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L'Africa non ha bisogno di nessuno!


Dicembre 2019


Eritrea
Eritrea

Migranti a casa loro? Iniziamo restituendogli l’Africa!

Otto Bitjoka, un grande africano!
Otto Bitjoka, un grande africano!

 

“L’Africa non ha bisogno di nessuno, è ora di prendere in mano il nostro destino”. Ne è convinto Otto Bitjoka, presidente dell’associazione Ucai (Unione comunità africane d’Italia).
“Non ci servono i finanziamenti del Fondo monetario internazionale né quelli della Banca mondiale, noi africani dobbiamo smetterla di piangerci addosso e chiedere l’elemosina col cappello in mano, per diventare protagonisti del nostro futuro”.
Come?
“Rivolgendoci al mercato di capitali con le nostre materie prime, stracciando gli accordi con il Fmi (Fondo Monetario Internazionale) e ribellandoci all'imperialismo”.

Otto Bitjoka lo dice in una sala gremita del Centro culturale Candiani di Mestre, dove si è svolto il convegno “Movimento migratorio africano: idee, non ideologie”, organizzato da Ucai.
“Da qui deve nascere un progetto per affrontare i problemi dell’Africa, assumendoci noi stessi la responsabilità di cambiare le cose”, afferma sicuro Bitjoka, orgoglioso della sua “negritudine”, “Basta con questo senso di inferiorità, bisogna rovesciare i paradigmi”.

Imprenditore afro-italiano, laureato alla Cattolica, Bitjoka vive da oltre 40 anni a Milano. In passato ha lavorato come amministratore delegato di una banca in Camerun - il suo Paese di origine - e ha fondato un istituto per stranieri in Italia. Non si schiera politicamente ma cerca sponde per diffondere il suo messaggio: prendere consapevolezza della realtà e ribaltare i luoghi comuni.
L’obiettivo del convegno era proprio di affrontare i temi spinosi dell’immigrazione dal Continente Nero spogliandosi dei pregiudizi e superando gli slogan delle opposte visioni teoriche: un’accoglienza sbandierata ma nei fatti poco praticata e un’insicurezza paventata e conculcata.

Otto Bitjoka, un grande africano che già un anno e mezzo fa, nell'agosto 2018, ebbe a dire: "La sinistra usa i neri come carta igienica, ora basta". Otto Bitjoka ama sorprendere, e non le manda mai a dire. «La sinistra ha sempre considerato l’immigrazione come una questione di accoglienza dove manifestare la sua magnanimità. Non è più accettabile essere strumento di lotta politica nelle mani di una sinistra che ha sempre strumentalizzato il problema migratorio».
«Amo definirmi "negro" e non "nero"- afferma l'imprenditore e banchiere naturalizzato italiano - perché sono titolato a dirlo, so di cosa parlo, ho studiato per sette anni di letteratura africana. È una scelta che risale alla corrente letteraria della negritudine nata negli anni cinquanta che aveva visto giusto. Oggi del resto si parla di afrocentrismo, di afrocrazia… c’è una semantica nuova, serve una nuova grammatica che richiede anche una nuova ortografia».

Con Otto Bitjoka concorda Gemma Brandi, coordinatrice di "Diritti in Movimento Toscana". "l’Africa può farcela da sola, basta essere pietosi e compassionevoli”. Psichiatra fiorentina esperta di salute mentale applicata al diritto, nonché fondatrice e direttrice de Il reo e il folle, Brandi ha posto l’accento sul tema delle malattie mentali e dei suicidi in carcere, dei quali oggi un quarto è commesso da detenuti africani, dialogando con il dirigente generale e provveditore regionale del Triveneto dell’amministrazione penitenziaria Enrico Sbriglia. È proprio in galera, infatti, che si possono intravedere fenomeni che in futuro si presenteranno anche nella nostra società (“La caverna di Platone al contrario”): è successo dagli anni ’70 per la tossicodipendenza e l’Aids e negli ultimi anni per i suicidi e le migrazioni di massa. “Nel 2015 un 35enne eritreo si è impiccato in una doccia di un penitenziario italiano - continua la psichiatra -. Dopo otto anni in Italia sapeva ripetere solo cinque parole: ‘io’, ‘mamma’, ‘Eritrea’, ‘domani’, ‘acqua’. Voleva tornare a casa perché qui non aveva trovato quello che cercava”.

Ma non c'è dubbio che anche i "grandi" possano propalare vere e proprie corbellerie! Con un post su Facebook scrive: «L’Africa ha il 68% delle terre incolte del pianeta, il 65% della forza lavoro trova occupazione nell'agricoltura. Impegniamoci tutti per fare diventare il nostro amato Continente, il "granaio del mondo". Questa è la nostra vera sfida!»
Bitjoka dimentica che la desertificazione è in generale un problema di degradazione della terra che ad oggi condiziona quasi il cinquanta per cento delle aree emerse, a causa soprattutto del modello fallimentare dell'agricoltura intensiva dove il 33 per cento delle terre coltivabili è stato distrutto in 40 anni a causa di pratiche agricole intensive: ci vorranno secoli perché quelle terre tornino produttive.
Il "grande africano" ignora che la desertificazione dell’Africa tropicale è esclusivamente causata dall'attività dell’uomo, non essendoci stato alcun significativo cambiamento climatico nei precedenti mille e più anni!
Di pari passo la cattiva amministrazione delle coltivazioni. Se i grandi pascoli ed il disboscamento sono tra i maggiori responsabili della desertificazione dei terreni, a ciò va spesso aggiunta una gestione irrazionale ed ecologicamente sbagliata delle acque e dei campi arati, il cui tasso di erosione è da dieci a cento volte superiore al tasso di formazione del suolo.
Il sistema di agricoltura intensiva è insostenibile, in particolare per l'uso massiccio dei fertilizzanti, che a lungo andare degradano il suolo anziché arricchirlo. Senza contare che la produzione di fertilizzanti assorbe almeno il 2 per cento delle fonti energetiche disponibili annualmente.
Occorre tornare all'uso di metodi agricoli pre-industriali, che permisero di preservare i terreni agricoli per generazioni. In particolare servirebbe tornare all'uso dei letami, che permettono di ripristinare la materia prima di cui è composto lo strato attivo, oltre che la struttura del suolo e la sua capacità di trattenere l’acqua e i nutrienti.
Ancora oggi probabilmente per la maggior parte della gente, la parola "desertificazione" evoca un'immagine mentale di un paesaggio ostile e sterile che somiglia alla Death Valley o al Sahara, ma fortunatamente quell'immagine non si applica alla maggior parte delle terre che l'hanno subita. Il processo di desertificazione, come si è detto, è un processo lento di degradazione che implica un continuo cambiamento dovuto all'intervento dell’uomo.
Lo Zimbabwe, ad esempio, l’ex granaio dell’Africa, oggi sprofonda in una grave crisi alimentare.
Una nazione sconvolta da una grave carestia. Nonne, madri, zie sono disperate, non sanno più cosa dare da mangiare a nipoti e figli.

