTATORE SIAD BARRE

 

L'ex presidente e dittatore della Somalia dal 1969 al 1991 Mohammed Siad Barre giunse al potere con un colpo di stato deponendo il presidente ad interim, Mukhtar Mohamed Hussein e attuando – almeno inizialmente – un sistema che, pur se autoritario, attuò alcune importanti iniziative a favore della popolazione: venne resa gratuita l’assistenza sanitaria, l’educazione scolare e fu decretata l’uguaglianza di tutti i cittadini. Fino agli inizi degli anni ’70 queste scelte valsero a Siad Barre un esteso consenso popolare che non coinvolgeva però il territorio a nord del Paese: il Somaliland, che fin dal 1962 reclamava a gran voce la propria indipendenza da Mogadiscio.

Questo dissenso apparve intollerabile a Siad Barre che istituì una feroce polizia segreta e si affidò alla delazione, alla tortura e all'eliminazione fisica, per stroncare con la forza ogni tentativo di ribellione nei confronti della sua leadership.
Dal 1983 al 1987 il governo italiano, retto dal socialista Bettino Craxi, diede un costante supporto al dittatore somalo, che prestava servizio nell'Arma dei Carabinieri con il grado di sottotenente, a tenere il proprio Paese in una morsa di terrore.

Quest’anno, come ricorda un articolo pubblicato sul periodico Internazionale del dicembre scorso, si compie il 30° anniversario di uno dei più efferati massacri attuati dal regime di Siad Barre contro i secessionisti dell’etnia Isaak, del Somaliland. L’eccidio è ricordato come l’Olocausto di Hargheisa, che è l’attuale capitale del Somaliland, uno Stato di fatto indipendente ma la cui indipendenza non è riconosciuto dalla comunità internazionale.


Le forze di repressione somale, massacrarono decine di migliaia di persone e la città di Hargheisa fu quasi completamente distrutta. Si stima che, tutt'oggi, nella periferia di Hargheisa, vi siano oltre duecento fosse comuni, tali da far meritare alla zona, il nome di “Valle della morte”. Ogni tanto, a seguito di piogge particolarmente insistenti, ne viene alla luce una, rivelando scenari raccapriccianti. Stando all'articolo dell’Internazionale, si presume che in soli due anni – tra il 1987 e il 1989 – gli sgherri di Siad Barre, abbiano ucciso più di duecentomila persone, pur continuando a ricevere supporto e finanziamenti da vari Paesi occidentali (tra cui l'Italia) e, soprattutto dagli Stati Uniti d’America governati da Ronald Reagan e poi da George Bush senior.

Nel gennaio 1991 una rivolta costrinse Mohammed Siad Barre alla fuga. Il dittatore si rifugiò in Nigeria dove, quattro anni dopo morì a Lagos all'età di settantacinque anni. pochi giorni dopo aver lasciato per sempre Mogadiscio, il vecchio leader pronunciò una frase davvero profetica: “Dopo di me, la Somalia non sarà mai più governabile”. Infatti, quel gennaio 1991 segnò l’inizio della guerra civile e dall'ora la sventurata ex colonia italiana, ha conosciuto solo distruzioni, eccidi ed estrema povertà, favorendo l’emergere dei terroristi di Al Shabaab e instaurando nel Paese un sistema di assoluta e sanguinaria anarchia.


Stregone africano compie un rito propiziatorio
Stregone africano compie un rito propiziatorio

31 gennaio 2019
TANZANIA. CORPI DI DIECI BAMBINI MUTILATI PER RITI DI STREGONERIA

 

Da dicembre erano scomparsi dalle loro abitazioni nel distretto di Njombe, zona sud occidentale della Tanzania, e la scorsa settimana c’è stato il macabro ritrovamento dei loro corpi orrendamente mutilati e privati perfino degli archi dentali.
Si tratta di bimbi di età compresa tra i sette e i dieci anni ed è inimmaginabile che un essere umano adulto, trovi dentro di sé la brutale spietatezza per pianificare e compiere simili atrocità.

La Tanzania non è nuova a queste raccapriccianti esecuzioni, frutto di una profonda ignoranza, totalmente dominata da ataviche superstizioni. Uno dei loro target preferenziali sono gli albini, che tutt'oggi vengono uccisi e smembrati perché si ritiene che le loro ossa e alcuni loro organi, se usati nel corso di un rito tradizionale, sviluppino un alto potere propiziatorio. Fortunatamente c’è un’isola nel lago Vittoria che oggi li accoglie, sottraendoli al rischio che li fa vivere nell'angoscia.

In queste mostruose pratiche – del tutto anacronistiche nella società planetaria del terzo millennio – la Tanzania non è sola ma eguagliata da un po’ tutti i Paesi africani, in particolare da quelli confinanti, come Kenya e Mozambico. Benché ciascuno di questi Paesi segua proprie “culture” nell'espletamento dei riti di stregoneria, gli effetti e le azioni che ne sono il frutto, restano caratterizzati dalla stessa e disumana ferocia. Mentre in alcune parti del Kenya sopravvivono i sacrifici umani per propiziare un buon raccolto, in Mozambico si da la caccia agli uomini calvi i cui organi sono ritenuti potenti amuleti.

