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Stregoneria in Kenya


Lo stregone keniota John Dimo. Villaggio di Nyang'oma Kogelo a 60 chilometri a ovest /nord-ovest di Kisumu nella Contea di Siaya
Lo stregone keniota John Dimo. Villaggio di Nyang'oma Kogelo a 60 chilometri a ovest /nord-ovest di Kisumu nella Contea di Siaya

 

Le nuvole vanno e vengono, come le emozioni. All'equatore sono così basse, così vicine che ti sembra facciano parte dell’arredamento che la natura ha deciso di piazzarti in veranda.
Questa sera hanno deciso di danzare avanti al cielo e scoprirne a tratti l’immensa volta stellata.

Prima, però, c’era l’Africa al tramonto. Quel momento sempre troppo breve, come sono gli attimi di vera felicità.

La scenografia terrena racconta di un villaggio mijikenda alle porte di Malindi, dove vive una delle comunità tribali più fedeli alle tradizioni dei secoli passati. Quando le capanne erano trulli di legno e palme secche, senza nemmeno il conforto del fango compattato a mo’ di cemento.
Una per le donne, con le pentole sul fuoco, gli stracci ammassati e culle di foglie di banano per gli infanti.
L’altra è per gli uomini, con le stuoie da sonno, il vino di palma e odore di tabacco per rudimentali pipe.
La terza è per gli antenati, i feticci intagliati a mano e colorati con sangue animale ed erbe macerate. Padri e padri dei padri da invocare affinché garantiscano saggezza e protezione al villaggio.
Sono tornato in Kenya, dove ho passato la giovinezza, sette anni fa e da allora mi considero africano a tutti gli effetti. La comunità Mijikenda, una delle più antiche e misteriose etnie dell’Africa Equatoriale, mi ha accolto e mi tratta come uno di loro. Sono stato ribattezzato con il nome di Mbogo (Bufalo) Kimera. Forse sì, è una chimera che io possa diventare uno di loro a tutti gli effetti. Non potrò mai credere alle loro superstizioni, agli idoli e al culto dei morti. Però partecipo e vivo con loro queste suggestioni.
Uno degli appuntamenti più importanti è l’iniziazione di un “mganga”, lo stregone buono che all'interno della comunità tribale viene considerato allo stesso tempo un guaritore, uno psicologo e una delle massime autorità religiose, perché in grado di interpretare il volere degli antenati. Sono gli “elders”, gli anziani del villaggio, riuniti in preghiera nella capanna dei feticci, ad iniziare il mganga. Il rito dura una settimana. L’aspirante stregone dovrà mostrare di avere imparato a riconoscere ed utilizzare le erbe medicinali, assumere anche quelle allucinogene (nell'entroterra di Malindi si trova lo stramonio, ma anche la potentissima salvia divino rum) e scartare quelle velenose. Un giorno intero viene speso per vagare per chilometri sotto il sole cocente d’Africa e cercare le piante di cui avrà bisogno nel corso del tempo. Con un amico video produttore riprendiamo tutte le giornate.
La cerimonia prosegue anche la notte, con danze tribali e preghiere. Sciamani bardati con parei colorati e pelli di facocero, con copricapi di piume d’uccello, pentoloni fumanti di farina di mais ed erbe di campo, visitatori e parenti dai villaggi vicini che portano offerte e doni: patate dolci con lime e peperoncino, fagioli al cocco, frittelle di tapioca e ananas, strani tuberi fritti nell'olio di palma. C’è sempre qualcuno sveglio che fa qualcosa.
L’indomani altre prove attendono l’aspirante stregone: si taglierà il palmo della mano con un coltello affilato senza provare dolore, parlerà lingue che non gli appartengono, capirà la malattia di giovani donne e infine affronterà il mare di notte, dopo aver camminato per trenta chilometri per raggiungerlo, e parlerà con gli spiriti. Un tempo i mijikenda erano convinti che nel mare si nascondessero mostri e presenze maligne. Il mganga è in grado di scendere a patti con i “mapepo”, gli spiriti cattivi mussulmani che da centinaia d’anni hanno conquistato le rive dell’Oceano e per primi spinsero il loro popolo a prendere la popolazione indigena in schiavitù. Oggi i cattivi e i miscredenti sono in maggioranza, gli anziani dei villaggi lo sanno e festeggiano l’iniziazione di un nuovo mganga come un avvenimento fondamentale per non perdere la loro cultura.