Per altro verso, in Nigeria, la compagnia petrolifera italiana ENI è stata messa di fronte alle sue gravi responsabilità per il devastante inquinamento e deturpamento di un immenso territorio con incalcolabili danni alle popolazioni.
Una nazione estremamente ricca in petrolio e gas, essendo la prima produttrice di petrolio africano e la dodicesima al mondo, ma è comunque un Paese al centro di uno sfruttamento indiscriminato che lo ha reso vittima di quello che è probabilmente il più grande disastro ambientale della storia.
In Nigeria si registrano sversamenti di petrolio che hanno invaso oltre quarantamila km² di foresta vergine, mangrovie e corsi d’acqua, rendendo impossibili agricoltura, pesca e allevamento nel delta del Niger, una regione conosciuta per la sua fertilità. Il gas flaring, ossia la combustione del gas naturale derivato dall'estrazione del petrolio, provoca piogge acide che, insieme ai sedimenti di petrolio, aumentano ulteriormente la sterilità del terreno e minano la salute della popolazione. Tutto questo in una regione che ospita più di trentacinque milioni di persone, e dove l’aspettativa di vita per gli uomini è di quarantacinque anni.

Nel merito dell'Africa "granaio del mondo", questo "grande fanfarone africano", come è giusto che sia... vivendo a Milano non si è neppure posto il problema della flora e fauna selvatica. Il Parco Lambro diventerà la "grande savana del mondo"!?
Ma per un "negro" è del tutto normale pensare esclusivamente al profitto!


Linteresse dei colonizzatori per gli africani
Linteresse dei colonizzatori per gli africani

 

Il protagonismo africano, però, non può non tener conto delle ingerenze straniere, che sul continente diventano veri e propri arpioni predatori. “L’Africa, dopo il processo di decolonizzazione, è tornata di grande interesse per nuovi attori sulla scena geopolitica" - osserva Veronica Ronchi, docente di Economia politica all'Università di Milano.
A far gola a Russia, Usa, Turchia ma soprattutto Cina sono le grandi possibilità di sviluppo dovute all'enorme espansione demografica - si stima che gli africani nel 2050 saranno oltre due miliardi - e l’incredibile ricchezza di materie prime.
Basti pensare che l’Africa detiene non solo il 40% delle riserve mondiali di oro e il 15% delle riserve di petrolio, ma anche l’80% del platino mondiale e il 73% di cobalto. Tra i maggiori investitori, la Cina resta imbattibile.
“Solo l’anno scorso il governo di Pechino ha messo sul piatto 60 miliardi”
, continua Ronchi. Il meccanismo è semplice: “Si fanno prestiti a lungo termine che difficilmente verranno ripagati. Così in Zambia la Cina si è presa la compagnia elettrica di Stato, per fare un esempio”.


Franco CFA
Franco CFA

 

Ma anche tra i vecchi attori, che corrispondono ai vecchi imperi coloniali, permangono Paesi che non mollano la presa, a partire dalla Francia col franco CFA, la ‘moneta coloniale’ stampata in Francia e usata da 14 Stati africani (15 con le Comore) per circa 200 milioni di abitanti. “
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"Franco CFA" che all'origine stava per “Colonie francesi d’Africa”, ma che, dopo l’indipendenza concessa da Charles De Gaulle, fu convertita in “Comunità Finanziaria Africana”.
Questa moneta è rimasta di fatto la valuta corrente usata in quasi tutte le ex colonie francesi. Essa è coniata in Francia e continua a sottostare a tutte le regole che le erano state imposte al momento della sua creazione. Regole assolutamente vessatorie e di sapore feudale che appaiono del tutto anacronistiche con il dichiarato intento francese di aiutare l’Africa verso l’emancipazione.
Uno di questi obblighi capestro, è rappresentato dall'imposizione francese alle sue ex colonie di versare il 50 per cento delle loro riserve monetarie presso la Banca Centrale di Francia, nonché il cinquanta per cento di ogni transazione internazionale che produca un introito al Paese interessato. Per fare un esempio; se il Congo vende agli Stati Uniti una partita di diamanti del valore di 500 mila euro, 250 mila di questi dovranno essere accreditati come fondo garanzia al tesoro francese. Il rispetto di questi adempimenti, non può essere disatteso poiché rappresentanti francesi siedono in permanenza sia presso i consigli di amministrazione degli istituti finanziari dei quattordici Paesi in questione, sia presso quelli dei vari organi di sorveglianza.
Questo imponente gettito di denaro che affluisce nella Banca Centrale di Francia, viene investito tramite la massiccia emissione di propri titoli di Stato e quindi utilizzato per sostenere la spesa pubblica, con una buona dose di disinvoltura circa gli accordi europei di Maastricht. In più occasioni l’Europa ha tentato di convincere la Francia a far confluire questi fondi nella BCE, la Banca Centrale Europea, ma Parigi ha risposto sempre con un perentorio no. In virtù di questi accordi vessatori, la Francia mantiene anche il diritto prioritario d’acquisto su ogni risorsa mineraria scoperta nelle sue ex colonie, ma anche ove non eserciti questo diritto, quasi tutte le grandi società d’affari presenti in quei Paesi sono a conduzione francese e quindi i benefici restano pur sempre in famiglia.
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"La Francia non ha solo un vantaggio economico diretto, ma anche un grande vantaggio politico, sottraendo ai Paesi legati al franco CFA il controllo della politica monetaria”. È Massimo Amato, docente di Scienze sociali e politiche alla Bocconi, a fare il punto sulla tanto discussa valuta, oggi ancorata all'euro. È una moneta forte per economie deboli: andrebbe cambiata, a meno che non si voglia mantenere l’Africa nella parte bassa della catena del valore”. Cosa che non può più funzionare: Non è più un continente ricco di risorse ma povero di persone, visto l’incremento demografico vertiginoso.
Economista keynesiano, Amato è tra i massimi esperti di monete e ha le idee chiare sul CFA: “È un regalo alle classi dirigenti africane, perché la metà delle riserve valutarie - che sono centralizzate - finisce su un conto corrente del ministero del Tesoro francese, che poi investe a vantaggio delle élites locali, con un tenore di vita maggiore rispetto a Mario Draghi”. Ma il vantaggio è anche dei creditori finanziari: “Con un’inflazione allo zero percento, il franco CFA, che va sottolineato essere moneta a tasso fisso, è talmente stabile che si può prestare con la massima tranquillità”. Riappropriarsi della sovranità monetaria sembra quindi necessario: “Il fatto che venga stampato fuori dal continente dove viene poi usato significa che, in caso di tensioni diplomatiche, verrebbero bloccati i pagamenti in contanti, che in Africa rappresentano il 90%”.

