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Bestie umane statunitensi del '900
BESTIE UMANE STATUNITENSI E NON DEL'900

Malindi di male in peggio! ... e non solo!


Jihadisti in Kenya.
Jihadisti in Kenya.
Macabro. Musulmano si rivolge a Dio.
Macabro. Musulmano si rivolge a Dio.

Pandemia Covid-19 in Kenya
Pandemia Covid-19 in Kenya

10 ottobre 2020
COVID-19 KENYA: CASI ANCORA IN AUMENTO

422 solo ieri, con percentuali di nuovo preoccupanti

Salgono i casi e aumentano i tamponi, ma soprattutto torna a salire sopra i livelli di guardia la percentuale dei casi positivi rispetto ai test effettuati. Questo dicono i numeri delle ultime 24 ore registrati dal Ministero della Salute del Kenya.

Ieri il Kenya ha registrato 442 casi positivi di Covid-19, che portano il totale dei contagi nel Paese dallo scorso marzo a 40.620 unità. Durante il briefing giornaliero di Covid-19 tenuto a Eldoret, il Segretario Amministrativo del Dipartimento, Rashid Aman ha annunciato che nel periodo in questione sono stati analizzati 5.327 campioni, portando il numero totale di campioni analizzati finora a 580.039.
Dei casi positivi, 419 sono kenioti e 23 sono di nazionalità straniera. 286 sono di sesso maschile e 156 femminile e variano dai 3 agli 86 anni. Nella distribuzione della contea, la contea di Nakuru è in testa con 94 casi seguita da Nairobi (80) e Mombasa (47), Uasin Gishu (22), Embu (20), Kisumu (20), Turkana (18), Trans Nzoia (14), Meru (15), Kisii (13). Allo stesso tempo, 166 pazienti sono stati dimessi dal programma di assistenza domiciliare e dagli ospedali nazionali, portando il numero totale delle guarigioni a 31.710.
Purtroppo, quattro pazienti hanno perso la vita a causa della malattia, portando il numero totale dei decessi a 755. Aman ha puntato il dito sui raduni politici che sono in aumento e rischiano di vanificare i buoni risultati ottenuti in precedenza nel contenimento della malattia.
“Vi preghiamo di evitare ogni tipo di riunione sociale e politica, oltre che indossare la maschera e mantenere la distanza sociale” , ha detto il dirigente.


Il supermercato Tuskys all'interno dell’Oasis Mall di Lamu Road a Malindi
Il supermercato Tuskys all'interno dell’Oasis Mall di Lamu Road a Malindi

5 ottobre 2020
LA MALEDIZIONE DEI SUPERMERCATI A MALINDI

Dopo 13 mesi chiude anche il Tuskys.

È durata poco più di tredici mesi l’avventura malindina della catena di supermercati Tuskys all'interno dell’Oasis Mall di Lamu Road. Si tratta del terzo gigante keniota della grande distribuzione che non riesce a sostenere economicamente il peso di un’attività commerciale nella cittadina costiera, dopo Nakumatt e Ocean Grocers. Tuskys aveva aperto i battenti nel centro commerciale di Malindi lo scorso 23 agosto 2019, dopo mesi di trattativi legati anche ad accordi commerciali pregressi sia con la defunta catena Nakumatt sia con altre piccole distribuzioni.

Dopo lo spazio lasciato libero dalla meteora Ocean Grocers, che puntava a riempire il vuoto lasciato dall'elefante di Nakuru che denunciava un passivo che lo aveva costretto a chiudere piano piano tutte le filiali, avevamo salutato positivamente l’arrivo di Tuskys, in quanto ben radicato nella costa, con un supermercato ben avviato a Kilifi, uno a Mtwapa, e due a Mombasa. Si immaginava quindi che la direzione conoscesse bene le specificità della regione costiera e le difficoltà incontrate dalle precedenti gestioni. A parziale discolpa di Tuskys c’è da ammettere che la “Botta di grazia” a problemi già conosciuti è stata data dall'emergenza pandemia che da marzo ha di fatto ridotto del 75% almeno gli introiti e specialmente in una località che vive di turismo come Malindi è risultata locale. Il cartello affisso davanti al locale chiuso recita testualmente: “Come conseguenza delle difficoltà nel pagare l’affitto del locale, Tuskys Malindi è stato chiuso a tempo indeterminato. Successive comunicazioni verranno date prossimamente”.
By malindikenya.net


Kenya Sex Workers Alliance
Kenya Sex Workers Alliance

 

10 settembre 2020

MIGLIAIA DI LIBERE PROFESSIONISTE DEL SESSO SUL LASTRICO !


In Kenya rappresentano una grossa fetta degli introiti dei “liberi professionisti”, hanno un sindacato che sa farsi sentire ed alcune di loro pagano anche le tasse, a fronte delle migliaia che lavorano “in nero” (ma non solo “con il nero”...).

Non faranno alzare il PIL nazionale ma qualche altra cosa grazie a loro, da che mondo è mondo, si è sempre alzata.

Con l’emergenza pandemia, però, le “sex workers” del Kenya, le lucciole da bar sono allo stremo.
Dopo tre mesi di lockdown e coprifuoco e altri due in cui il divieto di passeggiare nelle ore notturne e chiusura di tutti i bar hanno chiuso i loro luoghi di lavoro e diradato i clienti, le ragazze di vita del Kenya che, a differenza di quanto avviene in molti Paesi occidentali e asiatici non hanno dietro protettori o addirittura mafie, ma esercitano liberamente come fossero cameriere o soubrette, attraversano una crisi che tramite loro ha messo in ginocchio intere famiglie e migliaia di bambini.
Negli slum di Nairobi, le “night ladies” diventano “Bellés de jour”, ma hanno difficoltà a vendere le loro grazie ai clienti perché non ci sono locali dove elargire i loro servizi.
Spesso i pub che il Governo ha deciso di tenere chiusi per altri 30 giorni hanno anche camere al minuto, mentre le stamberghe locali, pur potendo, non hanno neanche riaperto per via delle regole imposte dal protocollo sull’hospitality.
“Non possiamo certo ospitare i nostri clienti a casa – ha detto una di loro in un’intervista ad un canale televisivo nazionale – perché i nostri figli scoprirebbero che la mamma non fa la cassiera o la ballerina. Io ne ho sei da sfamare, compresi quelli di mia sorella che non c’è più”.
La sopravvivenza non è mai stata una questione morale, nei quartieri poveri e paradossalmente questa dura realtà ha aumentato la dignità di alcune di loro. Il sindacato ne è la riprova.

È inutile mentire, il Kenya vive di abitudini legate alla vita da bar, alcool e sesso in primis.
Il Covid-19 le sta cambiando radicalmente e il Governo sembra aver approfittato della situazione anche per cercare di riportare il proprio popolo sulla retta via.
Le sindacaliste di Mombasa a giugno, quando la Contea era ancora chiusa, avevano chiesto al Governatore Hassan Joho di poter essere incluse nel novero dei “servizi essenziali” per cui i cittadini potevano spostarsi in tutta la regione.
A Nairobi dopo la proroga di agosto, hanno invece chiesto di poter accedere a tamponi gratis per recuperare la fiducia dei loro clienti.
Fuori dagli slum, nella capitale, è un fiorire di appuntamenti in case private e feste particolari.
In alcune di queste è stato pizzicato anche qualche politico che ha cercato nottetempo di tornare a casa sua o gruppi di rampolli dediti a orge.
Niente di strano e soprattutto niente di diverso da quel che succede altrove, ma è il lato economico a preoccupare la categoria. Dopo quattro sfibranti mesi anche i clienti sono a corto di contanti.
Per gran parte delle lavoratrici del sesso, il reddito quotidiano non supera i cinque euro. Attualmente però anche per le più volonterose, non ci sono lavori che possano garantire tale introito.
Per le ragazze del centro e dei quartieri della Nairobi bene, c’erano anche mance fino a 500 euro al giorno e i loro vestiti, gli appartamenti in affitto e la vita in generale era di buon livello.
Ora molte di loro, che sembrano davvero modelle o “studentesse” come spesso s’ironizza quando i turisti stranieri se ne innamorano sulla costa, sono costrette ad abbassare di molto le pretese, ma spesso si convincono che non ne valga la pena, come appunta una di loro sul quotidiano nazionale The Standard. Inoltre non hanno nemmeno la scappatoia delle località turistiche come Malindi, Watamu e soprattutto Mtwapa e Nyali, perché turisti non se ne vedono.

Insomma, un tempo le brave ragazze dicevano “se sarò in bancarotta, mi toccherà prostituirmi”.
Oggi sono le prostitute a pensare che tutto sommato andrebbe bene anche fare la cameriera ai piani in un hotel o l’operaia in un’azienda tessile.
by Malindikenya.net


Silvia Costanza Romano. La giovane volontaria rapita in Kenya e liberata dopo oltre un anno e mezzo di prigionia.
Silvia Costanza Romano. La giovane volontaria rapita in Kenya e liberata dopo oltre un anno e mezzo di prigionia.

 

9 maggio 2020

SILVIA ROMANO: FINALMENTE LIBERA !


Silvia Costanza Romano, la giovane originaria di Milano che lavorava per la onlus marchigiana Africa Milele nella contea di Kilifi, in Kenya, è stata liberata.
La "volontaria" di 25 anni era stata rapita il 20 novembre 2018 da un commando di uomini armati nel villaggio di Chakama, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi.
La sua liberazione è iniziata questa mattina all'alba dopo un’operazione condotta dai servizi turchi e somali.

È stata liberata a 30 chilometri dalla capitale somala, in una zona in condizioni estreme a causa delle alluvioni.
La volontaria si trova ora in sicurezza nel compound delle forze internazionali a Mogadiscio e domani alle 14 atterrerà a Ciampino.

“Sono stata forte e ho resistito. Sto bene e non vedo l’ora di ritornare in Italia”. Benché provata dalla prigionia, sono queste le prime parole di Silvia, a cui va aggiunto anche "molto fortunata", in quanto accusata dalla jihad islamica di proselitismo cristiano.

Chi scrive, negro con 48 cromosomi, esprime "riconoscenza" ai proto-umani che la tenevano in ostaggio per aver atteso ben 17 mesi prima che lo Stato italiano, e quindi tutti gli Italiani, si decidesse a versare il denaro per il "riscatto".

Ma ancora non sappiamo perché Silvia sia stata rapita!

Bentornata, Silvia! Forza Silvia!

 

Clicca qui per tutti gli articoli sul rapimento

 


Costoro saranno i "Presunti rifugiati"
Costoro saranno i "Presunti rifugiati"

26 aprile 2020
ITALIANI IN ATTESA DI RIMPATRIO E PRESUNTI “RIFUGIATI”

di Franco Nofori

Una certa signora Evere Russo, che ho la fortuna di non conoscere e che mostra un profilo del tutto privo d’informazioni, mi scrive: “Non ti puoi permettere di paragonare la situazione dei rifugiati, che scappano da guerra, fame, violenza, a quella di chi è partito per il Kenya 4 mesi fa”.
E poi, per finire in bellezza, nel rispetto della collaudata icona dello pseudo-umanitarismo di maniera, conclude dando del razzista a chi osa fornire un commento pacato, corredato da dati inconfutabili.
Quest’aggressivo approccio è riferito alla richiesta di molti connazionali di essere rimpatriati.
Insomma, nel vasto palcoscenico di Facebook, l’ignoranza trova sempre il modo di poter esaltare se stessa come se l’essere ignoranti fosse un pregio. Lo sa la signora Russo che i “rifugiati” riconosciuti come tali sono neanche il 4% del totale di chi accogliamo?
Lo sa la signora Russo che, al restante 96% non può (in virtù di una codifica internazionale) essere attribuito il nome di rifugiati, ma merita inconfutabilmente quello di clandestini?
La cara signora Evere Russo, dell’Africa non sa nulla e parla a sproposito, impregnata dai “nobili” pensieri di uno dei tanti ed effimeri salotti buonisti di cui è piena l’Italia. Non sa, o non le importa, che insieme a pochi e veri derelitti, i barconi e le NGO che fanno la spola tra Libia e Italia, scaricano sulle nostre coste, centinaia di facinorosi, di delinquenti, di assassini che diventano manovalanza della mafia per spaccio, sfruttamento della prostituzione, questua organizzata, ecc.
No. Per la signora Evere Russo, chiunque arrivi a casa nostra in modo illecito è un rifugiato.
Non sa – proprio perché ignorante – che le somme pagate ai trafficanti per farsi condurre in Europa, consentirebbero a qualsiasi africano di vivere serenamente nel proprio Paese per sette/otto anni e anche più. Oppure di investirli in un’attività locale che renderebbe inutile l’espatrio.
Non si cura, la signora Evere Russo, del fatto che il 90% di questi “rifugiati che scappano da guerra, fame, violenza”, sono maschi robusti che hanno disinvoltamente abbandonato in Patria, mogli e figli, a soffrire di quel presunto degrado dal quale loro dichiarano di essere fuggiti.
Io sarei il primo a sottoscrivere un impegno perché fosse data immediata accoglienza, a tutti coloro che in Africa soffrono veramente. Ai bimbi scheletrici abbandonati a se stessi nella colpevole indifferenza del mondo e dei salotti “buoni” che la signora Evere Russo frequenta.
Per parlare dell’Africa, cara signora Evere Russo, bisogna conoscerla profondamente. Bisogna averla sofferta e averla amata e (quando occorreva) averla anche criticata, perché all'Africa non serve a nulla il retorico e patetico pontificare di che emette sentenze a distanza solo per sentirsi in linea con il vacuo schiamazzare di piazza.
E infine, signora Evere Russo, quando decide di scadere nella critica e nell'insulto, abbia il coraggio di metterci la faccia e fornisca un profilo che la definisca bene, senza rifugiarsi nel comodo e codardo anonimato.


Kibera. La guerra dei poveri
Kibera. La guerra dei poveri

12 aprile 2020
KIBERA: ANCHE GLI AIUTI ALIMENTARI SONO UN INFERNO

L'ingestibilità degli slum in Kenya forse è più pericolosa del virus.

Non si tratta di guerra civile, quel che è accaduto nello slum di Kibera, uno dei più vasti e poveri di tutta l’Africa, dove teste, braccia protese, lingue penzolanti, denti digrignati e sguardi atterriti, arrendevoli o rabbiosi si accavallano nella calca di un massacro.
Anzi si doveva trattare di un’iniziativa benefica, la più grande mai intentata da quando in Kenya è iniziata l’emergenza Coronavirus.
Il leader dell’Opposizione e ormai collaboratore esterno del Governo Raila Odinga, detto “Baba” (il papà di tutti) che a Kibera ha una delle sue roccaforti, ha deciso di donare generi alimentari, oltre a sapone e disinfettanti, per circa 120 mila euro.
Nonostante la donazione e la provenienza fossero state pubblicizzate a dovere, nella baraccopoli dei disperati, dove il virus viene visto come il male minore rispetto a un inferno quotidiano in cui “resta a casa” è la più grossa e inutile sciocchezza che si possa dire loro, la distribuzione alimentare si è trasformata in una battaglia, un ammasso di anime in pena per cui le distanze sociali non esisteranno mai e per cui mangiare oggi è molto più importante che morire domani.

Così eccoli accalcarsi, spintonarsi, slogarsi arti, mordersi, rotolarsi e morire (letteralmente, purtroppo, tre abitanti di Kibera sono rimasti schiacciati) per un chilo di farina di mais, per una manciata di fagioli, per qualsiasi cosa possa arrivare, senza nemmeno sapere di cosa si tratta. Proprio come quando cucinano spinaci radioattivi che crescono di fianco a rigagnoli che vomitano il peggio delle industrie della metropoli, o quando rovistano nella grande discarica di Dandora alla ricerca della spazzatura degli aerei, in cui a volte si trovano resti masticati dei pasti a bordo, a volte solo cherosene da sniffare.
L’idea di distribuire cibo arriva dalla certezza dei politici kenioti che non ci può essere un lockdown serio nel Paese, senza fornire ad almeno un terzo della popolazione il necessario per nutrirsi e sopravvivere per tre, quattro settimane.
Ebbene, se quella di Raila Odinga è stata una prova, dimostra che nonostante le buone intenzioni e i possibili aiuti di FAO, della Fondazione di Bill Gates e di organizzazioni non governative di mezzo mondo, sarà davvero molto difficile riuscire a sfamare questa gente, senza un programma mai visto prima ed un’organizzazione perfetta.
Specie negli slum di Nairobi, dove il virus anche nei giorni, nelle settimane a venire, sarà davvero l’ultimo dei problemi. Non a caso il Ministro degli Interni e della Sicurezza Nazionale Fred Matiang’i ieri ha vietato qualsiasi esercizio di distribuzione alimentare che non arrivi dal Governo, invitando enti e privati ad attenersi alle regole di non creare assembramenti.

