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Il rapimento di Silvia Costanza Romano


Silvia Costanza Romano. la giovane volontaria rapita in Kenya e liberata dopo oltre un anno e mezzo di prigionia.
Silvia Costanza Romano. la giovane volontaria rapita in Kenya e liberata dopo oltre un anno e mezzo di prigionia.

 

9 maggio 2020

SILVIA ROMANO: FINALMENTE LIBERA !

Silvia Costanza Romano, la giovane originaria di Milano che lavorava per la onlus marchigiana Africa Milele nella contea di Kilifi, in Kenya, è stata liberata.
La "volontaria" di 25 anni era stata rapita il 20 novembre 2018 da un commando di uomini armati nel villaggio di Chakama, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi.
La sua liberazione è iniziata questa mattina all'alba dopo un’operazione condotta dai servizi turchi e somali.

È stata liberata a 30 chilometri dalla capitale somala, in una zona in condizioni estreme a causa delle alluvioni.
La volontaria si trova ora in sicurezza nel compound delle forze internazionali a Mogadiscio e domani alle 14 atterrerà a Ciampino.

“Sono stata forte e ho resistito. Sto bene e non vedo l’ora di ritornare in Italia”. Benché provata dalla prigionia, sono queste le prime parole di Silvia, a cui va aggiunto anche "molto fortunata", in quanto accusata dalla jihad islamica di proselitismo cristiano.

Chi scrive, negro con 48 cromosomi, esprime "riconoscenza" ai proto-umani che la tenevano in ostaggio per aver atteso ben 17 mesi prima che lo Stato italiano, e quindi tutti gli Italiani, si decidesse a versare il denaro per il "riscatto".

Ma ancora non sappiamo perché Silvia sia stata rapita!

Bentornata, Silvia! Forza Silvia!

I corpi ammassati delle vittime di Mpeketoni, Kenya
I corpi ammassati delle vittime di Mpeketoni, Kenya

 

SILVIA ROMANO NON È MAI TORNATA IN ITALIA,
LA VERA SILVIA È RIMASTA IN AFRICA

Commenti e considerazioni.

Paradossalmente, pur vivendo nell'era dell’informazione, la maggior parte delle notizie a cui abbiamo accesso sono spesso interessate, ingannevoli, oltre che comunicate da persone ignoranti, disinformate, ipocrite e simulatrici.
Questo è in larga parte dovuto alla tendenza del dilagare del passaparola o delle recensioni e commenti che troviamo sul web ed in particolare sui social network.
Senza prenderci la briga di controllare la loro effettiva veridicità, diamo così per scontato che questo tipo di informazione, facilmente reperibile, sia vera; mentre invece dovrebbe essere considerata semplicemente come “intrattenimento” per “comari da cortile”.
In sociologia questo fenomeno prende il nome di Argumentum ad Populum o, più volgarmente, "Effetto Carrozzone" e consiste nel credere che, se molte persone pensano nello stesso modo o dicono le stesse cose (che poi sono quasi sempre riportate da altri), allora le sensazioni rispecchiano la realtà e le narrazioni riportano la verità. L’importanza dei mezzi di comunicazione è enorme. Ai fini di una scelta ponderata è indispensabile l’informazione, che è semplicemente contrapposta alla rappresentazione illusoria del mondo e da cui dipendono i nostri consensi e preferenze e di conseguenza le nostre decisioni.
I giovani come Silvia sono carenti di informazione e questa mancanza la si trova nel turismo di massa specie se rivolto al continente africano dove la sicurezza (prendendo un argomento a caso) non è un optional!
In un articolo dicevamo: "Comunque sia andata o comunque vada, alla meno peggio alla povera Silvia rimarranno ferite indelebili, dovute al trauma psicologico, che si cronicizzeranno fino a comprometterne la vita stessa.
La vita di Silvia si modellerà cercando di fuggire da situazioni, persone e luoghi che potrebbero innescare emozioni sperimentate in luogo del trauma vissuto.
Certo Silvia non tornerà mai più in Africa, ma lei stessa, come molti di voi, non riusciranno a trovare un perché o non vorranno ammetterlo, seppur palese”.

Certamente è stato uno shock vedere Silvia Romano scendere dall'aereo vestita con un hijab. Non se l’aspettava nessuno. Diciamo la verità molti non si aspettavano neanche che fosse viva e vederla tornare portata in trionfo, acclamata come una eroina nazionale, con tanto di Comitato d’Onore e manifestazioni festanti sotto la sua abitazione per vederla 3 secondi scendere dalla macchina e entrare nel portone, è sembrato tutto un po’ fuori luogo oltre che esagerato.

A tutto questo clamore era chiaro che l’opinione pubblica avrebbe risposto in maniera contrastante, legittimamente, come sempre accade, libertà di pensiero e logica spesso bisticciano, ma sulla vicenda i punti oscuri sono ancora molti, troppi, ed è naturale che la morbosa curiosità inducesse il web a commenti e considerazioni che in molti casi sono degenerati nell'insulto.

Quanto alla madre di Silvia, pur comprendendo il suo dolore per gli attacchi sui social rivolti alla figlia, dovrebbe azzittirsi, invece di parlare dell'Africa sub-sahariana e di questi proto-umani con 47 cromosomi, invece di 48, nel loro corredo diploide (inutile dire che l'uomo ne ha 46), come se li vedesse dal balcone di casa sua. Ciò che sua figlia ha subito, lei non se lo può neppure immaginare, oltre al fatto che Silvia non lo rivelerebbe mai alla propria madre, quantomeno per non farla soffrire!

Fermo restando che è legittima la scelta di Silvia di convertirsi all'Islam, ci si chiede, e questa è una curiosità, se è stata davvero una sua scelta, se è stata indotta con un vero e proprio lavaggio del cervello o se è stata solo una decisione per salvare la propria vita.
Gli interrogativi sulla scelta di Silvia resteranno senza risposta.
Di certo se effettivamente è stata una sua scelta la difenderà fino a decidere di tornare laggiù da dove è stata “liberata”, la seconda ipotesi induce a pensare che se si è trattata di una forzatura o una scelta indotta ci vorranno anni prima che rinsavisca.
Di certo c’è che quel corpo avvolto in un telo verde sceso dall'aereo dei Servizi Segreti ha un volto e un corpo, ma non ha più un’anima. La Silvia che i tanti conoscevano e che molti hanno acclamato, non è mai giunta in Italia.
È lei stessa che afferma di chiamarsi Aisha. Cosa significa? Che dovrebbero ritirarle il passaporto italiano ed emetterne uno di uno Stato che non esiste e che non ha un vero Governo?

Ma i più non conoscono il significato intrinseco del nome "Aisha" che deriva dall'arabo e significa "Viva", di persona "Vivente", e forse è proprio questo che tutti, indistintamente, ci aspettavamo! Che Silvia, o Aisha, tornasse viva!

Quanto all'abito indossato, non ha nulla di somalo! Quella "tenda verde" è la divisa della jihad islamica di Al- Shabaad, che le donne somale "ingoiano a forza"! Lo potete costatare voi stessi dalle immagini qui sotto.

Quella "tenda verde" è puro abominio verso il mondo islamico!
È una bestemmia verso Allah e tutte le vittime della jihad!
E quella "tenda verde" NON rappresenta affatto le donne somale, la loro preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti.
Chi afferma che quel "hijab verde" è tipico delle donne musulmane somale è un emerito idiota, oltre a non essere in grado di indicare la Somalia su una cartina geografica. Ma non a caso costoro appartengono in gran parte proprio al mondo femminile, dichiarano di essere di fede musulmana, sono spesso ospiti sulle reti Mediaset, Rete 4 in particolare, ma non sono mai state in Somalia e neppure sanno dove sia!

Silvia Romano al rientro in Italia
Silvia Romano al rientro in Italia
Al-Shabaab in Somalia
Al-Shabaab in Somalia

La Sacra Bibbia per gli schiavi negri
La Sacra Bibbia per gli schiavi negri

 

A volte anche una suggestiva destinazione tropicale, come il Kenya, può riservare delle brutte sorprese: una vacanza da sogno che diventa un incubo! Fanno eccezione gli italiani che, una volta rientrati in patria col "culo rotto", raccontano di aver trascorso una "vacanza davvero indimenticabile!"
Silvia, nel bene o nel male, con la sua presunta conversione volontaria alla jiad, e non certo all'Islam, non fa che confermare tale “necessità” tutta italiana.

Chiunque sia stato prigioniero di questi tagliagole ed affermi di aver potuto liberamente soddisfare anche i soli bisogni fisiologici primari, è portatore di tare mentali.
Silvia può solo aver letto il “Corano” come gli schiavi africani lessero la "Bibbia degli schiavi", stampata a Londra nel 1807, che i missionari inglesi usarono per la conversione di costoro al cristianesimo, ma dalla quale furono tolti tutti i passaggi che parlavano di libertà, a favore di quelli che parlavano di obbedienza ai padroni, di sottomissione (The HOLY BIBLE, for the use of the NEGRO SLAVES, presentata per la prima volta il 28 novembre 2018 al Museo della Bibbia di Washington).
L'indottrinamento avvenuto per induzione jihadista, è qualcosa in più di cui preoccuparsi.

Il portavoce dei tagliagole somali, Ali Dhere
Il portavoce dei tagliagole somali, Ali Dhere

 

La conversione all'Islam

Ma quale Islam ha conosciuto Silvia?
Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliare teste?
Quello che violenta donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti?
Quello che provoca da anni esodi di un'intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell'orrore?
Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?
Quello dell'attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? e altri e altri ancora.
Il curriculum di Al -Shabaab è molto ricco, e non ci dilungheremo nell'elenco delle loro prodezze (che potete leggere al link Chi sono gli Al-Shabaab), perché non li fa diventare più umani.
Più intelligenti pero sì, hanno cambiato strategia, invece di dedicarsi solo a creare terrore ora si dedicano al proselitismo. E Silvia è la dimostrazione che la strategia sta funzionando. La stessa Silvia ha dichiarato che pur senza vedere in faccia i rapitori, e ci crediamo poco, questi le hanno spiegato le loro ragioni. Forse che ammazzare centinaia di persone può essere giustificato con delle ragioni? Secondo i carcerieri di Silvia, sì, e il fatto che lei lo abbia citato non lascia dubbi sulle pressioni che ha subito e le subdole coercizioni che difficilmente la faranno tornare indietro sui suoi passi, almeno non a breve o forse mai.

Ricordatevelo bene, ficcatevelo bene in testa... oggi per Silvia "NON CI SONO CRISTIANI INNOCENTI"!
Silvia è una persona, ma gli jihadisti hanno liberato un cane che sperano si sciolga dalla catena e si liberi della museruola!

Kidal Mali, dove Luca Tacchetto ed Edith Blais sono stati tenuti in ostaggio
Kidal Mali, dove Luca Tacchetto ed Edith Blais sono stati tenuti in ostaggio

 

Ma di Luca Tacchetto convertito nessuno ne parla

Non si comprende questa differenza di trattamento per il rapimento di Silvia Costanza Romano e quello che riguarda Luca Tacchetto e la sua compagna in Burkina Faso.
Per Silvia manifestazione di isteria come se fosse apparsa la Vergine Immacolata. Per Luca Tacchetto un misero commento di Di Maio e nient’altro. Forse che la vita di una donna vale più di quella di un uomo? Forse che Silvia è andata a salvare il mondo, mentre Luca era in vacanza? Anche lui si è dichiarato volontario, con la sua compagna, anche se in un avventuroso viaggio con una macchina sgangherata si stavano recando in Togo per salvarlo non si sa bene da cosa.
Mentre per Silvia, per 18 mesi, clamore, indagini, inchieste e favole inventate, per Luca invece il silenzio. Certo la differenza c’è. Per Luca, il Canada ha preso in mano la situazione e ha estromesso l’Italia perché Edith Blais, cittadina canadese, è stata presa sul serio da Trudeau, il Premier Canadese, mentre l’Italia con Di Maio, che non parla nessuna lingua, avrebbe potuto solo essere d’ostacolo, come ha dimostrato lo stesso Conte estromettendolo dalla liberazione di Silvia, nonostante lui affermi che era informato di tutto.
A tutti gli osservatori internazionali però sono sfuggiti diversi particolari sulla liberazione di Luca Tacchetto e compagna. Nessuno ha mai parlato di riscatto, e ci crediamo molto poco, come crediamo molto poco che siano riusciti a scappare.
Le news parlano di Kidal, una cittadina in una zona desertica del Mali ai confini con la Mauritania. Basta guardare su Google Earth o anche solo le immagini per capire che si tratta di un’area assediata dai terroristi, in pieno deserto ed è molto poco credibile che i due ragazzi siano riusciti a fuggire sotto il sole a temperature proibitive, che abbiano fatto autostop in un’area sotto il totale controllo dei terroristi, dove fonti affidabili mi hanno confermato che le sole auto di passaggio sono sempre e solo quelle dei terroristi, che poi sono stati condotti direttamente all’Head Quarter dei caschi blu della missione ONU in Mali, la MINUSMA.
Accreditare tutta questa capacità alle forze ONU è un vero e proprio azzardo, tenendo conto che si tratta di missioni di pace che non possono intervenire per nessuna ragione, nemmeno per salvare degli occidentali da un rapimento. È più facile invece che abbiano agito come mediatori o come supporto alle trattative e che fossero pronti ad accoglierli al loro arrivo.
Non è un caso che per dimostrare la loro grande capacità logistica, di visibilità e comunicazione, hanno subito cambiato le t-shirt dei due ragazzi con quelle da loro sponsorizzate.
Agli osservatori è sfuggita non solo la carenza di informazioni, ma nessuna intervista, nessuna indagine, una vicenda avvolta nel silenzio che "Kenya Vacanze" ha voluto svelare al link "MALI. LIBERATI LUCA TACCHETTO E EDITH BLAIS"

Volontarie di Africa Milele giocano con i bimbi di Chakama
Volontarie di Africa Milele giocano con i bimbi di Chakama

 

SILVIA ROMANO NON É UNA COOPERANTE
E
AFRICA MILELE NON È UNA ONG

Silvia non era una cooperante e neppure una volontaria.