Ma il punto centrale, per il professore della Bocconi, è il cambiamento del modello di sviluppo. “Dopo la fine della Guerra Fredda, saltato il contraltare sovietico, è esploso il problema del debito africano. Negli anni ’90, quelli del Washington Consensus, hanno applicato all'Africa lo stesso metodo già sperimentato in America latina, consistente nelle politiche di aggiustamento strutturale, ovvero prestiti in cambio dell’imposizione delle condizioni di sviluppo economico: proprio così verranno poi trattati i greci!”.
Il risultato? “Una radicale riduzione dei margini di manovra per gli Stati, con tagli a istruzione e sanità, che oggi in Africa sono peggio del 1990”. Lo stesso Fmi, secondo Amato, comincia a prendere le distanze da questo metodo: “Il Ghana cresce a una velocità superiore rispetto alla Cina, eppure se si continua a estrarre materie prime e ad esportarle, i vantaggi saranno sempre per le classi dirigenti africane, mai per le masse”.
Oggi, invece, l’Africa può elaborare politiche endogene, perché ci sono persone e mercato: anche lavorare in loco le materie estratte è un cambiamento di modello.

Il futuro? All'orizzonte si affaccia una nuova moneta, Eco, presentata ad Abuja (in Nigeria) la scorsa estate: una valuta “anglo-francofona”, perché unirà i Paesi della ‘zona franco’ a Gambia, Ghana e Nigeria (che nel 2050 avrà, da sola, gli stessi abitanti della Ue). “Un’occasione importante - conclude Amato - per rimpiazzare il CFA, se le nuove forze democratiche africane otterranno un’apertura sincera da parte delle forze ex coloniali”.

21 dicembre 2019 -  Il franco CFA scomparirà il prossimo luglio 2020.
La moneta simbolo del vecchio potere in Africa lascerà il posto alla nuova moneta unica ECO. Lo ha annunciato Alassane Quattara, presidente della Costa d'Avorio, in una conferenza congiunta ad Abidjan al fianco di Emanuel Macron, dopo la visita del presidente francese. La nuova moneta sarà ancorato all'euro secondo una parità fissa garantita dalla Francia.

All'origine, nel 1945, si chiamava Franco delle Colonie Francesi d’Africa, abbreviato FCFA, e successivamente è diventato CFA, acronimo di Comunità Finanziaria Africana – valuta comune a diversi Paesi africani.

Gli 8 Paesi dell’Africa occidentale (Benin, Senegal, Togo, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Mali e Niger) che costituiscono l’Unione Economica e Monetaria ovest-africana (UEMOA) che utilizzano il CFA, appunto, taglieranno i legami tecnici con il Tesoro francese e la Banca di Francia. Per il momento l’Africa centrale è stata tagliata fuori.
Non cambia nulla, almeno per ora, per Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Repubblica del Congo, che fanno parte della Comunità economica e monetaria dell'Africa centrale (CEMAC).

Secondo gli accordi monetari in vigore fino a oggi, gli Stai dell’UEMOA hanno l’obbligo di depositare almeno il 50 per cento delle riserve di cambio presso il Tesoro francese per poter godere della garanzia della convertibilità in euro. Nonostante la sparizione programmata del CFA, alcuni principi nell'immediato non svaniranno completamente poiché i tassi fissi con l’euro e la garanzia di convertibilità saranno assicurati dalla Banca di Francia.
Il presidente ciadiano Idriss Déby e il suo omologo del Benin, Paul Tallon, avrebbero preferito un cambiamento più radicale, mentre Ouattara è sempre stato riservato circa una riforma globale, in quanto il CFA, ancorato all'euro, rappresentava pur sempre una garanzia per controllare l’inflazione.


Colonialismo francese in Africa
Colonialismo francese in Africa


L’IMPERO COLONIALISTA FRANCESE IN AFRICA

 

Quante volte abbiamo sentito dire, da parte dei politici occidentali riguardo al problema dell’immigrazione, che si devono aiutare i paesi africani al fine di poter gestire in loco una proficua crescita sociale, culturale ed economica di quei popoli?

Da anni sentiamo i politici esternare questa lodevole idea, e in questo periodo sembra sia l’unica alternativa per riuscire ad arginare il problema migratorio che sta raggiungendo numeri da esodo biblico. Non tutti sanno però che ancora oggi molti paesi africani sono soggetti a leggi e tassazioni imposte da parte dei colonialisti di un tempo, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Olanda e Spagna, seppur in misura minore. Molti di questi paesi occidentali, come è capitato all'Italia per crimini di guerra con l’Etiopia e la Libia, sono stati condannati da tribunali internazionali a pagare i danni causati alle popolazioni.
Di contro, altri paesi, come la Francia o la Gran Bretagna, godono tuttora dei proventi di quei colonialismi.

L’oppressione africana nella storia contemporanea
Il colonialismo è una macchia storica infame in capo a chi l’ha perpetrata per secoli, purtroppo l’oppressione economica in Africa, da parte dei paesi occidentali, continua a esistere ancora oggi. Ci sono molti paesi africani costretti a pagare una tassa coloniale alla Francia che per questo, continua a prosperare sulle spalle di paesi poveri africani contando su introiti pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.
Questa forma di tassazione è oltraggiosa, priva di fondi economici quei popoli che per loro sono più che necessari. Non solo, ma aggrava altresì il debito pubblico del paese. Ma gli svantaggi sono anche peggiori, oltre a essere un peso economico, i mali del colonialismo costringono intere popolazioni a un’interminabile schiavitù del debito, il che risulta devastante per la dignità e l’identità del popolo africano.

Guinea: un’indipendenza mai realizzata appieno
Nel 1958, quando la Guinea chiese l’indipendenza dal dominio coloniale francese, i francesi scatenarono una furia inumana. Causarono più di tremila morti e costrinsero migliaia di guineani a lasciare il paese, perdendo così le loro proprietà che vennero tutte saccheggiate dai francesi prima di ritirarsi. Inoltre, quel che non poteva essere depredato è stato distrutto: scuole, asili, edifici della pubblica amministrazione, automobili, libri, medicine, istituti di ricerca, e molto altro. Persino le macchine agricole, come i trattori, vennero distrutti o sabotati mentre furono sterminati animali e il cibo, stivato nei magazzini, venne bruciato o avvelenato.
Fu una catastrofe per quel popolo, al pari di un genocidio. Mai nessuno condannò la Francia per questo, anzi, il colonialismo francese perdura attualmente.
La Guinea, distrutta dai francesi solo perché aveva ‘osato’ chiedere l’indipendenza, si trovò di fronte una sola alternativa, cioè quella di pagare una tassa alla Francia.