A seguito di quest’ultimo ritrovamento, ancora più atroce perché riguarda innocenti bambini, il vice ministro tanzaniano della sanità, Faustine Nduguille, ha dichiarato: “I nostri sforzi sono ora rivolti a identificare gli esecutori di questo crimine e a promuovere una vasta sensibilizzazione popolare, affinché queste ripugnanti e inutili credenze, siano definitivamente abbandonate”. Un intento, questo, indubbiamente lodevole, ma dalle scarse probabilità di essere realizzato.
È la stessa classe dirigente dei Paesi menzionati, che si affida ai witch doctor (stregoni) per conseguire successi politici e vincere il confronto con gli avversari. E non si tratta solo di figure minori. A queste ritualità ricorrono anche titolari di preminenti leadership. Per averne conferma, basta guardare a quanto accaduto durante l’ultima campagna elettorale che si è svolta in Kenya o ricordare come i defunti leader della Repubblica Centrafricana e dell’Uganda, Bokassa e Idi Amin Dada, secondo alcuni racconti, si cibassero del cuore dei nemici uccisi, nella convinzione di potersi impossessare della loro forza.

L’Africa intera è dominata da queste rovinose credenze che sono uno dei principali ostacoli a una sua emancipazione e ciò nonostante, i suoi governi restano riluttanti a prendere adeguate misure che mettano definitivamente al bando tutti gli imbroglioni e sedicenti santoni, negromanti e guaritori, che prosperano sull'ingenuità popolare, sempre più asservita alle loro sanguinarie prescrizioni.
By Africa Express

Vedi anche: Stregoneria in Kenya - Cannibalismo in Kenya


Ufficiali di polizia sulla scena dell'esplosione avvenuta a Nairobi il 26 gennaio 2019 davanti al Smothers Restaurant lungo Tom Mboya street
Ufficiali di polizia sulla scena dell'esplosione avvenuta a Nairobi il 26 gennaio 2019 davanti al Smothers Restaurant lungo Tom Mboya street

27 gennaio 2019
KENYA. ANCORA UNA BOMBA ESPLODE NEL CENTRO DI NAIROBI

 

Notizie contrastanti si sono avvicendate a partire dalla scorsa notte sull'esplosione verificatasi nella centralissima Tom Mboia street, nei pressi del Cinema Odeon a Nairobi. L’ultima versione fornita dalla polizia, riferisce che un uomo dai tratti somali ha reclutato Joseph Okinyi che stazionava davanti a un ristorante fornendo ai passanti, servizi di trasporto con un carrello a mano. L’uomo consegnava a Okinyi un pacco di cartone affinché lo trasportasse dalla Latema road al Cinema Odeon. Appena consegnato il pacco, il cliente, chiedeva al trasportatore di attenderlo un attimo mentre lui andava a recuperare il proprio documento d’identità che aveva dimenticato nel ristorante e, si era appena allontanato, quando il pacco esplodeva ferendo Okinyi e un vicino venditore di giornali.
L’esplosione, già rivendicata da Al Shabaab, è avvenuta in un’area cittadina densamente popolata, dove vi sono fermate di autobus e molte bancarelle locali. Fortunatamente l’esplosivo non era evidentemente stato preparato da mani esperte e la sua potenza si è rivelata limitata, quindi un ordigno improvvisato (IED è l'acronimo in inglese). Diversamente avrebbe potuto provocare molte più vittime.
Solo il giorno prima, l’ambasciata americana di Nairobi aveva messo in guardia le autorità del Kenya sulla possibilità di attentati. Dopo questo ultimo episodio, a matrice terroristica, la tensione in città e in tutto il Paese è salita alle stelle, essendo recentissimo l’attacco all'Hotel Dusit di Westland del 15-16 gennaio 2019, rivendicato da Al-Shabaab, che ha causato la morte di un ancora controverso numero di persone, tra cui i presunti terroristi che ne sono stati gli esecutori.


La volontaria ventitreenne Silvia Romano, fotografata sulla spiaggia di Likoni, rapita due mesi fa nel villaggio di Chakama
La volontaria ventitreenne Silvia Romano, fotografata sulla spiaggia di Likoni, rapita due mesi fa nel villaggio di Chakama

25 gennaio 2019
KENYA. SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO BOCCHE CUCITE MENTRE LE RICERCHE ANNASPANO

Clicca qui per tutti i precedenti articoli sul rapimento

 