Silvia Romano, non era una cooperante, come molti mezzi d’informazione l’hanno definita, e non era neppure una volontaria.
Era una ragazza ventitreenne, certamente provvista di nobili motivazioni, che la spingevano a portare sollievo nel regno dell’indigenza, così come le era stato prefigurato. Nel prendere questa decisione, si era affidata a una Onlus italiana, nella quale aveva riposto la propria fiducia, ma quella Onlus l’aveva indotta a commettere il primo errore: non era entrata in Kenya dichiarando i suoi scopi di volontariato e assoggettandosi alle norme che tale qualifica comportava. Era entrata con un semplice visto turistico che non le consentiva altro che dedicarsi ad attività esclusivamente vacanziere.
Qualunque funzione, lei avesse quindi svolto in ambito umanitario, si sarebbe svolta in forma illegale. Del resto questo rischio le era noto, perché Silvia, nel suo precedente viaggio in Kenya, sempre come volontaria, era già stata minacciata di arresto proprio per il suo status di irregolare. Arresto poi scongiurato con la solita"mancetta".
Ecco perché la polizia keniota non si è messa alla ricerca di Silvia, ma dei suoi rapitori. Silvia aveva di nuovo violato consapevolmente ed ostinatamente le regole di ingresso in Kenya e le leggi di permanenza in questo Paese. Questo modus operandi, per chi non vuol capire, resta “indigesto” alle Autorità, giudici compresi.
Altresì risulta ufficialmente è che la Onlus marchigiana Africa Milele non è riconosciuta né dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo né fa parte in Kenya del COIKE, l’ombrello delle organizzazioni italiane che riunisce ed assiste ONG e Onlus con l’appoggio esterno del Ministero degli Esteri.

E c'è da dire che, a parte le Onlus registrate, il 99 per cento dei volontari che hanno soggiornato in strutture gestite da organizzazioni che hanno progetti in queste zone, non hanno mai avuto un permesso di lavoro e, pur con competenze differenti, non si trattava quasi mai di professionisti e cooperanti a stipendio. Solo turisti con un carico di umanità e magari un’infarinatura d’Africa, a volte neanche quella.

Quali erano i compiti dei "volontari" a Chakama?
Quali compiti erano stati assegnati a Silvia, inviandola nella remota località di Chakama, nel bel mezzo del nulla? Ancora oggi, a distanza di un anno e mezzo dal suo rapimento, non si riesce a saperlo con precisione e l’unico incarico che pare confermato, era quello di “far giocare i bambini” nei pressi della sede keniota della Onlus in questione (facendogli firmare, è ovvio, una liberatoria sulle loro responsabilità); un fatiscente fabbricato gestito in condivisione con altre utenze. In cambio, naturalmente, di un “premio”.
È questo lo scenario in cui Silvia è stata aggredita e sequestrata per uno scopo che resta ancora oscuro.
Ma proviamo ad approfondire le circostanze e le reali motivazioni che hanno portato la giovane a Chakama e quindi a confrontarsi con lo sventurato evento di cui è stata vittima.

I progetti della Onlus “Africa Milele”.
La Onlus da cui Silvia era stata reclutata è Africa Milele (in lingua swahili: “Africa per sempre”) con sede a Fano, nelle Marche. La sua presidente è Lilian Sora, una donna che aveva fatto il suo esordio in Kenya nel 2009, in occasione del viaggio di nozze con il marito Luca Lombardo.
Tre anni dopo, Lilian Sora decide di fondare la sua onlus con molti ambiziosi progetti per aiutare lo sviluppo di quell'Africa che aveva conosciuto e da cui era rimasta affascinata. L’oggetto di questo nobile proposito, sono naturalmente i bambini; gli innocenti, gli indifesi, quelli che scaldano il cuore di ogni essere dotato di umana solidarietà. Vengono quindi pianificate iniziative in ausilio alle piccole creature dell’Africa: la loro salute, l’igiene personale, l’alimentazione e soprattutto la scuola, irrinunciabile fucina in cui si forgiano i valori fondanti dell’auto-emancipazione.

Ma quanti di questi progetti saranno poi effettivamente realizzati?
Ben pochi, a quanto riferiscono alcuni finanziatori di Africa Milele.
Perché? Che cosa l’ha impedito?
Le informazioni raccolte in proposito non appaiono del tutto edificanti nei confronti della presidente della Onlus in questione. Pare, infatti, che Lilian Sora, nei suoi frequenti viaggi in Kenya, successivi alla costituzione di Africa Milele, si sia invaghita di un aitante masai di nome Joseph e si sia unita a lui ponendo termine al precedente matrimonio con Luca Lombardo.
Fin qui, naturalmente, nulla da dire. Si tratta di una scelta assolutamente legittima e del tutto personale. Cosa che invece, appare un po’ meno legittima e ancor meno personale, è che al suo nuovo compagno, Lilian Sora abbia attribuito la qualifica di “Responsabile della sede di Chakama”, con uno stipendio stimato in quattrocento euro mensili e la dotazione di una motocicletta per uso personale. Potrebbe non sembrare molto, ma se si pensa che un salario medio in Kenya, resta di norma ben al disotto dei cento euro mensili, si può comprendere il valore contestuale delle prebende riconosciute al nostro Joseph.
Tuttavia, anche questo generoso riconoscimento, resterebbe ineccepibile se fosse stato realizzato con i fondi personali di Lilian Sora, ma, stando a quanto riferiscono gli sponsor di Africa Milele, le spese suddette venivano addebitate all'associazione, a discapito di quelle opere previste dai progetti deliberati, che non venivano così realizzate. Una di queste persone, che aveva promosso la raccolta fondi, in favore di quei progetti, ha riferito che, accertata la mancata realizzazione, si è rivolta a Lilian Sora, chiedendole che uso avesse fatto di tali fondi. La risposta ottenuta a questa legittima domanda apparve davvero lapidaria: “Io sono la presidente e decido io che uso fare delle somme raccolte!”.
Che questa fosse o no la ragione, sta di fatto che, salvo il sostegno provvisto a qualche allievo per la retta scolastica e lo spazio dei giochi per bambini, nessun altro dei progetti ipotizzati, vedeva mai la luce in quel di Chakama.
Inoltre, il masai Joseph, che doveva fornire assistenza e protezione a tutti i volontari che, come Silvia, facevano la loro esperienza in terra d’Africa, guarda caso, proprio nel momento in cui la giovane veniva sequestrata, lui si trovava altrove a bordo della propria motoretta.

Turisti-volontari di Africa Milele in partenza alla volta di Chakama.
Turisti-volontari di Africa Milele in partenza alla volta di Chakama.

Nel rendiconto dell’anno scorso, Lilian Sora denuncia di aver raccolto fondi per 55.629 euro e di averne spesi 55.955 registrando un disavanzo di 326 euro.
Tra le spese dichiarate, la voce di maggior rilievo è di 45.975 euro, attribuiti al “Sostegno progetti e attività”. Quali “progetti” e quali “attività”? Sarebbe davvero interessante conoscerne i dettagli, visto che a Chakama di “realizzato” risulta ben poco, per non dire nulla.
Tale somma, a conti fatti, costituisce un’entrata di circa € 4.000,00 mensili, che se non destinati al sostegno di progetti in favore dei bambini risultano una buona entrata per la sopravvivenza di chi afferma di fare opere che invece non fa.

Le organizzazioni umanitarie – cosiddette “no profit” – esistenti in Kenya sono circa 200 mila. Questo numero comprende oltre 100 mila NGO (ONG) regolarmente registrate come tali: le missioni cristiane, quelle islamiche, le organizzazioni internazionali (Croce rossa, Unicef e varie altre), gli Istituti della Cooperazione Internazionale e le molte iniziative di solidarietà a carattere individuale.
Posto che i kenioti che vivono sotto la soglia di povertà sono circa 16 milioni, ciascuna di queste organizzazioni dovrebbe farsi carico di ottanta persone o poco più. Quindi, riferendosi a questi dati, la povertà in Kenya dovrebbe essere stata, da tempo, brillantemente debellata, ma invece continua irresistibilmente a crescere, così come crescono gli organismi preposti a combatterla. Non vedere in tutto questo un macroscopico e disgustoso inganno, vuol dire fare pura demagogia.

Silvia non era l’unica “Turista-volontaria” reclutata da Africa Milele. Come mostra la foto qui sopra, il flusso di giovani italiani, ben motivati a fare un’eccitante esperienza nel profondo disagio dell’Africa, erano parecchi. Ma la domanda da porsi è un’altra: “Cosa andavano a fare in Kenya?”
Nessuno di loro, a quanto risulta, aveva competenze di natura medica o aveva comunque ricevuto una formazione per dedicarsi al volontariato e – in ogni caso, come abbiamo visto – a Chakama c’era ben poco da fare. Così, questi giovani, in cambio di un biglietto aereo a tariffa scontata, rilasciato grazie al loro temporaneo incarico di turisti-volontari, diventavano corrieri che, per conto di Africa Milele, trasportavano in Kenya medicinali (non dichiarati alle autorità sanitarie del Kenya) e chissà che altro.

Lilian Sora (in piedi al centro) e Mariangela Beltrame, contitolare del ristorante pizzeria Karen Blixen (seduta in basso a destra) distribuiscono alcuni regali ai bimbi di Chakama
Lilian Sora (in piedi al centro) e Mariangela Beltrame, contitolare del ristorante pizzeria Karen Blixen (seduta in basso a destra) distribuiscono alcuni regali ai bimbi di Chakama

A chi erano destinati quei medicinali? Da dove provenivano e come erano stati ottenuti?
Tra le altre cose, questi bagagli non pervenivano direttamente ad Africa Milele, ma venivano smistati presso il popolare ristorante-pizzeria di Malindi, Karen Blixen (vedi anche articoli del 25 gennaio 2019 e 26 luglio 2019 in questa pagina) che, a quanto pare, collaborava in tandem con la Onlus di Lilian Sora, fornendo un’ampia serie di servizi, alcuni dei quali, di natura prettamente commerciale e non attinenti a opere umanitarie.
Questo singolare rapporto, tra la Onlus di Fano e la Pizzeria di Malindi, apre altri interessanti scenari sui quali non voglio soffermarmi, rimandandovi invece agli articoli di Max Tumulo su:
Le finte onlus del Kenya – Parte prima
Le finte onlus del Kenya – Parte seconda
Le finte onlus di successo – Popi a caccia di investitori da gabbare – Terza parte

Toblerone mezzo secolo fa, sfruttato e nazionalizzato, ma poi propagandato, dai sudditi di sua maestà la regina!
Toblerone mezzo secolo fa, sfruttato e nazionalizzato, ma poi propagandato, dai sudditi di sua maestà la regina!

 

Voglio invece brevemente aggiungere:
a Chakama il Karen Blixen e Africa Milele organizzavano escursioni per turisti mostrando loro come si vive in uno zoo, per poi chiedere donazioni per sostenere i bambini del villaggio, donazioni che, invece, inutile dire dove finissero.
Purtroppo questa verità la conosce solamente chi vive la realtà di tutti i giorni in Kenya e in questo caso a Malindi, così come chi ha avuto a che fare con queste "persone". Comunque non era difficile immaginarlo visto che i sunnominati “turisti” erano esclusivamente italiani. Tedeschi e inglesi le evitano o meglio, le ignorano.
Purtroppo i turisti italiani in Kenya sono ridotti così: sempre più privi di capacità di giudizio.

In questi ultimi anni la costa del Kenya, ed in particolare la contea di Kilifi, è stata invasa da babbione, melanzane e ricotte nostrane (leggi italiane) che affrontano otto ore di volo con lo scopo di praticare acquagym nelle vasche da bagno africane. Oltre a ciò non hanno altro da fare fuor che mettersi maniacalmente innanzi allo specchio per rendersi “presentabili” al torneo di burraco. Ed ecco spuntare l’abitino aderente da sera, quello in maglina di seta. Ma c’è quel chilo in più, … si fa per dire, che “segna”.
Ma si sentono “giovani”, attive, hanno voglia di fare, persone da incontrare … sfogandosi sui social!, interessi da coltivare … il burraco!, quindi ironizzano su se stesse adattandosi a ciò che il tempo non risparmia, hanno altro da pensare che rattristarsi perché non possono più mettere la minigonna o i pantaloni a vita bassa che le fanno tanto impazzire.
Convinte dunque di poter sopravvivere senza batter ciglio al passaggio degli "anta", cercano di rimediare con artefatti ed artifici per sembrare belle, snelle e sode, mettendosi qualcosa che a loro piace ...e passare ad altro … scivolando poi nel ridicolo e nel grottesco sotto gli sguardi degli altri, che alla fine sono i più eloquenti.
Da qui le vecchie babbione, superati i limiti di età, non si rassegnano, e come ricotte acide si incattiviscono. Invecchiando dentro le loro carcasse, diventano parassiti arroganti, serve leccapiedi, psicopatiche spregevoli e disgustose … come le carampane!
A costoro si aggiungono le psicopatiche credulone che si divertono a cliccare su “like” perché, è evidente, non sanno cosa dire e, con quel sorriso del cazzo, su quella faccia da stronze, si mostrano sui blog in rete.
A far loro compagnia gli appartenenti all'ordine degli “sdentati”, vecchie checche, servi leccaculi, infami, rotti in culo, cornuti, veri e propri eunuchi, vigliacchi e sacchi di merda.

Ma cosa cercano poi, cosa realmente attrae uomini e donne nell'Africa sub-sahariana? Il "Toblerone" è evidente! ... sfruttato e nazionalizzato da oltre mezzo secolo, ma poi propagandato, dai sudditi di sua maestà la regina! Gli italiani oggi raccolgono gli avanzi, ... ma che avanzi!