Il Togo ai tempi di De Gaulle
Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, per porre fine alla colonizzazione francese, firmò un patto con il presidente De Gaulle accettando di pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti “benefici della colonizzazione francese”. Questo patto ha impedito che i francesi distruggessero il paese, come prima era avvenuto in Guinea. L’importo richiesto e ottenuto dalla Francia era enorme, tanto che il cosiddetto “debito coloniale” era pari al 40% del bilancio del paese nel 1963.
Il sogno di Olympio, che rimase tale, era quello di costruire uno Stato indipendente e autosufficiente, ma i francesi avevano ormai ipotecato l’intero loro futuro.

La Legione Straniera e i colpi di stato
La storia ha dimostrato che, nonostante anni di lotta africana per liberarsi dagli oppressori, la Francia ha ripetutamente usato molti legionari per organizzare ed effettuare colpi di stato contro i presidenti democraticamente eletti. Ciò ha incluso Jean-Bedel Bokassa successore di David Dacko, il primo Presidente della Repubblica Centrafricana.
Negli ultimi cinquanta anni si contano un totale di ben 67 colpi di stato verificatisi in 26 paesi africani, di questi 16 sono ex colonie francesi. Ciò indica che la Francia ha continuamente cercato il modo di accaparrarsi il controllo, e la loro ‘povera’ ricchezza, di molti paesi africani.

Tasse coloniali per miliardi
Ma non è solo la Guinea o il Togo ad avere questo fardello, bensì, si badi bene, in tutto sono 14 i paesi africani dove tuttora viene applicata una tassazione da parte dei francesi.
A gennaio 2014, 14 paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a pagare tasse pari all’85% delle loro riserve valutarie. Queste tassazioni vengono eseguite sotto il diretto controllo da parte della banca centrale francese e del ministero delle Finanze. Gli importi di questa tassazione vengono stimati in 500 miliardi di dollari ogni anno. I leader africani che si sono rifiutati di pagare sono stati uccisi o si sono ritrovati vittime di colpi di stato. I capi di stato che obbediscono vengono sostenuti politicamente e ricompensati dalla Francia, garantendo loro uno stile di vita sontuoso, mentre il loro popolo sopporta condizioni di estrema povertà e disperazione.
I patti di colonizzazione francese prevedono, a partire dal 1950, che i paesi africani debbano depositare le loro riserve monetarie nazionali alla banca centrale della Francia. Negli anni la Francia ha continuato a trattenere le riserve nazionali di questi quattordici paesi africani (15 con le Comore): Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e il Gabon.

La Francia consente loro di accedere solo al 15% del denaro ogni anno. Se hanno bisogno di più risorse, nessun problema, la Francia li ‘agevola’ in questo: presta loro il denaro extra necessario, da parte del Tesoro francese, applicando i normali ‘tassi commerciali’.
La Francia ha quindi indebitato e schiavizzato gli africani, appropriandosi di ogni ricchezza dell’Africa. Il cosiddetto sventurato ‘Terzo Mondo’, in realtà tanto povero non era. Ora quella popolazione fugge dalla carestia per raggiungere un’Europa ricca, senza pensare che molti paesi europei dove sono diretti, hanno determinato la carestia africana arricchendosi ancora oggi con l'appropriazione delle loro ricchezze.

Quindi, la prossima volta che sentite dire in TV che i migranti africani fuggono dalla carestia, pensate anche alla Francia!
Ma se anziché di "soldi" siete assetati di "sangue", allora potete documentarvi sul web circa gli orrori commessi da Leopoldo II re del Belgio nella sua colonia privata, il Congo belga. Definito il moderno “Attila”, sarebbe stato meglio per il mondo non fosse mai nato!

 


Bambini soldato in Sud Sudan
Bambini soldato in Sud Sudan

 

Gli africani non sono tutti uguali, non parlano tutti la stessa lingua, non hanno tutti la stessa cultura, non abitano tutti nello stesso Stato e non hanno bisogno di essere salvati dall'Occidente avanzato e sviluppato.
L’Africa è un continente e la popolazione dei Masai ha usanze ben diverse da quelle dei magrebini o dei sudafricani.
La lingua africana non esiste: nel Continente Nero se ne parlano all'incirca duemila.
Le immagini di guerre, profughi e bambini-soldato non rendono giustizia a quello che sono gli africani: il loro orgoglio reclama rispetto e non pietà, realismo e non pregiudizi.
Tra gli occidentali è radicata l’idea di un’Africa povera, arretrata e malata, ma tutto ciò è solo una parte della realtà, perché ad esempio fibre ottiche e wi-fi sono più diffusi di quanto si pensi. Inoltre l’Occidente esportatore di civiltà e progresso fatica a ricordare ed ammettere che l’Africa esisteva ben prima di essere colonizzata e depredata, segno ciò di una visione distorta della storia e della realtà.

Fame e malnutrizione in Africa
Fame e malnutrizione in Africa

 

L'Africa un tempo era il paese dei poveri bambini malnutriti, le cui immagini scioccavano l’opinione pubblica suscitando una sensazione di pietà.
Oggi, invece, è un luogo di cui avere paura, quello da cui vengono masse di persone che non vogliamo e che trattiamo sempre di più con stizza, rabbia, odio.
Eppure né la compassione né l’odio sono le giuste categorie con cui leggere un continente che non ha bisogno né di pietà né di rifiuto. Un continente di cui non sappiamo assolutamente nulla, tranne luoghi comuni e stereotipi che alimentano razzismo e intolleranza.

E proprio per combattere una finta immagine dell’Africa, e le fake news che circolano su di essa, la Ong Amref, che opera in 35 paesi africani con oltre 160 progetti principalmente dedicati alla promozione della salute, ha organizzato a Roma l’evento “Reframe Africa”, volto proprio a veicolare una nuova narrazione del continente e ribadire e consolidare la visione di un’Africa come “terra delle soluzioni” e non solo dei problemi, sensibilizzando il pubblico italiano sull'Africa come continente con potenzialità da sostenere.