La famiglia e la Farnesina preferiscono il silenzio.
Sono passati più di due mesi dal rapimento della "cooperante" milanese Silvia Romano e le trionfalistiche dichiarazioni della polizia keniota, rilasciate all'indomani dell’evento, si sono rivelate per quello che erano: grossolane e avventate boutade, non supportate da alcun rilievo oggettivo. Oggi, l’incresciosa vicenda di cui Silvia è rimasta vittima, resta avvolta in un plumbeo e angoscioso mistero. I massicci arresti effettuati, che pareva comprendessero anche uno dei presunti rapitori, hanno prodotto un macroscopico nulla. Tacciono i media, tace la Farnesina e tacciono o sproloquiano le autorità locali. Un silenzio inquietante pieno di interrogativi.
Il silenzio è una strategia. Spesso giusta, come è stato per molti ostaggi salvati dai negoziati riservati e dai riscatti mai confessati. Talvolta inutile, anzi controproducente, come fu per il povero Giovanni Lo Porto e come stanno dimostrando i desaparecidos ormai persi nella memoria: il bresciano Sergio Zanotti, rapito fra Siria e Turchia nell'aprile 2016; il missionario cremonese Luigi Maccalli, preso in Niger lo scorso 18 settembre; padre Paolo Dall’Oglio, sequestrato a Raqqa cinque anni e mezzo fa.
Di questi italiani si torna a parlare solo quando ne rapiscono altri, ma a tutti i familiari viene chiesto dal governo italiano sempre, immancabilmente, di tacere.
Per Silvia Romano, al silenzio italiano s’è contrapposto in queste settimane la loquela keniota, incontenibile, spesso fuori luogo. Dietro ogni svolta annunciata, c’è stato regolarmente uno schianto contro il muro del nulla: capi della polizia prodighi d’annunci («siamo vicini!»), di rassicurazioni («è viva!»), d’indicazioni («è ancora in Kenya!»), il tutto senza mai un elemento di prova che andasse oltre il proclama. Investigatori ora rimossi, ora richiamati. Dichiarazioni che non dicevano molto e qualche agente che consigliava, addirittura, di ricorrere agli stregoni e alla magia nera. Dispiego di droni che nessuno ha mai visto, di elicotteri che decollavano solo per trasportare le autorità locali. Decine d’arrestati, rilasciati in poche ore.
L’ultima speranza d’una «svolta» viene dalle parole del procuratore di Nairobi, Noordin Haji, che a una delegazione italiana d’avvocati s’è in realtà limitato a manifestare l’intenzione di «procedere in maniera più decisa» nelle ricerche. Stiamo a vedere. Per adesso, è emerso solo il pasticcio delle indagini. Con cinquanta giorni di ritardo, le autorità si vantano d’avere messo il coprifuoco in un’area di 40 mila km quadrati com'è la valle del fiume Tana, abitata qua e là solo da contadini e pastori, dominata da grandi clan familiari che diffidano della polizia, non collaborano e non si sognerebbero mai di rompere l’omertà. Gli investigatori sono sicuri che la banda con l’ostaggio non sia emigrata in Somalia. Ci sono 700 km di confine e solo quattro punti di controllo, andare di là è la cosa più semplice. E infine, ricordate i tre ricercati, «gli autori materiali del sequestro a Chakama», sui quali il governo africano aveva messo una taglia di quasi 25 mila euro? Il figlio d’uno di loro, Yusuf Kuno Adan, dice che in realtà suo padre è morto sei mesi fa e ha mostrato in tv il certificato del decesso. Non è detto che sia autentico, perché nei municipi kenioti è facile pagare pochi scellini per avere questi documenti, ma la notizia non è stata mai smentita.
Ma allora in Kenya su che cosa indagano, se stanno indagando? E su che cosa si tratta, se si sta trattando?

Intanto, lo scorso giovedì, la polizia del Kenya ha tratto in arresto, il ventiquattrenne milanese Gian Marco Duina, anche lui "cooperante", trovato, insieme all'amica Jessica Todaro, mentre girovagava a Ngao, un villaggio del Tana River, considerata zona ad alto rischio e soggetta a coprifuoco. I due giovani erano in possesso di semplici visti turistici che non consentivano loro di prestare altre attività all'infuori di quella prettamente vacanziera. I due sono stati rilasciati il giorno successivo e ci si augura faranno tesoro di questa sgradevole esperienza.

Il mese scorso, nel pericoloso Burkina Faso, sono scomparsi il padovano Luca Tacchetto e la sua amica canadese Edtith Blais di 30 e 34 anni. Anche loro operavano per conto di una Onlus attiva in Togo, Paese che i due giovani intendevano raggiungere con la proprio auto che, partita da Padova, aveva attraversato Francia, Spagna, Marocco, Mauritania e Mali per raggiungere il Burkina Faso, da cui, dopo una breve sosta, sarebbero ripartiti per la destinazione finale.