Le giovani gang, che temono i mganga perché lanciano loro anatemi contro la disonestà, l’adorazione di falsi idoli, l’abuso di droghe e alcol, spesso si lanciano in spedizioni punitive per picchiare (e in alcuni casi uccidere) gli stregoni buoni.
Le forze dell’ordine, nell’entroterra, si fanno vedere poco.
Gli stregoni di una certa età si tingono i capelli. Chi ha i capelli bianchi è a rischio. Le danze proseguono, l’ultimo giorno tutto il villaggio è in festa. I bambini corrono e respirano miseria e libertà, le donne faticano e si augurano che tutto rimanga come sempre, gli anziani pregano e vanno incontro serenamente al loro destino.
Sono contento di far parte, anche solo marginalmente, di questa società che difende la propria cultura e i propri valori, per quanto distanti anni luce da quelli della mia stanca civiltà.
Il resto è qualcosa che viene solo da vivere. E credetemi, più si riesce a vivere, meno viene da scriverne.
Marzo 21, 2012 Freddie Del Curatolo

21 maggio 2008
Donne, accusate di stregoneria, sono state bruciate vive dalla folla.

 

Kenya, al rogo 15 donne accusate di stregoneria. In un villaggio a ovest del Paese, una folla delirante ha ucciso sul rogo quindici donne accusate di stregoneria.

Nyakeo - Una folla delirante ha ucciso sul rogo quindici donne accusate di stregoneria in un villaggio del Kenya occidentale. Lo hanno riferito fonti ufficiali e testimoni.
«Sono mganga, devono morire!», questa la motivazione. "Mganda", una parola che in swahili vuol dire "stregone" o "guaritore", a seconda della situazione più conveniente.
"È un fatto inaccettabile. La gente non può sostituirsi alla legge - ha commentato Mwangi Ngunyi, capo del distretto di Nyamaiya - prenderemo i responsabili".

L'esecuzione.
Nel villaggio di Nyaeko, 300 km a ovest di Nairobi, un centinaio di persone , armate di bastoni, sono andate casa per casa alla ricerca dei presunti stregoni. Una volta scovati, sono stati picchiati dalla folla esaltata ed eccitata e, dopo essere stati cosparsi di benzina, accesi come fiammiferi.
In tutta l'Africa centrale la magia nera è una pratica comune. Rivolgersi allo stregone quando si è malati, non per avere medicine adeguate, ancorché tradizionali, ma per «togliere dal corpo il maligno che ha causato l'infermità», è considerata una prassi normale, specie nelle zone rurali. Gli stregoni in cambio della speranza ricevono i mezzi di sostentamento, cibo e denaro. Naturalmente la magia può essere usata per malefici e fatture. E così ogni tanto le cose per il «mganga» si mettono male. In caso di calamità, catastrofi o lutti occorre trovare un colpevole e lo stregone del villaggio viene accusato di essere la causa di tutti i mali.
I «mganga» sono comuni nelle comunità cristiane e animiste, ma anche fra gli islamici. Nei Paesi di cultura musulmana subsahariani vengono chiamati «marabù». 
Negli anni Novanta decine di persone sospettate di stregoneria erano state uccise nel Kenya occidentale, a causa di voci secondo le quali c’era chi era diventato cannibale, sordo, muto o sonnambulo sotto l’effetto di sortilegi, così che questa regione ha acquistato la reputazione di "zona di streghe".
In Kenya la legge bandisce la stregoneria come reato penale e se si è condannati si rischia una multa di 5 euro (sic!) o sei mesi di prigione.

Uno stregone in Kenya posa con i suoi strumenti. Anno 1936
Uno stregone in Kenya posa con i suoi strumenti. Anno 1936

13 marzo 2009
Cinque persone bruciate vive dai cristiani nel villaggio di Nyamataro, Kisii, nell'est del Kenya, per accuse di stregoneria.