 

Durante l’evento è stato lanciato il decalogo “10 consigli per una corretta informazione sull’Africa”, parte della campagna “Non aiutateci per carità” (vedi video), redatto da Mambulu Ekustu, direttore della African Summer School, scuola che ha proprio l’obiettivo di formare persone e professionisti con una conoscenza dell’Africa corretta e approfondita. Ecco i dieci punti.
1. L’Africa non è un paese. È un continente con 54 Stati. Rispettare e rendere conto della complessità di un continente di 1,1 miliardo di abitanti è sicuramente difficile, ma stimolante. Sforzarsi sempre di contestualizzare il più possibile le informazioni quando si parla di Africa.
2. L’Africa non è povera. Ecco il valore monetario delle sue ricchezze minerarie: 46.200 miliardi di dollari. A rivelarlo nel 2011 in un articolo del giornale “Les Afriques” è stato l’esperto congolese David Beylard. Con il 12% di questa somma il continente nero potrebbe da solo finanziare tutte le infrastrutture di cui ha bisogno. Sta provando a farlo cooperando anche con la Cina. Lo stereotipo della povertà africana impedisce di conoscere le diverse sfaccettature del cammino attuale e futuro dei Paesi di questo continente.
3. La cultura africana merita rispetto. Conviene evitare di veicolare gli stereotipi che vogliono che, ad esempio, le religioni africane siano chiamate delle credenze, oppure le lingue africane, parlate da milioni di persone, siano considerate dei dialetti.
4. Colonialismo? Una breve parentesi della storia millenaria africana. Dopo l’Egitto Antico, i popoli africani hanno creato altre grandi civiltà tra cui quello del Mali (1235 d.c – 16 secolo d.c.) dove, nel 1236, l’Imperatore Soundjatta Keita promulgò la cosiddetta prima Carta dei diritti dell’uomo, ovvero il “Kouroukan Fouga”. Conoscere la storia dell’Africa nella sua diversità e ampiezza temporale è un primo passo per migliorare il racconto del continente.
5. Raccontare le eccellenze africane è un buon rimedio contro gli stereotipi. L’Africa non è solo immigrazione. In Africa non ci sono solo dittatori, corruzioni e malattia. La società civile africana è infatti sempre in movimento. Giovani e artisti esplodono di creatività anche se non sempre sostenuti dai governi locali. Nel luglio 2018 alcuni giovani artisti e responsabili dei movimenti civili di diversi paesi hanno lanciato in Senegal l’Università Popolare dell’impegno cittadino, nell'obiettivo di mobilitare i giovani e incoraggiarli a prendere in mano il destino dell’Africa.
6. Un freno all'eurocentrismo? La voce e le idee degli opinionisti africani. Offrono commenti e analisi sulla base di una sensibilità di chi vive direttamente i fatti. Alcune grandi reti di comunicazione internazionale come la francese Tv5 o l’inglese Bbc, stanno infatti rinforzando le loro squadre di reporter ed analisti con professionisti africani scelti localmente.
7. Le immagini dei bambini africani non sono merci in vendita. Le immagini dei bambini pubblicate per toccare la “pancia” spesso e volentieri violano le norme giornalistiche, in particolare la Carta di Treviso del 5/10/1990 che condanna questo tipo di comportamenti nel suo art. 7: “Nel caso di minori malati, feriti, svantaggiati o in difficoltà occorre porre particolare attenzione e sensibilità nella diffusione delle immagini e delle vicende al fine di evitare che, in nome di un sentimento pietoso, si arrivi ad un sensazionalismo che finisce per divenire sfruttamento della persona”.
8. Difendiamo l’Africa dalle fake news. Nel gennaio 2016 è stato ad esempio diffuso al livello internazionale, senza opportune verifiche, la falsa notizia secondo cui il governo eritreo avesse deciso di legalizzare la poligamia costringendo gli uomini a sposarsi almeno con due donne.
9. È possibile parlare di immigrazione con una rappresentazione diversificata degli stranieri. Cinesi, giapponesi, coreani, indiani, africani arabi sono anche loro immigrati con ritratti “diversamente visibili”. Secondo dati Istat 2017, su 5.000.000 di stranieri presenti in Italia, gli africani sub-sahariani sono 400.000, cioè meno del 10% degli immigrati. Inoltre, esistono sempre di più dei neri italiani nati nel bel paese.
10. Afrodiscenti? Un altro modo di chiamare le “seconde generazioni”. Negli ultimi anni è stato molto utilizzato “seconde generazioni” per denominare i giovani di origini straniere nati o cresciuti in Italia. Cresce anche l’utilizzo della combinazione “afro-italiani” per denominare i giovani neri di origine africana. All'interno delle comunità africane sta tuttavia affermandosi l’utilizzo del termine “afro-discendente”. Si tratta solo di una lista provvisoria, per dare un’idea complessa e articolata, e meno disperata, dell’Africa, frenando l’intolleranza che si rivolge soprattutto agli immigrati di origine africana (che, come nota proprio il decalogo, sono meno del 10% degli immigrati eppure vengono notati molto di più).

Responsabili delle fake news e degli stereotipi sull'Africa sono ovviamente anche i mezzi di comunicazione, che tanto più avrebbero bisogno di una “formazione” su questo continente, paese per paese, cultura per cultura, società per società. Per trasformare il terrore e il disprezzo in curiosità, amore, persino entusiasmo verso una diversità che poco, anzi nulla, c’entra con la nostra idea degli africani come vagabondi, nullafacenti, alcolizzati. È tutta un’altra storia.

L’abissale ignoranza sul grande continente africano, il linguaggio utilizzato sui migranti e le migrazioni negli ultimi anni fanno crescere razzismo e xenofobia. L’esempio chiaro dell’ignoranza sono le posizioni tenute dai politici di qualsiasi colore, dai "giornalai" della carta stampata e delle reti televisive, da parlamentari e senatrici tipo Emma Bonino e Liliana Segre, nonché dai commentatori e scrittori come Vauro Senesi e Roberto Saviano, a cui si aggiungono orde di ciarlatani disinformati e comari da cortile sempre presenti nei talk show radiofonici e televisivi.
A costoro si aggiungono i "bestemmiatori" con affermazioni tipo: "Odiare gli ebrei, vale a dire odiare l'umanità intera!"

Ma che ne pensano i negri del tanto biasimato traffico degli schiavi (vedi: Olocausto africano), di cui proprio gli Ebrei sono stati per secoli gli ideatori, i promotori, ed i massimi e principali beneficiari?
Non vorrei proprio che anche qualche ipocrita dei miei lettori lamentasse vuoti di memoria!