Ma per dirla tutta … gli “uomini proboscide”, che però non hanno il naso lungo, non sono in Kenya, ma in Gambia!
Leggi Cosa cercano gli italiani a Malindi? - Beach Boys oggetti del desiderio

Nondimeno il Kenya, per sempre meta privilegiata da donne e uomini alla ricerca di “vacanze da favola”, ovvero turiste e turisti del sesso in cerca del “big bamboo", offre una popolazione autoctona meno abbiente che sa benissimo cosa vengono a cercare le signore ed i signori e glielo offrono ai prezzi dell'Occidente.
E, all'ombra delle mangrovie, sotto la frescura pericolosa delle palme da cocco, fra le ambigue foglie dei banani tropicali, lasciata ogni dignità personale e di specie, si concedono ai "mandinghi del terzo millennio" che hanno capito l’antifona: ogni botta di mazza vale oro, finché regge!
E, dunque, vai col mercato del "mboro kubwa", perché avidi, sì, ma scemi, no!
Arrivano poi sulle nostre coste con smartphone, collane d'oro e ben nutriti, pronti, nel nome della carità cristiana a defecare nel tuo piatto e ad occupare il tuo posto nel letto coniugale.

Sì, godete italiani che votate per la sinistra, eterofroci nelle mutande e nel cervello, cedete il posto a spietate bestie primordiali che azzannano, violentano, squartano e ammazzano non la vostra, ma la nostra gente.
Aaah ... l'ho detta!


Silvia Romano al suo rientro in Italia
Silvia Romano al suo rientro in Italia

 

10 maggio 2020

SILVIA ROMANO È LIBERA! L’ITALIA SI SCATENA NELL’ISTERIA, NELL’ACREDINE E NELL’ESALTAZIONE

Commenti di Franco Nofori sulla "liberazione".

La giovane neolaureata milanese è finalmente libera, dopo un’angosciosa segregazione di diciotto mesi. Non ci si può che rallegrare, soprattutto dopo le drammatiche, pur se comprensibili, previsioni sulla sua sorte. È finalmente libera – pare in buone condizioni di salute – e potrà riabbracciare presto i propri cari.
Due laconici comunicati, il primo del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il secondo del Ministro degli Esteri Luigi di Maio – poi ripresi da varie agenzie e organi di stampa – parlano genericamente di un “blitz”, grazie al quale è stata liberata e sarebbe ora in mani sicure presso la foresteria dell’Ambasciata Italiana di Mogadiscio, da cui rientrerà in Italia con un volo dei nostri servizi segreti, il cui arrivo a Ciampino è previsto intorno alle 14 di oggi.
Tutto bene, quindi ed è ora il tempo di accoglierla e di condividere la felicità sua e dei suoi famigliari, ma questo non deve esentarci dal diritto di pretendere informazioni veritiere e circostanziate su quanto è accaduto. Posto che a Mogadiscio non esiste alcuna ambasciata Italiana, giacché, causa la permanenza di feroci conflitti in terra somala, tale Ambasciata è stata da tempo decentrata a Nairobi, in Kenya. L’altra perplessità la fornisce questo presunto “blitz” grazie al quale la giovane milanese sarebbe stata liberata.
Il pagamento di un riscatto si può definire in molti modi, ma certamente non con il termine “blitz” che prevede un’incursione armata di forze speciali, incursione che non è mai avvenuta, perché si è trattato, in realtà, di una lunga trattativa tira-molla con i sequestratori per giungere a un accordo sul prezzo del riscatto. Qualcuno parla di una decina di milioni di euro, qualcun altro ipotizza addirittura un miliardo.

“Noi monarchi decidiamo e voi del volgo tacete!”

Comunque sia, il popolo italiano – giacché è lui a doversi accollare questo esborso – ha il sacrosanto diritto di sapere il suo esatto ammontare, oltre a essere dettagliatamente informato e su tutti i perché e i come, che hanno caratterizzato la procedura conclusasi con la liberazione. Quando si tratta di denaro pubblico – cioè di denaro pagato dai contribuenti – una Nazione democratica ha il preciso dovere di contabilizzarne ogni utilizzo, che dovrebbe poi essere diligentemente riportato nel bilancio di stato. Il non farlo, per la deliberata scelta di occultarne l’utilizzo, equipara il nostro Paese a un regime autoritario che nulla ha a che fare con la vera democrazia. Neppure si può scadere, commentando la vicenda, nell'astioso turpiloquio cui Silvia è stata fatta oggetto nei social, ma se tale acredine non è giustificata, non lo è neppure la melensa deificazione che altri le hanno euforicamente riservato.
Non c’è prezzo che possa pagare la vita di una persona e se la scelta obbligata era quella di abbandonare Silvia alla sua sorte, oppure di svuotare le tasche allo scopo di salvarla, è fuor di dubbio che si doveva optare per la seconda. Non si contesta quindi la scelta del governo, ma si contestano le imprecisioni, le menzogne, le patetiche ed erronee magnificazioni che farebbero assurgere Silvia al ruolo di una novella Santa Maria Goretti. Non lo era. Così come non lo sono tutte le fantasiose qualifiche che le sono state attribuite. Silvia Romano non è mai stata una “Cooperante”, come tutti la definiscono, e neppure era una “Volontaria”.
Non ha mai avuto nessuno di questi titoli. Era soltanto una semplice turista, un po’ sprovveduta, che è andata volontariamente a relegarsi in uno sperduto villaggio del Kenya, in cui tutto il suo impegno umanitario, si è esaurito nel “far giocare i bambini del villaggio”. Il tutto, mettendosi al servizio di una sedicente Onlus, Africa Milele, presieduta da una certa signora Lilian Sora, in forte odore di truffa.

Gli altri due “volontari” Luigi Tacchetto ed Edith Blasi, sequestrati in Mali
Gli altri due “volontari” Luigi Tacchetto ed Edith Blasi, sequestrati in Mali

Le becere offese e le deliranti esaltazioni

Sublimare in modo così sperticato, quest’opera, che di umanitario aveva ben poco, significa oltraggiare indebitamente tutte le vere organizzazioni umanitarie che l’aiuto lo prestano davvero, con estremo sacrificio e abnegazione. È ora di smetterla di creare falsi miti, perché già troppi ne abbiamo venerati senza che lo meritassero. È molto probabile che ora, Silvia, si troverà braccata da stuoli di editori, che vorranno accaparrarsi i diritti per pubblicare la sua storia e lei assurgerà così a un’insperata celebrità. Intanto, mentre si sta ancora componendo il complesso puzzle della sua liberazione, sembra che lei, come riportano alcune testate nazionali, abbia già dichiarato di essersi convertita all'Islam. Se così fosse, la storia sembra ripetersi, nel solco dell’ormai ultra celebrata “Sindrome di Stoccolma”, cioè, l’amore per i propri carnefici.
Ma quello Stato che oggi paga (con i nostri soldi) la sua liberazione, ha tante spiegazioni da dare sulle troppe incongruenze e discriminazioni che, in questi frangenti, caratterizzano le sue scelte e sono spiegazioni da cui non si può esentare, come ha però già fatto per quanto riguarda la liberazione dell’altro celebre sprovveduto, Luca Tacchetto e della sua amica canadese Edith Blais, entrambi coinvolti in un dissennato progetto, molto più incosciente che avventuroso. A bordo di una vecchia auto, che si ripromettevano di vendere al termine del viaggio, hanno attraversato Italia settentrionale, Francia, Spagna, Marocco, Mauritania e Mali, per poi arrivare in Burkina Faso, dove non sono mai giunti perché sequestrati da un gruppo di Jihadisti islamici poco prima di attraversare l’ultimo confine. Anche loro sono stati recentemente liberati.
È stato pagato un riscatto? Di quanto? Chi l’ha pagato? Il Canada o l’Italia? Oppure metà ciascuno?
Silenzio assoluto. Da quando è rientrato a casa, Luca Tacchetto non ha rilasciato una sola dichiarazione, salvo quella di auto-conferirsi, anche lui, la qualifica di “volontario”.

L’arroganza, le discriminazioni e l’indegnità del potere

Insomma tutta questa ipocrisia è davvero esasperante e non si comprende perché, l’Italia abbia da tempo adottato la linea dura contro i sequestri in Patria, ma sia sempre pronta a calare le brache foraggiando i gruppi terroristici del mondo per riportare a casa i propri avventati cittadini. In Italia, i beni delle famiglie dei sequestrati venivano bloccati, perché non si voleva (giustamente) favorire l’emulazione di quei reati. È stata una decisione certamente sofferta, ma che ha prodotto innegabili risultati. È tuttavia difficile spiegare perché un bimbo di Abbiategrasso dev'essere lasciato in mano ai suoi sequestratori, mentre una ragazza, volontariamente andata in un luogo a rischio, dev'essere salvata ad ogni costo.
Oltretutto i riscatti richiesti alle famiglie italiane, li avrebbero pagati le famiglie stesse, non lo Stato, mentre, nel secondo caso, li pagano i contribuenti. Se qualcuno in tutto questo, trova un senso di equità e di logica, per favore: ce lo spieghi, perché noi non lo vediamo.
Concludiamo, aggiungendo anche il nostro benvenuto ai molti che sono già stati espressi a Silvia, ma non possiamo sottrarci alla riprovazione verso uno stato che gestisce gli affari pubblici con le menzogne e l’omertà, tipiche delle organizzazioni mafiose.

E avrei voluto concludere qui il mio articolo, ma proprio ora ho assistito all'arrivo del volo che ha riportato Silvia a casa. È un aereo italiano, organizzato grazie a un riscatto pagato dagli italiani e con il risolutivo intervento dei servizi segreti italiani.
Eppure Silvia scende da quell'aereo paludata con gli abiti musulmani, cioè gli abiti dei suoi sequestratori, mentre aveva tutto il tempo per cambiarsi. Lo stesso avevano fatto le due famose Simone, ricordate? Quelle rimpatriate dall'Iraq, sempre a nostre spese e sempre grazie al pagamento di un riscatto.
Mi perdonino i benpensanti, ma io in queste scelte, non vedo altro che uno sprezzante sputo in faccia al nostro Paese, ma forse, tutto sommato, è anche uno sputo che la nostra ignavia ci fa meritare.


Silvia Costanza Romano con il padre Enzo Romano
Silvia Costanza Romano con il padre Enzo Romano

 

15 marzo 2020

SILVIA ROMANO: SALTA NUOVAMENTE IL PROCESSO

Tre colpi di scena sconcertanti, che gettano una pesante ombra sulla corretta gestione dell'inchiesta.

Il processo contro tre degli imputati per il rapimento di Silvia Romano, le cui due ultime udienze erano previste l’11 e il 12 marzo, sono “saltate”. La giudice, Julie Oseko non ci sarà per un mese. Vacanza, impegni di lavoro, questioni di salute? Non è dato sapere. Nessuno al palazzo di giustizia di Malindi sa dare una spiegazione.
Questi ritardi preoccupano e se sommati a altri passaggi inquietanti lasciano perplessi e confusi. Ai primi di febbraio è stata trasferita ad altra sede, Nairobi, la rappresentante della pubblica accusa, Alice Mathagani, che si stava occupando puntigliosamente del caso. Qualche giorno fa anche l’investigatore della polizia che stava indagando sul rapimento di Silvia è stato allontanato: trasferito a Mombasa.

Va ricordato tra l’altro che la pubblica accusa si era opposta a concedere la liberà su cauzione ai tre accusati di terrorismo, proprio per evitare che scappassero portandosi via i loro segreti. Ma la decisione della giudice – che in un primo tempo aveva negato la libertà su cauzione, poi concessa – ha permesso a due dei tre imputati di non finire dietro le sbarre (uno di loro, Ibrahim Adhan Omar, è addirittura latitante e non si sa che fine abbia fatto. Eppure, la legge keniota non prevede la cauzione per gli accusati di terrorismo!

Non c’è stato nulla di fare per convincere la famiglia ad essere partecipe in Kenya nelle fasi investigative così come in quelle processuali, ma le pressioni esercitate dalla Farnesina sono state talmente forti sulla psicologia della madre, del padre e della sorella da indurli a desistere da qualsivoglia intervento, giungendo al punto di ordinare perfino ai diplomatici italiani di non partecipare alle udienze. La sensazione è che il silenzio totale e completo chiesto dalle autorità, sia stato motivato soprattutto dall'esigenza di coprire gli errori e le omissioni nell'inchiesta. Si deve anche registrare una malcelata stizza verso coloro, giornalisti compresi, che hanno indagato o scritto sul rapimento. E, soprattutto, l’ordine impartito alla Rai di non occuparsi di Silvia.
Occorre a malincuore constatare che gli errori, le omissioni e i depistaggi in questa amara vicenda sono stati notevoli e forse anche dolosamente voluti per evitare di toccare interessi molto più grandi della vita di una semplice ragazza milanese.

Ormai sembra non ci si possa aspettare nulla dal processo. Appare tutto insabbiato. Nessuno ha voluto indagare seriamente ed è difficile a questo punto ribaltare la situazione.


Silvia Costanza Romano sul litorale keniota
Silvia Costanza Romano sul litorale keniota

 

6 febbraio 2020

LA GESTIONE DEL SEQUESTRO DI SILVIA ROMANO

Notizie contraddittorie non chiariscono nulla sulla sua sorte.

Riuscire a capire cosa è successo a Silvia Romano e dove sia la ragazza ora, è veramente complicato e difficile. E poi le autorità, che ostinatamente mantengono uno stretto riserbo, non aiutano a capire. Anzi sembra che boicottino ogni tentativo di cercare e trovare la giovane. Come se la sua vicenda nascondesse un segreto di Stato.