Impossibile non rilevare un certa disinvoltura nell'affrontare esperienze di volontariato in Paesi poveri, politicamente instabili e soggetti a continui scontri tribali. Sono oltre trenta gli italiani persone rapite negli ultimi dieci anni mentre si trovavano all'estero. In maggioranza si è trattato di "volontari e cooperanti" di organizzazioni umanitarie, che, pur se animati da lodevoli intenzioni, mostrano una scarsa conoscenza delle problematiche e dei rischi che si accingono ad affrontare.
Per quanto riguarda il Kenya, chiunque venga come "volontario o cooperante", deve essere segnalato alle autorità locali e ottenere l’ufficiale riconoscimento di tale status. Quanto accaduto a Silvia Romano, Gian Marco Luina e Jessica Todaro, legittima dunque, l’insorgere di qualche dubbio sulla superficialità con cui varie ONG, gestiscono l’invio di "volontari e cooperanti" in Kenya, visto che questi sembrano trovarsi allo sbaraglio senza riferimenti né assistenza logistica. C’è il sospetto che Silvia sia entrata in Kenya con visto turistico, cosa che non avrà fatto molto piacere alle autorità keniote.

Va detto inoltre, che la ONG Africa Milele, di cui fa parte Silvia Romano collaborava con la signora Tiziana, contitolare del bar-ristorante Karen Blixen di Malindi, che in realtà si chiama Mariangela Beltrame, la quale, insieme al suo convivente e contitolare, Roberto Ciavolella, è oggetto di un procedimento giudiziario presso il tribunale di Latina, per frodi ammontanti a oltre tre milioni di euro, che loro, in qualità di promoter finanziari, avrebbero sottratto a ignari investitori.
In effetti, le investigazioni degli inquirenti nei confronti di Mariangela Beltrame e Roberto Ciavolella, sono iniziate nel 2013 a seguito delle denunce sporte da alcune delle loro vittime, ma poiché i due erano già riparati in Africa, non è stato finora possibile notificare il procedimento a loro carico, peraltro già rinviato più volte e la cui prossima udienza è stata fissata ad aprile di quest’anno. Se quest’ultima notifica non potrà essere effettuata in tempo utile, le imputazioni rivolte ai due indiziati, andranno fatalmente in prescrizione ed è a dir poco curioso che l’Italia, tramite la sua rete consolare, riesca a notificare in Kenya una multa per divieto di sosta e non sia capace, invece, a fare altrettanto per un ben più grave reato di frode, visto che a Nairobi c’è un ambasciatore, Alberto Pieri, così come anche a Malindi c’è un console onorario, Ivan Del Prete, che sanno benissimo dove i due indiziati vivono e lavorano. (Vedi anche: Il console onorario di Malindi mi ha derubato!)
Fino alla sentenza di terzo grado, non si può parlare di colpevolezza, ma la presidente di Africa Milele, Lilian Sora, nel frattempo ha voluto fornire una versione per creduloni: “Sì, avevo sentito delle voci sui gestori del Karen Blixen e la stessa Tiziana mi aveva genericamente parlato di cause legali in corso, ma solo recentemente ho appreso dai media dell’esistenza di procedimenti giudiziari a loro carico in Italia”.
Contrariamente a quanto dichiarano alcune testate giornalistiche, basta mettere piede a Malindi per comprendere che l’humus in cui vive la comunità italiana non è poi “così variegato e complesso che anche chi vi abita da diversi decenni, stenta a sviscerarne tutti i risvolti” . (Vedi: Latitanza nella Ibiza del Kenya - Malindi di Male in peggio!)

Ma sull'incresciosa vicenda di Silvia Romano, c’è la testimonianza di Davide Ciarrapica che a Likoni, a sud-ovest dell'isola di Mombasa, gestisce l’Onlus “Orphan Dream” dove, lo scorso agosto la volontaria milanese aveva fatto la sua prima esperienza in terra d’Africa: “Era un po’ riluttante a seguire le regole, voleva uscire la sera mentre noi chiediamo di non rientrare dopo le dieci perché anche Likoni è una zona molto pericolosa, soprattutto di notte. Ovviamente chi voleva uscire, ne aveva diritto, ma lo faceva a proprio rischio. A Chakama, dove era stata gli ultimi venti giorni, diceva di aver trovato degli amici ed è per questo che ci è voluta tornare, nel suo secondo viaggio, malgrado l’avessimo fortemente sconsigliata, ma lei ha risposto che a Chakama si sentiva libera, poteva uscire con i locali e alzarsi al mattino quando voleva. La mia idea, ma è del tutto personale, è che ad organizzare il rapimento sia stato qualcuno che le era molto vicino, perché sono andati a colpo troppo sicuro. Mi dispiace tantissimo per Silvia e spero che possa essere presto liberata”.
Silvia è una ragazza di ventitré anni, con i desideri e gli entusiasmi della sua età e vuole vivere in pieno la propria giovinezza. Forse a Chakama aveva trovato un “ganzo”, ma non si può sostenere che l’esuberanza giovanile le abbia fatto meritare l’atrocità di cui è stata vittima. Neppure si deve però cadere nell'insulsa retorica della sua santificazione. Silvia è una ragazza normale, né santa, né colpevole.
Purtroppo il nome di Silvia è destinato pian piano a scivolar via, a perdersi nel vento, e la dimenticheremo, povera ragazza.