Non sarà facile per niente e, allo stesso modo in cui si augura (con molto ottimismo, ma poche speranze) che la pandemia faccia comprendere tanti errori del recente passato, auguriamo che si arrivi al punto nel quale verrà considerata una priorità lavorare sulle abissali diseguaglianze sociali di Nairobi, affinché nessun essere umano debba diventare la comparsa di un mostruoso, demoniaco e sconsolante quadro sociale.
By malindikenya.net


Gli operatori sanitari kenioti controllano i passeggeri dopo il loro arrivo dalla Cina, all'aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di Nairobi
Gli operatori sanitari kenioti controllano i passeggeri dopo il loro arrivo dalla Cina, all'aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di Nairobi

23 marzo 2020
KENYA. MISURE PIÙ DRACONIANE PER COMBATTERE COVID-19

Il governo del Kenya ha annunciato ieri una serie di misure aggiuntive per combattere la pandemia di Coronavirus.

Le misure sono state decise dopo che sono state rilevate otto nuove infezioni, portando il numero totale di casi a 25. I nuovi casi sono portati da 5 kenioti e 3 stranieri, 2 dalla Francia e uno dal Messico.

Fortunatamente, la maggior parte dei casi è stata rilevata all'ingresso nel Paese, un segnale che suggerisce che le misure di screening in atto sembrano funzionare, ma il livello di consapevolezza della diffusione è ancora piuttosto basso. Ha fatto notizia il caso del governatore di Kilifi, Gideon Saburi (una contea tra Mombasa e Malindi) colpito dal virus mentre stava tornando da un viaggio ufficiale da Berlino, che non si è preoccupato di osservare la quarantena obbligatoria che il governo aveva imposto da una settimana a tutti i passeggeri in arrivo.
Quel che è peggio è che lo stesso funzionario, una volta tornato in patria, ha partecipato a riunioni prima di dedicarsi allo screening medico, con l'effetto che la potenziale diffusione del virus avrebbe potuto essere evitata.

Non è noto se la stessa situazione abbia interessato i due cittadini francesi in visita nel paese, ma al momento potrebbe denotare lo stesso livello di ignoranza sulla diffusione da parte dei pazienti colpiti.
Resta che il governo sta ora prendendo decisioni per evitare il più possibile la trasmissione locale del virus.

Ulteriori misure di contenimento sono dal 20 marzo in vigore, limitando ad esempio la capacità dei matatu (il sistema di trasporto pubblico locale) fino a 8 passeggeri, invece della capacità standard di 14, i bar, i chioschi ed i locali notturni sono chiusi dappertutto, mentre i ristoranti sono autorizzati a operare solo su consegne take-away, a patto che vengano rispettati i più alti livelli d’igiene possibile, con disinfettanti, personale munito di guanti e mascherine e distanze rispettate. Gli uffici lavorano principalmente attraverso il lavoro a distanza ogni volta che è possibile.

Tutte le principali istituzioni non governative osservano un lavoro da casa, la città di Nairobi si è trasformata in un ambiente molto silenzioso e alcuni dei principali generatori di reddito per il Paese stanno lottando: il turismo e l'ospitalità hanno subito importanti cancellazioni ed è giusto dire che l'estate 2020 è condannata. Lo stesso vale per la principale fonte di reddito agricolo, poiché i fiori, il caffè e il tè sono molto richiesti.

Il governo si piegherà verso un blocco totale? È improbabile che ciò accada, perché l'economia informale che fa funzionare il Paese non può essere fermata: il rischio di rimanere senza lavoro e senza cibo sul tavolo per oltre il 30% della popolazione keniota è un rischio che il governo non può certamente correre.

L'ultima decisione in termini di contenimento è stata quella di vietare tutte le riunioni religiose: queste sono state le ultime a conformarsi alle misure imposte dal governo. La popolazione keniota tende a mettere sullo stesso piano qualunque sia la voce del suo Dio, attraverso i suoi ministri, con ciò che il governo chiede. Pertanto, durante questo fine settimana ci sono stati interventi della polizia per disperdere le riunioni, definendo le congregazioni basate sulla fede l'anello più debole nella diffusione del virus.

A partire da mercoledì 25 marzo, tutti gli aeroporti saranno chiusi al traffico in entrata dall'estero, Kenya Airways ha già lasciato a terra la maggior parte dei suoi aeromobili e l'unico del trasporto aereo, che sarà disponibile, sarà il trasporto Cargo.

Il ministro della Sanità, Mutahi Kagwe, sembra gestire al momento la situazione piuttosto bene: la sua comunicazione è diretta, le sue direttive sono sempre più osservate e la sua reputazione è in aumento, per un uomo che solo due mesi fa era un politico messo in secondo piano. “I pazienti sono tutti in isolamento e vengono costantemente monitoriati dal nostro personale – ha precisato Kagwe – la ricerca di tutte le persone con cui questi nuovi casi sarebbero venuti in contatto è già scattata”, ma c'è da dire che i test sono stati poco meno di 200 e nel Paese non c'è ancora grande coscienza di quel che potrebbe accadere.
Sarà comunque una dura impresa bilanciare le disposizioni di un blocco parziale con una popolazione che si trova su una curva rischiosa, avendo sempre più difficoltà a portare il cibo in tavola data la misera situazione economica del Kenya.

A Nairobi la polizia ha dovuto sparare per disperdere decine di keniani in due popolosi quartieri della città che si assembravano nelle zone pubbliche e dei mercatini, incuranti del decreto. Alcuni bar sono stati fatti chiudere ed i gestori arrestati.
Anche a Kisumu ci sono stati scontri tra polizia e ambulanti, mentre in altre zone del Kenya il rispetto delle regole è stato in buona parte recepito.
Nella Contea di Kilifi, dove molti connazionali attendono il volo commerciale di rimpatrio che l’Ambasciata d’Italia in Kenya sta organizzando, tutti i bar e i ristoranti italiani hanno chiuso i battenti e in giornata la polizia locale ha verificato che anche tutti gli altri locali pubblici non offrissero servizi ai tavoli. Sono state comminate multe e i proprietari dovranno rispondere personalmente dell’avere infranto la legge. Le contravvenzioni vanno dai KShs 30.000 in su, ma in caso di situazioni definite pericolose (assembramenti, non rispetto delle distanze) c’è la prigione con pene fino a 3 anni. Il Presidente Kenyatta in un comunicato ha chiesto alla Nazione di seguire le direttive per evitare un disastro umanitario e che, se sarà il caso, inasprirà le pene e userà la forza.

Sempre nella Contea di Kilifi, in mancanza di un decreto del Governo, che ha invece regolamentato i matatu e gli autobus, il Governo della Contea ha deciso con effetto immediato di fermare tutti i boda boda operators, ovvero i moto-taxi che sono di fatto il mezzo di trasporto più usato dai propri cittadini. Sono infatti 150 mila le motociclette utilizzate, anche sporadicamente, per i trasporti di persone in tutta la Contea. Sarà la polizia, attraverso posti di blocco istituiti lungo le strade più trafficate da Mwtapa a Gongoni, passando per il capoluogo, Malindi e Watamu ma anche nell'entroterra, a fermare chiunque stia trasportando persone.


Coronavirus in Africa al 20.3.2020. Rosso: Paesi colpiti da COVID-19. Nero: Paesi che hanno registrato anche morti.
Coronavirus in Africa al 20.3.2020. Rosso: Paesi colpiti da COVID-19. Nero: Paesi che hanno registrato anche morti.

22 marzo 2020
IL CORONAVIRUS SFONDA CON PREPOTENZA LE PORTE DEL CONTINENTE AFRICANO

Il coronavirus ha fatto il suo ingresso in 36 Paesi del continente africano e ha contagiato finora 1198 persone.

Sono davvero drammatiche le notizie che giungono dal Burkina Faso, tra le nazioni più povere dell’Africa, flagellata da continui attacchi dei terroristi. Ora deve combattere anche contro il maledetto virus. Ieri sera il presidente Roch Marc Christian Kaboré ha decretato nuove misure per la messa in sicurezza del Paese: coprifuoco a partire da oggi e chiusura totale di tutte le frontiere. Finora sono 64 persone (29 donne e 35 uomini) risultate positive al test, tra loro 3 sono già morte una mercoledì e due ieri. Il Paese è sconvolto dopo aver appreso che anche 4 ministri sono stati colpiti da COVID-19: quello degli Interni, degli Esteri, dell’Educazione e quello delle Miniere sono stati messi in quarantena.

Il Paese maggiormente colpito resta l’Egitto, dove il 14 febbraio è stato individuato il primo contagio in Africa e la prima vittima, un tedesco, deceduto in un ospedale di Hurghada, città balneare sul Mar Rosso. Oggi le persone infette da COVID-19 sono 285 e 8 i morti. Le ONG per la Difesa dei diritti umani hanno espresso grande preoccupazione per i detenuti nelle sovraffollate galere del Paese e hanno chiesto al governo di rilasciare i migliaia di attivisti impegnati nella difesa dei più deboli, compresi i giornalisti e altri intellettuali, imprigionati per il semplice fatto di aver espresso la propria opinione in modo non violento. Intanto il Cairo ha disposto la chiusura di ristoranti, bar, caffetterie, casinò, locali notturni e centri commerciali dalle 7 di sera alle 6 del mattino fino al 31 marzo. Le autorità hanno ordinato la sospensione di tutti voli internazionali, e vietato grandi eventi, compresi festival religiosi.

Oltre 240 casi sono stati registrati in Sudafrica. Lo ha fatto sapere il ministro della Salute Zweli Mkhize. Si teme che la sanità sudafricana non sia pronta per questa crisi. Non dimentichiamo che 7 milioni di sudafricani sono affetti dal virus HIV, dunque particolarmente esposti alla nuova patologia. Per arginare il rischio del contagio, il governo ha preso in esame la costruzione di un muro di una quarantina di chilometri lungo la frontiera con lo Zimbabwe per fermare il flusso di migranti “illegali” o persone infette, ha detto due giorni fa Patricia de Lille, a capo del dicastero dei Lavori pubblici, sottolineando: “Non siamo xenofobi, dobbiamo solamente proteggere il nostro Paese e abbiamo già consultato in merito anche i governi degli Stati confinanti”. Evidentemente l’influenza di Trump si è fatta sentire anche nell'Africa australe.

L’Algeria segnala questa mattina 94 casi confermati e 10 morti, il Marocco 86 e due decessi, mentre la Tunisia 54, tra loro uno solo con esito fatale; un uomo rientrato da poco dall'Arabia Saudita. Algeria e Tunisia hanno preso severe misure precauzionali volte a arginare la diffusione del micidiale virus; il Marocco ha addirittura decretato lo stato d’emergenza sanitaria da ieri sera.

Il Senegal è tra i Paesi maggiormente colpiti nell'area sub-sahariana. In base alle informazioni del ministero della Sanità di Dakar, 47 persone sono risultate positive al test, tra loro 5 sono già guariti, mentre 42 sono ancora sotto terapia; il loro stato di salute non desta preoccupazione.

Poche ore fa anche l’Uganda ha registrato il primo caso e il presidente Museweni ha bloccato tutti i voli da e per il Paese a partire dalla mezzanotte di oggi.

In Ruanda la presidenza ha intenzione di estendere le norme già in atto per altre due settimane: chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, udienze nei Tribunali, visite ai carcerati, celebrazioni nei luoghi di culto, assembramenti di ogni genere sono vietati. Ora sono stati bloccati anche i voli commerciali per 30 giorni. Nel Paese ci sono 17 persone affette dal virus.

Desta comunque una certa preoccupazione che anche Stati insulari, come Madagascar, Capo Verde, Seychelles, Mauritius, abbiano confermato la presenza di persone affette dal nuovo virus. Antananarivo, la capitale del Madagascar ha segnalato i primi tre casi venerdì: si tratta di 3 donne, arrivate sull'isola con gli ultimi voli provenienti dalla Francia. Tutte le frontiere marittime e terrestri sono state chiuse già dal 19 marzo per la durata di 30 giorni.

Per ora alcuni governi africani non hanno segnalato la presenza di COVID-19 sui loro territori nazionali. Tra questi la Libia, che ha chiuso tutte le sue frontiere, ma intanto si continua a combattere; oggi il governo di Serraj ha indetto il coprifuoco dalle 18.00 alle 06.00 per arginare il pericolo coronavirus. Mentre l’Eritrea ha annunciato pochi minuti fa il primo paziente positivo al test. Si tratta di un eritreo residente in Norvegia, atterrato questa mattina a Asmara con un volo via Dubai. L’Eritrea ha imposto norme severe come assembramenti e quant'altro, oltre a restrizioni di viaggio. Malgrado queste disposizioni non sono stati rinviati gli esami nazionali per l’anno scolastico 2019/2020. Il ministero della Pubblica istruzione ha dato il via libera alle prove, che sono iniziate il 18 marzo e che termineranno il 23.

Attualmente l’incidenza del micidiale virus è molto più bassa in Africa che negli altri continenti, eppure rappresenta il 15,6 per cento della popolazione mondiale. Può darsi che le infezioni siano maggiori di quelle effettivamente comunicate, perché non sono state rilevate tramite i test, non disponibili in quantità necessaria, come un po’ ovunque nel mondo. Ma, è bene ricordare che il primo contagiato nel continente è stato un cittadino tedesco, un turista e anche in Nigeria, il primo malato era un italiano, nel Paese per motivi di lavoro. È dunque evidente che il virus è arrivato a nord e a sud del Sahara da visitatori, non da africani e dimostra che sia l’Egitto sia la Nigeria sono stati efficienti e capaci nell'effettuare i test.

Molti studi hanno finora dimostrato che le persone di una certa età sono più facilmente vittime di questa patologia e l’Africa è un continente dove i giovani sotto i 30 anni rappresentano quasi il 70 per cento della popolazione. Tanto altro resta da verificare anche sotto il profilo immunologico. Sono tantissimi gli abitanti della fascia sub-sahariana che regolarmente ingaggiano battaglie con agenti patogeni, compresi i virus. Un’ipotesi – tutta da dimostrare e verificare – consiste nel fatto che gli africani potrebbero avere un sistema immunitario più attrezzato.


Consolato Onorario Italiano a Malindi
Consolato Onorario Italiano a Malindi

20 marzo 2020
ITALIANI A MALINDI. CHI ASPETTA IL RIMPATRIO E CHI INVECE VUOL RESTARE

Una giornata intensa per la comunità italiana di Malindi, specie per i non residenti in Kenya.

Al Bar Bar, fulcro vitale degli incontri tra connazionali, c'è già chi è armato di mascherina e chi no.
Difficile indossarla, per chi da sempre è abituato allo sport nostrano della chiacchiera da caffè e brioche.
Si parla e sparla meglio senza museruola, come cani che abbaiano e per fortuna non mordono quasi mai, ed a volte l’età e il relativo udito consigliano di leggere il labiale per afferrare meglio i concetti. Anche per questo spesso le distanze di sicurezza vanno a farsi benedire.
Tutti però sono ben disinfettati, sobri ma pieni di etanolo dalla punta delle dita all'avambraccio, per non sbagliare.

Fin dalla mattina l’argomento principale era la decisione, comunicata dal sito dell’Ambasciata d’Italia a Nairobi ed affissa sulla bacheca del Consolato Onorario che è proprio di fianco al bar, del Governo italiano di organizzare un volo charter commerciale (cioè a pagamento) per venire a recuperare tutti i connazionali che potrebbero presto trovarsi in difficoltà. Sia per via di voli soppressi, cambi di date o restrizioni, come consigliato dall'Ambasciata stessa, o semplicemente perché per vari motivi preferirebbero un volo diretto a un possibile ritorno con scali chissà dove. In molti si attendevano e auspicavano una decisione del genere. In cuor loro se la aspettavano gratis, ma le notizie giunte da Maldive, Cancun ed altri paradisi degli svernatori, non lasciavano molte speranze.

Ora, arrivato il momento di decidere, eccoli a compilare l’apposito modulo, a fare fotocopie e distribuirle come si trattasse di un concorso alle poste a Napoli negli anni Cinquanta, ma non tutti sembrano entusiasti di tornare nel Paese in cui attualmente c’è la situazione peggiore di contagi e di decessi, con una sanità al collasso ed un clima di irreale attesa e dolore.
Chi conosce questo Paese nelle sue pieghe sociali, sa bene che se in breve tempo la situazione in Kenya dovesse esplodere, la sanità pubblica qui è praticamente inesistente e quella privata molto dispendiosa. In pratica, se non si possiede una buona assicurazione sanitaria con coperture di decine di migliaia di euro, o ci si attacca alla buona sorte o si vive alla giornata come gran parte delle popolazioni costiere.
Perché quando fa comodo, il Mal D’Africa, quel prendere le cose come vengono ed inebriarsi della Natura e dell’ineluttabilità del ciclo della vita, è una religione. Ma quando poi ci si trova davanti alle situazioni difficili e qualcosa inizia a muoversi nel basso ventre, ecco che la verve occidentale da figli di nessuna guerra si fa avanti.