Ebbene, così si è cercato di ricostruire almeno le prime fasi del suo rapimento parlando con chi l’ha inseguita e cercata subito dopo quel maledetto 20 novembre 2018, quando un commando di delinquenti l’ha portata via dai bambini di Chakama.
Un gruppo di guardie parco del KWS (Kenya Wildlife Service) meno di un ora dopo il ratto si era messo sulle tracce di rapitori e rapita. Questo è il loro racconto: “Quella sera improvvisamente è cominciata una pioggia torrenziale e Silvia è stata portata via in canottiera, shorts e, soprattutto, senza scarpe o ciabattine. I rapitori hanno trasportato la ragazza caricandola sulle spalle. Hanno attraversato il fiume Galana quasi in secca e dall’altra parte hanno trovato due moto che avevano ben nascosto nella foresta qualche giorno prima”.
“Hanno caricato Silvia – raccontano – e sono partiti verso la costa. Dopo un paio di chilometri o poco più sono stati costretti a fermarsi: impossibile proseguire. La pioggia aveva trasformato la pista in un acquitrino. Così i rapitori, scesi dalle moto con il loro ostaggio, hanno dovuto proseguire a piedi in un bosco di acacie spinose e rovi. Quei sentieri sono pieni di insidie non solo per i piedi, se si cammina come lei scalzi, ma anche per il corpo che si riempie di graffi e tagli. Occorre sempre indossare una camicia e pantaloni piuttosto pesanti. Silvia era a braccia e gambe scoperte”.
“Noi siamo arrivati alle moto pochi minuti dopo che le avevano abbandonate – proseguono nel racconto – il motore era ancora caldo e abbiamo subito contattato le cellule della polizia e dell’esercito sguinzagliate alla ricerca della ragazza, avvisandole che eravamo sulle loro tracce e li avremmo raggiunti da lì a pochi minuti. Invece inspiegabilmente siamo stati bloccati: ci hanno ordinato di aspettare i rinforzi. Al loro arrivo i rapitori con l’ostaggio si erano già dileguati. Siamo alla fine di novembre 2018; Silvia è stata rapita il 20 novembre.
Le ricerche per individuare il luogo dove si sono rifugiati i rapitori e il loro ostaggio proseguono. Le guardie parco decidono di arruolare per le ricerche un bracconiere, anzi loro dicono un ex bracconiere, che conosce a menadito tutti i sentieri e i percorsi, più o meno segreti utilizzati dai cacciatori di frodo per sfuggire alla polizia, all'esercito e agli uomini del KWS.
L'ex bracconiere accetta di aiutarli e da solo vaga di villaggio in villaggio alla ricerca di notizie. Individua il gruppo di sequestratori e li contatta. Loro lo avvisano che Silvia è gravemente ammalata, ha la febbre e delira e lo incaricano di procurare delle medicine, vorrebbero antibiotici.

Nel frattempo, all'insaputa di tutti, sono cominciate le trattative tra rapitori e autorità italiane. Un gruppo di 007 e arrivato da Roma e si è installato a Garsen, ospite di una piccola guarnigione dell’esercito keniota (KDF, Kenyan Defence Forces). Il bracconiere va da loro a chiedere le medicine e, invece di ottenerle, viene denunciato dagli italiani ai kenioti che l’arrestano. I rapitori, non vedendo più tornare il loro contatto, scappano e fanno perdere di nuovo le tracce.

Pur senza l’aiuto dell’ex bracconiere, i ranger guardia parco continuano le loro ricerche, battono a tappeto tutta la zona in un triangolo compreso tra Malindi, Garissa e Lamu. Nel loro vagare di villaggio in villaggio su tutto quel territorio, poco prima di Natale 2018 si imbattono in un gruppo di pastori che raccontano: “La ragazza bianca è stata qui. L’abbiamo rifocillata e le abbiamo offerto del latte. Stava male, malissimo. Aveva la febbre alta. Era ridotta proprio ai minimi termini. Senza medicine non può avercela fatta”. Da quel momento si perdono tutte le tracce di Silvia. Siamo sotto Natale 2018, un mese dopo il rapimento.

Oggi può dirsi verosimile che la volontaria milanese sia stata gravemente malata (come hanno raccontato i pastori), ma poi guarita e che ora sia ancora viva ed in buona salute (come sostengono fonti autorevoli, impossibile però da verificare), francamente sembra molto strano.

Comunque sia andata o comunque vada, alla meno peggio alla povera Silvia rimarranno ferite indelebili, dovute al trauma psicologico, che si cronicizzeranno fino a comprometterne la vita stessa. La vita di Silvia si modellerà cercando di fuggire da situazioni, persone e luoghi che potrebbero innescare emozioni sperimentate in luogo del trauma vissuto.
Certo Silvia non tornerà mai più in Africa, ma lei stessa, come molti di voi, non riusciranno a trovare un perché o non vorranno ammetterlo, seppur palese.


Silvia Costanza Romano insieme ai bambini di Chakama
Silvia Costanza Romano insieme ai bambini di Chakama

20 gennaio 2020

SILVIA ROMANO. PROCESSO RINVIATO A MARZO

 

Ennesimo rinvio.
L’udienza, prevista per questa mattina, lunedì 20 gennaio alla Corte di Malindi, contro i presunti rapitori di Silvia Romano, la giovane italiana sequestrata il 20 novembre 2019 a Chakama, è stata spostata dal Giudice Julie Oseko all’11 e 12 marzo prossimi, nella scuola elementare di Chakama.
Due giorni prima, il 9 marzo, il Giudice convocherà le parti solo nel caso ci siano novità sulla sorte di Ibrahim Adan Omar, uno dei tre accusati, che durante la libertà su cauzione è sparito senza dare notizia ai parenti e al suo avvocato e risulta ancora latitante.
Un processo che non sembra avere più molto da dire, soprattutto vista l'assenza di europei tra il pubblico, in particolare diplomatici e giornalisti.
Il messaggio della Farnesina in questi mesi infatti è stato chiaro: “Abbandonare Silvia”.


Tribunale di Malindi
Tribunale di Malindi

 

20 novembre 2019

SILVIA ROMANO. PROCESSO RINVIATO DI DUE MESI

 

Il processo che avrebbe dovuto tenersi oggi a Chakama è stato rinviato al 20 gennaio 2020 dalla Corte di Malindi.
Vista la latitanza e il mandato di cattura spiccato dalle autorità keniote nei confronti di Ibrahim Adan Omar, libero su cauzione, che non si era presentato all'udienza dello scorso 14 novembre a Chakama (vedi articolo che segue), il giudice ha deciso di concedere altri due mesi di tempo per rintracciare Omar.
Ma già si pensa alla possibilità di tornare alla divisione del processo, per cui i due imputati Moses Luwali Chembe e Abdulla Gababa Wario sarebbero giudicati a parte, mentre per il latitante si agirebbe con un iter differente.

E di Silvia? Solo ipotesi frammentarie, formulate al condizionale e propalate dai soliti ignoti!
Ancora viva? Forse sì, nel corpo, ma non certo nello spirito!

Mappa degli Stati e Regioni in Somalia
Mappa degli Stati e Regioni in Somalia

 

Ma dove potrebbe essere Silvia Romano?
L'ipotesi più accreditata:
La 24enne è accusata dalla jihad islamica di proselitismo cristiano nella comunità dove si trovava come volontaria della Onlus Africa Milele.
I rapitori responsabili della gestione della giovane sarebbero appartenenti ad un gruppo di nove soggetti somali ed una decina di qatarioti denominato Amniyat, il reparto d’elitè dell’organizzazione jihadista somala interno ad Al Shabaab, operante nello stato del South West Somalia e in Jubaland, specializzato in rapimenti ed in numerose altre attività criminali. Silvia sarebbe stata nelle loro mani fino a fine settembre 2019. La ragazza sarebbe poi stata portata a Jilib, nelle mani di altri cinque jiadisti sotto il comando di tale Sufayan, detenuto oggi nelle carceri di Baidoa, dal quale potrebbero essere pervenute queste informazioni sulle varie fasi del sequestro, per poi essere di nuovo trasferita nella regione di Bakool, nel South West Somalia, sotto la responsabilità del capo della locale cellula di Al Shabaab e di suo figlio, entrambi legati ai vertici dell'organizzazione terrorista.


Un accorato appello a Vauro Senesi e Roberto Saviano: "Cosa aspettate ad intervenire personalmente e riportarla a casa!?"


La scuola di Chakama dove si è tenuta l’udienza sul rapimento di Silvia Romano
La scuola di Chakama dove si è tenuta l’udienza sul rapimento di Silvia Romano

14 novembre 2019

SILVIA ROMANO. MISTERO SULLA SORTE DI UNO DEI PRESUNTI RAPITORI: FUGGITO O UCCISO?

 

Il 24 ottobre 2019 tutto era pronto da giorni nel villaggio di Chakama per una nuova udienza del processo a tre dei presunti componenti della banda di criminali che rapirono la sera del 20 novembre 2018 la volontaria italiana Silvia Romano.
Come accadde lo scorso 29 luglio per l’apertura del processo, data la quantità di testimoni da ascoltare e la difficoltà di recuperarli e trasportarli alla Corte Giudiziaria di Malindi, ma anche per farli sentire a proprio agio nel loro habitat naturale, l’udienza prevista per giovedì 24 ottobre, avrebbe dovuto tenersi nella scuola elementare del villaggio dell’entroterra malindino dove la giovane milanese fu rapita.
Invece quel giorno a Chakama era tutto tranquillo come sempre, non c'erano né il Pubblico Ministaero Alice Mathangani né tanto meno il Giudice Julie Oseko oltre ovviamente ai tre cittadini kenioti “alla sbarra”, Moses Luwali Chembe, Abdulla Gababa Wario e Ibrahim Adan Omar, che dallo scorso 2 settembre sono accusati di terrorismo.
Le nuove udienze erano state rinviate, ufficialmente per “motivi tecnici”, a metà novembre, le date quelle di giovedì 14 e venerdì 15 novembre.

Oggi 14 novembre 2019 uno dei presunti rapitori di Silvia Romano è scomparso, si è volatilizzato e ha violato le consegne che lo obbligavano a ottemperare agli ordini del tribunale, cioè a presentarsi alla polizia ogni tre giorni. Ma non si esclude che sia stato ucciso per impedirgli si rivelare quello che sa sul sequestro della ragazza milanese. Ibrahim Adhan Omar venerdì scorso ha firmato l’ultima volta il registro delle presenze (procedura prevista dalla cauzione) e poi è sparito.
Era stato arrestato il 10 dicembre dell’anno scorso, venti giorni dopo il rapimento di Silvia, in un covo terrorista di Al Shabaab (i miliziani islamici somali legati ad Al Qaeda), armato di mitra, munizioni e granate, a Bangali, una cittadina nei pressi di Garissa (vicino al confine con la Somalia), famosa perché il 2 aprile 2015, i fondamentalisti islamici nel campus dell’Università, trucidarono 148 studenti e ne ferirono settantanove. Ciononostante Ibrahim aveva ottenuto il permesso di pagare una cauzione per restare fuori dal carcere.

Oggi la prevista udienza a Chakama è cominciata, con 4 ore e mezza di ritardo e si è conclusa in meno di mezz'ora. Si è tenuta lì, in mezzo al nulla, perché secondo la ragione ufficiale, come già detto, i testimoni non avrebbero avuto i soldi per raggiungere la sede del tribunale di Malindi.

Alla sbarra i tre accusati, Moses Luwali ChembeMoses Lwali Chembe, a piede libero per aver pagato la garanzia, un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, Abdulla Gababa Wario, in carcere, anche lui keniota, ma della tribù Orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro) di origine somala, e poi Ibrahim Adan Omar, libero su cauzione, il più pericoloso: ritenuto la mente organizzativa del sequestro.
Ma quest’ultimo non si è presentato provocando l’irritazione della giudice Julie Oseko (sic!), che ha chiesto al legale di Ibrahim cosa pensasse dell’assenza del suo cliente. L’avvocato Samsung Gekanana ha allargato le braccia e scosso la testa.

Ibrahim Adhan Omar è uscito dal carcere perché la cauzione è stata pagata il 28 giugno scorso da Juma Seleiman Lomba, il padre di un presunto terrorista arrestato a Kwale, vicino Mombasa, in marzo. Il parere della procuratrice, Alice Mathangani, e del capo della polizia, Peter Muthiti, era stato negativo perché temevano la fuga del sospettato. Invece la Corte aveva deciso ugualmente di concedergli il beneficio della cauzione. Il risultato è che Ibrahim è fuggito o è stato ucciso portandosi dietro i segreti di un rapimento piuttosto anomalo.
Scopo dell’udienza doveva essere quello di ascoltare i testimoni che hanno assistito al ratto, o comunque avevano informazioni importati per individuare i rapitori. Nessuno di loro è stato ascoltato nel merito. Piuttosto, tre di loro hanno chiesto la parola al giudice Oseko ed esternato alla Corte monocratica il loro timore di essere uccisi: "Chakama è un piccolo centro e ci conosciamo tutti. Per favore – hanno implorato – concludete questo processo in fretta. Abbiamo paura che qualcuno voglia ucciderci per tapparci la bocca. Ma non solo, ormai viviamo in un clima di sospetto che sta distruggendo i rapporti tra di noi". Affermazioni che hanno sottolineato il clima di terrore che si respira a Chakama.

Invito i lettori a riflettere sul fatto che, nonostante la legge non preveda cauzioni per accuse di terrorismo, il giudice le aveva concesse!
I motivi sono incontrovertibili: tolto il diritto di uscire dal carcere su cauzione, i tre accusati del rapimento di Silvia Romano sarebbero finiti dietro le sbarre (si fa per dire: il penitenziario di Malindi è un lager a cielo aperto che avrebbe fatto sciogliere le lingue più incollate).
Per altro verso il giudice ha voluto lasciare aperta la possibilità che, una volta pagate le cauzioni, le "bestie umane" una volta libere, sarebbero state alla mercé di chiunque
, non certo di chi avrebbe voluto cucigli la bocca per sempre, bensì dando ad un padre la possibilità di potersi "relazionare" con costoro, al di là del reciproco rispetto di diritti, doveri e metodi convenzionali, nella trasgressione dell’etica e della comune morale che avrebbe potuto sfociare in pulsioni, anche le più becere, disgustose e turpi, ma pur sempre legittime nel caso in questione. In Kenya oltre a truffare e depredare, facendola franca, si può distruggere una "belva umana" anche togliendogli la vita, certi quasi sempre di non pagare pegno.
Così, nella speranza che Silvia, nel giorno del suo ultimo compleanno stesse ancora chiedendo aiuto, il sottoscritto scriveva al padre Enzo Romano, ma costui ha preferito continuare ad avere piena fiducia nella Farnesina e rimanere sordo al mio invito a ricorrere a metodi se anche non proficui, almeno più soddisfacenti, visto che la vice ministra degli Esteri Emanuela Del Re, che si trovava a Nairobi, non si è neppure degnata di assistere all'udienza odierna. Altresì raccapricciante l'ostinato silenzio della famiglia.
Non rivelare nessun dettaglio di quanto è accaduto e limitarsi a frasi di circostanza, come quelle contenute nei comunicati della Farnesina, mina ancora di più il prestigio delle istituzioni di un paese in balia della deriva del sudiciume (con la "p" minuscola) i cui parlamentari ed i governi che si susseguono parlano dell'Africa sub-sahariana e di questi proto-umani con 47 cromosomi, invece di 48, nel loro corredo diploide (inutile dire che l'uomo ne ha 46), come se li vedessero dal balcone di casa loro.