Sfruttamento minerario nella Repubblica Democratica del Congo
Sfruttamento minerario nella Repubblica Democratica del Congo


COSE CHE CAMBIEREBBERO L’AFRICA, MA NESSUNO VUOLE FARLE

 

L’Africa è ricchissima. È il continente delle materie prime, soprattutto di quelle più rare e strategiche. È il nuovo medio oriente energetico visto che di “giant”, cioè di giacimenti di grandissime dimensioni, se ne scoprono, oramai, solo nel suo territorio e nelle sue acque.
Eppure l’Africa resta povera, un continente in crisi, dai modestissimi tassi di sviluppo.
Perché? Le ragioni sono tante, antiche e nuove, ma fanno capo, essenzialmente, a tre grandi problemi: corruzione, rapina delle risorse e la loro mancata trasformazione in Africa.
La ricchezza africana è trafugata dai grandi gruppi finanziari e industriali internazionali e dalle élite, quasi sempre da questi sostenute, attualmente al potere. In più le risorse delle quali il continente nero abbonda restano materie prime, come tali esportate a prezzi decisi nelle borse merci del resto del mondo, mai trasformate in loco, senza quindi mai generare sviluppo. Non c’è bisogno di particolari studi di economia per sapere che lo sviluppo si ha solo quando le materie prime vengono trasformate generando così valore aggiunto.
Come affrontare questi nodi? Intanto alcune proposte che sicuramente genererebbero una decisa inversione di tendenza.
1) LOTTA ALLA CORRUZIONE
Vanno resi pubblici i trasferimenti superiori ai 100.000 dollari da parte delle imprese che commerciano con i paesi africani. Ciò metterebbe in crisi i meccanismi di corruzione messi in piedi da queste imprese nei confronti delle élite africane. Alcuni paesi hanno già adottato misure del genere, ma il principio va universalizzato per legge.
Vanno perseguiti e sequestrati i depositi bancari e le acquisizioni immobiliari di esponenti africani nei nostri paesi e le somme in questione vanno destinate a progetti di sviluppo delle comunità africane.
2) TRACCIABILITÀ DELLE MATERIE PRIME
Le aziende che adoperano materie prime di provenienza africana devono renderne pubblici i percorsi di acquisizione. Ciò metterebbe fine a una moltitudine di conflitti in cui bande armate saccheggiano i territori minerari commettendo ogni crimine. Le materie prime così acquisite non sarebbero più commerciabili e tante mattanze avrebbero fine. Esistono già varie leggi in alcuni dei nostri paesi che tentano di misurarsi con questo problema. L’amministrazione Trump ha invece colpevolmente ridotto l’efficacia di una legge promossa in tal senso dalla precedente amministrazione Obama.
3) REGOLAMENTAZIONE ROYALTIES
Le royalties sono in sostanza le tasse pagate dalle imprese, che acquisiscono materie prime, al paese in cui queste esistono. È un mercato opaco e segnato dalla corruzione. Le imprese vogliono pagare il meno possibile e pagano i funzionari statali africani a tale scopo rubando risorse a quelle popolazioni. Accade così che per l’uranio del Niger si paghi un misero 5%, per i diamanti della Sierra Leone un vergognoso 3% e per i contratti energetici in Africa vengano pagate royalties infinitamente più basse che in altre aree del mondo. Una legge internazionale deve stabilire i minimi delle royalties da pagare.
4) TRASFORMAZIONE E SVILUPPO
L’Africa va messa in condizione di trasformare le sue materie prime. Ciò significherebbe sviluppo e occupazione. È insopportabile vedere che l’egoismo del resto del mondo proibisca di fatto, e con ogni mezzo, ogni forma di decollo dello sviluppo africano. È intollerabile, ad esempio, che la Costa d’Avorio, tra i primi produttori mondiali di cacao, non produca sul suo suolo neanche una barretta di cioccolato e non per sua volontà.
Un piano internazionale per lo sviluppo del continente africano deve dettare chiaramente un sostegno crescente alla trasformazione in loco delle risorse dei paesi che lo compongono.

È bene sottolineare che queste semplici misure oltre a metter fine a più guerre, a rendere più potenti le popolazioni africane nel controllo democratico dei loro budget nazionali, oltre a aprire la strada a speranze di occupazione per i loro giovani, avrebbero poi l’effetto di bonificare anche le nostre società. La rapina in Africa rende potenti interessi criminali nei nostri territori capaci di finanziare, grazie alla quantità di maltolto e denaro in nero, l’inquinamento delle nostre istituzioni e della nostra vicenda politica.


Land Grabbing. Furto di Terra, Vita e Dignità
Land Grabbing. Furto di Terra, Vita e Dignità


IL FURTO DELLA TERRA

 

L’Unione europea ha deciso di triplicare i fondi per la gestione dei migranti: la somma messa a bilancio passerà dagli attuali 13 miliardi di euro (anni 2014-2021) ai futuri 35 miliardi di euro (anni 2021-2027).
Prima di compiere l’analisi dei costi preventivati, dove i soldi vanno, per fare cosa, dobbiamo sapere cosa noi prendiamo dall'Africa, e cosa restituiamo all’Africa. Se noi aiutiamo loro oppure se loro, magari, danno una mano a noi.
Conviene ripetere e magari ripubblicare. Quindi partire dalle basi, dai luoghi in cui i migranti partono.

Renzo Rosso, l’uomo che dai jeans ha ricavato un mondo che ora vale milioni di euro, ha domandato: “Come mai spendiamo 34 euro al giorno per ospitare un migrante se con 6 dollari al dì potremmo renderlo felice e sazio a casa sua?”.
Già, come mai? E perché non li aiutiamo a casa loro?
Casa loro? Andiamoci piano con le parole. Perché la loro casa è in vendita e sta divenendo la nostra.
Per dire: il Madagascar ha ceduto alla Corea del Sud la metà dei suoi terreni coltivabili, circa un milione e trecentomila ettari. In Tanzania sono stati acquistati da un emiro 400 mila ettari per diritti esclusivi di caccia. L’emiro li ha fatti recintare e poi ha spedito i militari per impedire che le tribù Masai sconfinassero in cerca di pascoli per i loro animali. La loro vita.
E che dire degli etiopi che arrivano a Lampedusa, quelli che giungono dalla bassa valle dell’Omo, l’area oggetto di un piano di sfruttamento intensivo da parte di capitali stranieri che ha determinato l’evacuazione di circa duecentomila indigeni? E tra i capitali stranieri circa duecento milioni di euro provengono da Roma. Il governo autoritario etiope, che rastrella e deporta, è l’interlocutore privilegiato della diplomazia italiana che sostiene e finanzia piani pluriennali di sviluppo. Anche qui la domanda: sviluppo per chi?

L’Italia intera conta 31 milioni di ettari. La Banca mondiale ha stimato, ma il dato è fermo al 2009, che nel mondo sono stati acquistati o affittati per un periodo che va dai 20 ai 99 anni 46 milioni di ettari, due terzi dei quali nell'Africa sub-sahariana.
In Africa i titoli di proprietà non esistono (la percentuale degli atti certi rogitati varia dal 2 al 10 per cento). Si vende a corpo e si vende con tutto dentro. Vende anche chi non è proprietario. Meglio: vende il governo a nome di tutti. Case, villaggi, pascoli, acqua se c’è. Il costo? Dai due ai dieci dollari ad ettaro, quanto due chili d’uva e uno di melanzane al mercato del Trionfale a Roma.
Sono state esaminate 464 acquisizioni, ma sono state ritenute certe le estensioni dei terreni solo in 203 casi. Chi acquista è il “grabbatore”, chi vende è il “grabbato”. La definizione deriva dal fenomeno, che negli ultimi vent'anni ha assunto proporzioni note e purtroppo gigantesche e negli ultimi cinque una progressione pari al mille per cento secondo Oxfam, il network internazionale indipendente che combatte la povertà e l’ingiustizia. Il fenomeno si chiama "land grabbing" e significa appunto accaparramento della terra.