 

Cinque persone del villaggio keniota di Nyamataro, nei pressi di Kisii, sono state lentamente bruciate vive dai cristiani perché sospettate di stregoneria, ovvero, incredibile a dirsi, la traduzione letterale delle motivazioni è che "non hanno riconosciuto Gesù Cristo come loro Dio". Sì, avete capito bene.
I cinque, uomini e donne, sono stati picchiati con bastoni e incendiati per arrostire lentamente mentre altri abitanti del villaggio, compresi i sacerdoti, hanno assistito allo spettacolo. La religione tira fuori sempre il meglio dalle persone, vero?
A far rabbrividire non è la notizia che la vita umana ha poco valore in molte parti dell'Africa. Sospettare qualcuno di stregoneria e bruciarlo vivo riporta agli anni dell'inquisizione. È come se il progresso degli ultimi 400 anni fosse di nuovo tornato alle età buie. Bruciano le persone sul rogo guardandole morire lentamente in agonia, mentre un sacerdote intona i suoi canti  pronunciando: "Il diavolo li ha fatti fare, ora devono bruciare!"
Mentre dicono che annegare è uno dei modi più spaventosi di morire perché ti lascia estremamente indifeso, bruciare vivo deve essere uno dei modi più dolorosi.
Guarda il video, guarda l'uomo seduto lì con i piedi in fiamme e chiediti come poteva semplicemente starsene tranquillamente in quel modo. Quando lo capirai, sarai pronto per venire nell'Africa sub-sahariana.

Amuleti e altri accessori del “mganga”
Amuleti e altri accessori del “mganga”

4 novembre 2012
Anziani bruciati vivi come streghe dalle loro famiglie per trarre profitto da terreni redditizi.

 

I crescenti desideri per la terra lungo la costa dell'Oceano Indiano del Kenya stanno causando un aumento dei "linciaggi delle streghe" da parte dei residenti per intimidire i loro parenti anziani, che possiedono terreni in aree appetibili, affinché devolvano a loro beneficio il possesso di quei beni.
Una sorte molto crudele subita da oltre 50 persone di età superiore ai 60 anni linciate quest'anno per accuse di stregoneria. Sette sono state uccise nella contea di Kilifi solo quest'estate.
Alcuni sono stati bruciati vivi di fronte agli abitanti del villaggio. Altre vittime sono state fatalmente colpite da machete, come Thomas Barawa, 79 anni, che morì in agosto appena quattro settimane dopo che sua moglie subì lo stesso destino.

I parenti sono i principali sospettati di quasi tutti gli omicidi. Ma la polizia non riesce a portare i casi in tribunale perché, dicono, non possono convincere nessuno a testimoniare.
La maggior parte delle vittime, che sfuggono alla morte e finiscono in centri di soccorso sorvegliati, sono troppo spaventate per tornare a casa perché, se non si rassegnano cedendo alle richieste dei familiari, rischiano la morte se i loro parenti arrabbiati le vedono di nuovo.

I residenti della contea nel giugno dello scorso anno, a causa della carestia, sono state costrette a mangiare frutti selvatici per non morire di fame. La mortalità dovuta alla malnutrizione è stata molto alta soprattutto per i bambini sotto i cinque anni e gli anziani.
L'unica fonte di reddito, nella maggior parte della contea, è illegale:
il bracconaggio nel Parco Nazionale dello Tsavo Ovest, dove i residenti uccidono gli animali non per cibarsene, ma per venderne le carni!
Questi "selvaggi", queste "bestie umane o subumane" credono solo nel profitto. Lasciamoli al loro destino!

   Tribù Giriama
Tribù Giriama

 

 

 

Tribù Giriama

Il popolo Giriama appartiene al gruppo Bantu della costa; fa parte di una delle 9 tribù che costituiscono il gruppo Mijikenda.

 

Il popolo Giriama si trova esclusivamente lungo le coste del Kenya. Solitamente vivono in raggruppamenti di tre generazioni familiari, costituendo piccoli villaggi formati da 10 a 70 persone.

 

Diversamente da molti altri gruppi etnici nei quali la stregoneria era riservata alle donne, nei G(h)iriama è gestita principalmente da uomini anziani. I Giriama inoltre credono che ogni persona nella società sia una strega o stregone potenziale. Conseguentemente erano impauriti non soltanto che un vicino potesse fargli del male, ma anche che loro potevano fare del male attraverso la stregoneria. Per questa ragione i membri della tribù cercarono protezione da quattro cose: dagli incantesimi delle streghe, da accuse di stregoneria, dalla paura e infine dal divenire essi stessi stregoni. Fascino, medicine, bando degli stregoni e la cerimonia del lavaggio, erano i metodi comuni di protezione. Tecniche di caccia alle streghe, punizioni e lavaggi, toglievano il potere alle persone che praticavano la stregoneria.