Ma c’è invece chi ha deciso che vuole rimanere in Kenya, perché l’eventuale isolamento gli suona migliore in un giardino tropicale con magari la piscina e perché “si dice in giro” che il virus rallenta il contagio con il caldo e l’umidità.

Sì, forse sono questi i momenti in cui si vede se Malindi è solo una Rimini tropicale oppure è il luogo dell’anima, del bene interiore anche quando le cose girano per il verso sbagliato.
A parte le dicerie, che oggi sono il “panem et circenses” dei social addicted, anche qui bisogna considerare però l’arrivo imminente delle grandi piogge, e anche i possibili razionamenti di acqua, elettricità e beni di primo consumo, che spesso arrivano da Nairobi.

Durante l’anno del caos post-elettorale, all'inizio del 2008 quando la stagione turistica fu completamente compromessa e la paura non era per un nemico invisibile come il Coronavirus, ma per un rischio di guerra civile con machete e armi da fuoco, per lungo tempo mancarono farine, benzina e scarseggiavano bevande di ogni tipo. I prezzi aumentarono ma per fortuna sulla costa non si segnalarono violenze di alcun tipo.

In ogni caso, la coda davanti al Consolato italiano era folta fin dal mattino presto.
In tanti a chiedere informazioni, a consegnare i moduli al fin compilati (che invece, come già scritto, bisogna inviare all'Ambasciata a Nairobi) o prenotarsi per primi, con il timore di restare a terra (cosa che difficilmente potrebbe avvenire).

Nei prossimi giorni conosceremo le date del volo di Stato, sul quale si potrà intonare il mantra tanto in voga “andrà tutto bene”.
Per alcuni si intenderà al Kenya e alla sua gente già abbastanza falcidiata, per altri sarà unicamente per sé stessi.
That’s life, That’s Africa.
By malindikenya.net


Il relitto del camion e del matatu coinvolti in un incidente sull'autostrada Mombasa-Malindi il 15 marzo 2020
Il relitto del camion e del matatu coinvolti in un incidente sull'autostrada Mombasa-Malindi il 15 marzo 2020

 

15 marzo 2020

ENNESIMO SCHIANTO SULLA MALINDI-MOMBASA: 14 MORTI

Un incidente lascia 14 morti e 3 feriti sulla "autostrada" Mombasa-Malindi

Quattordici persone sono morte oggi in uno scontro frontale tra un matatu e un camion sull'autostrada Mombasa-Malindi.
Nel corso della giornata odierna Il dottor Eddy Nzomo, sovrintendente medico del Kilifi County Hospital, ha dichiarato che le vittime sono sei uomini, sei donne, un bambino e l'autista del camion.
L'incidente è avvenuto a Shauri Moyo vicino alla stazione di polizia di Kijipwa. I rapporti indicano che il matatu si stava dirigendo da Kilifi a Mombasa.


Silversand road, Malindi
Silversand road, Malindi

20 febbraio 2020

STRADA LUNGOMARE DI MALINDI

Scavi canaline quasi finiti, ecco le prossime mosse.

Dopo tanti mesi di attesa dall'annuncio ufficiale del finanziamento per i lavori della strada del lungomare di Malindi, finalmente ora il cantiere è in essere e gli operai della ditta Equistar procedono spediti.
Nei giorni scorsi, dopo aver temporaneamente sistemato le buche per permettere ai mezzi di passare e poter portare materiali e macchinari, sono iniziati gli scavi per le canaline di smaltimento delle acque. Nei prossimi verranno posati i tubi di cemento e poi si procederà alla ricopertura.
Infine è prevista la riasfaltatura dell’intero tratto che va dal Tangeri Lounge al Baobab.

Si tratta di una delle opere più importanti per la cittadina perché oltre a rendere la strada percorribile, permetterà di transitare in una zona ancora ricca di fascino e di locali, oltre ad affacciarsi sul quartiere storico arabo e ad ospitare la Casa delle Colonne portoghese, il cimitero costruito da Francisco Xavier nel XVI secolo ed aprire la vista al pilastro di Vasco Da Gama.

Il completamento della strada del lungomare di Malindi precederà la fine dei lavori di riqualifica del fronte spiaggia, il cui primo lotto è previsto per giugno, con i campi sportivi, le passeggiate a mare e i giardinetti con i giochi per i bambini.
By malindikenya.net


Silversand beach, Malindi
Silversand beach, Malindi

17 febbraio 2020

La spiaggia di Silversand a Malindi dopo la tanto decantata "pulizia dalla plastica".


Kilifi
Kilifi

6 gennaio 2020

KILIFI. ITALIANO (E CHI SE NO?) ACCUSATO DI ABUSI SU MINORE

Avrebbe abusato di una quindicenne, attirata a casa sua con la promessa di pagarle gli studi.

Questa la pesante accusa mossa dalle autorità di Mwtapa, cittadina tra Kilifi e Mombasa già nota per le frequentazioni di turisti (soprattutto tedeschi e svizzeri) dediti al sesso a pagamento e alla pedofilia, maschile e femminile e anche residenza di personaggi italiani di dubbia moralità.
Ora Renato Pancino, connazionale di 75 anni già residente in Germania, rilasciato con una cauzione di circa 3 mila euro, rischia una condanna fino a 20 anni di carcere, secondo le leggi keniote.
Dalle notizie riportate dalle agenzie locali, l’italiano in un primo tempo avrebbe ammesso il rapporto sessuale con la studentessa delle superiori, giustificandosi con il fatto che la ragazzina gli avrebbe assicurato di essere maggiorenne, ma in seconda istanza avrebbe negato ogni accusa.
Secondo i racconti della ragazzina, Pancino l’avrebbe invitata in casa e le avrebbe offerto uno yogurt “drogato” e lei si sarebbe risvegliata nuda nel suo letto, gli inquirenti stanno però indagando su questa ipotesi.
Quel che risulta dai verbali è che la polizia avrebbe fatto irruzione nell'appartamento, avvertita da alcuni residenti locali, trovando l’anziano in compagnia dell’adolescente.
Secondo le dichiarazione di un’attivista locale per i diritti delle donne, ci sarebbero altri casi di giovani avvicinate con la promessa di potersi pagare le rette scolastiche in cambio di prestazioni sessuali.
Quel che è certo è che il Kenya inizia a non essere più il paradiso dei pedofili, anche grazie alla coscienza di molti genitori e volontari locali che si danno da fare per smascherare i giri loschi che in località come Mtwapa ancora resistono, intervistando centinaia di ragazzine e ragazzini e monitorando le attività sospette di molti “mzungu”.
by malindikenya.net


Il governatore di Nairobi Mike Sonko dopo essere stato arrestato il 6.12.2019
Il governatore di Nairobi Mike Sonko dopo essere stato arrestato il 6.12.2019

 6 dicembre 2019
ARRESTATO IL GOVERNATORE DI NAIROBI SONKO

"Bloccato a Voi, stava scappando"

È stato arrestato questa mattina, poche ore dopo che il Procuratore Generale Noordin Haji aveva emesso il mandato di cattura con molteplici capi di accusa a cui rispondere di cui il più eclatante riguarda la presunta sottrazione di 357 milioni di scellini dalle casse del suo Governo di Contea, quello della capitale Nairobi.
L’ennesimo caso di corruzione che lo Stato si trova a fronteggiare riguarda il Governatore di Nairobi Mbuvi Gideon Kioko Mike Sonko, uno dei personaggi più popolari e potenti del Kenya.

Dopo l’ordine di arresto, la polizia ha rintracciato il politico keniota a Voi, sulla via per Mombasa. Secondo quanto riportato dalle agenzie locali e dai profili social dell’Anticorruzione (EACC), Sonko stava cercando di sottrarsi alla cattura evitando un controllo stradale, ma ha dovuto concedersi alle forze dell’ordine ed ora sarà chiamato a rispondere di appropriazione indebita, acquisizione illegale di terreni ed una serie di altri crimini economici, come ha scritto lo stesso procuratore generale sul suo profilo Twitter.
Tra Ministri della Repubblica, Governatori ed alte cariche dello Stato, si tratta del diciottesimo arresto eccellente di quest’anno. Contestualmente al nome di Sonko, sono stati emessi altri ordini d’arresto che riguardano parecchi uomini del suo entourage.
Prosegue senza quartiere la guerra alla corruzione di un Paese che vuole risanare il debito pubblico, non disperdere le risorse e invitare altri investitori stranieri in un Kenya più accessibile economicamente.

La cattura
I detective di EACC e DCI hanno seguito il governatore di Nairobi Mike Sonko per quasi 15 ore da giovedì sera prima di essere finalmente arrestato nella città di Voi venerdì.
Gli investigatori hanno iniziato a rintracciare Sonko alle 21:00 di giovedì fino a quando ha lasciato Nairobi all'una di notte in direzione di Mombasa. Di Sonko, lasciata la sua casa (a Upper Hill), si erano perse le tracce. Viaggiava con le sue guardie del corpo in una Mercedes Benz e una Toyota Land Cruciser V8 al seguito, riemerse poi su Mombasa Road, dove i poliziotti avevano approntato un posto di blocco. Gli agenti sono riusciti ad arrestarlo alle 11.40 dopo uno scontro di 13 minuti in cui la scorta di Sonko è stata sopraffatta. Il governatore è stato riportato nella capitale con un elicottero della Polizia.

 

Vedi anche:

IL GOVERNATORE DI NAIROBI CON LA PASSIONE PER IL RAP E LE AUTO PLACCATE D’ORO

“The flamboyant governor”

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Il video girato durante l'arresto. Sonko oppone resistenza mentre gli ufficiali lottano per portarlo nell'elicottero.


Il nuovo Kwajiwa Market a Malindi
Il nuovo Kwajiwa Market a Malindi

9 settembre 2019

IL NUOVO E ULTRAMODERNO MERCATO DI KWAJIWA A MALINDI

 

I commercianti di Malindi hanno emesso un sospiro di sollievo in seguito all'apertura del mercato ultramoderno di Kwajiwa, sino ad oggi popolarmente conosciuto come "mercato vecchio".

Il progetto è stato avviato dal governo di Kilifi e consentirà agli operatori di trasferirsi dal ciglio della strada dove hanno operato in rifugi temporanei per diversi anni. La costruzione, costata 80 milioni di scellini, era stata ritardata per più di quattro anni.
Ne trarranno vantaggio oltre 300 venditori. Il nuovo mercato ha un sistema di drenaggio e strutture di sicurezza. Esistono altri spazi aperti che possono ospitare un numero maggiore di fornitori.
La contea riabiliterà il vecchio mercato in seguito alle lamentele dei commercianti che stanno subendo perdite dovute al calore in eccesso derivante da una scarsa ventilazione. Sarà inoltre ampliato per accogliere più venditori, ma ciò sarà possibile solo dopo che gli esercenti si saranno allontanati dalla strada.
Il mercato ha anche un'area per i commercianti di pesce e carne e altre bancarelle al primo piano. "Abbiamo sofferto a lungo. Quando ha piovuto, siamo stati costretti a costruire strutture temporanee. Le merci andavano a male, ma la nuova area è buona e conveniente per gli affari", ha dichiarato Alice Atieno, la presidente del mercato di Kwajiwa.
Il mercato di Kwajiwa è un sito di attrazione turistica chiave in quanto fornisce merci ad hotel e case private. Chissà se in un prossimo futuro manterrà la medesima attrattiva dello storico crocicchio di coloratissime baracche traboccanti di frutta tropicale, verdura d'ogni genere e spezie. Assi di legno marcio traballanti, teloni di plastica o tessuto come copertura che a fatica tengono la pioggia, cunicoli stretti e ombrosi con percorsi dissestati tra corallo e fango!


Isola di Manda
Isola di Manda

5 settembre 2019

LEONI IN AGGUATO SULL'ISOLA DI MANDA

 

Sembra incredibile, ma gli abitanti di Manda, una delle isole più grandi dell'arcipelago di Lamu nella costa nord del Kenya, da giorni durante la notte sentivano strani ruggiti provenire dalla parte più boscosa dell'isola.
Già due settimane fa un agricoltore si era rivolto alla polizia giurando di aver visto un leone allontanarsi dalla sua fattoria dopo aver sgozzato una capra, ma evidentemente non gli avevano creduto.
Qualche mattina fa in molti hanno trovato le prime carcasse di asini e mucche divorate da quelli che non possono essere altro che leoni, come riferisce il quotidiano Daily Nation.
"Sono arrivati dalla Boni Forest e hanno attraversato il canale di Manda con la bassa marea, spinti dalla fame - sono certi i pescatori di Manda - e ora minacciano le nostre mandrie e le famiglie".
Nei villaggi dietro alla parte turistica di Manda, che oltre all'aeroporto ospita prestigiosi resort tra cui lo splendido Majlis, ora è scattato il coprifuoco e c'è timore anche a far andare i bambini a scuola di giorno.
Il Kenya Wildlife Service ora è finalmente sul posto con i suoi ranger per cercare di localizzare i felini e riportarli sulla terraferma. Il mese scorso nella stessa isola c'era stato un allarme serpenti e anche in quel caso le paure degli abitanti non si erano rivelate infondate.
by malindikenya.net

Gola Inferiore (Ol Njorowa Gorge). Parco Nazionale di Hell's Gate
Gola Inferiore (Ol Njorowa Gorge). Parco Nazionale di Hell's Gate

4 settembre 2019

HELL'S GATE CHIUSO A TEMPO INDETERMINATO

 

Il Parco Nazionale di Hell's Gate a Naivasha è stato chiuso fino a data da destinarsi.
Questa la decisione presa di comune accordo dalle autorità locali e dal Ministero del Turismo dopo la tragedia che domenica pomeriggio è costata la vita a sette persone nel canalone Ol Njorowa, uno dei famosi canyon che da sempre costituiscono una delle attrazioni turistiche del parco.

Le piogge di questi giorni peraltro, oltre ad aver reso problematiche le ricerche ed il recupero dei corpi dei turisti di origine indiana rimasti intrappolati dal fango e annegati, sono il motivo principale della sospensione.
Nel frattempo è stata aperta un'inchiesta per accertare eventuali responsabilità. Fari puntati sul Kenya Wildlife Service e sulla decisione di far svolgere le escursioni nel canyon nonostante i precedenti di alcuni anni fa.


Tuskys Malindi
Tuskys Malindi

4 settembre 2019

APERTURA SUPERMERCATO TUSKYS A MALINDI

 

Aperto a fine agosto il supermercato della catena Tuskys a Malindi, nello spazio dell'Oasis Mall in Lamu Road lasciato libero recentemente dall'Ocean Grocer e precedentemente dall'ormai dimenticato Nakumatt, prima del fallimento a livello nazionale.
Finalmente una buona notizia ed un punto di riferimento per lo shopping in città.


Veduta esterna del Bar-Ristorante Karen Blixen di Malindi
Veduta esterna del Bar-Ristorante Karen Blixen di Malindi

26 luglio 2019
DOPO LA TRUFFA, ANCHE LA BIGAMIA A CARICO DI ROBERTO CIAVOLELLA DEL KAREN BLIXEN DI MALINDI

 

Roberto Ciavolella, l’ex promoter finanziario, indagato dalla Procura di Latina, per truffa e frode ai danni dello Stato, è ora oggetto di un’altra denuncia (questa volta per bigamia), presentata dalla sua legittima consorte, causa il successivo matrimonio da lui contratto in Kenya con Mariangela (Alias Tiziana) Beltrame con cui gestisce il popolare bar-ristorante Karen Blixen nella cittadina costiera di Malindi ed è con lui indagata per gli stessi reati di frode. Lo riferiscono le edizioni del Messaggero e di Latina Oggi dei giorni scorsi, secondo cui quest’ultima denuncia, includerebbe anche il reato di abbandono di minori, perché i due figli, frutto della precedente unione, sarebbero stati lasciati in Italia, privi di sostegno finanziario.
Roberto Ciavolella e la sua co-indagata Mariangela Beltrame, sono scomparsi da Latina nel 2013, dopo aver messo a segno – secondo l’accusa – una serie di truffe ai danni d’ignari investitori: questi versavano nelle mani di Ciavolella somme che lui avrebbe dovuto far gestire dalla banca per cui operava, ma che, stando alle imputazioni degli inquirenti, tratteneva a proprio beneficio. L’ammontare totale di queste truffe è ancora in fase di accertamento, ma è già stimato in cifre a sei zeri, mentre la frode ai danni dello Stato, risulterebbe intorno ai due milioni e trecentomila euro. A seguito di tali comportamenti, la Consob ha radiato Ciavolella dall'Album dei Promotori Finanziari, ma il procedimento nei suoi confronti non è ancora approdato alla prima udienza, causa l’irreperibilità dell’indagato che si protrae ormai da sei anni. L’ultimo rinvio, ha aggiornato il procedimento e la comparizione in aula degli indagati, al 6 giugno 2020.
Molto improbabile che i due si presentino, visto che in Kenya hanno trovato un lido compiacente che ha finora potuto metterli al sicuro delle proprie (finora ancora presunte) malefatte. Non sarebbero del resto i primi ad aver goduto di questa “protezione” che la terra d’Africa dispensa a chiunque possa permettersela a suon di soldoni. Ma mentre il Kenya può considerarsi estraneo alle frodi commesse in Italia, la nuova imputazione di bigamia, lo vede, invece, direttamente interessato, poiché il secondo matrimonio – sempre che sia stato compiuto attraverso le preposte autorità distrettuali – è avvenuto in Kenya e per poterlo celebrare, Ciavolella ha dovuto dichiarare il falso, sostenendo di essere libero da precedenti vincoli coniugali.
È utile non confondere le varie modalità di matrimonio presenti in Kenya, alcune delle quali consentono, sì, la bigamia, ma solo in forza di riti tribali che, pur producendo obblighi riconosciuti anche dalla legge, non sono assimilabili al matrimonio civile che si basa, come il nostro, sulla monogamia.