I Paesi ricchi chiedono cibo e biocombustibili ai paesi poveri. In cambio di una mancia comprano ogni cosa. Montagne e colline, pianure, laghi e città. Sono circa cinquanta i Paesi venditori, una dozzina i Paesi compratori, un migliaio i capitali privati (fondi di investimento, di pensione, di rischio) che fanno affari. È più facile trasportare una tonnellata di cereali dal Sudan che le mille tonnellate d’acqua necessarie per coltivarle.
E allora la domanda: aiutiamoli a casa loro? Siamo proprio sicuri che abbiano ancora una casa?

Le cronache sono zeppe di indicazioni su cosa stia divenendo questo neocolonialismo che foraggia guerre e governi dittatoriali pur di sviluppare il suo business. In Uganda 22 mila persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni per far posto alle attività di una società che commercia legname, l’inglese New Forest Company. Aveva comprato tutto: terreni e villaggi. I residenti sono divenuti ospiti ed è giunto l’avviso di sfratto…
Dove non arriva il capitale pulito si presenta quello sporco. La cosiddetta agro-mafia. Sempre laggiù, nascosti dai nostri occhi e dai nostri cuori, si sversano i rifiuti tossici che l’Occidente non può smaltire. La puzza a chi puzza… qualcuno dice!

Chi ha fame vende. Anzi regala. L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. È la prima a negoziare cessioni ai prezzi ridicoli che conosciamo. Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”).
Comprano i ricchi. Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. E nelle transazioni, la piccola parte visibile e registrata della opaca frontiera coloniale, sono considerate terre inutilizzate quelle coltivate a pascolo.
Il presidente del Kenya, volendo un porto sul suo mare, ha ceduto al Qatar, che si è offerto di costruirglielo, 40 mila ettari di terreno con tutto dentro. Nel pacco confezionato c’erano circa 150 pastori e pescatori. Che si arrangiassero pure!

L’Africa ha bisogno di acqua, di grano, di pascoli anzitutto. Noi paesi ricchi invece abbiamo bisogno di biocombustibile. Olio di palma, oppure jatropha, la pianta che – lavorata – permette di sfamare la sete dei grandi mezzi meccanici. E l’Africa è una riserva meravigliosa.
In Africa parecchie società italiane si sono date da fare: il gruppo Tozzi possiede 50 mila ettari, altrettanti la Nuova Iniziativa Industriale. 26 mila ettari sono della Senathonol, una joint-venture italo-senegalese controllata al 51 per cento da un gruppo italiano. Le rose sulle nostre tavole, e quelle che distribuiscono i migranti a mazzetti, vengono dal Kenya e dall'Etiopia e si riversano nel mondo intero. Belle e profumate, rosse o bianche. Recise a braccia. Lavoratori diligenti, disponibili a infilarsi nelle serre anche con quaranta gradi. E pure fortunati perché hanno un lavoro. Il loro salario? Sessanta centesimi al giorno.

Ma torniamo alla domanda di Renzo Rosso: “Come mai spendiamo 34 euro al giorno per ospitare un migrante se con 6 dollari al dì potremmo renderlo felice e sazio a casa sua?”. Già, come mai? Ma è semplice! Nessuno sarebbe disposto a scucire 6 dollari al giorno, senza un lecito o meno tornaconto, senza guadagnarci un centesimo!
Quanto ai negri, vivere a casa tua o a casa loro, è lo stesso!


Immigrati africani su un barcone
Immigrati africani su un barcone


LE CAUSE DELL’IMMIGRAZIONE DALL’AFRICA

 

Sul tema immigrazione dai paesi dell’Africa da sempre regna un sostanziale caos sulle vere radici del fenomeno: dal clima all'aumento demografico, passando per guerre e neo-colonialismo, tutti i motivi dell’emigrazione.

Le cause dell’immigrazione dall'Africa.
Dall'inizio di questo 2019 fino all’8 luglio in Italia sono arrivati 3.073 migranti. Una cifra senza dubbio molto più bassa dei 16.935 di tutto il 2018 e gli 85.207 dell’intero 2017. Il motivo principale di questa diminuzione è l’intesa raggiunta dall'ex ministro Marco Minniti con il governo libico di Tripoli, accordo poi confermato anche dall'ex inquilino del Viminale Matteo Salvini. Nonostante i tanti soldi e mezzi dati alla Libia, qualcuno mormora che in parte siano finiti in tasca di milizie che in cambio andrebbero a garantire lo stop alle partenze dei viaggi della speranza, gli sbarchi anche se calati continuano a esserci. E sono addirittura triplicati con l'insediamento nel nuovo governo giallo/rosso e l'incompetenza della falsa moralista che ha preso possesso del ministero dell'interno.
Se diamo uno sguardo alla nazionalità degli arrivati, in testa c’è la Tunisia, seguita dal Pakistan e dalla Costa d’Avorio, paese quest’ultimo che è il principale esportatore al mondo di caffè e possiede vasti giacimenti di petrolio e miniere di oro, diamanti, nichel e manganese.