L’ingresso del complesso alberghiero attaccato dai terroristi islamici Al Shabaab
L’ingresso del complesso alberghiero attaccato dai terroristi islamici Al Shabaab

15-16 gennaio 2019
KENYA. ATTACCO JIHADISTA ALL’HOTEL DUSIT DI NAIROBI. SAREBBERO ALMENO 21 I MORTI

 

Un gruppo di terroristi islamici Al Shabaab hanno colpito senza alcuna pietà a Nairobi nel primo pomeriggio. Un kamikaze a bordo di un autobomba si è fatto saltare in un complesso edilizio, che ospita uno dei ristoranti più alla moda di Nairobi, il tailandese Secret Garden, e il lussuoso albergo Dusit, nel quartiere di Westland.

Il bilancio di morti e feriti non è chiaro perché i terroristi sono ancora asserragliati nel palazzo che hanno occupato, circondato dalle truppe speciali, e sembra che abbiano nelle mani alcuni ostaggi. Continuano poi a sparare nel cortile dalla terrazza da cui si domina tutto il complesso. In due ospedali di Nairobi, l’MP Shah e l’Aga Khan, sono arrivate parecchie ambulanze. Secondo le fonti ospedaliere molti feriti sarebbero in condizioni gravi o irreversibili, e questo potrebbe far salire il numero delle vittime. Secondo i rapporti della polizia le vittime sarebbero 15 (poi elevate a 21), ma gli islamici di Al Shabaab con base in Somalia che hanno rivendicato l’attacco, sostengono di aver ucciso 47 persone. Riscontri attendibili parlano invece di almeno 60 morti. Probabilmente dati certi su questa tragedia, non si otterranno mai.
Una grande esplosione e numerose raffiche di armi da fuoco sono state udite nel complesso composto anche da alcuni uffici che ospitano compagnie internazionali. La deflagrazione, "così forte da scuotere gli edifici", affermano i testimoni, è stata avvertita perfino nella redazione dell’agenzia France Presse, a oltre 5 km di distanza.
Qualcuno degli scampati alla tragedia, dopo essersi messo in salvo, ha raccontato di aver visto uccidere a sangue freddo, e senza alcuna misericordia, persone che imploravano pietà.
Da come è stata perpetrata l’operazione terroristica, l’obbiettivo del gruppo legato ad Al Qaeda era di fare quante più vittime possibili.

Un attentatore è stato arrestato ma i complici sono ancora barricati con vari ostaggi all'ultimo dei sette piani dell’albergo di lusso, dove le teste di cuoio governative stanno conducendo un blitz con le forze di sicurezza americane e britanniche, evacuando man mano i superstiti.
Secondo quanto ricostruito, un kamikaze si è fatto saltare in aria all'entrata facendo da ariete agli altri terroristi, che hanno sparato ai vigilantes e lanciato granate contro alcune auto in sosta all'ingresso, incendiandole. Il commando sarebbe formato in tutto da 6 miliziani (tra cui una donna): «Stiamo conducendo un’operazione a Nairobi», rivendicano gli estremisti islamici di Al Shabaab in un comunicato riportato dalla tv araba Al Jazeera.

L’assalto è avvenuto il giorno dopo il rinvio a giudizio di tre fondamentalisti per il massacro del 2013 al centro commerciale Westgate, in cui persero la vita 63 persone, e nell'anniversario della battaglia di El-Adde: una delle più feroci azioni messe in atto da Al Shabaab contro il Kenya, che il 15 gennaio 2016 si vide spazzare via un intero battaglione dispiegato in Somalia. I terroristi annunciarono di aver giustiziato più di 100 soldati, facendone scempio per le strade, e di averne imprigionati decine. Nel 2015 la strage al campus di Garissa, dove furono uccisi quasi 150 innocenti. A novembre, il sequestro della ventitreenne volontaria milanese Silvia Romano, tuttora nelle mani dei rapitori. Da anni ormai nel paese africano si convive con la paura.

Sconcertanti le rassicurazioni della stampa locale: "L'odierno attentato a Nairobi si può considerare un episodio isolato e circoscritto. La capitale ieri come oggi è una città sicura e tranquilla". Così come chi ha interesse a promuovere il turismo, o vede la propria attività messa a rischio. ribadisce "la sensazione di sicurezza del Paese" ed invita a "non drammatizzare". Un rituale che si ripete ogni volta soprattutto nella regione costiera dove, incredibile a dirsi, questo altissimo tributo in vite umane viene sminuito a tal punto da proclamare: "Nessuna allerta per le zone turistiche del Kenya", come se Nairobi fosse un luogo atipico ed inusuale per i viaggiatori di tutto il mondo. Al contrario Al Shabaab, si è mostrata capace di colpire in ogni parte del Paese, dove, molto probabilmente, può contare su una rete locale di supporto, che la nutrita presenza di cittadini musulmani rende difficile identificare e quindi neutralizzare. Per contro, gli operatori turistici della costa promuovono iniziative per la raccolta di bottiglie di plastica, ciabatte ed altri rifiuti sulle rive dell'Oceano Indiano. Iniziative rivolte particolarmente ai vacanzieri ogni volta che vanno in spiaggia, dimenticando però che le più grandi "discariche" in Kenya sono proprio i fiumi che lambiscono le baraccopoli di Nairobi (tra cui il Mathare River ed il Nairobi River, due fiumi neri e pieni di rifiuti). Così, cari “mondezzai”, non avete più bisogno di domandarvi da dove principalmente arrivino i “continenti” di plastica che invadono le spiagge di Malindi e dintorni in quanto prossime alla foce del fiume Sabaki. E perché abbia un senso, è proprio a Nairobi che varrebbe la pena svolgere la vostra opera. 