“Benché ancora legittimamente coniugato, contraeva matrimonio con un’altra donna”, recita il capo d’imputazione a carico di Roberto Ciavolella, prodotto dal procuratore Giuseppe Cairo, a seguito della denuncia della prima moglie. Tuttavia, sia Roberto Ciavolella, sia Mariangela-Tiziana Beltrame, sembrano non preoccuparsi troppo dei procedimenti in corso presso la loro città d’origine. I loro affari, ora, li hanno in Kenya e benché alcuni di questi “affari” avrebbero prodotto, anche lì, alcune liti giudiziarie, i due malindo-latinesi, mostrano di aver saputo mettere a frutto i “proventi” ricavati dalle loro (ancora presunte) frodi italiche. Il Bar-Ristorante-Pizzeria, Karen Blixen, resta il punto di ritrovo più frequentato e prestigioso del centro turistico keniota. Alcuni mesi fa, la sua improvvisa chiusura, aveva fatto circolare voci che parlavano di un dissesto, ma si trattava semplicemente di lavori di rinnovamento e ora il Karen Blixen è risorto più attivo e più bello di prima.
Un esempio, questo, che conferma l’allettante opportunità offerta dal Kenya a potenziali investitori che vogliono riciclare ai Tropici proventi quantomeno discutibili. Gli accertamenti sulle truffe in Italia, sono tuttora in svolgimento da parte della Guardia di Finanza di Latina, condotta dal suo comandante provinciale, Michele Bosco. Prima di pubblicare quest’articolo, abbiamo contattato Roberto Ciavolella, per offrirgli la possibilità di esprimere il suo punto di vista circa la denuncia in oggetto, ma non abbiamo ricevuto risposta. Naturalmente siamo sempre disponibili a recepire le sue spiegazioni.
by Africa Express


La Winny House di Watamu, dove la coppia di Macerata svolgeva la propria attività turistica
La Winny House di Watamu, dove la coppia di Macerata svolgeva la propria attività turistica

28 giugno 2019
INVECE DI AIUTARE I BAMBINI, GESTIVANO RESORT TURISTICO NEI PRESSI DI WATAMU

 

Eccoci di nuovo alle prese con un altro volontariato spurio, ma questa volta a farne le spese è il contribuente italiano, perché i due pretesi benefattori, i maceratesi Massimo Alimenti e la moglie, Nadia Montecchiari, sono entrambi dipendenti, in Italia, dell’Agenzia delle Entrate che si sono visti notificare il licenziamento in tronco, per palese violazione del contratto d’impiego.
I due avevano chiesto all'Agenzia per cui lavoravano, un’aspettativa per ragioni umanitarie, che in quanto tale, è stata loro concessa. La Onlus per cui i due marchigiani avrebbero dovuto prestare la propria opera, è la Tupende Pamoja di Timboni una località nell'hinterland della nota località turistica di Watamu sulla costa nord del Kenya.
La dirigenza locale dell’Istituzione fiscale italiana, ha invece scoperto che i due coniugi possedevano (o gestivano) nella stessa cittadina, un piccolo resort turistico denominato Winny House, molto ben illustrato nel sito, con piscina e bar sulla spiaggia. Benché la direzione della struttura fosse dichiarata a carico di un certo Mumba, cittadino keniota, le prenotazioni e gli incassi che ne derivavano, erano gestiti, con efficiente disinvoltura, dalla signora Nadia Montecchiari che istruiva i clienti a versare gli importi in vari conti bancari italiani, a volte intestati a lei, a volte in nome del figlio o del marito, incassi che sono rimasti sconosciuti, sia al fisco italiano, sia a quello del Kenya. Situazione, questa, quantomeno singolare, visto che a crearla sono stati proprio due funzionari istituzionalmente preposti al controllo e all'esazione dei tributi dovuti allo Stato.
Fonti attendibili hanno riferito che anche la onlus di Timboni, Tupende Pamoja sarebbe in qualche modo collegata all'attività dei maceratesi, perché fino a poco tempo fa, prima che l’Agenzia delle Entrate pervenisse al licenziamento, l’offerta della Winny House era contenuta nello stesso sito di Tupende Pamoja (tradotto dallo swahili: “Amiamoci Insieme”), la onlus presieduta da Alessandra La Baiocchi, una signora romana di circa cinquant'anni.

Profondamente amaro il dover rilevare che il ripetersi di questi episodi, in un’area così sensibile come quella della solidarietà umana, continua a gettare fondato discredito sulle centinaia di analoghe istituzioni senza scrupoli che affermano impunemente di svolgere la propria opera con sacrificio e dedizione.
Restano del tutto encomiabili o deprecabili, fate la vostra scelta, le "missioni" di questi pescecani, mentre quella massa di italiani dabbene, senza metterci un quattrino, continua pedissequamente ad ostentarne lo scopo "umanitario" (sic!).

Leggi anche Italia un Paese in balia della deriva del sudiciume.


Devastante incendio a Malindi - 10 aprile 2019
Devastante incendio a Malindi - 10 aprile 2019

10 aprile 2019
MALINDI. MEGA INCENDIO CON DECINE DI VILLE IN CENERE

 

La sicurezza a Malindi è minata da sempre anche dagli incendi. L'ennesimo, e di vaste proporzioni, è divampato nella tarda mattinata di oggi nella zona residenziale di Casuarina.
Il forte vento che soffiava parallelamente alla strada principale di Casuarina ha fatto sì che l'incendio si propagasse all'interno, nel quadrilatero compreso tra Mahogani Road e Tamarind Road, interessando le altre strade (Moringa e Acacia) dove sono ubicate decine di ville private, compound, bed and breakfast e boutique hotel, prevalentemente di proprietà di italiani.
African House, Upeponi, Villa Albachiara, Nyumba Ya Mbuyu (uno splendido luxury boutique hotel) sono tra le strutture completamente rase al suolo dall'impeto delle fiamme spinte dal forte vento e alimentate dalle sterpaglie secche della stagione calda, prima delle piogge.
Non a caso gli incendi più devastanti a Malindi e sulla costa sono avvenuti in questo periodo.
Come spesso accade, l'unità di vigili del fuoco di Malindi si è rivelata completamente inefficiente. Dopo due ore e mezzo dall'incendio, i due mezzi dei pompieri sulla strada di Casuarina, oltretutto a poche centinaia di metri dall'accaduto, giacevano immobili nella rimessa. L'unico mezzo al lavoro, dopo un'ora abbondante dal divampare del fuoco, è giunto da Kilifi. Molte delle abitazioni in questo periodo non sono abitate, chi invece era presente nelle case è riuscito a malapena a salvare le poche cose care, ma c'è anche chi ha perso tutto, ma proprio tutto, in questo disastro.

Come sempre, e come capita in tutto il mondo, gli sciacalli sono in agguato: qui hanno le sembianze dei disperati del quartiere povero di Muyeye che sorge alle spalle della zona residenziale di Casuarina. Da lì provengono soprattutto giovani e si propongono di aiutare giardinieri e houseboy delle case private e dei piccoli resort e b&b della zona. C'è chi fa irruzione nelle ville e se ne esce con qualsiasi cosa sia riuscito a recuperare, ma non per salvarla, bensì per salire su un boda-boda (le motociclette taxi) e tornare alla sua baracca di fango e lamiera. Poi si aggiungono giovani esagitati che lasciano la loro "occupazione" di beach e street boys. Disperati che per comprarsi alcool e droga rischiano le fiamme e escono dalle case con televisori, computer, materassi. E via su un boda boda. C'è chi invece chi è talmente fatto anche per rubare e si accontenta di una birra saccheggiata da un frigo.
In ogni situazione dove alla più desolante miseria fa riscontro l’opulenza di residenze ricche, succederebbe lo stesso e forse anche di peggio.
La polizia intanto, all'angolo tra Neem Road e Ebony Road cerca di disperdere gli avvoltoi e i curiosi, mentre i pompieri arrivati da Kilifi concentrano i loro sforzi su Ferrara House e Upeponi, nella zona da dove si dice sia partito il corto circuito che avrebbe causato l’inferno senza precedenti per Casuarina.
Stanotte saranno in tanti a dormire a casa di amici, in hotel, in situazioni di fortuna.
Per fortuna non ci sono vittime né feriti, anche perché spesso le lacerazioni del cuore e dell'anima non vengono considerate tali.
by Malindikenya.net


Il governatore di Nairobi Mike Sonko
Il governatore di Nairobi Mike Sonko

 

 

 

 

 15 dicembre 2018 - 25 gennaio 2019
IL GOVERNATORE DI NAIROBI CON LA PASSIONE PER IL RAP E LE AUTO PLACCATE D’ORO

“The flamboyant governor”

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L’ingresso del complesso alberghiero attaccato dai terroristi islamici Al Shabaab
L’ingresso del complesso alberghiero attaccato dai terroristi islamici Al Shabaab

15-16 gennaio 2019
KENYA. ATTACCO JIHADISTA ALL’HOTEL DUSIT DI NAIROBI. SAREBBERO ALMENO 21 I MORTI

 

Un gruppo di terroristi islamici Al Shabaab hanno colpito senza alcuna pietà a Nairobi nel primo pomeriggio. Un kamikaze a bordo di un autobomba si è fatto saltare in un complesso edilizio, che ospita uno dei ristoranti più alla moda di Nairobi, il tailandese Secret Garden, e il lussuoso albergo Dusit, nel quartiere di Westland.

Il bilancio di morti e feriti non è chiaro perché i terroristi sono ancora asserragliati nel palazzo che hanno occupato, circondato dalle truppe speciali, e sembra che abbiano nelle mani alcuni ostaggi. Continuano poi a sparare nel cortile dalla terrazza da cui si domina tutto il complesso. In due ospedali di Nairobi, l’MP Shah e l’Aga Khan, sono arrivate parecchie ambulanze. Secondo le fonti ospedaliere molti feriti sarebbero in condizioni gravi o irreversibili, e questo potrebbe far salire il numero delle vittime. Secondo i rapporti della polizia le vittime sarebbero 15 (poi elevate a 21), ma gli islamici di Al Shabaab con base in Somalia che hanno rivendicato l’attacco, sostengono di aver ucciso 47 persone. Riscontri attendibili parlano invece di almeno 60 morti. Probabilmente dati certi su questa tragedia, non si otterranno mai.
Una grande esplosione e numerose raffiche di armi da fuoco sono state udite nel complesso composto anche da alcuni uffici che ospitano compagnie internazionali. La deflagrazione, "così forte da scuotere gli edifici", affermano i testimoni, è stata avvertita perfino nella redazione dell’agenzia France Presse, a oltre 5 km di distanza.
Qualcuno degli scampati alla tragedia, dopo essersi messo in salvo, ha raccontato di aver visto uccidere a sangue freddo, e senza alcuna misericordia, persone che imploravano pietà.
Da come è stata perpetrata l’operazione terroristica, l’obbiettivo del gruppo legato ad Al Qaeda era di fare quante più vittime possibili.

Un attentatore è stato arrestato ma i complici sono ancora barricati con vari ostaggi all'ultimo dei sette piani dell’albergo di lusso, dove le teste di cuoio governative stanno conducendo un blitz con le forze di sicurezza americane e britanniche, evacuando man mano i superstiti.
Secondo quanto ricostruito, un kamikaze si è fatto saltare in aria all'entrata facendo da ariete agli altri terroristi, che hanno sparato ai vigilantes e lanciato granate contro alcune auto in sosta all'ingresso, incendiandole. Il commando sarebbe formato in tutto da 6 miliziani (tra cui una donna): «Stiamo conducendo un’operazione a Nairobi», rivendicano gli estremisti islamici di Al Shabaab in un comunicato riportato dalla tv araba Al Jazeera.

L’assalto è avvenuto il giorno dopo il rinvio a giudizio di tre fondamentalisti per il massacro del 2013 al centro commerciale Westgate, in cui persero la vita 63 persone, e nell'anniversario della battaglia di El-Adde: una delle più feroci azioni messe in atto da Al Shabaab contro il Kenya, che il 15 gennaio 2016 si vide spazzare via un intero battaglione dispiegato in Somalia. I terroristi annunciarono di aver giustiziato più di 100 soldati, facendone scempio per le strade, e di averne imprigionati decine. Nel 2015 la strage al campus di Garissa, dove furono uccisi quasi 150 innocenti. A novembre, il sequestro della ventitreenne volontaria milanese Silvia Romano, tuttora nelle mani dei rapitori. Da anni ormai nel paese africano si convive con la paura.

Sconcertanti le rassicurazioni della stampa locale: "L'odierno attentato a Nairobi si può considerare un episodio isolato e circoscritto. La capitale ieri come oggi è una città sicura e tranquilla". Così come chi ha interesse a promuovere il turismo, o vede la propria attività messa a rischio. ribadisce "la sensazione di sicurezza del Paese" ed invita a "non drammatizzare". Un rituale che si ripete ogni volta soprattutto nella regione costiera dove, incredibile a dirsi, questo altissimo tributo in vite umane viene sminuito a tal punto da proclamare: "Nessuna allerta per le zone turistiche del Kenya", come se Nairobi fosse un luogo atipico ed inusuale per i viaggiatori di tutto il mondo. Al contrario Al Shabaab, si è mostrata capace di colpire in ogni parte del Paese, dove, molto probabilmente, può contare su una rete locale di supporto, che la nutrita presenza di cittadini musulmani rende difficile identificare e quindi neutralizzare. Per contro, gli operatori turistici della costa promuovono iniziative per la raccolta di bottiglie di plastica, ciabatte ed altri rifiuti sulle rive dell'Oceano Indiano. Iniziative rivolte particolarmente ai vacanzieri ogni volta che vanno in spiaggia, dimenticando però che le più grandi "discariche" in Kenya sono proprio i fiumi che lambiscono le baraccopoli di Nairobi (tra cui il Mathare River ed il Nairobi River, due fiumi neri e pieni di rifiuti). Così, cari “mondezzai”, non avete più bisogno di domandarvi da dove principalmente arrivino i “continenti” di plastica che invadono le spiagge di Malindi e dintorni in quanto prossime alla foce del fiume Sabaki. E perché abbia un senso, è proprio a Nairobi che varrebbe la pena svolgere la vostra opera. 


Si è concluso all'alba (16 gennaio) l'attacco terroristico iniziato ieri pomeriggio intorno alle 15.30 a Nairobi con l'uccisione di almeno due dei terroristi che si erano asserragliati al settimo piano di uno degli edifici del Dusit Hotel della capitale.
Nel primo pomeriggio, l’area dov'è avvenuto l’attacco è stata di nuovo transennata dalle forze speciali per impedire il passaggio dei veicoli e gli edifici limitrofi sono stati evacuati. È stato rinvenuto un ordigno che è stato fatto brillare.


Crolla un palazzo di 8 piani a Malindi-Kenya
Crolla un palazzo di 8 piani a Malindi-Kenya

27 ottobre 2018
UN PALAZZO DI 8 PIANI NEL CENTRO DI MALINDI È COLLASSATO DURANTE LE PIOGGE NELLA NOTTE DI VENERDÌ

 

Una struttura di otto piani, una delle più alte nella cittadina ancora in fase di costruzione, ha ceduto completamente collassando in pochi secondi. Torna in tutta la sua drammaticità la piaga della scarsa sicurezza che, unitamente ai problemi socio-economici del Paese, caratterizza l’intera zona.
Nonostante nessuno vivesse all'interno del palazzo, ci sono diverse vittime tra i proprietari di chioschi e baracchette sottostanti e case attigue, nonché senzatetto e vagabondi che si riparavano dalla pioggia. I morti accertati sono due. Recuperate in tutto 23 persone, solo cinque sembrerebbero in gravi condizioni. Pare che due persone siano ancora intrappolate sotto i detriti.
Il palazzo di otto piani in costruzione ha ceduto intorno alle 5 (ora locale), ma alle 11 del mattino ancora si sentivano le grida di alcune persone che chiedevano aiuto da sotto l’edificio di cui ora non rimane che un cumulo di macerie.
Il palazzo, situato nel quartiere Barani, adiacente alla stazione di servizio in Tana Street (una delle due vie centrali della città vecchia), di fronte al noto palazzo giallo del Wananchi Bar, è crollato su altri tre ed ha completamente schiacciato la pompa di benzina.