Focalizzando lo sguardo soltanto sull'Africa, le cause dell’immigrazione sono sostanzialmente quattro anche se bisogna ricordare che soltanto il 30% degli africani che decidono di abbandonare il proprio paese lo fa per cercare di giungere in Europa, mentre per il restante 70% si tratta di spostamenti che rimangono all'interno del continente.
Clima.
Di recente due studi sull'immigrazione hanno messo al primo posto tra le cause i cambiamenti climatici, escludendo paradossalmente ogni tipo di motivo economico. Una ricerca realizzata dall’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate) ha stimato falsamente che circa l’80% dei migranti arrivati dall'Africa in Italia lo ha fatto a causa del clima.
La Banca Mondiale invece si è spinta ad affermare che, nel 2050, il cambiamento climatico rischia di produrre in tutto il mondo 143 milioni di migranti: se in Asia il problema sono le catastrofe naturali, in Africa è la desertificazione. Un dato, questo, del tutto probabile o improbabile, non essendo fondato su dati scientifici.
Vero è, invece, che nel continente africano la siccità, la mancanza d’acqua, il degrado del suolo e le conseguenti carestie ricorrenti, potrebbero portare milioni di persone che vivono nella fascia sub-sahariana ad abbandonare la propria casa e cercare una vita migliore altrove.
Demografia.
Al momento il continente africano può contare su circa 1,2 miliardi di abitanti. Secondo diversi calcoli, nel 2050 si potrà arrivare anche a 2,5 miliardi di persone. Per esempio la Nigeria che nel 2015 aveva 181 milioni di abitanti, nel 2030 con questi ritmi di crescita potrebbe arrivare a 264 milioni e nel 2050 a 410 milioni, il 126% in più rispetto al 2015. Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2017 realizzato da Idos e Confronti in collaborazione con Unar, l’Africa è il continente che in futuro vedrà maggiormente aumentare la propria popolazione e questo potrebbe essere una forte causa di immigrazione.
Questa pressione demografica infatti non andrebbe a corrispondere a un parallelo miglioramento economico. In sostanza nei vari paesi il Pil rimarrebbe invariato mentre a crescere sarebbe la popolazione, aumentando così la povertà tra la gente.
Guerra.
Quando si discute di immigrazione spesso si cerca di sottolineare la differenza tra migrante economico (che scappa dalla povertà) e rifugiato (che scappa da guerre o calamità naturali).
Una distinzione fondamentale questa perché l’Italia naturalmente garantisce il diritto d’asilo e protezione a chi ha lo status di rifugiato, ovvero dove c’è un fondato timore d’essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica.
In Africa al momento, se escludiamo fenomeni di terrorismo, non sono molti i conflitti in corso, oltre alla recente guerra civile in Libia.
Neocolonialismo.
Il neocolonialismo può essere descritto come il motivo di fondo dell’immigrazione dall'Africa, con la colpa che è tutta delle grandi potenze mondiali compresa l’Italia anche se in minor parte rispetto ad altri paesi. Governi corrotti firmano accordi con le varie multinazionali per lo sfruttamento delle ingenti risorse del continente. Soldi questi che però invece che aiutare la popolazione a crescere arricchiscono soltanto l’élite al potere.
La Cina ultimamente sta utilizzando un nuovo metodo: massicci investimenti in opere pubbliche. L’ultimo, di 60 miliardi di dollari, in Angola, Ghana, Zambia e Zimbabwe, oltre che aiuti e prestiti a tasso zero, portano così Pechino a poter controllare i vari paesi visti i debiti contratti nei loro confronti. Ma il Paese africano con il maggior debito globale, considerando tutti i creditori, domestici e stranieri, è il Kenya che raggiunge la strabiliante somma di 47 miliardi di dollari.

“Giovani non emigrate”. L'appello che la Cei non sente
“Giovani non emigrate”. L'appello che la Cei non sente

 

“Aiutiamoli a casa loro” non è quindi uno slogan del tutto vuoto, soprattutto se “Lasciamo le ricchezze a casa loro” con l’impegno contemporaneo a combattere corruzione, criminalità, terrorismo, tribalismo, nepotismo, clientelismo, saccheggio delle casse dello stato, scarsa governance economica, depravazione della morale, ... "valori", questi che da secoli i negri, specie del sub-sahara, covano in casa loro!

Gli africani non devono abbandonare l'Africa. I governi europei e non solo, dovrebbero comprendere come i flussi migratori tendono ad impoverire ulteriormente i Paesi di partenza.
Il nostro compito è quello di aiutarli non con l'assistenzialismo, ma con l'istruzione, il controllo delle nascite, la lotta alla corruzione, al tribalismo, al bracconaggio e alla deforestazione e desertificazione dei territori, al colonialismo post moderno. Fondamentali sono pure le opere pubbliche come strade, scuole, ospedali, abitazioni civili, fonti di energia pulita, acquedotti, ecc.
Resta inteso che questi Paesi debbono essere sottoposti ad un regime militare internazionale che, destituisca le dittature, difenda le popolazioni, le strutture e l'intero territorio, oltre che ad una politica e gestione economica vigilata, esterna ed estranea agli interessi del Continente. Solo in tal modo, ma non certo a breve, si potrà sperare in una democrazia ed una prosperità che gli africani non hanno mai conosciuto.
Questa è l'unica soluzione, che un negro come me possa augurarsi, altrimenti quella dell’immigrazione rimarrà una problematica senza una risposta sensata.


La "Sacra Bibbia" per gli schiavi negri
La "Sacra Bibbia" per gli schiavi negri


DESMOND TUTU: "IN NOME DI DIO AVETE RUBATO L’AFRICA AGLI AFRICANI!"

 

“Il problema in Africa è sostanzialmente lo stesso presente in tutti i territori colonizzati. In questi paesi c'è una minoranza europea, stanziata da un considerevole periodo di tempo, che reclama per ragioni di razza il proprio diritto a regnare per sempre sulla maggioranza degli abitanti.”

“L'Europa è diventata ricca grazie allo sfruttamento dell'Africa, e gli africani ne sono consapevoli.”

“Un genocidio compiuto in Africa non riceve la stessa attenzione di quelli avvenuti in Europa o in Turchia o in altre parti del mondo. C'è ancora una discriminazione di fondo contro gli africani.”

"Quando i missionari giunsero nelle nostre terre africane tenevano la Bibbia in mano e ci dicevano di pregare con gli occhi chiusi. Riaperti gli occhi, eravamo noi a tenere la Bibbia in mano e loro a possedere le nostre terre.”

Già allora nell'ambiente anglo-sassone era in voga l'abitudine di gettare in mare la Bibbia non appena attraversato il canale di Suez. Ma i missionari, affascinati dal "Continente Nero", non gettavano in mare la Bibbia, ma solo la tonaca.

La "Bibbia degli schiavi", stampata a Londra nel 1807 e usata dai missionari inglesi, è una Bibbia fortemente emendata, dalla quale sono stati tolti tutti i passaggi che parlano di libertà, a favore di quelli che parlano di obbedienza ai padroni, di sottomissione.
In essa si registra la mancanza di quasi tutto l’Antico Testamento e metà del Nuovo, oltre all'assenza totale dell’Apocalisse, ma anche della maggior parte dei Salmi, in cui si esprime la speranza nella liberazione dall'oppressione.

Nell'idea dei colonialisti, la lettura integrale della Bibbia, troppo ricca di speranza per una vita migliore, avrebbe potuto instillare negli schiavi africani, convertiti al cristianesimo, pericolose idee di ribellione. Conversione sì, dunque, ma “temperata”…
Questo oggetto raro (pare che ne siano rimasti soltanto tre esemplari al mondo) e controverso, presentato il 28 novembre 2018 al Museo della Bibbia di Washington, getta luce su un capitolo oscuro della storia, e sull'utilizzo strumentale della Bibbia e della religione a sostegno della politica imperialista e dello schiavismo.

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