Il processo è stato rimandato al 20 novembre, giorno dell’anniversario del rapimento.

Non è certo fatuo pensare che, prima o poi, anche le altre due "belve" non si presenteranno alla sbarra!


Tribunale di Malindi
Tribunale di Malindi

3 settembre 2019

PROCESSO SILVIA ROMANO. RINVIATO AD OTTOBRE

 

Le nuove accuse di terrorismo ai tre imputati hanno di fatto azzerato tutto, cambiando le regole processuali e dettando nuove disposizioni.
L’avvocato di Moses Luwali Chembe, Abdulla Gababa Wario e Ibrahim Adan Omar (entro il 16 ottobre, così è stato stabilito dal Giudice della Corte di Malindi Julie Oseko) dovrà accettare di difendere i suoi assistiti dalla nuova accusa di terrorismo. In caso contrario il processo non avrà luogo e si procederà con le sentenze.

Nonostante la legge non preveda cauzioni per accuse di terrorismo, nel frattempo però Moses potrà tornare in libertà vigilata, perché sono state emesse le nuove cauzioni che portano per tutti e tre a 3 milioni di scellini (circa 26 mila euro) la cifra da versare per non attendere dietro le sbarre la prossima udienza. Gli altri due invece difficilmente potranno corrispondere tale somma. Adan oltretutto era già fuori dopo aver pagato 500 mila scellini, ma adesso dovrebbe aggiungerne altri 2 milioni e mezzo o raggiungere la stessa cifra fornendo a garanzia titoli di proprietà di terreni (come nel caso dello stesso Moses).
Per Moses c’è l’obbligo di non lasciare i confini della Contea di Kilifi, se non dopo averne fatto richiesta al Giudice della Corte di Malindi. Tutti e tre dovranno anche presentarsi nei prossimi giorni a deporre presso l’ufficio dell’Unità Anti Terrorismo della polizia keniota.
Data l’importanza del nuovo processo, sono state già fissate le eventuali date di ripresa delle udienze, durante le quali dovranno essere ascoltati almeno quindici testimoni. 24 e 25 ottobre a Chakama e 14 e 15 novembre a Malindi.


Silvia Romano
Silvia Romano

30 agosto 2019 - Aggiornamento

PROCESSO SILVIA ROMANO. NUOVO RINVIO

 

All'odierna udienza il Public Prosecutor Alice Mathangani ha proposto di estendere anche ai primi due componenti della banda portati a processo, Moses Luwali Chembe e Abdulla Gababa Wario, l’accusa di terrorismo che invece è già stata formulata nei confronti di Ibrahim Adan Omar, trovato in possesso di armi, i famosi AK47 che potrebbero essere quelli utilizzati dai malviventi che rapirono la volontaria milanese.

Il Giudice della Corte di Malindi Julie Oseko si è riservata di accettare il cambio dei capi d’imputazione il prossimo lunedì 2 settembre in mattinata, dopo aver preso visione delle motivazioni.
Tra i motivi che hanno portato a formulare tale accusa, vi sarebbero anche le dichiarazioni rese dagli accusati riguardo alla presunta "cessione" della ragazza ad un'altra organizzazione criminale. Nel frattempo però ha ordinato la revoca della libertà su cauzione, riportando in carcere Moses e Adan.
Secondo l’accusa stante il probabile nuovo capo d’imputazione potrebbero costituire un pericolo per la sicurezza nazionale ed influenzare in qualche modo i testimoni che verranno a deporre durante la prossima udienza, fissata probabilmente per la prossima settimana.

Ora, e solo ora, dopo nove mesi dal rapimento, la Procura di Roma fa emergere un particolare inedito: l'ipotesi, smentita dal governo somalo, che Silvia sia stata portata in Somalia sulla base di alcuni contatti telefonici avvenuti dopo il rapimento, proprio tra gli autori materiali del sequestro direttamente in quella zona. Sequestro che altresì si ipotizza sia avvenuto su commissione.

Ora potete cogliere i frutti delle investigazioni svolte dalla Intelligence italiana (sic!)

 

30 agosto 2019 - Aggiornamento approfondito

PROCESSO SILVIA ROMANO. NUOVO RINVIO

 

Tolto il diritto di uscire dal carcere su cauzione per i tre accusati del rapimento di Silvia Romano, Abdulla Gababa Wario, Moses Lwali Chembe e Ibrahim Adhan Omar. Il primo era già dietro le sbarre (si fa per dire: il penitenziario di Malindi è un lager a cielo aperto che dovrebbe fare sciogliere le lingue più incollate).

La proposta di negare il beneficio del deposito di garanzia è stata avanzata durante l’udienza che si è tenuta oggi al tribunale di Malindi, dalla procuratrice Alice Mathangani e dall'investigatore della polizia di Malindi, Peter Muirithi, in ragione della pericolosità dei tre imputati. La sospensione della cauzione è stata temporaneamente accettata. I legali dei due imputati hanno presentato ricorso e così il 2 settembre si terrà un’ulteriore udienza per stabilire se sia corretta la decisione di negare la scarcerazione su deposito. Dovrebbe esserlo perché, tra l’altro, la procuratrice nelle sue richieste è stata ancora più pesante: ha proposto alla giudice, Julie Oseko, di cambiare anche il capo di imputazione per gli accusati, Moses, Gababa e Ibrahim: sequestro di persona per fini di terrorismo. Un’incriminazione per la quale il diritto alla cauzione non è contemplato.
Il 2 settembre si dovrebbero decidere anche le date delle prossime udienze di merito e su quello la giudice Oseko è stata durissima intimando agli avvocati: ”Dovete arrivare con tutti i documenti pronti: voglio fare in fretta. Niente cincischiamenti o perdite di tempo”.

Non è estraneo alla decisione di togliere il diritto alla cauzione il fatto che a pagarla per Ibrahim Adhan Omar sia stato Juma Seleiman Lomba, un oscuro sarto che vive nella foresta a oltre trecento chilometri da Malindi, nel villaggio di Makongeni, distretto di Kwale, nei pressi di Mombasa. Particolari che generano parecchi interrogativi. Per altro anche chi ha pagato la somma dell’equivalente di 26 mila euro per Mose Lwali Chembe sono un sedicente nonno che dichiara di guadagnare 50 euro al mese e un altrettanto sedicente zio da cento euro.
Ma non solo. Non è chiaro perché a Ibrahim, arrestato a Garissa e trovato in possesso di armi da fuoco, che si sospetta siano state usate durante l’azione per rapire Silvia, sia stata chiesta una cauzione di soli 500 mila scellini (più o meno 4.400 euro), mentre a Moses e a Gababa, accusati solo di aver comprato le motociclette a cavallo delle quali quel maledetto 20 novembre il commando è arrivato a Chakama (il villaggio dove Silvia è stata rapita), sono stati chiesti, appunto, 3 milioni di scellini, cioè 26 mila euro circa.

Peraltro, secondo le indagini sul sequestro di Silvia, coordinate dal sostituto procuratore di Roma, Sergio Colaiocco, quando a metà luglio gli investigatori kenioti sono giunti a Roma per colloqui con i loro colleghi italiani hanno raccontato che probabilmente la ventitreenne milanese è stata portata in Somalia.
Se subito dopo il sequestro questa ipotesi era stata scartata, giacché troppo pericolosa per i sequestratori e per l’ostaggio, e perché le fonti più disparate sentite nell'ex colonia italiana (compresi gli investigatori della missione dell’Unione Africana) avevano negato la presenza della ragazza, ora prendono un minimo di consistenza. Ma è aperta un’altra pista: che Silvia sia stata portata in Tanzania. Un’ipotesi che è stata avanzata proprio dopo aver analizzato il documento che indica nel sarto di Makongeni, centro molto vicino ai confini con la Tanzania, l’uomo che ha pagato la cauzione per Ibrahim. Peraltro a Makongeni, villaggio di poche anime, il signor Juma Seleiman Lomba nessuno lo conosce!

by Africa Express


Silvia Romano
Silvia Romano

21 agosto 2019 - Aggiornamento

RIMANDATO IL PROCESSO AI RAPITORI DI SILVIA ROMANO.

 

La prossima udienza per il processo che vede imputati i presunti rapitori di Silvia Romano – la volontaria italiana rapita a Chakama, un villaggio a un centinaio di chilometri da Malindi – si terrà il 30 agosto 2019. Ma sarà un incontro solo per fissare la data della prossima udienza di merito.

Oggi al tribunale di Malindi, il magistrato, signora Julie Oseko, ha ottenuto l’unificazione dei due processi, il primo che vede alla sbarra Ibrahim Adhan Omar (processato il 19 agosto con un nulla di fatto) e il secondo che vede imputati Abdulla Gababa Wario e Moses Luari (processati il 29 luglio, con un rinvio dell'udienza ad oggi).

Questo vuol dire però che è tutto da rifare, interrogare nuovamente gli stessi testimoni che sono già stati sentiti (ben 17) e ripartire da zero con un unico ed intuibile obiettivo: allungare i tempi processuali e mantenerli al passo con la politica italiana che al momento, in piena crisi di governo, non ha nulla da offrire in cambio.

 

29 luglio 2019
SILVIA ROMANO... SECONDA UDIENZA!

 

Già, perché la prima udienza del processo ai due cittadini kenioti accusati di essere componenti della banda di otto malviventi che la sera del 20 novembre 2018 assalì uomini, donne e bambini del tranquillo villaggio di Chakama, autori dell’ormai tristemente noto rapimento della “volontaria” Silvia Romano, si sarebbe dovuta tenere alla Corte di Malindi, ma infine si è optato per trasferire la giornata inaugurale del processo proprio dove tutto ebbe inizio, nel villaggio di Chakama nell'entroterra malindino, dove è stata allestita un’improvvisata aula di tribunale nella locale scuola elementare.
La decisione sembrerebbe stata presa per dare la possibilità al magistrato di poter ascoltare tutti i testimoni di quella tragica sera, compresi coloro che sono stati feriti dai primi colpi di fucile AK 47, prima dell’irruzione nella stanza che ospitava Silvia Romano. Molti di loro, per mancanza di risorse, non avrebbero avuto la possibilità di presentarsi a Nairobi, ma anche semplicemente a Malindi.

Oggi, la seconda giornata del processo si è tenuta invece alla Corte della cittadina costiera in maniera inaspettata perché in un primo tempo il processo, secondo le indicazioni delle Istituzioni keniote, riprese dai media dopo l’incontro del 12 luglio scorso a Roma tra il Procuratore Generale keniota Noordin Haji e il Pubblico Ministero titolare dell'indagine aperta a Roma, Sergio Colaiocco, avrebbe dovuto tenersi a Nairobi.
Alla sbarra due indiziati: Abdulla Gababa Wario, keniota della tribù Orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro) di origine somala, veniva dal carcere dove è rinchiuso, e Moses Luari Chende, un keniota giriama (l’etnia che abita sulla costa del Paese), che invece è arrivato (e finito il processo è andato via) con le sue gambe. Quest’ultimo, secondo gli atti a disposizione, era stato arrestato subito dopo il sequestro di Silvia, il 20 novembre dell’anno scorso, ma subito rilasciato dopo aver pagato un’ingente cauzione: tre milioni di scellini, l’equivalente di 25 mila euro.
Una cifra enorme da queste parti, particolarmente depresse, dove il salario medio sfiora i mille euro all'anno. Alcuni giornalisti kenioti presenti al processo si domandavano come Moses avesse potuto raccogliere quella montagna di denaro. Un interrogativo che fa supporre che ci sia qualcuno di ricco e forse importante dietro la manovalanza che ha compiuto il sequestro. Qualcuno che ha ordinato il rapimento e ha pagato la cauzione e che potrebbe farlo tacere per sempre.
Un terzo indiziato, accusato di aver preso parte al sequestro, Ibrahim Adan Omar, sarà giudicato a parte in un caso differente. Secondo gli inquirenti perché è stato catturato lontano da Chakama, e vicino a Garissa, durante un’altra operazione di polizia ed è stato trovato in possesso di armi da fuoco. Il suo processo comincerà il 19 agosto.

Gli odierni imputati sono accusati del rapimento di Silvia Romano e di ridurla in schiavitù con lo scopo di costringere l’ambasciata italiana a pagare un riscatto come condizione per il suo rilascio. Accuse gravissime che prevedono come pena massima anche l’ergastolo.
Ma l'uomo della strada si domanda: "Come mai i rapitori vengono processati – secondo le accuse – per aver chiesto un riscatto all'Italia, quando costoro non si sono mai fatti vivi con le autorità italiane?"
Il silenzio stampa chiesto dalle autorità italiane e dalla famiglia di Silvia è disarmante ed inquietante perché potrebbe nascondere altri obbiettivi e non quello dichiarato secondo cui parlare della vicenda farebbe deragliare le indagini. Le indagini che non vengono svolte – è lapalissiano – non possono deragliare!
Se così fosse - cioè una richiesta di riscatto inesistente - la posizione degli imputati sarebbe di fatto affievolita. In caso contrario perché le autorità italiane e non solo tacciono! Forse per imbastire una trattativa che dura ormai da otto mesi? Trattativa, poi, guidata da chi, quando è dato per certo che il ministro degli esteri italiano, i carabinieri del ROS, i servizi segreti ed i diplomatici italiani non sono mai stati operativi sul territorio keniota, oltre al fatto che a malapena sanno che il Kenya si trova in Africa!
Secondo gli inquirenti della polizia di Malindi le autorità italiane non sono neppure a conoscenza del capo di imputazione sopracitato, tanto è vero che nessuno dell'Ambasciata italiana o del Consolato si è fatto vivo al processo.
Pur ammettendo l'esistenza di una trattativa, quindi, questa non potrebbe essere condotta se non dalle autorità keniote, vista la profondità di cotanta ignoranza geopolitica e culturale di quelle italiane circa il Paese in questione. Ma è risaputo che il Kenya non solo sta al primo posto dei Paesi africani per corruzione ed al sesto nel mondo, tanto che dal 1895 nulla è mai stato dato senza ricevere niente in cambio: i lettori nel prosieguo capiranno! (Vedi anche: Latitanza nella Ibiza del Kenya)

L’udienza di oggi si è svolta in swahili. L’aula del tribunale dove si è svolta l’udienza era piena di gente. Ma c’erano solo due bianchi: l’inviato speciale di Africa ExPress e del Fatto Quotidiano, Massimo Alberizzi e il corrispondente della RAI, Enzo Nucci. Ci si aspettava di vedere anche qualche diplomatico italiano o qualcuno dei carabinieri del ROS o magari uno degli uomini dei servizi segreti. Nulla di tutto questo. Non c’era nessuno! È interessante riuscire a capire se dietro questo caso anomalo si celano interessi diversi da quelli della giustizia.
La pubblica accusa affidata a una donna, Alice Mathangani, ha incalzato i testimoni con domande precise e pertinenti. Anche la giudice, signora Dr. Julie Oseko, sembrava soddisfatta, mentre l’avvocato di Moses, Tonia Mwania, una signora elegantissima con un paio di scarpe tacco 15, è apparsa piuttosto contrariata. Il particolare delle scarpe non vuol essere un pettegolezzo, ma piuttosto un dettaglio per indicare come la parcella della legale debba essere piuttosto consistente.
Il processo è stato aggiornato al 21 agosto 2019.