È già partita la caccia alle responsabilità, ma si pensa anche a tutti gli altri progetti edilizi nella cittadina e alla bontà dei controlli effettuati e dei permessi ricevuti per costruire.
”Controlleremo fin dalle prossime ore lo stato di tutti gli altri edifici del centro e porteremo alla luce cosa può avere provocato questo disastro”. Così ha dichiarato durante una riunione il Viceministro della Contea per i lavori pubblici Paul Mwangi Mwaringa.
Ma chi ci crede!?

Sulla destra: Il palazzo in costruzione nell'aprile 2018, oggi collassato.


Micidiale incidente di un autobus senza licenza sulla tratta Nairobi-Kisumu
Micidiale incidente di un autobus senza licenza sulla tratta Nairobi-Kisumu

10 ottobre 2018
SCHIANTO DI UN BUS SENZA LICENZA: 50 IL NUMERO DEI MORTI

 

Il bilancio delle vittime del disastro dell'autobus, sulla tratta Nairobi-Kisumu all'altezza di Fort Ternan nel distretto di Kericho, è salito a 50 dai 42 inizialmente segnalati.
L'autobus, appartenente alla Western Cross Sacco, si è schiantato in un'area che i locali chiamano Tunnel sulla strada Londiani-Muhuroni mercoledì mattina, con testimoni oculari che hanno riportato il momento dell'incidente alle 4 del mattino.
Si dice che l'autobus a 67 posti sia finito fuori strada mentre scendeva a velocità eccessiva un ripido pendio. L'autobus quindi ha colpito un guard rail, si è ribaltato ed è precipitato in una scarpata di circa 20 metri, finendo su un terreno roccioso.
Il comandante della polizia della contea di Kericho, James Mogera, ha detto che le vittime potrebbero aumentare poiché più persone sono ancora intrappolate nel relitto.
I feriti, quasi tutti in gravi condizioni, sono stati portati al dispensario di Fort Ternan e all'ospedale della contea di Muhoroni.
Uno di loro, dall'ospedale, avrebbe riferito all'emittente KTN di aver fatto notare al personale di bordo che i passeggeri erano più del consentito, ma di aver avuto una risposta rude.
Secondo le prime indagini della polizia di Kericho, i proprietari della linea di corriere non avrebbero la licenza per viaggiare di notte.
Tra coloro che sono morti nello schianto ci sono otto bambini sotto i cinque anni.
Salgono così a 2350, dall'inizio dell'anno (2018), il numero dei morti sul luogo degli incidenti stradali in Kenya diffuso dal governo.
Ma sappiamo che molte altre morti si verificano dopo l'incidente, in ospedale e a volte molti mesi dopo l'incidente!
Quindi la ragione principale per la mancata segnalazione delle morti in Kenya è dovuta alla "definizione" molto ristretta di una morte da traffico stradale che viene utilizzata.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità segnala che 13.463 è il numero di coloro sono morti lo scorso anno (2017) in incidenti sulle strade del Kenya, un "pedaggio" più di quattro volte superiore a quello stimato dal governo di 2.965 morti.

 


La crisi dell'acqua in Kenya
La crisi dell'acqua in Kenya

8 febbraio 2018
ACQUA A SINGHIOZZO NELLE ZONE TURISTICHE DEL KENYA

 

Dopo molti anni di calo nei flussi turistici in Kenya, l’attuale stagione aveva riacceso le speranze per il confortante numero di presenze registrate nel periodo in corso, ma come ogni bella favola, anche in questa fanno la loro parte i lupi cattivi che, nello specifico, sono rappresentati dalle società che gestiscono l’approvvigionamento idrico e da quella che provvede a fornire corrente elettrica. Sono ormai tre mesi che l’acqua arriva in modo discontinuo e insufficiente, soprattutto nelle contee di Kilifi e Mombasa che comprendono le località di Bamburi, Nyali, Kilifi, Malindi e Watamu, le più interessate dal turismo costiero.

 

Alle croniche disfunzioni dell’approvvigionamento, mancanza di pressione, guasti, dispersioni e inadeguata manutenzione della rete idrica, ora si è aggiunta un’altra motivazione piuttosto sconcertante: la società elettrica ha sospeso la fornitura di energia alla Kimawasco, l’azienda che fornisce acqua alla contea di Kilifi e alla Mwasco che gestisce la rete della contea di Mombasa, lamentando nei confronti dei due provider, un’insolvenza arretrata di circa 350 mila euro.

Senza energia le pompe dei due fornitori di acqua non funzionano e quindi le contee in questione sono condannate a rimanere all'asciutto, ma alberghi e resort turistici – soggetti a rigide norme contrattuali con i tour operator – non possono rinunciare all'acqua e sono quindi costretti ad approvvigionarsi attraverso un continuo vai vai di autobotti che, oltre al costo esorbitante, creano intuibili problemi logistici. Questa situazione ha indotto gli operatori turistici di Malindi e Watamu a coalizzarsi e a convocare una conferenza stampa in cui hanno apertamente denunciato i loro disagi.

Nel bilancio di due grosse contee, come Mombasa e Kilifi, il credito vantato dalla società elettrica è decisamente irrisorio e con un po’ di buona volontà poteva essere affrontato evitando una situazione che, ancora una volta, discredita l’intero apparato di accoglienza del Kenya.

Certo è che si è trattato di un confronto tra disperati, visto che la stessa società elettrica ha accumulato debiti per oltre 50 milioni di euro verso la KenGen, il principale fornitore di energia dell’Africa orientale. L’estrema disinvoltura con cui i servizi di prima necessità vengono frequentemente interrotti, è del resto una peculiare caratteristica del Kenya. Non raramente, causa il mancato pagamento delle bollette, vengono private della fornitura stazioni di polizia, ospedali, medici e altre istituzioni essenziali. Iniziative, queste, che in Europa farebbero esplodere scandali di enormi dimensioni e che qui sono invece tranquillamente attuate come pratiche comuni.


26 giugno 2018

Mossa del Governo keniota per risolvere una volta per tutte il problema della cronica mancanza d'acqua nella Contea di Kilifi e in buona parte di quella di Mombasa.

Da Nairobi arriverà (chissà quando) una fornitura di pannelli solari da installare nell'impianto di pompaggio ed erogazione dell'acqua di Baricho, nell'entroterra di Malindi. Progetto da 9 miliardi di scellini (circa 80 milioni di euro) che una volta attivo sarà in grado di ridurre il costo dell'elettricità di almeno 4 milioni di euro all'anno sulla costa del Kenya.

 

Vedi anche: La sete del Kenya

 

Non dimentichiamo che la scarsità d'acqua sta alimentando letali guerre inter-etniche che continuano a reclamare vite in Kenya.

Ci sono stati scontri per l'acqua in molte parti del Nord-Est, tra Turkana, Samburu e Pokot nella Rift Valley e nelle regioni della costa che hanno causato la morte di centinaia di persone e migliaia di animali negli ultimi 10 anni. 


L’aula di una madrasa, scuola islamica del Kenya
L’aula di una madrasa, scuola islamica del Kenya

20 dicembre 2017
AGENTI FBI E BRITANNICI LIBERANO 95 BAMBINI-SCHIAVI IN UNA MADRASA A LIKONI

 

I piccoli risultavano trattenuti in schiavitù presso una “madrasa”, cioè una scuola coranica, a Likoni, contea di Mombsa, nella costa sud del Kenya, dove erano assoggettati a varie forme di abusi e al traffico di esseri umani. La scoperta della disgustosa pratica, sarebbe il frutto delle investigazioni congiunte delle rispettive Intelligence statunitense e britannica. Circa 20 dei 95 bimbi liberati erano stranieri, provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Zambia e Tanzania. Gli altri erano cittadini kenioti, prevalentemente di origine somala.
Gli agenti dell’FBI e della Special Branch, non si sono limitati a passare le informazioni alla polizia keniota, ma nella mattinata di ieri, per essere certi che il blitz avesse successo, l’hanno effettuato loro stessi e con le proprie armi, probabilmente nel timore che omertà e connivenze, avrebbero potuto vanificarlo. È del resto abbastanza sorprendente che prima di questa azione, nulla fosse trapelato su ciò che stava avvenendo all'interno di quella scuola che in zona tutti conoscevano.
Il successo dell’operazione, che ha consentito la liberazione delle piccole vittime e l’arresto di due sospetti, ha probabilmente fatto passare in secondo piano la circostanza che ha visto agenti stranieri armati compiere un’incursione in un territorio sovrano qual è il Kenya, invece di affidarlo interamente alla polizia locale. Ma Grace Ndirangu del DCI, Direttorato per le Investigazioni Criminali, si è subito affrettata a riferire che l’azione era stata preventivamente concordata dalle autorità keniote con quelle dei due paesi occidentali coinvolti nella stessa.
Si procederà ora all'accurata identificazione dei bambini che, una volta accertata la loro identità, saranno riconsegnati ai rispettivi genitori che dovranno poter dimostrare di essere tali. L’interrogatorio dei piccoli, sia per accertarne l’identità che per venire conoscenza degli abusi subiti, dovranno essere condotti con estrema competenza e cautela in considerazione dei terribili traumi psicologici – e forse anche fisici – sofferti durante la prigionia.
Il blitz ha provocato l’immediata e furiosa reazione dello sceicco Hassan Omar, capo del CIPK, il Supremo Consiglio degli Imam del Kenya, che ha definito l’azione delle forze occidentali, come l’ennesimo tentativo di screditare l’islam attribuendogli colpe inesistenti, con il solo risultato di aver compromesso il sereno svolgimento dell’insegnamento scolare a cui le madrase sono esclusivamente dedicate. Insistenti voci di popolo su alcune strane e misteriose attività, svolte all'interno di alcune scuole islamiche, circolavano tuttavia in Kenya da tempo, pur non avendo mai dato origine a più approfondite investigazioni.
L’accaduto, infierisce anche un grave colpo alla popolarità del NASA e al suo leader Raila Odinga, in cui la quasi totalità della presenza islamica in Kenya, si riconosce. Per la prima volta, infatti, dopo l’adozione del sistema multipartitico, nel 1992, l’intera regione costiera, nelle cinque contee che la compongono, è diventata un assoluto feudo del capo dell’alleanza di opposizione.
by Africa Express


Il pauroso incidente sulla superstrada Eldoret-Nakuru
Il pauroso incidente sulla superstrada Eldoret-Nakuru

3 dicembre 2017
MASSACRO SULLE STRADE DEL KENYA: 64 MORTI E DECINE DI FERITI

 

Due terrificanti incidenti hanno insanguinato, tra lunedì e martedì, le strade del Kenya. Il primo si è verificato sul Kamukuywa bridge, sulla strada tra Kitale e Webuye, il secondo è avvenuto nella tarda mattinata di ieri a Sachangwan, sulla superstrada tra Eldoret e Nakuru. Le prime notizie parlavano di una trentina di vittime, ma dati più precisi forniti oggi dalla polizia, portano allo spaventoso totale di ben 64 morti. i feriti sono decine.

L’incidente di Kamukuywa ha coinvolto un trattore che trasportava canne da zucchero, un matatu (pulmino per trasporto di passeggeri) e tre vetture private. Secondo le prime ricostruzioni, il minibus stava tentando di superare il mezzo agricolo sullo stretto ponte ma il sorpasso azzardato non è riuscito. la collisione frontale con altre auto che sopraggiungevano in direzione contraria è stato inevitabile. Lo scontro dovuto anche all'elevata velocità dei mezzi è stato inevitabile.

Lo scontro di Sachangwan, invece, ha coinvolto 15 veicoli, tra cui un grosso autobus passeggeri, un autocarro pesante, diversi matatu e auto private. Pare che la colonna di veicoli stesse rallentando a causa di un blocco stradale della polizia, quando l’autista dell’autocarro che sopraggiungeva in coda alla colonna non ha frenato, probabilmente per un guasto, e ha tamponato la lunga colonna di mezzi.

Il pedaggio che il Kenya paga annualmente in morti per incidenti stradali è tra i più alti del mondo. Nel 2016 le vittime sono state 3,240, praticamente le stesse che si sono registrate in Italia (3,283) con la differenza che in Italia circolano 37 milioni di veicoli, mentre quelli circolanti in Kenya, sono solo 1,600,000. Ciò significa un’incidenza dello 0.2 per cento sui veicoli circolanti, contro quella dello 0.009 per cento in Italia. Incidenza che ha peraltro recentemente sollevato serie preoccupazioni nelle nostre autorità preposte al controllo sulla circolazione stradale.
Le cause di questa mattanza sulle strade dell’ex colonia britannica sono molteplici. Il dissesto di molte arterie, anche di quelle pomposamente definite “Superstrade”; le cattive condizioni dei mezzi soggetti a scarsa se non nulla manutenzione; l’eccessiva presenza di curve e dossi che impediscono la visuale nei sorpassi; la quasi totale assenza di segnaletica adeguata e ben visibile.
A questo va aggiunto che molte strade, anche quelle di grande comunicazione sono tuttora provviste di una corsia unica per ogni senso di marcia e ciò costringe esasperati automobilisti ad accodarsi ad autocarri lentissimi che procedono a 20 e a volte anche 10 chilometri orari. I mezzi sono sovente sovraccarichi, con i pneumatici consumati e giù di compressione e con freni inadeguati. e’ capitato anche che non sono riusciti ad affrontare leggere salite e sono scivolati indietro travolgendo i mezzi che li seguono, cosa questa che induce spesso a sorpassi avventati con tragiche conseguenze.
Infine, sul tutto, primeggia la sempre presente corruzione. A fronte di una bustarella, la polizia del traffico permette la circolazione anche ai veicoli più fatiscenti. Mentre i funzionari del ministero dei trasporti, grazie allo stesso obolo, concedono spesso patenti di guida con estrema disinvoltura, in molti casi anche senza che il candidato abbia sostenuto alcun esame. Tutto questo non è certo attenuato dalla spericolatezza che pare rappresentare un punto di merito per i guidatori del Kenya, che vedono nella trasgressione, l’affermazione della propria personalità.
by Africa Express


Polizia sulla scena dove sono stati ritrovati i corpi dei due turisti svizzeri
Polizia sulla scena dove sono stati ritrovati i corpi dei due turisti svizzeri

23 agosto 2017
PENSIONATI SVIZZERI AMMAZZATI SULLA COSTA DEL KENYA

 

Werner Borner Paul e Marriane Hornel, una coppia di pensionati svizzeri, entrambi settantenni, sono stati ritrovati cadaveri ai bordi di un tratto di strada sterrata, tra Kisauni e Kiembeni, due popolose borgate di fama discutibile, nella contea della capitale costiera.
Erano atterrati poco dopo la mezzanotte di sabato 19 agosto, all'aeroporto internazionale di Mombasa, accolti dal loro autista e dal personale domestico. La mattina successiva, domenica, un passante ha scoperto i loro corpi senza vita.

Identificate le vittime, la polizia ha trovato la loro automobile, con all'interno numerose tracce di sangue, nel parcheggio dell’abitazione della coppia situato nel prestigioso quartiere residenziale di Nyali a nord di Mombasa.
Nel corso del sopralluogo, la polizia ha arrestato il giardiniere, ritenuto l’ideatore del crimine e, dopo uno stringente interrogatorio, ha emesso tre ordini di cattura a carico del guardiano notturno, del custode e di un vicino di casa, che, stando alle conclusioni degli inquirenti, avrebbero attivamente partecipato all'omicidio. I tre presunti complici del giardiniere, che nel frattempo si erano già dileguati, avrebbero lasciato tracce tramite il segnale GPS di un cellulare.

È presumibile che i due sventurati coniugi siano stati oggetto di una efferata rapina a scopo di lucro.
Come spesso accade, fatti del genere finiscono quasi sempre nel sangue: la miseria della popolazione locale contrapposta al benessere dei corrotti e dei "colonizzatori" provoca la deumanizzazione che permette la soppressione delle emozioni e della compassione creando condizioni istigatrici alla violenza di coloro che, oppressi dalla violazione dei loro diritti e dal potere del denaro degli "invasori stranieri", cercano con qualsiasi mezzo di schiacciare i "parassiti" e gli "scarafaggi" che divorano ed infestano il loro Paese!


Ebony Kenya
Ebony Kenya

IL CASO ...

25 luglio 2017

Tutto quello che rimbalza e fa notizia anche in Italia, il “giornalaio” di Malindi cerca come sempre di stemperarlo o addirittura di non farne neppure menzione.
Oggi è il caso di due coniugi, vittime di una efferata rapina nella loro casetta a Kikambala. La donna italiana di 71 anni, Maria Laura Satta, originaria di Cremona, è stata uccisa; il marito Luigi Scassellati, 72 anni, è ricoverato al Mombasa Hospital.
Noi, da piccoli provinciali, cercheremo di dire “due parole serie su Mtwapa e Kikambala”, nonché su Malindi, e da qui cominceremo.