Si è concluso all'alba (16 gennaio) l'attacco terroristico iniziato ieri pomeriggio intorno alle 15.30 a Nairobi con l'uccisione di almeno due dei terroristi che si erano asserragliati al settimo piano di uno degli edifici del Dusit Hotel della capitale.
Nel primo pomeriggio, l’area dov'è avvenuto l’attacco è stata di nuovo transennata dalle forze speciali per impedire il passaggio dei veicoli e gli edifici limitrofi sono stati evacuati. È stato rinvenuto un ordigno che è stato fatto brillare.


Operazione Barkhane nel Sahel
Operazione Barkhane nel Sahel

7 gennaio 2019
MALI. ATTACCHI DEI TERRORISTI E SCONTRI TRIBALI. MORTI E FERITI DAPPERTUTTO

 

Ibrahim Boubacar Keita, presidente del Mali, ha voluto vedere di persona il villaggio di Koulogon, nella regione di Mopti, al centro del Paese, teatro di una atroce mattanza il primo dell’anno. Un gruppo di dozo, cacciatori tradizionali di etnia dogon hanno attaccato il villaggio, abitato per lo più da fulani, alle prime ore dell’alba, uccidendo trentasette persone. Altri abitanti sono stati feriti e parecchie case sono state incendiate. I fulani si occupano per lo più di pastorizia, mentre i dogon sono agricoltori. Per secoli le due etnie hanno convissuto in modo pacifico. Da qualche tempo, invece, gli attacchi ai fulani da parte dei dozo sono molto frequenti e, a causa di questi scontri inter etnici, lo scorso anno sono morte almeno trecento persone.

Le ostilità sono iniziate tre anni fa, con la nascita di un nuovo gruppo terrorista, Front de libération du Macina (FLM), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani. Nella primavera scorsa l’FLM, insieme ad altri quattro formazioni terroriste, ha fondato il “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: Ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali.
Anche se, secondo alcune fonti, nel frattempo Amadou Koufa, sarebbe stato ucciso durante un raid delle forze speciali francesi in Mali lo scorso novembre, le ostilità e le incursioni dei dozo si susseguono.

Durante alcune incursione dei miliziani sono stati uccisi quarantasette civili tuareg tra l’11 e il 12 dicembre in diverse località nel sud della regione Ménaka, nel nord del Mali. Gli attacchi (non confermati da fonte indipendente) sono stati resi noti in un comunicato del Movimento per la salute dell’Azawad (MSA), nato da una scissione dal Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (CMA). L’ MSA è vicino al gruppo filo governativo GATIA (Gruppo di autodifesa tuareg Imghad e alleati).