Infine sembra che gli inquirenti kenioti si siano finalmente impegnati seriamente sulla questione. Questo solo perché hanno bisogno della collaborazione degli italiani per svelare il caso di corruzione che sta inquietando la politica dell’ex colonia britannica, quello delle tre dighe che la CMC di Ravenna avrebbe dovuto costruire. Per ora, secondo le accuse, la CMC è stata abile soltanto a fare sparire 600 milioni di dollari. I giudici di Nairobi hanno emesso un mandato di cattura contro Paolo Porcelli, amministratore delegato dalla CMC (vedi Scandalo dighe in Kenya). Un segnale che in cambio i kenioti sono pronti a consegnare alla giustizia italiana i rapitori di Silvia? La corruzione in Kenya, infatti, un tempo prerogativa dei colonialisti britannici, da diversi anni è diventata terreno fertile anche per gli imprenditori italiani.

Resta ancora oggi il mistero assordante sulla sorte di Silvia! Speriamo, quantomeno, stia ancora invocando aiuto!


Veduta esterna del Bar-Ristorante Karen Blixen di Malindi
Veduta esterna del Bar-Ristorante Karen Blixen di Malindi

26 luglio 2019
DOPO LA TRUFFA, ANCHE LA BIGAMIA A CARICO DI ROBERTO CIAVOLELLA DEL KAREN BLIXEN DI MALINDI

 

Roberto Ciavolella, l’ex promoter finanziario, indagato dalla Procura di Latina, per truffa e frode ai danni dello Stato, è ora oggetto di un’altra denuncia (questa volta per bigamia), presentata dalla sua legittima consorte, causa il successivo matrimonio da lui contratto in Kenya con Mariangela (Alias Tiziana) Beltrame con cui gestisce il popolare bar-ristorante Karen Blixen nella cittadina costiera di Malindi ed è con lui indagata per gli stessi reati di frode. Lo riferiscono le edizioni del Messaggero e di Latina Oggi dei giorni scorsi, secondo cui quest’ultima denuncia, includerebbe anche il reato di abbandono di minori, perché i due figli, frutto della precedente unione, sarebbero stati lasciati in Italia, privi di sostegno finanziario.
Roberto Ciavolella e la sua co-indagata Mariangela Beltrame, sono scomparsi da Latina nel 2013, dopo aver messo a segno – secondo l’accusa – una serie di truffe ai danni d’ignari investitori: questi versavano nelle mani di Ciavolella somme che lui avrebbe dovuto far gestire dalla banca per cui operava, ma che, stando alle imputazioni degli inquirenti, tratteneva a proprio beneficio. L’ammontare totale di queste truffe è ancora in fase di accertamento, ma è già stimato in cifre a sei zeri, mentre la frode ai danni dello Stato, risulterebbe intorno ai due milioni e trecentomila euro. A seguito di tali comportamenti, la Consob ha radiato Ciavolella dall'Album dei Promotori Finanziari, ma il procedimento nei suoi confronti non è ancora approdato alla prima udienza, causa l’irreperibilità dell’indagato che si protrae ormai da sei anni. L’ultimo rinvio, ha aggiornato il procedimento e la comparizione in aula degli indagati, al 6 giugno 2020.
Molto improbabile che i due si presentino, visto che in Kenya hanno trovato un lido compiacente che ha finora potuto metterli al sicuro delle proprie (finora ancora presunte) malefatte. Non sarebbero del resto i primi ad aver goduto di questa “protezione” che la terra d’Africa dispensa a chiunque possa permettersela a suon di soldoni. Ma mentre il Kenya può considerarsi estraneo alle frodi commesse in Italia, la nuova imputazione di bigamia, lo vede, invece, direttamente interessato, poiché il secondo matrimonio – sempre che sia stato compiuto attraverso le preposte autorità distrettuali – è avvenuto in Kenya e per poterlo celebrare, Ciavolella ha dovuto dichiarare il falso, sostenendo di essere libero da precedenti vincoli coniugali.
È utile non confondere le varie modalità di matrimonio presenti in Kenya, alcune delle quali consentono, sì, la bigamia, ma solo in forza di riti tribali che, pur producendo obblighi riconosciuti anche dalla legge, non sono assimilabili al matrimonio civile che si basa, come il nostro, sulla monogamia.

“Benché ancora legittimamente coniugato, contraeva matrimonio con un’altra donna”, recita il capo d’imputazione a carico di Roberto Ciavolella, prodotto dal procuratore Giuseppe Cairo, a seguito della denuncia della prima moglie. Tuttavia, sia Roberto Ciavolella, sia Mariangela-Tiziana Beltrame, sembrano non preoccuparsi troppo dei procedimenti in corso presso la loro città d’origine. I loro affari, ora, li hanno in Kenya e benché alcuni di questi “affari” avrebbero prodotto, anche lì, alcune liti giudiziarie, i due malindo-latinesi, mostrano di aver saputo mettere a frutto i “proventi” ricavati dalle loro (ancora presunte) frodi italiche. Il Bar-Ristorante-Pizzeria, Karen Blixen, resta il punto di ritrovo più frequentato e prestigioso del centro turistico keniota. Alcuni mesi fa, la sua improvvisa chiusura, aveva fatto circolare voci che parlavano di un dissesto, ma si trattava semplicemente di lavori di rinnovamento e ora il Karen Blixen è risorto più attivo e più bello di prima.
Un esempio, questo, che conferma l’allettante opportunità offerta dal Kenya a potenziali investitori che vogliono riciclare ai Tropici proventi quantomeno discutibili. Gli accertamenti sulle truffe in Italia, sono tuttora in svolgimento da parte della Guardia di Finanza di Latina, condotta dal suo comandante provinciale, Michele Bosco. Prima di pubblicare quest’articolo, abbiamo contattato Roberto Ciavolella, per offrirgli la possibilità di esprimere il suo punto di vista circa la denuncia in oggetto, ma non abbiamo ricevuto risposta. Naturalmente siamo sempre disponibili a recepire le sue spiegazioni.
by Africa Express


La volontaria ventitreenne Silvia Romano, fotografata sulla spiaggia di Likoni, rapita due mesi fa nel villaggio di Chakama
La volontaria ventitreenne Silvia Romano, fotografata sulla spiaggia di Likoni, rapita due mesi fa nel villaggio di Chakama

25 gennaio 2019
KENYA. SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO BOCCHE CUCITE MENTRE LE RICERCHE ANNASPANO

Di seguito tutti i precedenti articoli sul rapimento

 

La famiglia e la Farnesina preferiscono il silenzio.
Sono passati più di due mesi dal rapimento della "cooperante" milanese Silvia Romano e le trionfalistiche dichiarazioni della polizia keniota, rilasciate all'indomani dell’evento, si sono rivelate per quello che erano: grossolane e avventate boutade, non supportate da alcun rilievo oggettivo. Oggi, l’incresciosa vicenda di cui Silvia è rimasta vittima, resta avvolta in un plumbeo e angoscioso mistero. I massicci arresti effettuati, che pareva comprendessero anche uno dei presunti rapitori, hanno prodotto un macroscopico nulla. Tacciono i media, tace la Farnesina e tacciono o sproloquiano le autorità locali. Un silenzio inquietante pieno di interrogativi.
Il silenzio è una strategia. Spesso giusta, come è stato per molti ostaggi salvati dai negoziati riservati e dai riscatti mai confessati. Talvolta inutile, anzi controproducente, come fu per il povero Giovanni Lo Porto e come stanno dimostrando i desaparecidos ormai persi nella memoria: il bresciano Sergio Zanotti, rapito fra Siria e Turchia nell'aprile 2016; il missionario cremonese Luigi Maccalli, preso in Niger lo scorso 18 settembre; padre Paolo Dall’Oglio, sequestrato a Raqqa cinque anni e mezzo fa.
Di questi italiani si torna a parlare solo quando ne rapiscono altri, ma a tutti i familiari viene chiesto dal governo italiano sempre, immancabilmente, di tacere.
Per Silvia Romano, al silenzio italiano s’è contrapposto in queste settimane la loquela keniota, incontenibile, spesso fuori luogo. Dietro ogni svolta annunciata, c’è stato regolarmente uno schianto contro il muro del nulla: capi della polizia prodighi d’annunci («siamo vicini!»), di rassicurazioni («è viva!»), d’indicazioni («è ancora in Kenya!»), il tutto senza mai un elemento di prova che andasse oltre il proclama. Investigatori ora rimossi, ora richiamati. Dichiarazioni che non dicevano molto e qualche agente che consigliava, addirittura, di ricorrere agli stregoni e alla magia nera. Dispiego di droni che nessuno ha mai visto, di elicotteri che decollavano solo per trasportare le autorità locali. Decine d’arrestati, rilasciati in poche ore.
L’ultima speranza d’una «svolta» viene dalle parole del procuratore di Nairobi, Noordin Haji, che a una delegazione italiana d’avvocati s’è in realtà limitato a manifestare l’intenzione di «procedere in maniera più decisa» nelle ricerche. Stiamo a vedere. Per adesso, è emerso solo il pasticcio delle indagini. Con cinquanta giorni di ritardo, le autorità si vantano d’avere messo il coprifuoco in un’area di 40 mila km quadrati com'è la valle del fiume Tana, abitata qua e là solo da contadini e pastori, dominata da grandi clan familiari che diffidano della polizia, non collaborano e non si sognerebbero mai di rompere l’omertà. Gli investigatori sono sicuri che la banda con l’ostaggio non sia emigrata in Somalia. Ci sono 700 km di confine e solo quattro punti di controllo, andare di là è la cosa più semplice. E infine, ricordate i tre ricercati, «gli autori materiali del sequestro a Chakama», sui quali il governo africano aveva messo una taglia di quasi 25 mila euro? Il figlio d’uno di loro, Yusuf Kuno Adan, dice che in realtà suo padre è morto sei mesi fa e ha mostrato in tv il certificato del decesso. Non è detto che sia autentico, perché nei municipi kenioti è facile pagare pochi scellini per avere questi documenti, ma la notizia non è stata mai smentita.
Ma allora in Kenya su che cosa indagano, se stanno indagando? E su che cosa si tratta, se si sta trattando?

Intanto, lo scorso giovedì, la polizia del Kenya ha tratto in arresto, il ventiquattrenne milanese Gian Marco Duina, anche lui "cooperante", trovato, insieme all'amica Jessica Todaro, mentre girovagava a Ngao, un villaggio del Tana River, considerata zona ad alto rischio e soggetta a coprifuoco. I due giovani erano in possesso di semplici visti turistici che non consentivano loro di prestare altre attività all'infuori di quella prettamente vacanziera. I due sono stati rilasciati il giorno successivo e ci si augura faranno tesoro di questa sgradevole esperienza.

Il mese scorso, nel pericoloso Burkina Faso, sono scomparsi il padovano Luca Tacchetto e la sua amica canadese Edtith Blais di 30 e 34 anni. Anche loro operavano per conto di una Onlus attiva in Togo, Paese che i due giovani intendevano raggiungere con la proprio auto che, partita da Padova, aveva attraversato Francia, Spagna, Marocco, Mauritania e Mali per raggiungere il Burkina Faso, da cui, dopo una breve sosta, sarebbero ripartiti per la destinazione finale.

Impossibile non rilevare un certa disinvoltura nell'affrontare esperienze di volontariato in Paesi poveri, politicamente instabili e soggetti a continui scontri tribali. Sono oltre trenta gli italiani persone rapite negli ultimi dieci anni mentre si trovavano all'estero. In maggioranza si è trattato di "volontari e cooperanti" di organizzazioni umanitarie, che, pur se animati da lodevoli intenzioni, mostrano una scarsa conoscenza delle problematiche e dei rischi che si accingono ad affrontare.
Per quanto riguarda il Kenya, chiunque venga come "volontario o cooperante", deve essere segnalato alle autorità locali e ottenere l’ufficiale riconoscimento di tale status. Quanto accaduto a Silvia Romano, Gian Marco Luina e Jessica Todaro, legittima dunque, l’insorgere di qualche dubbio sulla superficialità con cui varie ONG, gestiscono l’invio di "volontari e cooperanti" in Kenya, visto che questi sembrano trovarsi allo sbaraglio senza riferimenti né assistenza logistica. C’è il sospetto che Silvia sia entrata in Kenya con visto turistico, cosa che non avrà fatto molto piacere alle autorità keniote.