Molto si è già detto, anche nel prosieguo di questa pagina, ma cosa ci viene a fare il turista a Malindi?
A Malindi c'è il mare, non certo la savana, laghi, isole o montagne e neppure il Kilimanjaro! Ma per chi è indicata una vacanza a Malindi? Certamente per chi affronta otto ore di volo con il solo scopo di praticare acquagym nelle vasche da bagno keniote, nonché per le "vecchie babbione del burraco".
A Malindi, dalla Silversand Road al Sabaki, non ci sono “spiagge bianche”, ma solo un “mare di merda”! Il termine “mare” è valido in ogni senso.
Solo il turista più disinformato trascorrerà le sue vacanze a Malindi: il "buco del culo del Kenya"!

Le persone che vogliono trascorrere le loro vacanze nelle meravigliose spiagge del Kenya devono decidere se andare in Costa Sud o Costa Nord, che significa semplicemente a sud o a nord di Mombasa. Mentre la costa meridionale ha le più belle spiagge e la natura più primordiale, la costa settentrionale intorno a Mombasa e Mtwapa offrono molto più attrazioni e attività.

Mtwapa è conosciuto come "il villaggio che non dorme mai". Anche dopo la mezzanotte i pub sono frequentatissimi, così come molte le persone che gironzolano per le strade.
È il centro della vita notturna e della prostituzione nell'area di Mombasa. Anche per questo motivo molti europei si stabiliscono e portano sviluppo insediando “vecchie e nuove attività”, costruendo case o semplicemente trascorrendo il periodo invernale.
La maggior parte dei turisti, infatti, visitano Mtwapa per la sua vita notturna, unica nel suo genere.
Mtwapa è la capitale keniota del vizio, tanto da essere definita " Sin City ": offre tutti i tipi di intrattenimento che i turisti si aspettano di trovare, come discoteche, bar, ristoranti e soprattutto la prostituzione femminile nonché maschile, in particolar modo quella minorile, il vero business per il turismo sessuale (vedi: Ebony Kenya - area protetta). Non mancano sulla spiaggia vere e proprie schiere di maschi locali in cerca della turista bianca, non importa se sei una signora molto in là con gli anni, oppure, se hai delle caratteristiche fisiche che ti rendono sostanzialmente “impraticabile” da un punto di vista sessuale (vedi: Beach Boys oggetti del desiderio).

Malindi puoi girarla a piedi, una cittadina piccola e provinciale, quasi tutti gli africani parlano italiano e sanno subito tutto di te, in quale hotel stai, con chi scopi etc.
La notte a Malindi offre ben poche alternative ai “cacciatori di gazzelle”, in particolar modo le note dolenti riguardano la presenza nei vari locali: sono poche e soprattutto non c'è ricambio.... frustrante vedere sempre le stesse ragazze ogni sera per chi ama cambiare! Turisti... davvero pochi in cerca della “gnocca”, e di quei pochi molti di loro sono già accompagnati da “inguardabili melanzane e ricotte nostrane”, ... quindi la concorrenza è pressoché nulla! Anche per chi porta il “pannolone” ci sono buone chance (vedi: Cosa cercano gli italiani a Malindi?).

Anche a Mtwapa… c’è il mare! Ma, a differenza di Malindi, Mtwapa ha belle spiagge non affollate con alberghi e bar e perfette per rilassarsi. E c’è pure il Creek, una baia con una bella flora e fauna tropicale e piccoli porti turistici. Il luogo è famoso per il bird watching e viene utilizzato come punto di partenza per la pesca d’altura. Alcuni buoni ristoranti offrono ottimi piatti di pesce sulle terrazze che si affacciano sulla baia.
La situazione a Mtwapa, a nostro avviso, è sicuramente quella dei sobborghi di Mombasa, che purtroppo si sta avviando ad essere una seconda "Nairobbery", ma a Kikambala la situazione è ben diversa.

Kikambala, a sette chilometri da Mtwapa, offre una spiaggia panoramica con palme tipiche e sabbia bianca oltre ad una magnifica barriera corallina. La spiaggia è frequentata solo da gente del posto e da pochissimi turisti. Pertanto si può godere di una passeggiata tranquilla senza essere disturbati dai beach boys o dai venditori di souvenir. Ci sono strutture turistiche che lavorano con tedeschi, olandesi e anche con il turismo locale.

A Malindi trovi luoghi di interesse storico, ma non apprezzati qual si dovrebbe dal turista “casareccio”, come la Cruz Padrão fatta erigere dal navigatore portoghese Vasco da Gama, le Pillar Tombs entro le mura della Jamia Mosque, la Cappella Portoghese, nonché la Casa delle Colonne in cui è collocato uno strano esemplare di Coelacanthus. A Malindi il turismo, specie “nostrano”, privilegia i luoghi di ritrovo degli "evasori fiscali", nonché inneggianti al romanticismo d’altri tempi.
Tipico il locale di colei che, cacciatrice per diletto, ma non meno psicopatica di altri, sfogò la sua impotenza e rabbia repressa anche su esseri umani, paragonati agli "animali selvaggi", tentando inutilmente di placare i suoi tormenti interiori dettati dalla malattia che la condannò inesorabilmente al suo destino.

Ora ditemi … “Cosa ha a che fare il turismo con Mwtapa e Kikambala?”
Praticamente tutto!
Mentre con Malindi hanno solo due cose in comune:
1. se decidi di fare sesso prendi le solite precauzioni contro le infezioni da HIV ;
2. quel che è successo alle vittime di Kikambala può succedere ovunque, e quindi anche a Malindi e Watamu, così come a Catania e Treviso.

Ora ditemi … “Cosa hanno di diverso Mwtapa e Kikambala da Malindi?”
Praticamente una cosa sola!
A Mwtapa e Kikambala gli italiani si vedono come le mosche bianche!
Motivo? Ci dicono siano più propensi al “vizietto” che al “vizio”!

Casablanca Club Mtwapa
Casablanca Club Mtwapa

Ma, nonostante l'evidenza dei fatti messi in luce non solo in questa pagina, bensì in tutto il sito, italiani remissivi ed opportunisti blaterano solidarietà verso i poveri di questo Paese diseredati dal colonialismo post-moderno che loro stessi, ben consapevolmente, ogni giorno promuovono, mirando solo a proteggere il proprio tranquillo vivacchiare da beceri servi leccaculo e babbione accolturate (con la "o").


Quanto agli "untori e giornalai", quali vere e proprie "agenzie turistiche", parteggiano per una società locale disumana: anziché denunciare le diseguaglianze tribali promosse, oltre che dal popolo stesso, dai satrapi della politica, promuovono, con i loro "padroni", solo ed esclusivamente ciò che volge o potrebbe volgere a loro esclusivo tornaconto economico, così tradendo il "Popolo della Costa" ispirato a principi di libertà, uguaglianza, progresso, fratellanza.
E nel timore che il dissenso tra la gente alla scellerata politica di un Paese che detiene il primo posto in Africa per corruzione, possa pregiudicare anche gli ormai acquisiti privilegi del post-colonialismo quali proprietà private, attività commerciali o alberghiere e quant'altro, i "giornalai" rimangono nel più totale silenzio impedendo a questo Popolo di sviluppare con il loro aiuto una coscienza politica e nazionale propria e di essere capace di governarsi autonomamente.
Costoro, pensano solo al proprio orticello, pronti a difenderlo con le unghie e con i denti, menefreghisti totali per ciò che riguarda e pensano gli altri, ma quali "untori" diffondono il contagio, attraverso falsità, ipocrisie, diffamazione, nei più deboli e più suggestionabili, negli ormai "sdentati", "servi adulatori", "sacchi di merda", "cuckolds" e "assholes", nonché nelle "babbione rotte in culo" più saccenti che, in fatto di ignoranza e maleducazione, ne han da vendere!
Questa specie di "degenerati sub-umani" ancora non si è accorta non solo che Malindi non è il Kenya, bensì Pwani si Kenya ("La Costa non fa parte del Kenya")!
Una terra di cui io negro, scambiato (dal "giornalaio di Malindi" che si spaccia per Giriama) come "razzista" dalla pelle bianca,
... io negro, ripeto, rivendico la proprietà in quanto, dal 2013, appartenente ai gruppi etnici della regione della Costa: la terra che i governi del Kenya, che si sono via via succeduti, emarginandoci e fagocitando introiti, hanno dato ad "estranei".
Da qui la richiesta della Mombasa Republican Council (MRC) di separare Mombasa e la Costa dal Kenya per diventare uno stato indipendente. E tanto per comprendere, più che sapere, dove state vivacchiando, consiglio la lettura del blog "La Costa dei Negri"!

Non mancano di distinguersi “elementi di spicco” come Maria, ambientalista ed animalista forse italiana, ma solo per nascita, che nel suo post su Facebook, nel gruppo chiuso "Vivere in Kenya...racconti di vita keniota", scrive:
La “coda di paglia” di Freddie ha preso fuoco!
Eppure Kenya Vacanze scrive:

«Lo stesso direttore di MalindiKenya.net ama troppo Malindi per non difenderla a qualsiasi costo, e asserisce: "...da mattacchione scrivo e dico quello che mi pare, ...io non ho padroni."
Ma come gli è stato fatto osservare, ognuno ha i suoi padroni, che in questo caso hanno interessi ben precisi per difendere Malindi e la sua rispettabilità. Per ogni altro argomento che non riguardi il tentativo di promuovere il turismo a Malindi, il portale merita di essere letto».
In vista delle elezioni in Kenya, ai lettori che chiedono informazione non penso interessi il possibile ballottaggio tra il Presidente in carica Uhuru Kenyatta ed il leader dell'alleanza d'opposizione Raila Odinga, l’arrivo dell’ex segretario di Stato americano John Kerry per monitorare le elezioni o i racconti di nonno Kazungu, bensì che Christopher Msando sia stato torturato ed ucciso come un animale. Una “pugnalata” inferta dalla “politica tossica” del Kenya al libero svolgimento delle elezioni.
Malindi di male in peggio!”, il blog rivelazione!
UNA VACANZA SENZA INTOPPI INIZIA SEMPRE DA UNA BUONA INFORMAZIONE!

Un “GRAZIE” a Maria e a coloro che hanno messo un like al suo post: Elia Gualeni - Helga Weiss - Vittoria Bongiovanni - Simon Kasena - Maria Grazia Gallo - Anna Argentiero - Piera Kane - Milagros Rizzotti - Riky Gjani - Ueding Angelika.
Solo 10 …pochi ma buoni!


Al-Shabaab
Al-Shabaab

8 luglio 2017

9 CIVILI DECAPITATI IN KENYA

Durante la notte tra venerdì 7 e sabato 8 luglio, sospetti militanti islamisti hanno decapitato nove uomini in un villaggio del distretto costiero di Lamu, in Kenya.
A riportarlo è stata l’agenzia di stampa Reuters che cita fonti della polizia locale. L’attacco è avvenuto a pochi giorni dall'uccisione di tre poliziotti nel vicino villaggio di Pandanguo da parte di militanti somali.

Le autorità keniote sostengono di aver rinvenuto nove corpi e un testimone, che ha chiesto di restare anonimo.

“Hanno attaccato i villaggi di Jima e Poromoko e hanno ucciso nove uomini, macellandoli come i polli, utilizzando dei coltelli”, ha riferito il testimone all'agenzia di stampa Reuters. Gli abitanti del villaggio sostengono che gli aggressori erano somali e che sono arrivati sul posto alle ore 23. Sono andati casa per casa alla ricerca di uomini non musulmani, li hanno radunati e poi li hanno decapitati.

I residenti avevano già avvertito la polizia della presenza di sospetti militanti del gruppo terroristico Al-Shabaab nella zona.

Gli Shabaab dal 2011 sconfinano in Kenya come rappresaglia all'invio di truppe di Nairobi in Somalia per sconfiggere il gruppo terroristico, che nell'ultimo anno è diventato il più sanguinario di tutta l'Africa. Solo nella zona di Lamu si stimano almeno 46 persone uccise da inizio anno in queste incursioni, che tuttavia avvengono anche in altre aree dove sono state prese misure di sicurezza (agenti e coprifuoco). Vi è una palese intensificazione degli attacchi in prossimità delle elezioni presidenziali keniote di agosto. Molti attacchi sono stati compiuti con bombe artigianali.

Secondo l’agenzia di stampa americana Associated Press, l’attacco è stato perpetrato proprio dai jihadisti somali legati ad Al-Qaeda. Associated Press cita infatti James Ole Serian, il capo della task force delle forze speciali keniote anti-terrorismo. Terroristi somali hanno ripetutamente attaccato i civili kenioti negli ultimi anni, nel tentativo di rovesciare il governo legittimo di Nairobi e imporre la shari‘a, la legge islamica, nel paese africano.

 

Chiedevi perché in Kenya sempre più famiglie abbandonano il Cristianesimo e abbracciano l'Islam.


Militari armati di pattuglia alla stazione di polizia di Mombasa.
Militari armati di pattuglia alla stazione di polizia di Mombasa.

23 settembre 2016

ASSALTO ALLA POLIZIA DI MOMBASA
Jihadiste somale uccise e bruciate dalla polizia

La notizia dello sventato attentato terroristico alla stazione centrale di polizia a Mombasa lo scorso 11 Settembre ha destato clamore a varie latitudini specialmente per il simbolismo dell'azione nell'anniversario dell'attacco alle Twin Towers.
Si sarebbe trattato del primo attentato rivendicato dall'Isis in Kenya, perpetrato da tre giovani "jihadiste" di origine somala.

A ridosso dell'attentato, le cronache internazionali hanno riproposto la versione fornita alla stampa locale dalla polizia di Mombasa, qui di seguito riportata:
11 settembre - Tre donne hanno assaltato la sede centrale di polizia della città costiera. Le donne, coperte da hijab (velo islamico composto tecnicamente di due parti: copri-capo e abito di colore scuro definiti "burqa" nelle cronache nostrane; "bui bui" in lingua Swahili), sono entrate con il pretesto di denunciare il furto di un cellulare. Una volta all'interno, una di loro ha estratto un coltello e colpito un ufficiale alla gamba, mentre un'altra ha lanciato una bomba molotov, appiccando il fuoco. I poliziotti hanno reagito sparando e uccidendo le tre donne, due delle quali indossavano sotto l’hijab giubbotti anti-proiettile ed esplosivo. Nell'attacco due agenti sono rimasti feriti. Secondo il capo della polizia, le donne gridavano “Allahu akbar” (in arabo: Dio è il più Grande; mentre Allāh Akbar: Allah è il più grande) e “Siamo al-Shabaab” mentre venivano uccise, ma al momento non ci sono rivendicazioni.
12 settembre - La polizia di Mombasa ha reso noto oggi d’aver arrestato tre persone, rifugiati somali, considerati complici dell’attacco.