Sono ancora diversi gli ostaggi occidentali in mano ai jihadisti del Sahel. Tra loro anche Sophie Pétronin, ora settantatreenne, cittadina francese, rapita a Gao la vigilia di Natale del 2016. Attualmente è in mano al Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani. Recentemente il figlio della signora, Sébastien Chadaud-Pétronin, ha accusato Parigi di aver rifiutato una proposta dei rapitori che avrebbe permesso la liberazione della madre, in stato di salute precario, dovuto anche all'età. La Pétronin è nel Paese dal 2004 ed era la direttrice ONG svizzera di Burtigny nel Cantone di Vaud, l’Association d’Aide à Gao.
Il 6 gennaio scorso l’UNICEF ha reso noto che attualmente nel Mali sono chiuse ottocentodiciassette scuole, molte delle quali nel centro e nel nord del Paese. Lucia Elmi, rappresentante di UNICEF nel Paese ha espresso la sua preoccupazione per quei oltre duecentocinquantamila alunni che sono privati dell’istruzione per la grave crisi di insicurezza nel Paese.
Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha rinnovato il 28 giugno scorso (risoluzione 2423) il mandato della Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nel Mali (MINUSMA) per un altro anno, con la presenza di 13.289 militari sul campo e 1.920 forze di polizia. I membri del Consiglio hanno tuttavia chiesto al Segretario generale dell’ONU il massimo impegno affinché venga applicato in toto e quanto prima il trattato di Pace e di Riconciliazione, firmato dalle parti nel 2015.
Malgrado tutte le forze in campo – oltre a MINUSMA, sono presenti anche le truppe francesi con la Missione Barkhane che comprende quattromila uomini in tutto il Sahel, millesettecento dei quali sono stanziati nel solo Mali e il nuovo contingente tutto africano Force G5 Sahel, con sede a Bamako – gli attacchi dei jihadisti e i conflitti inter etnici non si placano.
La Force G5 Sahel, contingente composto esclusivamente da militari africani dei cinque Paesi aderenti al G5 Sahel – Mauritania, Mali, Burkina Faso, Ciad e Niger – è stato elogiato dal ministro della Difesa francese, Florence Parly, per la sua partecipazione ad un’operazione congiunta in Niger, tra soldati nigerini e francesi di Barkane. Lo stato maggiore di Parigi ha fatto sapere che il 30 dicembre sono stati uccisi una quindicina di jihadisti, presumibilmente appartenenti al gruppo terrorista Etat islamique dans le Grand Sahara (EIGS).
A fine dicembre il Qatar ha inviato ventiquattro veicoli blindati in Mali, quale contributo per combattere il terrorismo in tutto il Sahel Gli automezzi sono stati trasportati da aerei militari di Doha.
E sempre a dicembre anche El Salvador ha inviato una seconda unità di aviazione con tre elicotteri MD 500E in Mali, che saranno utilizzati nell'ambito di MINUSMA. Attualmente partecipano duecento militari del Paese dell’America centrale alla missione dell’ONU nella ex colonia francese.
By Africa Express


Luca Tacchetto ed Edith Blais
Luca Tacchetto ed Edith Blais

6 gennaio 2019
BURKINA FASO. I JIHADISTI ATTACCANO DA TUTTE LE PARTI

 

Il 31 dicembre 2018 il governo del Burkina Faso ha dichiarato lo stato di emergenza in diverse province del Paese a causa dei frequenti attacchi dei jihadisti. Inizialmente le incursioni dei terroristi erano per lo più concentrate al confine con Niger e Mali, ma ora si sono estese anche in altre regioni, in particolare nell'est, nelle zone confinanti con il Togo e il Benin.

Il presidente, Roch Marc Christian Kaboré,  oltre aver dichiarato lo stato d’emergenze in diverse zone, ha dato anche disposizioni particolari sulla sicurezza che devono essere estese su tutto il territorio nazionale.
Tali misure si sono rese necessarie dopo l’uccisione di dieci gendarmi in prossimità del confine con il Mali; l’attacco è stato rivendicato dal raggruppamento terrorista Jama’at Nasr al-Islam wa al-Muslimin (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), formato dall'unificazione di diverse formazioni armate, già attive da anni nell'area. Il raggruppamento, creato nel marzo 2017, è capeggiato da Iyad Ag-Ghali, alleato con Al Qaeda e i talebani afgani.

Il Burkina Faso è diventato un target dei gruppi affiliati ad Al Qaeda e negli ultimi anni si sono susseguiti anche ben tre attacchi nella capitale Ougadougou. Nel 2016 era stato preso di mira l’Hotel Splendid e il caffè-ristorante “Cappuccino”, mentre nell'estate del 2017 è stata la volta del ristorante Aziz Istanbul e nel marzo 2018 ci sono stati ben due assalti in pieno centro della capitale: l’ambasciata francese e lo Stato maggiore dell’esercito sono stati attaccati da uomini armati. Durante questi tre attentati sono morte sessanta persone, tra loro anche parecchi stranieri.
I continui assalti dei jihadisti sono dovuti quasi certamente alla presenza dei soldati francesi dell’Operazione Barkhane, operativa in tutto il Sahel con oltre quattromila uomini, proprio per contrastare il terrorismo. Inoltre, il Burkina Faso è anche membro del G5 Sahel – insieme a Niger, Mali, Mauritania e Ciad – che recentemente ha dato il via ad un nuovo contingente tutto africano (Force G5 Sahel), che stenta ancora a decollare e combattere attivamente la presenza dei gruppi armati affiliati ad Al Qaeda nei cinque Paesi coinvolti.

I conflitti inter-etnici sono un’altra piaga in Burkina Faso. Il 25 dicembre un gruppo di uomini armati ha attaccato Yirgou, villaggio abitato per lo più da pastori fulani, nel centro-nord del Paese. Il bilancio dei morti è molto alto. In un primo momento il governo aveva annunciato che sedici persone erano state brutalmente ammazzate, mentre pochi giorni fa ha ammesso che in tale occasione hanno perso la vita quarantasei residenti. Un testimone oculare riferisce, invece, che i morti sarebbero almeno quarantotto, quasi tutti di etnia fulani.