Va detto inoltre, che la ONG Africa Milele, di cui fa parte Silvia Romano collaborava con la signora Tiziana, contitolare del bar-ristorante Karen Blixen di Malindi, che in realtà si chiama Mariangela Beltrami, la quale, insieme al suo convivente e contitolare, Roberto Ciavolella, è oggetto di un procedimento giudiziario presso il tribunale di Latina, per frodi ammontanti a oltre tre milioni di euro, che loro, in qualità di promoter finanziari, avrebbero sottratto a ignari investitori.
In effetti, le investigazioni degli inquirenti nei confronti di Mariangela Beltrami e Roberto Ciavolella, sono iniziate nel 2013 a seguito delle denunce sporte da alcune delle loro vittime, ma poiché i due erano già riparati in Africa, non è stato finora possibile notificare il procedimento a loro carico, peraltro già rinviato più volte e la cui prossima udienza è stata fissata ad aprile di quest’anno. Se quest’ultima notifica non potrà essere effettuata in tempo utile, le imputazioni rivolte ai due indiziati, andranno fatalmente in prescrizione ed è a dir poco curioso che l’Italia, tramite la sua rete consolare, riesca a notificare in Kenya una multa per divieto di sosta e non sia capace, invece, a fare altrettanto per un ben più grave reato di frode, visto che a Nairobi c’è un ambasciatore, Alberto Pieri, così come anche a Malindi c’è un console onorario, Ivan Del Prete, che sanno benissimo dove i due indiziati vivono e lavorano. (Vedi anche: Il console onorario di Malindi mi ha derubato!)
Fino alla sentenza di terzo grado, non si può parlare di colpevolezza, ma la presidente di Africa Milele, Lilian Sora, nel frattempo ha voluto fornire una versione per creduloni: “Sì, avevo sentito delle voci sui gestori del Karen Blixen e la stessa Tiziana mi aveva genericamente parlato di cause legali in corso, ma solo recentemente ho appreso dai media dell’esistenza di procedimenti giudiziari a loro carico in Italia”.
Contrariamente a quanto dichiarano alcune testate giornalistiche, basta mettere piede a Malindi per comprendere che l’humus in cui vive la comunità italiana non è poi “così variegato e complesso che anche chi vi abita da diversi decenni, stenta a sviscerarne tutti i risvolti” . (Vedi: Latitanza nella Ibiza del Kenya - Malindi di Male in peggio!)

Ma sull'incresciosa vicenda di Silvia Romano, c’è la testimonianza di Davide Ciarrapica che a Likoni, a sud-ovest dell'isola di Mombasa, gestisce l’Onlus “Orphan Dream” dove, lo scorso agosto la volontaria milanese aveva fatto la sua prima esperienza in terra d’Africa: “Era un po’ riluttante a seguire le regole, voleva uscire la sera mentre noi chiediamo di non rientrare dopo le dieci perché anche Likoni è una zona molto pericolosa, soprattutto di notte. Ovviamente chi voleva uscire, ne aveva diritto, ma lo faceva a proprio rischio. A Chakama, dove era stata gli ultimi venti giorni, diceva di aver trovato degli amici ed è per questo che ci è voluta tornare, nel suo secondo viaggio, malgrado l’avessimo fortemente sconsigliata, ma lei ha risposto che a Chakama si sentiva libera, poteva uscire con i locali e alzarsi al mattino quando voleva. La mia idea, ma è del tutto personale, è che ad organizzare il rapimento sia stato qualcuno che le era molto vicino, perché sono andati a colpo troppo sicuro. Mi dispiace tantissimo per Silvia e spero che possa essere presto liberata”.
Silvia è una ragazza di ventitré anni, con i desideri e gli entusiasmi della sua età e vuole vivere in pieno la propria giovinezza. Forse a Chakama aveva trovato un “ganzo”, ma non si può sostenere che l’esuberanza giovanile le abbia fatto meritare l’atrocità di cui è stata vittima. Neppure si deve però cadere nell'insulsa retorica della sua santificazione. Silvia è una ragazza normale, né santa, né colpevole.
Purtroppo il nome di Silvia è destinato pian piano a scivolar via, a perdersi nel vento, e la dimenticheremo, povera ragazza.


Silvia Costanza Romano rapita da uomini armati nella contea di Kilifi
Silvia Costanza Romano rapita da uomini armati nella contea di Kilifi


11 dicembre 2018
ARRESTATO UNO DEI TRE SOSPETTI COLLEGATI AL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO AVVENUTO LO SCORSO 20 NOVEMBRE A CHAKAMA NELLA CONTEA DI KILIFI


La polizia di Tana River ha arrestato uno dei tre sospetti legati al rapimento della volontaria italiana Silvia Romano a Kilifi il mese scorso.
Il comandante della Costa AP, James Akoru, ha confermato che il sospetto Ibrahim Adan Omar è stato arrestato domenica sera verso le 19:00 a Bangale, nella contea di Tana River.
"Un fucile AK-47, due caricatori e 100 munizioni sono stati recuperati dal sospetto", ha detto una fonte della polizia che ha rifiutato di rivelare dove costui è detenuto.

Altri sospetti nominati dalla polizia nel sequestro della sig.ra Romano sono Yusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi che sono ancora in fuga.
By Daily Nation

Osservazioni

 

Se gli albergatori e coloro che, a vario titolo, hanno interessi per difendere Malindi, la sua rispettabilità e, nel tentativo di promuovere il turismo, affermano che "il silenzio africano fa bene alle indagini", pur augurandomi una conclusione positiva della vicenda, la fine di un incubo per la famiglia e per la ragazza stessa, resto nell'assoluta convinzione che il silenzio non porti nulla di buono poiché, comunque vada, alla povera Silvia rimarranno ferite indelebili, dovute al trauma psicologico, che si cronicizzeranno fino a comprometterne la vita stessa. La vita di Silvia si modellerà cercando di fuggire da situazioni, persone e luoghi che potrebbero innescare emozioni sperimentate in luogo del trauma vissuto. Certo Silvia non tornerà mai più in Africa, ma lei stessa, come molti di voi, non riusciranno a trovare un perché o non vorranno ammetterlo, seppur lapalissiano.

Naturalmente le autorità italiane hanno imposto il silenzio stampa che certo non giova a risolvere in fretta la situazione ma, al contrario, a prolungarla nel tempo. Lontano dagli occhi vigili e indiscreti dei giornalisti si può fare di tutto, per esempio trattare all'infinito per strappare condizioni migliori per il rilascio, anche se ciò vuol dire lasciare una giovane ragazza indifesa in balia di incontrollabili rapitori e addossare loro responsabilità di fallimenti di trattative e patteggiamenti ai banditi. Secondo chi scrive invece la riservatezza totale serve esclusivamente a non danneggiare il turismo dei pecoroni disinformati.

Paradossalmente, pur vivendo nell'era dell’informazione, la maggior parte delle notizie a cui abbiamo accesso sono spesso interessate, ingannevoli, oltre che comunicate da persone ignoranti, disinformate, ipocrite e simulatrici.
Questo è in larga parte dovuto alla tendenza del dilagare del passaparola o delle recensioni e commenti che troviamo sul web ed in particolare sui social network.
Senza prenderci la briga di controllare la loro effettiva veridicità, diamo così per scontato che questo tipo di informazione, facilmente reperibile, sia vera; mentre invece dovrebbe essere considerata semplicemente come “intrattenimento” per “comari da cortile”.
In sociologia questo fenomeno prende il nome di Argumentum ad Populum o, più volgarmente, "Effetto Carrozzone" e consiste nel credere che, se molte persone pensano nello stesso modo o dicono le stesse cose (che poi sono quasi sempre riportate da altri), allora le sensazioni rispecchiano la realtà e le narrazioni riportano la verità.

Le persone informate possono decidere, le persone disinformate “credono” di decidere!
L’importanza dei mezzi di comunicazione è enorme. Ai fini di una scelta ponderata è indispensabile l’informazione, che è semplicemente contrapposta alla rappresentazione illusoria del mondo e da cui dipendono i vostri consensi e preferenze e di conseguenza le vostre decisioni.
Conoscenza vuol dire potere. Non lasciate che la forza di un algoritmo insondabile orienti la vostra mente e indirizzi le vostre scelte in ogni campo. Manipolazioni, distorsioni e prevaricazioni sono dietro l'angolo con lo scopo di fuorviare il pubblico generalista.

I giovani come Silvia sono carenti di informazione e questa mancanza la si trova nel turismo di massa specie se rivolto al continente africano dove la sicurezza (prendendo un argomento a caso) non è un optional!

Circostanze da valutare con attenzione:
La distanza in linea d'aria tra Chakama e la Riserva Nazionale di Boni è di 254 Km, un territorio a dir poco impervio, attraversato dai fiumi Galana e Tana, che i rapitori avrebbero percorso a piedi.
Bangale, nella contea di Tana River, dove il sospetto Ibrahim Adan Omar è stato arrestato domenica 10 dicembre 2018, è molto distante dall'ipotetico tragitto intrapreso dai rapitori da Chakama alla foresta di Boni, segno che il gruppo si è diviso.
Disarmante resta il fatto che nessuna informazione sia trapelata dopo l'arresto di uno dei tre rapitori, stante il fatto che la polizia keniota ha fama di esercitare forme molto convincenti per ottenere informazioni durante gli interrogatori.
Se Silvia dovesse finire nelle mani dei militanti di Al-Shabaab, al di là della presunta lotta religiosa del gruppo più volte messa in discussione dalla detenzione di donne prigioniere come schiave del sesso proprio all'interno della foresta di Boni, le cose non volgerebbero al meglio, in quanto cristiana.


Silvia Romano. La "cooperant" italiana ancora dispersa in Kenya
Silvia Romano. La "cooperante" italiana ancora dispersa in Kenya


9 dicembre 2018
RISULTA ANCORA DISPERSA LA "COOPERANTE" ITALIANA SILVIA ROMANO

La polizia "chiude" la foresta di Boni alla ricerca dei rapitori.

Sono passate più di due settimane da quando uomini armati hanno sequestrato la "cooperante" italiana Silvia Romano, ma poco si è sentito parlare di dove si trovasse o del suo benessere.
La polizia rimane tuttavia ottimista sul salvataggio della giovane ventitreenne milanese, anche se le operazioni di ricerca si intensificano all'interno e intorno all'ampia foresta di Boni in cui "si dice" che i suoi rapitori siano scomparsi.
Una squadra di sicurezza composta da unità di polizia ed esercito ha dichiarato di aver isolato la foresta di Boni e le aree confinanti con le contee di Lamu, Garissa e Tana in cerca dei banditi che hanno anche ferito cinque persone a Chakama durante l'imboscata.
Le fonti di polizia sul territorio credono che i rapitori possano ancora nascondersi nella foresta o in uno qualsiasi dei "manyattas" (insediamenti tipici caratterizzati da un recinto comune) che punteggiano il vasto entroterra di Garsen, nella contea del fiume Tana.
"I rapitori sono nascosti nella contea di Tana River e mancano di mezzi di trasporto dopo che le loro due motociclette, danneggiate nella foresta, sono state recuperate dalla polizia", ha dichiarato una fonte in condizioni di anonimato.
La polizia crede che la sig.ra Romano sia ancora viva nelle mani dei sequestratori in seguito alle segnalazioni degli allevatori della comunità Orma di aver visto la donna nella foresta indossare abiti "buibui" (un pezzo di stoffa nera indossato come scialle dalle donne musulmane, specialmente nella costa est africana).
La fonte ha anche respinto le possibilità che i rapitori avrebbero condotto la sig.ra Romano in Somalia. "Sospettiamo che si nascondano da qualche parte nella foresta aspettando che il caldo si spenga prima di procedere con il loro viaggio."
Finora, i detective della Polizia antiterrorismo di Nairobi si sono accampati nel Tana River e nelle contee di Kilifi per guidare le indagini.
Il coordinatore regionale della costa Bernard Leparmarai ha risposto alle preoccupazioni che l'operazione stava impiegando troppo tempo affermando che le condizioni meteorologiche avverse e la scarsa comunicazione avevano influito sulla missione.
Allo stesso tempo, il sig. Leparmarai ha detto che alcune persone collegate al rapimento sono state arrestate e stanno collaborando con la polizia alle indagini, indagini che si estendono alle contee di Garissa e Lamu.
Lo afferma anche l'emittente Ntv: "La polizia keniota ha arrestato un alto ufficiale del KWS (Kenya Wildlife Service, il servizio parchi), nell'ambito delle indagini sul rapimento della volontaria italiana, Silvia Romano". Questo arresto segue quello di un sergente del KWS, Abdullahi Bille, e di suo fratello, sospettati di legami con i rapitori. Si ritiene che Silvia, rapita il 20 novembre, sia prigioniera nella zona della contea meridionale di Tana Delta.
"Attualmente non posso commentare di più sull'indagine e lasciare che le forze di polizia possano fare il loro lavoro", ha aggiunto il sig. Leparmarai, "crediamo che i rapitori siano criminali" estorsori " che potrebbero aver intenzione di vendere la sig.ra Romano ai terroristi di Al Shabaab".

Ivan Del Prete, il console onorario italiano in Kenya con sede a Malindi, ha rifiutato di commentare la questione. "Riguardo al caso su cui si sta indagando, l'Ambasciata italiana a Nairobi è tenuta alla massima discrezione per il bene dell'indagine", ha risposto in un messaggio.

La foresta di Boni è una riserva nazionale per la conservazione della flora e della fauna che si trova nella contea di Garissa. La riserva copre un'area di 1.339 km² (517 miglia quadrate) ed è gestita dal Kenya Wildlife Service. È stata dichiarata nel 1976 come santuario della stagione secca per gli elefanti nell'ex distretto di Ijara, poi divenuto distretto di Lamu e in Somalia. Sfortunatamente, la popolazione di elefanti è stata notevolmente ridotta dal bracconaggio.
Il 28 dicembre 2010, il Dipartimento di Stato degli Affari Consolari degli Stati Uniti ha incluso la Riserva nazionale di Boni nell'elenco delle aree del Kenya che i viaggiatori americani dovrebbero evitare a causa del terrorismo e del crimine violento.
La riserva di Boni fa parte della foresta costiera a mosaico di Zanzibar-Inhambane settentrionale ed è un'eco-regione caratterizzata da una foresta tropicale di latifoglie, che insieme al mosaico di Zanzibar-Inhambane meridionale formano la regione chiamata foreste costiere dell'Africa orientale facente parte della lista Global 200 delle eco-regioni prioritarie per la conservazione.
Gli erbivori che vivono nella regione includono l'Ippopotamo (Hippopotamus amphibius), il Potamocero (Potamochoerus larvatus), il Facocèro (Phacochoerus africanus), il Bufalo africano (Syncerus caffer), la Silvicapra (Sylvicapra grimmia), il Topi (Damaliscus lunatus) e il Cobo (Kobus ellipsiprymnus). I carnivori comuni nella riserva sono il vulnerabile Licaone (Lycaon pictus) e il Protele (Proteles cristata). Sebbene estremamente rari, nella riserva vi sono anche gli Elefanti africani (Loxodonta africana).