Riassumendo: il "commando" capeggiato da Tasnim Yakub Abdullahi Farah, sua sorella ed un'amica, avrebbe finto la denuncia del furto di un telefono cellulare allo scopo di fare irruzione in caserma e compiere l'attentato. Sotto il bui-bui, le donne «disarmate ma dotate di giubbotto antiproiettile» avrebbero nascosto bottiglie incendiarie. Nel tentativo di difendersi, gli agenti, tra cui una ragazza incinta, sarebbero rimasti feriti. In seguito al lancio di Molotov la polizia avrebbe «neutralizzato le terroriste» a colpi di arma da fuoco. Molti arresti sono seguiti a quest'azione rivendicata dall'Isis il 14 Settembre. Manoscritti attribuiti alle "martiri" sono stati messi in rete da simpatizzanti dello Stato Islamico.
Sulla stampa di Londra (The Daily Mirror e il tabloid The Sun) sono apparsi articoli sui legami tra le attentatrici di Mombasa e la primula rossa Samantha Lewhite, moglie di uno degli attentatori di Londra del luglio 2007, super-ricercata dall'intelligence britannica. A riprova del vincolo tra le giovani e lo Stato Islamico vi sarebbero, secondo la polizia, i risultati dei tabulati telefonici indicanti transazioni finanziarie tra le fallite kamikaze e Hanya Saggar, vedova di un religioso estremista, reclutatrice, secondo Nairobi, di aspiranti jihadisti. Senza eco sulla stampa internazionale, lo scorso 21 settembre, il quotidiano keniota The Star ha però sollevato seri dubbi sulla versione ufficiale della storia.
Secondo la denuncia dell'Organizzazione Muslim for Human Rights di Mombasa, citata da The Star, nella stazione di polizia si sarebbe sviluppata una colluttazione in seguito al tentativo da parte di un agente di spogliare del copri abito una delle giovani, che avrebbe reagito con un coltello. A quel punto la polizia avrebbe sparato per uccidere. Un video amatoriale, messo in rete dallo stesso quotidiano, mostra l'esecuzione a sangue freddo nel cortile della caserma, delle presunte attentatrici. Le donne, riverse a terra e inoffensive, sono finite a colpi di arma da fuoco. Una con le mani alzate. Il leader del Muslim for Human Rights, Khelef Khalifa, spiega che per coprire l'esecuzione extra giudiziaria, le donne sarebbero state cosparse di kerosene e date alle fiamme. Khalifa ritiene la versione della polizia a dir poco contraddittoria e attende l'esibizione di prove sulle armi e gli oggetti esplosivi impiegati nel presunto attentato. Nel confutare le versioni ufficiali, Khalifa tira in ballo la transazione finanziaria telefonica (pratica molto diffusa in Kenya) tra Tasnim Yakub Abdullahi Farah e Hanya Saggar esibita come prova in quanto avvenuta il giorno del fallito attentato. La somma, sostiene Khalifa, risulterebbe rispedita al mittente, segno dell'origine sconosciuta del denaro.
È plausibile che le donne fossero legate o simpatizzanti dello Stato Islamico, ed è certo che il Kenya sia nel mirino di organizzazioni terroristiche. Nairobi ha pagato un prezzo altissimo per l'invio di truppe nella confinante Somalia al fine di contrastare la minaccia posta all'intera Regione dal gruppo affiliato ad al-Qaeda al-Shabaab. Quest'ultimo ha di recente sviluppato fratture al proprio interno dato lo spostamento di alcuni militanti nella sfera di influenza di Daesh, creando cellule in Somalia e Kenya. Ma l'ennesima uccisione extra-giudiziale da parte delle forze dell'ordine di Mombasa fa solo il gioco dei terroristi.
Lo scorso luglio Human Rights Whatch (HRW) ha pubblicato un rapporto sugli abusi dell'anti-terrorismo in Kenya (Deaths and disappearances, abuses in counter-terrorism operations in Northestern Kenya). Kenneth Roth, direttore esecutivo della stessa organizzazione ha affermato che i diffusi casi di sparizioni e uccisioni extra giudiziarie in Kenya sono approvate ai massimi vertici dello Stato, con la totale impunità delle forze dell'ordine. Secondo HRW, i raid delle forze dell'ordine di Nairobi nel nord est-del paese prendono di mira giovani spesso solo in quanto musulmani o di origine somala. Per sventare possibili attentati e contrastare possibili attrattive verso gruppi "jihadisti", resta fondamentale il coinvolgimento delle comunità locali altrimenti omertose per il fondato timore di subire arresti per associazione familiare o culturale. HRW ritiene anche che l'esercito del Kenya (KDF) partecipi a operazioni anti-terrorismo su suolo nazionale senza approvazione da parte del Parlamento. All'indomani del fallito attentato di Mombasa il portavoce del governo Erik Kiraithe ha fatto appello al senso patriottico ed al dovere di denunciare sospetti. Khalifa (Muslims for Human Rights) chiede oggi la riesumazione delle salme delle uccise e un'indagine da parte dell'Independent Policing Overisght Authority, che dovrebbe vigilare sull'operato delle forze dell'ordine in Kenya. Due giorni fa sono state ricordate a Nairobi la vittime della strage terroristica al Westgate, consumatasi il 21 settembre 2013. I morti dopo 80 ore d'assedio di miliziani al-Shebbab furono almeno 67, i feriti tre volte di più.

La strategia del terrore di Stato non è servita a mitigare la minaccia terroristica in Kenya, eppure dall'agenda del Governo di Uhuru Kenyatta non spuntano piani alternativi agli attuali illeciti.
Sulla pagina foderata di in quaderno rinvenuto nella casa, a 300 metri dalla stazione di polizia, in cui era ospitato il commando formato dalle tre jihadiste, è stata rinvenuta una nota con scritto:
"Sappi che i soldati dello Stato Islamico sono ovunque. O sporco governo keniota, non credere che abbiamo dimenticato come spietatamente avete ucciso i nostri fratelli ... Ci impegniamo a rendere vedove le vostre donne ed orfani i vostri figli ." 


Il capo della polizia di Malindi Matawa Muchangi. Nella foto segnaletica Suleiman Mohamed Awadh.
Il capo della polizia di Malindi Matawa Muchangi. Nella foto segnaletica Suleiman Mohamed Awadh.

20 gennaio 2016
Quattro presunti terroristi sono stati uccisi dalla polizia keniota nella città costiera di Malindi (sono stati stanati in un’abitazione del villaggio di Kwa Chocha, alle porte della cittadina), mentre altri due sono riusciti a fuggire. Stando a quanto riferito dalle autorità, tra le vittime figura Suleiman Mohamed Awadh, 25 anni, uno dei "criminali più ricercati", sulla cui testa pendeva una taglia di 20.000 dollari. La lista dei ricercati era stata diffusa dopo l'attacco dei jihadisti Shabaab all'università di Garissa, lo scorso aprile, costato la vita a 148 persone.
Secondo la ricostruzione fornita dalla polizia, i sospetti sono stati uccisi dopo aver lanciato granate ed esploso colpi di arma da fuoco contro gli agenti, impegnati ieri mattina in un'operazione nella città turistica. "I terroristi erano pesantemente armati e hanno impegnato i nostri agenti in uno scontro a fuoco al termine del quale quattro di loro sono rimasti uccisi", ha detto il capo della polizia di Malindi, Matawa Muchangi. Gli altri due sospetti che sono riusciti a fuggire sono comunque rimasti feriti.
Dopo lo scontro a fuoco, la polizia ha rinvenuto nell'abitazione armi, telefoni cellulari, una lettera contenente una richiesta di fondi agli Shabaab somali e mappe di Malindi con evidenziate la stazione di polizia, un supermercato (il Nakumatt) e il Parco marino. Askanews

Che Malindi covasse serpi in seno lo si sapeva già dal 2014, quando il 29 gennaio la polizia uccise in zona Dalla il terrorista Ali Mohammed Delawa, mentre altre due persone riuscirono, seppur ferite, a fuggire. Mohammed era un ex agente di polizia GSU: era stato radiato dal corpo per la sua cattiva condotta prima di unirsi ai militanti di Al-Shabaab diventando uno dei membri principali del gruppo

Chiara è una donna di quarant'anni originaria della Liguria, ha sposato un keniota e insieme gestiscono un’attività turistica. «Stavamo per stabilirci qui, ora sto solo aspettando di tornare. Il nostro mondo è cambiato in un istante, provo rabbia e dolore». C’è il panico per il domani. C’è da avere paura di tutto!
«La situazione - spiega una fonte di intelligence - è oltre l’allarme rosso. Si attendono nuovi attentati sanguinosi».


Miliziani somali di Al Shabaab messi in fuga dal gesto di coraggio dei passeggeri musulmani.
Miliziani somali di Al Shabaab messi in fuga dal gesto di coraggio dei passeggeri musulmani.

22 dicembre 2015

“Ammazzateci tutti musulmani e cristiani, oppure lasciateli andare”. Con queste parole un gruppo di musulmani ha salvato alcuni kenioti di fede cristiana difendendoli da un assalto dei fondamentalisti islamici di Al Shabaab ad un autobus che viaggiava da Nairobi verso Mandera City, nel nordest del Kenya.
Tutto accade in pochi minuti. È appena passata l’alba, quando i terroristi somali attaccano a colpi di mitra il pullman. In quel momento a bordo si trovano almeno 60 passeggeri. Nell'assalto tre persone vengono ferite, una rimane uccisa.
Fermato il mezzo, i passeggeri vengono fatti scendere. Poi la decisione: “I non cristiani possono risalire” dicono i jihadisti. Ai cristiani è quindi ordinato di sdraiarsi sul ciglio della strada: vogliono ucciderli uno a uno.
L’ordine, tuttavia, non viene eseguito: i passeggeri musulmani si oppongono, chiedendo di lasciare andare anche i cristiani.
Di fronte a tanta determinazione i terroristi desistono dal loro intento e la strage viene evitata.

Non è la prima volta che gli Al Shabaab (letteralmente “i giovani”, gruppo affiliato ad Al Qaeda e radicato in Somalia) compie attacchi contro i cristiani nelle zone al confine tra Kenya e Somalia. Un episodio simile ma dall'esito tragicamente diverso era avvenuto circa un anno fa nella stessa zona: i terroristi presero d’assalto un pullman e uccisero 28 passeggeri non musulmani.


Andrea Maffi
Andrea Maffi

5 luglio 2015

Italiano ucciso a coltellate nella sua casa di Watamu.
Andrea Maffi, un operatore turistico originario di Villongo (Bergamo) è stato trovato morto a Watamu, località tra Malindi e Mombasa, in Kenya. L'uomo, 40 anni, è stato assassinato. Maffi, che viveva nella località turistica da una quindicina d'anni, da qualche giorno non rispondeva al telefono né ai messaggi.
Maffi aveva cominciato a lavorare nel Paese africano come animatore turistico muovendosi sempre nella zona tra Mombasa e Malindi. Poi a Watamu era diventato responsabile di tour organizzati e in particolare dei safari soprattutto per i gruppi di italiani.
Le condizioni del corpo (non solo la coltellata alla gola che è stata la probabile causa del decesso, ma anche numerosi segni lasciati su tutto il corpo), fanno pensare alla pista passionale o alla punizione per uno sgarro. Anche perché, a parte l’auto, non sono state toccate le proprietà di Maffi nella piccola casa che si era fatto costruire nel quartiere più popolare della cittadina costiera di Watamu.


Studenti cristiani massacrati a Garissa.
Studenti cristiani massacrati a Garissa.

2 aprile 2015
Uomini armati hanno preso d'assalto il Garissa University College di Garissa , in Kenya , uccidendo 148 persone e il ferimento di 79 o più.
Al-Shabaab, ramo di Al-Qaeda, ha assunto la responsabilità dell'attacco da parte del gruppo militante. Gli uomini armati hanno preso più di 700 studenti in ostaggio, liberando i musulmani e uccidendo coloro che avrebbero identificato come cristiani. L'assedio si è concluso lo stesso giorno, quando tutti e quattro gli attaccanti sono stati uccisi. Cinque uomini sono stati in seguito arrestati in connessione con l'attacco, e una taglia è stata posta per l'arresto di un sospetto organizzatore.
L'attacco è stato il più mortale in Kenya a partire dall'attentato all'ambasciata degli Stati Uniti nel 1998, ed è, nel complesso, il secondo con più vittime rispetto agli attacchi di Mombasa nel 2002, all'attacco del centro commerciale Westgate di Nairobi nel 2013, alle bombe sugli autobus di Nairobi nel 2014, alle bombe di Gikomba nel 2014, agli attacchi di Mpeketoni e di Lamu nel 2014.
Garissa si trova nella provincia nord-orientale a circa 200 km dal confine con la Somalia, è stato considerato come "uno dei luoghi più sicuri nella regione". Ospitava sia caserme che questure.
Al-Shabaab, un gruppo militante multietnico con base in Somalia e collegato ad Al-Qaeda, aveva ucciso più di 200 persone in Kenya nei due anni prima di questo evento. Questi attacchi hanno significativamente influenzato l'industria del turismo del Kenya, anche se, prima degli attacchi del 2002 a Mombasa che presero di mira i turisti, molti degli attacchi del gruppo militante erano fuori dei grandi centri di popolazione urbana.

Intanto emerge qualcosa di più anche sugli autori del criminale gesto. Fanno parte di un gruppo Al Muhajiroun, creato da Al Qaeda un paio di mesi fa e affiliato a Harakat al-Shabaab al-Mujahideen, il nome completo degli shabaab somali. Al Muhajiroun è guidato da Mohamed Kuno, leader degli integralisti nella regione del Juba nel mezzogiorno dell’ex colonia italiana, sulla testa del quale è stata messa una taglia di 20 milioni di scellini (200 mila euro). Al Muhajiroun è una sorta di branca operativa collaterale il cui compito è quello di organizzare attentati in Kenya e Tanzania.


Village Market Nairobi
Village Market Nairobi

3 aprile 2015
Si è saputo che nei giorni scorsi in Kenya sono stati sventati due attentati apparentemente organizzati da Al Muhajiroun. Il primo contro il centro commerciale Village Market di Nairobi, il secondo era stato pianificato contro il centro commerciale di Nyali, uno dei sobborghi di Mombasa, per le vacanze di Pasqua.

Venti giorni prima del micidiale attacco all'università di Garissa c’era stata un’avvisaglia assai preoccupante in Kenya. La polizia, su segnalazione dell'Intelligence, aveva bloccato un’auto con bordo jihadisti somali, il cui compito era quello di far esplodere il più bello, elegante e prestigioso centro commerciale di Nairobi.

Strada che da Garissa porta a Nairobi, 13 marzo pomeriggio.
Un’auto un po’ scassata viene fermata dalla polizia poco dopo la cittadina di Thika, famosa per le distese coltivate ad ananas di proprietà della Del Monte. Gli agenti circondano la vettura con molte precauzioni. Sanno che le due persone a bordo sono due aspiranti terroristi suicidi. Assieme a loro sull'auto c’è un arsenale: materiale esplosivo, munizioni e dispositivi elettronici utilizzati per far detonare ordigni al plastico.
La notizia viene tenuta riservata per evitare di provocare panico tra la gente, ma si viene a sapere che i due stavano progettando di fare esplodere la loro auto imbottita con esplosivi combinati (C4 e tritolo) di uso militare al Village Market, un complesso di negozi e centri di ricreazione prestigiosi, poco lontano dal compound delle Nazioni Unite, dove lavorano 5000 persone, la maggior parte delle quali straniere. Sarebbe stata una tragedia perché la bomba avrebbe prodotto uno scoppio quaranta volte superiore a quello di una auto-bomba devastante.

L’operazione antiterrorismo andata a buon fine il 13 marzo è stata condotta dalle tre agenzie di sicurezza dell’ex colonia britannica, i servizi di controspionaggio, la polizia antiterrorismo e l'Intelligence militare. Nel settembre 2013 i militanti somali shabaab (il nome completo è Harakat al-Shabaab al-Mujahideen) avevano messo a ferro e fuoco e distrutto il Westgate, il centro commerciale più moderno ed elegante di Nairobi. Ora stavano cercando di far fare la stessa fine a quello che ha preso il suo posto, il Village Market appunto.

Secondo un rapporto di Intelligence gli esplosivi di grande potenziale C4 e tritolo recuperati dai servizi di sicurezza che i due terroristi intendevano utilizzare è simile a quello sequestrato da una cellula sovversiva formata da cittadini iraniani, arrestati qualche tempo fa in Kenya e ora detenuti in un carcere quaggiù. Alcuni documenti declassificati rivelano che gli iraniani avevano intenzione di utilizzare la stessa miscela per “attacchi contro Israele, Stati Uniti, Regno Unito e Arabia Saudita”.
I due terroristi arrestati il 13 marzo appartenevano al gruppo Shabaab comandato da Adan Garar, ucciso nel tardo pomeriggio del 12 marzo da un drone americano all'attacco nella regione del Gedo, nel sud della Somalia ai confini con il Kenya. Adan Garar è stato indicato come uno degli organizzatori dell’attacco contro il Westgate del 2013, nel quale morirono 67 persone, almeno secondo il bilancio ufficiale.
Nei giorni scorsi il Pentagono ha confermato la morte di Garar, ucciso mentre si trovava nella sua auto nel villaggio Aqab-buul vicino la città di Diinsoor una delle roccaforti degli shabaab in Somalia. Un portavoce l’ha descritto come un “personaggio chiave” nell'organizzazione degli shabaab di cui era coordinatore delle operazioni esterne per perseguire gli obiettivi di Al Qaeda, cioè colpire gli interessi dell’Occidente e i suoi cittadini.


Truppe di assalto keniote.
Truppe di assalto keniote.

9 dicembre 2014
Kenya, il governo ha ordinato 500 omicidi mirati di terroristi.

La polizia del Kenya ha assassinato quasi 500 presunti terroristi, nel quadro di un programma di omicidi extragiudiziali sostenuto dalle intelligence di Israele e Regno Unito. Lo rivela un'inchiesta esclusiva della televisione panaraba Al Jazeera.
Gli agenti di quattro unità di unità di polizia anti-terrorismo del Kenya (ATPU) hanno detto che la polizia avrebbe assassinato persone sospettate di terrorismo su ordine del governo.
Gli omicidi, centinaia ogni anno secondo un agente ATPU, erano ordinati dal Consiglio di Sicurezza Nazionale del Kenya. "Da quando sono stato assunto, ho ucciso oltre 50 sospetti. Certamente, sono orgoglioso perché ho eliminato dei problemi", ha detto alla televisione un altro agente.
Secondo questi poliziotti ATPU, il sistema giudiziario in Kenya è debole e li ha costretti a ricorrere agli omicidi poiché la polizia non è in grado di produrre prove sufficienti per processare i presunti terroristi. "Se la legge non può funzionare, c'è un'altra opzione ... eliminare", ha spiegato un agente ad Al Jazeera.
Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta e i membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale - tra cui il vice presidente, il ministro della difesa e degli interni - hanno negato le accuse.
Secondo gli agenti ATPU, le informazioni che guidano Nairobi nel "programma di eliminazione" vengono fornite dai servizi segreti occidentali. Israele e Regno Unito offrono formazione, attrezzature e strumentazione per i poliziotti kenioti su come "eliminare" i presunti terroristi.
Anche Israele e il Regno Unito, precisa Al Jazeera, negano ogni coinvolgimento.