“Appena sono arrivato sul posto, i Koglweogo, un gruppo di autodifesa di etnia Mossi, stavano bruciando le case dei fulani”, ha riferito il testimone e ha aggiunto: “Ora non ci sono quasi più giovani nel villaggio, non restano che donne, bambini e vecchi, perché gli assalitori appena giunti sul posto, sono entrati nelle abitazioni e hanno sgozzato i maschi”.
By Africa Express

Il nostro pensiero non può che andare a Luca Tacchetto, l'architetto padovano di 30 anni partito per l'Africa insieme all'amica canadese, Edith Blais. Entrambi sono scomparsi lo scorso 15 dicembre in Burkina Faso.
"Era un viaggio pianificato a tavolino. Avevano percorso quasi 9mila km attraversando in macchina il Marocco, la Mauritania e il Mali. Mio figlio è una persona che ha viaggiato in tutto il mondo, non uno sprovveduto", racconta ai microfoni di Sky tg24 Nunzio Tacchetto, il padre di Luca, La destinazione era il Togo, dove Luca era atteso per collaborare, come "volontario", alla costruzione di un villaggio.
Ma i criteri di misura per un trasferimento, un viaggio, una vacanza o "opere di volontariato" in Africa rimangono sempre l'informazione e la competenza, perché spesso vengono fatti programmi a tavolino, senza avere conoscenza del continente africano. Oltre al fatto che percorrere certi itinerari a bordo di una autovettura Renault Megane Scenic (casa automobilistica francese) e ancor più con targa straniera (nel caso specifico italiana), è certamente un incauto gesto che palesa ingenuità e non certo esperienza e maturità.

La sparizione del ragazzo padovano e della sua compagna canadese segue di poche settimane al rapimento di Silvia Romano, la "volontaria" milanese di cui non si hanno più notizie dallo scorso 20 novembre quando fu rapita nei pressi di Malindi in Kenya.
Speriamo che il nostro sia semplicemente un falso allarmismo.


Amal Fathy con il marito Mohamed Lotfy
Amal Fathy con il marito Mohamed Lotfy

1 gennaio 2019
EGITTO. IL GIUDICE CONDANNA AMAL FATHY PER AVER CRITICATO LE AUTORITÀ

 

Due anni di galera per aver criticato le autorità egiziane di non contrastare le molestie sessuali. È la sentenza della Corte d’appello di Maadi Misdemeanors del 30 dicembre contro Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, difensore egiziano della famiglia Regeni.
Amal, dopo aver subito molestie sessuali, in un video aveva “osato” criticare le autorità di non contrastare i comportamenti lesivi e molesti della sfera sessuale. Da vittima delle molestie è stata invece accusata dalle autorità egiziane di diffusione di notizie false e, in appello, è stata confermata la condanna.

Immediata la reazione di Amnesty Internazional attraverso Najia Bounaim, direttrice delle campagne dell’ONG in Nord Africa, che ha definito la sentenza “oltraggiosa ingiustizia”.
“Il fatto che una persona che ha subito molestie sessuali sia punita con due anni di carcere semplicemente per aver raccontato la sua esperienza è profondamente vergognoso. Questa sentenza rappresenta una parodia della giustizia e dovrebbe rimanere come una macchia sulla coscienza delle autorità egiziane”, ha dichiarato Bounaim.

Amal Fathy accusata, in un’altra inchiesta, di “appartenenza a un gruppo terroristico” e altri reati, è stata in detenzione preventiva per oltre sette mesi. È stata scarcerata lo scorso 26 dicembre e i termini del rilascio condizionale prevedono che debba trascorrere un’ora alla settimana in una stazione di polizia. Può lasciare la sua abitazione solo per presentarsi alla polizia o per visite mediche.
La conferma della condanna, pochi giorni dopo il rilascio condizionale di Amal, fa pensare a un accanimento verso la coppia Fathy-Lofty. Mohamed Lotfy, già ricercatore di Amnesty International è direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, ONG che fornisce consulenza legale alla famiglia Regeni.

Anche l’avvocato Alessandra Ballerini difensore italiana della famiglia Regeni, in una nota su Facebook, prende dura posizione contro la sentenza.
“Apprendiamo con sgomento la notizia della conferma della condanna a due anni di carcere ai danni di Amal Fathy. Questi sette mesi di detenzione hanno causato gravissime sofferenze psicofisiche per Amal che è dimagrita 20 chili e soffre di gravi problemi di salute. Non un giorno di detenzione in più sarebbe per lei sopportabile”, scrive Ballerini.
La legale della famiglia Regeni chiede al governo italiano e alle ambasciate dei paesi “amici” al Cairo di attivarsi immediatamente ed intercedere con il presidente al Sisi affinché conceda il perdono e Amal non debba tornare in carcere.
“Amal non è colpevole di nulla, ma paga il coraggio e la determinazione del marito e del nostro team di legali egiziani nel chiedere al nostro fianco e gratuitamente verità per Giulio. A loro va la nostra commossa gratitudine e la promessa che faremo quanto in nostro potere per liberare Amal e non lasciarla mai sola”, afferma la legale della famiglia Regeni.
By Africa Express


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