Come parte della foresta costiera dell'Africa orientale, possiede specie di uccelli caratteristici delle foreste costiere dell'Africa orientale, e specie minacciate a livello mondiale come il Sokoke Pipit, la Pispola di Sokoke (Anthus sokokensis).

Il governo del Kenya ritiene che la Riserva nazionale di Boni sia diventata un nascondiglio adatto per Al-Shabaab, un'organizzazione terroristica con sede in Somalia. Ciò ha portato a diverse invasioni armate della riserva da parte delle Forze di difesa del Kenya e della Polizia del Kenya.

Una veduta aerea dell'estesa foresta di Boni nelle contee di Lamu, Garissa e Tana River.
La fitta foresta era precedentemente frequentata da ricercatori e ambientalisti a scopo di ricerca grazie al suo ricco ecosistema.
Un territorio che i locali hanno utilizzato per decenni dipendendo interamente dalla foresta per il loro sostentamento. Gli indigeni sono tradizionalmente cacciatori e raccoglitori di frutti selvatici.
La foresta si estende fino al confine con la Somalia e ora è un noto santuario per i militanti di Al-Shabaab che lo usano come trampolino di lancio per le incursioni a Lamu e nelle contee vicine, tra cui Garissa e il fiume Tana.

Ufficiali di sicurezza che pattugliano l'estesa foresta di Boni nella contea di Lamu
Ufficiali di sicurezza che pattugliano l'estesa foresta di Boni nella contea di Lamu
La foto mostra come le forze di difesa del Kenya (KDF) si vestano nella foresta di Boni quando combattono contro Al-Shabaab
La foto mostra come le forze di difesa del Kenya (KDF) si vestano nella foresta di Boni quando combattono contro Al-Shabaab
26 settembre 2018 - I soldati delle forze di difesa del Kenya (KDF) hanno ucciso, nella foresta di Boni, 10 militanti Al-Shabaab mentre altri sono fuggiti con ferite da arma da fuoco
26 settembre 2018 - I soldati delle forze di difesa del Kenya (KDF) hanno ucciso, nella foresta di Boni, 10 militanti Al-Shabaab mentre altri sono fuggiti con ferite da arma da fuoco


Dakatcha Woodland
Dakatcha Woodland


28 novembre 2018
LA RICERCA DI SILVIA ROMANO

 

L'emittente NTV ha diffuso la notizia che Silvia Romano è stata vista con i suoi rapitori nel villaggio di Bombi, a circa 100 chilometri a ovest della città di Malindi.
Gli abitanti del villaggio hanno confermato alla polizia di aver visto la ragazza due giorni fa entrare nella foresta con i suoi rapitori, tre uomini già identificati e ora ricercati dalla polizia.
Le ricerche della 23enne milanese continuano a tambur battente nella zona boschiva di Dakacha (o Daketcha) a nord di Baricho, nel profondo entroterra della costa keniota, dove la polizia starebbe preparando l'offensiva finale per la liberazione della giovane. L’operazione non sembra affatto facile considerando che si tratta di un territorio impervio e molto vasto.
Le ricerche proseguono senza sosta anche grazie all'aiuto delle comunità locali, mentre le autorità avrebbero avviato trattative con i componenti del commando che ha in ostaggio la ragazza, anche grazie alla mediazione della moglie di uno dei rapitori arrestata dalla polizia qualche giorno fa nel villaggio di Tarasaa a Garsen, nella contea di Tana River.

Il villaggio di Bombi è salito alla ribalta delle cronache, nel 2010, per la realizzazione di un ponte sospeso sul fiume Galana-Sabaki di 112 metri, il più lungo del suo genere in tutta l'Africa. Prima che fosse costruito, la gente veniva attaccata e uccisa dagli ippopotami e i coccodrilli avevano pasti facili, banchettando sia con gli abitanti del villaggio che con i loro animali mentre attraversavano il fiume.

Dakatcha Woodland Important Bird Area (IBA) si trova vicino alla città di Malindi, sulla costa del Kenya. Le foreste e i boschetti di Dakatcha Woodland immagazzinando acqua, proteggono il suolo, ospitano animali e piante uniche, compresi gli uccelli a rischio di estinzione globale e forniscono servizi ambientali e benefici diretti alla popolazione locale.
Nel febbraio 2012, l'ente per il controllo dell'ambiente del Kenya (NEMA) ha rifiutato il permesso per un progetto sui biocarburanti che avrebbe potuto distruggere completamente Dakatcha Woodland. Dakatcha Woodland Important Bird Area (IBA) si trova vicino alla città di Malindi, sulla costa del Kenya. Le foreste, i boschetti e le foreste del Dakatcha Woodland immagazzinando acqua, proteggono il suolo, ospitano animali e piante uniche, compresi gli uccelli a rischio globale e forniscono servizi ambientali e benefici diretti alla popolazione locale. Vedi: Il console onorario di Malindi mi ha derubato!
Kenya Jatropha Energy Limited (KJEL), di proprietà della società italiana Nuove Iniziative Industriali Srl, ha proposto di bonificare 500 chilometri quadrati per la coltura di biocarburanti Jatropha curcas ("Jatropha"). Dakatcha Woodland IBA si trova interamente all'interno dei 500 chilometri quadrati previsti per la conversione in piantagione di monocolture. Il terreno è attualmente tenuto in custodia dal Consiglio di Contea di Malindi a nome delle comunità che vivono in questa area.
La bonifica della terra e la piantumazione della Jatropha avrebbero devastato questo ambiente unico e la sua inestimabile biodiversità.
Il bosco è riconosciuto come sito di riproduzione per l'endemico Clarke's Weaver, il Tessitore di Clarke (Ploceus golandi), celebre per la scoperta delle popolazioni critiche del Sokoke Scops Owl. il Gufo di Sokoke (Otus ireneae), in via di estinzione a livello mondiale e detiene anche popolazioni consistenti di Sokoke Pipit, la Pispola di Sokoke (Anthus sokokensis).

Ponte sospeso sul fiume Galana nel villaggio di Bombi
Ponte sospeso sul fiume Galana nel villaggio di Bombi
Il bosco Dakatcha. A sud, il sito è delimitato dal fiume Galana-Sabaki
Il bosco Dakatcha. A sud, il sito è delimitato dal fiume Galana-Sabaki


Silvia Romano assieme ai ragazzi di Chakama
Silvia Romano assieme ai ragazzi di Chakama


24 novembre 2018
MALINDI. TAGLIA DI UN MILIONE DI SCELLINI SULLA TESTA DEI RAPITORI DI SILVIA ROMANO

 

Il governo keniota ha messo una taglia di un milione di scellini (l’equivalente di 8500 euro o poco più) sulla testa di ciascun rapitore di Silvia Romano.

La cifra non è alta. Si può paragonare a otto anni (o forse un pochino di più) di salario per un bracciante agricolo. Chakama, il villaggio a 80 Km da Malindi dove la ventitreenne è stata rapita, è una zona del Kenya particolarmente depressa, la disoccupazione è forte. Certo se anche il governo italiano decidesse di incrementare quegli 8500 euro forse le probabilità di ottenere dei risultati potrebbero aumentare.

La polizia ha comunicato i nomi di tre sospetti autori del sequestro: Yusuf Kuno Adan, Said Adan Abdi e Ibrahim Adan Omar. I ricercati, sempre secondo la polizia, si sarebbero rifugiati a Lamu o nei suoi dintorni, specie nella valle del fiume Tana dove la boscaglia offre ottime possibilità di rifugio. Inoltre i fuggitivi appartengono alla tribù Orma – di origine somala – pronta, scommettono gli inquirenti, a proteggere i loro.

Le autorità locali dicono di essere sulla buona strada, anche se poi lanciano appelli ai capi tribù, perché collaborino nelle ricerche. E mettono taglie, di solito indizio d’impotenza o del fatto che non tutto fili liscio. Fanno anche un comunicato ufficiale sbagliando il nome della rapita, «Sylvia Constanca», senza cognome: questo, per far capire l’approssimazione. I poliziotti kenioti stanno ancora lavorando da soli, la collaborazione coi ROS italiani (Raggruppamento operativo speciale dell'Arma dei Carabinieri) è di là da venire. E l’ottimismo sparso al momento, non è per nulla condiviso da chi segue il dossier sul lato italiano.

Silvia Romano è una giovane italiana milanese di 23 anni "cooperante" dell Onlus Africa Milele, con sede a Fano nelle Marche, rapita sulla costa del Kenya, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi. Il rapimento sarebbe avvenuto martedì sera, 20 novembre, intorno alle 20 locali, durante l'attacco di uomini armati a Chakama, nella contea di Kilifi.
Nel corso dell’azione gli assalitori hanno fatto irruzione nel villaggio sparando all'impazzata con armi automatiche e ferendo gravemente cinque persone, trasportate all'ospedale distrettuale di Malindi. Uno dei ragazzi feriti è in condizioni critiche: ha un proiettile conficcato nella testa.
L’italiana è stata rapita nella casa dove viveva in affitto e, mentre gli assalitori la trascinavano via, continuava a urlare per chiedere aiuto, ma è scomparsa poi con loro nella boscaglia oltre il fiume Galana.
La zona in questione è già stata oggetto in passato di frequenti attacchi da parte sia dei guerriglieri di Al Shabaab – la cui spietatezza è stata più volte dimostrata in molte e feroci esecuzioni – sia da semplici bande criminali, situazione, questa, che fa un po’ riflettere sul fatto vi sia una certa dose d’irresponsabilità da parte di quelle organizzazioni che mandano giovani "volontari" ad operare in aree ad alta pericolosità e il cui entusiasmo, unito ad una scarsa conoscenza della realtà africana, può mettere seriamente a rischio la loro incolumità. Non mancano coloro che così commentano il caso:"Volontaria? L'ennesima oca giuliva che preferisce una vacanza ed una paga. Ma stare a casa e aiutare gli italiani è così brutto?"
Augurando ogni bene a Silvia, c’è da scommettere che la giovane neppure si presenterà innanzi al giudice per reiterare la privazione della propria libertà e le violenze subite da queste bestie umane, vanificando così ogni sforzo volto al progresso del Paese. Un atteggiamento certamente comprensibile, ma quanto si è disposti a rischiare e a dare di fronte ad una risaputa precarietà quotidiana dovrebbe essere “messo in conto” e contrapposto alle pulsioni che spesso ispirano azioni molto meno nobili ed efficaci di quanto appaiono, o meglio di quanto si vorrebbe far apparire.

Non scordiamoci di sottolineare che quello capitato a Silvia non è solo un “comune” episodio di rapina a mano armata con macete e kalashnikov, meglio noto come AK-47, ma ancor più un deplorevole sequestro di persona. Non è certo un’esperienza del tutto entusiasmante per una giovane di 23 anni; un fatto, come si dirà nel proseguo di questa pagina, venuto alla luce solo a seguito del rapimento della ragazza e sul quale, anche per coloro che cercano di salvaguardare il buon nome di Malindi e gli interessi privati di coloro che qui cercano di promuovere il turismo, era impossibile tacere.
Molti italiani e non, specie turisti, ne sanno qualcosa a loro spese; ma dopo i loro sette giorni canonici di permanenza, questi turisti chi lo rivede più? Vero è che a Malindi non rimetteranno più piede, quindi inutile parlarne! Ma è altrettanto vero che costoro vivono nella speranza che qualcosa di simile o di peggio capiti pure a coloro che, di fronte alle loro "disgrazie", rimangono del tutto indifferenti o, più realisticamente, sogghignano!

Chakama è sulla strada che da Malindi porta al parco Tsavo Est, frequentato dai turisti italiani che spesso, dopo aver passato qualche giorno al mare vanno a scoprire le bellezze naturalistiche e la fauna selvaggia nella riserva. La camionabile 103, che unisce la città balneare al parco è in gran parte asfaltata e in buone condizioni, ma appena si esce dal manto stradale diventa una pista che è meglio percorrere con una 4×4. La zona è abitata soprattutto dalla tribù Giriama. Oltre un secolo fa si sono insediati anche pastori seminomadi appartenenti alla tribù somala degli Orma. Ma negli ultimi decenni, molti kenioti dell’entroterra si sono trasferiti laggiù nel tentativo di colonizzare quelle terre.
L’entroterra di Malindi è particolarmente povero e depresso. La disoccupazione giovanile e non solo raggiunge livelli preoccupanti e i giovani hanno poche prospettive per il futuro. Da qui l’alto tasso di criminalità. In questo contesto i bianchi vengono visti come appetibili “dollari che camminano” e suscitano spesso sentimenti di invidia.

Gli albergatori di Malindi e Watamu temono di perdere turisti e ostentano sicurezza. Nell'arco della mattinata alcuni hotel hanno visto cancellare prenotazioni per il periodo natalizio e alcuni gruppi intenzionati ad effettuare safari, hanno chiesto di annullare il loro programma.

FORZA SILVIA!

Taglie sui sospetti del rapimento di Silvia Romano: Yusuf Kuno Adan-Ibrahim Adan Omar-Said Adan Abdi
Taglie sui sospetti del rapimento di Silvia Romano: Yusuf Kuno Adan-Ibrahim Adan Omar-Said Adan Abdi
Wanted persons by police
Wanted persons by police
La casa dove è stata rapita Silvia Romano. Dietro le due porte laterali ci sono dei negozi. La porta centrale si affaccia su un cortile dove c’è l’appartamento in cui vive la ragazza
La casa dove è stata rapita Silvia Romano. Dietro le due porte laterali ci sono dei negozi. La porta centrale si affaccia su un cortile dove c’è l’appartamento in cui vive la ragazza