L’interpretazione del male ed i mezzi per uscire da questa situazione, erano inoltre ostacolati dalla situazione politica dei Giriama. Per esempio con i tradizionali sistemi, molte volte si rischiava di lasciar prosperare la stregoneria. Alcuni mezzi per combatterla erano asce o rocce roventi messi sulle palme delle mani, aghi roventi infilati nel labbro superiore, papaya spalmata sul viso e sulla bocca per provocare sudore, e pane trattato in modo particolare da bloccarsi nella gola del colpevole. La minaccia di sottoporre a queste prove, spesso provocava la confessione, dopo la quale veniva somministrata una medicina di ‘lavaggio’.

Durante un periodo della loro storia, quando i Giriama erano lontani dalla terra natia, acquisirono dagli Swahili, Kamba e Mijikenda metodi per cacciare la stregoneria. Con l’introduzione di leggi esterne, colonialismo e indipendenza, molti dei loro metodi tradizionali e acquisiti, vennero banditi. La pulizia della società tutta, attraverso cerimonie divenne la più comune forma per combattere la stregoneria. I Giriama vissero in foreste chiamate ‘kaya’, guidati da consigli di anziani (‘kambi’) che avevano il potere sul benessere della tribù. Il ‘kambi’, stregoneria controllata somministrando ‘bagni’, bastonature, sentenze di morte e bando dal ‘kaya’ per quelli sospetti, potevano forzare le confessioni dei testimoni con le loro potenti medicine e giuramenti. Il più conosciuto, potente e letale meccanismo di controllo della stregoneria tra i Giriama era la prova del veleno. Tre delle loro quattro società segrete avevano medicine e giuramenti tenuti dagli ‘aganga’, che avevano sviluppato l’abilità nel somministrarli. Il più significante di questi era il veleno-giuramento ‘Vaya’. Gli ‘aganga’ di questa società segreta, erano chiamati ‘fisi’ (iene) e la loro medicina, ‘mbare’, era conosciuta per uccidere con rapidità. Il giuramento ‘fisi’ veniva usato come prova tra accusato e accusatore in una prova diretta o anche come appello finale della giustizia quando altre prove non erano state soddisfacenti. Considerato che poteva uccidere, il giuramento veniva considerato con estrema serietà.

Durante il periodo della loro lontananza dalla terra natia, i Giriama furono esposti anche alla tradizione e cultura Musulmana. Una fonte di malvagità, ‘mapepo’, gli spiriti, venivano considerati quasi esclusivamente come spiriti Musulmani. Spiriti ancestrali, ‘koma’, divennero meno importanti nella vita spirituale Giriama. I ‘mapepo’ si affermava possedessero certe persone, dando loro un potere più grande dei comuni mortali. I ‘mapepo’, potevano essere facilmente esorcizzati da un comune uomo della medicina, dopo ciò si credeva che la persona posseduta avesse l’abilità di richiamare il ‘pepo’, predire il futuro e identificare le streghe. Fu considerato una fortuna essere posseduti dal ‘pepo’. C’è un interessante periodo nella storia Giriama, quando un insolito numero di donne furono possedute dal ‘pepo’, facendo cose che in normali condizioni, non sarebbero state in grado di fare.

MALU: E’ conosciuta con questo nome la tradizione di questa tribù per risolvere problemi d’infedeltà coniugale. Se un marito è tradito dalla moglie, si rivolge ad un consiglio di anziani del villaggio i quali si riuniscono per esaminare i fatti. Se arrivano alla conclusione che il marito tradito ha ragione, condannano allora il colpevole (l’amante della moglie) a pagare una penalità costituita da denaro o bestiame. Il giudizio degli anziani è inappellabile ed il malcapitato non può sottrarsi al pagamento di quanto dovuto.

Sandro Murtas - Pubblicato in: POPOLI E TRIBU' DEL KENYA