Massacro di cristiani in una cava nella zona Kormey a circa 10 miglia da Mandera.
Massacro di cristiani in una cava nella zona Kormey a circa 10 miglia da Mandera.

2 dicembre 2014
Il gruppo militante somalo Al-Shabaab islamico ha rivendicato la responsabilità per un massacro che ha lasciato almeno 36 morti, svolgevano il lavoro di cavatori vicino alla città keniota settentrionale di Mandera.
In una dichiarazione attraverso la pro-islamista Radio Andalus, Al-Shabaab rivendica l'uccisione di 40 kenioti cristiani per mano del gruppo chiamato "buon funzionamento". L'attacco è avvenuto nelle prime ore del mattino in una cava nella zona Kormey a circa 10 miglia da Mandera.
I membri della milizia una volta separati i lavoratori musulmani dai cristiani, hanno ucciso questi ultimi colpendoli alla testa o decapitandoli. Lo ha riferito il quotidiano Daily Nation citando fonti della sicurezza keniota. I militanti messo in guardia il governo del Kenya dall'uccidere musulmani innocenti, sottolineando che il gruppo avrebbe fatto tutto il possibile per rispondere a tali atti.
Il portavoce di Al-Shabaab, Ali Mohamud Furia, ha detto che l'attacco è stato parte di una serie di operazioni programmate in Kenya.
La mattanza è avvenuta a 10 giorni di distanza dall'attacco di Al-Shabaab ad un autobus uccidendo 28 dei suoi 60 passeggeri dopo aver identificato le vittime come non-musulmani. Le ultime operazioni terroristiche hanno avuto luogo dopo settimane di tensioni tra polizia e giovani musulmani a Mombasa, il più importante porto del Kenya e vicino alle principali mete turistiche.
Al-Shabaab, che ha annunciato nel 2012 la sua adesione formale ad Al-Qaeda, sta combattendo per stabilire uno stato islamico in Somalia.


Attacco ai danni di un pullman del trasporto pubblico a Mandera.
Attacco ai danni di un pullman del trasporto pubblico a Mandera.

22 novembre 2014
Attacco a un autobus in Kenya: presunti militanti del gruppo somalo Al-Shabaab avrebbero agito all'alba ai danni di un pullman del trasporto pubblico, a Mandera, nel nord del Paese. Saliti sopra al veicolo, i miliziani avrebbero fatto una vera e propria strage ai danni dei non musulmani: 28 i morti, ma ci sono anche diversi feriti. La notizia è stata confermata da fonti ufficiali.
I miliziani sarebbero stati un centinaio; hanno fermato il mezzo diretto a Nairobi. Secondo la Bbc, hanno poi riunito quelli che ritenevano non di religione musulmana, dando il via a una vera e propria esecuzione. La scelta è stata fatta a seconda che i passeggeri sapessero leggere o meno alcuni versi del Corano.
Sul bus, caduto nell'imboscata al confine con la Somalia, c'erano in totale circa 60 passeggeri, secondo un messaggio scritto su Twitter dalla Croce Rossa internazionale. Il capo della polizia del dipartimento di Mandera, Noah Mwavinda, ha detto: "Posso confermare che 28 passeggeri innocenti sono stati brutalmente uccisi dagli Shabaab". I funzionari di polizia hanno aggiunto che alcune delle vittime erano dipendenti pubblici che si dirigevano a Nairobi per le vacanze di Natale.
Al-Shabaab non ha smesso di compiere attentati in Kenya nonostante ai primi di settembre sia stato ucciso il leader Ahmed Abdi Godane da parte degli Stati Uniti, in un blitz aereo. Al suo posto è salito al potere Ahmed Omar, noto come Abu Ubeid.


I corpi ammassati delle vittime di Mpeketoni
I corpi ammassati delle vittime di Mpeketoni

16 giugno 2014
Nella notte tra domenica 15 e lunedì 16 giugno almeno 48 persone sono state uccise in un attacco compiuto da un gruppo di uomini armati a Mpeketoni, città sulla costa del Kenya a poco meno di 300 chilometri a nord di Mombasa.
L’attacco è stato poi rivendicato dal gruppo estremista Al-Shabaab, lo stesso che attaccò il centro commerciale Westgate a Nairobi lo scorso settembre facendo oltre sessanta morti. Nella notte gli shabaab hanno attaccato alcuni hotel e una centrale di polizia di Mpeketoni, e poi hanno incendiato alcuni edifici.
Secondo il sito del quotidiano locale Standard, i miliziani hanno rubato anche alcune armi e diversi mezzi dalla stazione di polizia e poi sono scappati verso la foresta. Il capo della polizia locale, Hamaton Mwaliko, ha detto a Reuters che gli uomini armati hanno compiuto l’attacco usando un furgone rubato nella vicina città di Witu. L’assalto, ha aggiunto il capo della polizia del Kenya David Kimaiyo, è avvenuto mentre gli abitanti di Mpeketoni e parte delle vittime stavano guardando una partita dei Mondiali in televisione.


Centro commerciale Westgate Nairobi.
Centro commerciale Westgate Nairobi.

21 settembre 2013
10 uomini armati hanno attaccato il lussuoso centro commerciale Westgate a Nairobi, uccidendo 67 persone e ferendone 175.
Il gruppo militante islamista Al-Shabaab ha rivendicato la responsabilità dell'attacco, in linea con i loro avvertimenti seguenti l'operazione "Linda Nchi" (ovvero "proteggere la nazione") in Sudan nel 2011-2012.
Una settimana prima dell'attacco, la polizia del Kenya ha dichiarato di aver interrotto nelle sue fasi finali la pianificazione di un grande attacco e di aver arrestato due persone con giubbotti esplosivi contenenti cuscinetti a sfera, granate e fucili d'assalto AK-47. I due sospetti erano nel quartiere residenziale Eastleigh della capitale Nairobi, conosciuto come la "Piccola Mogadiscio", dove risiedono immigrati somali. Una caccia all'uomo è stata lanciata anche per altri otto indagati.


Sabato 21 settembre 2013 alle ore 12 (ora locale, UTC +3), uomini armati con volto coperto hanno attaccato il centro commerciale Westgate nel quartiere Westlands di Nairobi, mentre aveva luogo un evento per bambini. Almeno 2 ore più tardi sono cominciati i combattimenti armati con i poliziotti. Un primo rapporto ha indicato che circa 80 persone sono rimaste intrappolate nel seminterrato, mentre la polizia scortava altri clienti cercando di catturare gli assalitori.
Il segretario generale della Croce Rossa del Kenya Abbas Gullet ha dichiarato che i soccorritori non hanno potuto raggiungere alcuni dei punti cruciali nel centro commerciale. Rob Vanijk, un dipendente dell'ambasciata olandese, ha riferito che mentre stava pranzando in un ristorante è iniziato l'attacco con granate seguito poi da spari. Altri testimoni hanno detto che l'attacco è iniziato presso il salotto esterno di Artcaffe di fronte al centro commerciale. Le ambulanze presenti nel centro commerciale hanno cominciato a soccorrere le prime vittime.
I rapporti hanno indicato la presenza di bambini feriti che sono stati scortati fuori dalle guardie di sicurezza trasportandoli con i carrelli. Un filmato della "TV Nation" ha mostrato decine di persone in fuga da un ingresso posteriore. Il corrispondente Marco Lui del giornale "Bloomberg" ha riportato un'intervista: "Abbiamo sentito un rumore al piano terra e la gente ha iniziato a preoccuparsi, quando è avvenuto il secondo scoppio la gente era in preda al panico".
Altri testimoni oculari hanno detto che oltre a granate, i militanti hanno utilizzato i fucili AK-47. Venti persone sono state salvate da un negozio di giocattoli al piano superiore, mentre una donna che scrive su Twitter con il nome di "Shirley Ghetto" si è nascosta sotto i materassi nel centro commerciale.
Quando le truppe dell'esercito del Kenya sono arrivate, hanno usato gas lacrimogeni per cercare di stanare gli attaccanti. Al calar della notte, il centro commerciale è rimasto chiuso al pubblico, mentre i servizi di sicurezza cercavano piano per piano gli uomini armati, che avrebbero potuto nascondersi con degli ostaggi. Il giorno dopo le sparatorie erano ancora in corso, mentre venivano liberati diversi ostaggi visibilmente scossi.
Un testimone oculare ha detto che gli aggressori dicevano di lasciare andare i musulmani e colpire solo i non-musulmani. Ad altri è stato chiesto "chi è la madre del profeta?" per distinguere i musulmani dai non-musulmani. Il Sergente Maggiore Frank Mugungu ha detto di aver visto quattro maschi e una femmina tra gli attentatori, tra cui un somalo, mentre altri potrebbero essere stati kenioti e di altre nazionalità. Testimoni affermano di aver sentito parlare arabo o somalo. Il Telegraph Sunday ha affermato di aver visto i documenti delle Nazioni Unite, che avvertivano il mese scorso di un "tentativo terroristico di larga scala".
Dopo diverse ore, al-Shabaab ha rivendicato l'attentato. Secondo il Kenya Capital FM un attaccante è segnalato per essere sfuggito dopo che un testimone lo ha visto mescolarsi con le vittime mentre venivano salvati: "L'uomo è di origine araba, ha cambiato i suoi abiti al primo piano e ha lasciato il centro commerciale con le vittime mentre venivano salvati, quando l'ho visto al di fuori dell'edificio ho detto alla polizia questo è uno degli uomini armati, non hanno ascoltato la mia supplica, ma mi hanno chiesto di uscire".

Molti Stati e Organismi sovranazionali hanno espresso solidarietà con il governo e il popolo del Kenya.
L'Italia neppure ha fatto le sue "condoglianze al governo del Kenya, e soprattutto ai familiari delle vittime", tanto meno ha rilasciato dichiarazioni di condanna del "barbaro atto"! 


Miliziani di al-Shabaab.
Miliziani di al-Shabaab.

Chi sono i miliziani di Al-Shabaab  (Vedi anche Al-Shabaab)

I miliziani di Al-Shabaab sono apparentati con Al Qaeda. Hanno iniziato a compiere esecuzioni e attentati in Kenya da quando soldati del Paese africano sono stati inviati in Somalia, nel mese di ottobre del 2011. Le autorità parlano di almeno 135 attacchi da allora, tra cui quello a Westgate Mall di Nairobi, con 67 morti, rivendicato proprio dai militanti e avvenuto nel settembre del 2013.
Il gruppo terroristico ha affermato di aver agito anche sulla costa del Kenya all'inizio di quest'anno, facendo 90 morti.
Le truppe keniote fanno parte della missione dell'Unione africana in Somalia, accorse per aiutare il fragile governo, sostenuto anche dalle Nazioni Unite. Proprio per combattere gli insorti di Al-Shabaab. E nonostante l'Unione africana alla fine abbia scacciato i miliziani da Mogadiscio, gli attacchi e le esecuzioni in Somalia e nei Paesi confinanti sono proseguite.
Le forze alleate stanno però compiendo progressi: di recente, hanno conquistato la città portuale di Barawe. Oltre duecento studenti sono scesi in piazza a Nairobi e Garissa per chiedere maggiore sicurezza, dopo che le milizie jihadiste somale Shabaab la scorsa settimana hanno massacrato 148 persone nel campus dell'università di Garissa. Gli studenti hanno colpito con le mani le auto, cantando "Voi non siete al sicuro, voi non siete al sicuro". Alcuni studenti portavano fiori, altri hanno acceso candele.
Il ministro dell'Interno del Kenya, ha dichiarato che uno dei terroristi era figlio di un funzionario di governo: "Si chiama Abdirahim Abdullahi e ha massacrato I giovani cristiani nella strage dell'Università di Garissa".


Casinò di Malindi
Casinò di Malindi

28 marzo 2013
Malindi. Commando di miliziani attacca il casinò: nove i morti

L’intenzione era di fare una strage, di massacrare il maggior numero di turisti. Una cinquantina di uomini armati, sospetti militanti del Mombasa Republican Council, alle due di questa notte (mezzanotte in Italia) ha attaccato il Casinò di Malindi, la stazione balneare keniota frequentata dagli italiani. Sette assalitori e due poliziotti sono morti. Un agente è gravissimo in ospedale. Un italiano, Marco Ascari, è stato ferito, sembra in modo non grave.
I presunti miliziani del MRC si sono presentati al cancello del villone che ospita il casinò e si nono nessi a sparare all'impazzata cercando di entrare nel giardino. Erano mascherati e in mano non avevano solo armi da fuoco ma anche panga, cosi chiamano i machete in Kenya.
La reazione degli agenti è stata immediata; il cancello è stato chiuso in tempo ed è cominciata una violenta battaglia, in strada che proseguita lungo il vialone principale della città, cui hanno partecipato gli agenti di rinforzo chiamati dai loro colleghi.
Alla fine sette assalitori sono rimasti sul selciato, assieme a due poliziotti. Un terzo trapassato da un proiettile è in fin di vita.
Il casinò di Malindi, che è stato chiuso fino a data da destinarsi, è gestito da un italo americano, Roberto (Bob) Cellini e dalla moglie Daniela, con interessi fino a Las Vegas.

Ma quello dei Cellini non è solo un casinò. In realtà funge anche da banca per molti italiani che arrivano in Kenya e depositano il loro denaro nella casa da gioco. Al Casinò di Malindi si può pagare in assegni, anche italiani o chiedere contanti presentando la propria carta di credito.
Qualche settimana fa anche Flavio Briatore ha aperto un nuovo casinò a Malindi in un'altra zona, a Casuarina, vicino al Lion in the Sun, la sua proprietà, dove sta costruendo un mega complesso turistico per super ricchi.
Ma il casinò di Briatore, almeno per ora, è poco frequentato. Gli habitué di Malindi preferiscono le loro vecchie sale da gioco, dove molti hanno lasciato interi patrimoni, e i turisti vogliono stare in centro e non andare da Briatore, un po’ fuori Malindi, dove, tra l’altro si paga l’ingresso.
Per anni Bob Cellini era riuscito a evitare che nascesse una nuovo casinò in concorrenza con il suo, anche grazie alla potente amicizia con i figli dell’ex presidente Daniel arap Moi, Gideon e Philip. L’arrivo sulla piazza di Briatore certamente non deve avergli fatto piacere.

Gli affari sulla costa keniota – celebrata dal film Nel Continente Nero con Diego Abatantuono – non vanno più a gonfie vele come in passato. La zona diventa ogni giorno meno sicura e si registrano con una certa frequenza assalti e rapine. I turisti, quindi prima di partire per Malindi, allettati spesso da offerte sicuramente vantaggiose, ci pensano su due volte, preferendo mete più tranquille, e anche più belle e affascinanti, come Zanzibar o le Seychelles.
by Africa Express


Porto di Malindi. Sullo sfondo il "Vasco da Gama Pillar"
Porto di Malindi. Sullo sfondo il "Vasco da Gama Pillar"

 

Resta inteso che, quelli sopra citati, sono solo alcuni degli episodi di violenza di questi ultimi anni. Bombe a mano e attentati dinamitardi hanno provocato morti e feriti in vari luoghi come ristoranti, mercati, autobus. Uomini armati hanno pure aperto il fuoco uccidendo persone nelle chiese, durante funzioni religiose. Stessa sorte hanno avuto persino alcuni posti di Polizia.

Al di la di ciò, resta comunque chiaro che il governo non riesce in alcun modo a contenere, né tanto meno a prevenire, attacchi terroristici da parte dei miliziani di al-Shabaab, che possono in qualsiasi momento colpire in ogni parte del Paese.
Non sono certo le distanze di Malindi da Garissa (347 Km), Mombasa (116 Km) e Nairobi (497 Km), a preservare il villaggio costiero e a permettere ai turisti di vivere una dimensione più umana. Immigrati somali abbondano anche a Malindi e certamente non ti vengono a raccontare come la pensino.
A Malindi non si è ancora parlato di terrorismo. Molti sono assalti ai turisti per catenine o cellulari commessi dalla microcriminalità, ma le rapine e le uccisioni avvengono per mano di feroci criminali comuni.

Peccato che certi "giornalai" si scordino di dire che si tratta di rapine a mano armata con un coltello puntato alla gola e più spesso con macete e kalashnikov, meglio noto come AK-47. Non sono esperienze del tutto entusiasmanti per un turista e che, per il buon nome di Malindi e gli interessi privati di coloro che cercano di promuovere il turismo a Malindi e dintorni, vengono alla luce solo quando ci scappa il morto!
C'è persino chi è pronto a giurare che non sia mai avvenuto un fatto di sangue, ma costoro al tramonto sprangano porte e finestre e come tutti pagano il servizio di sicurezza dalle 6 di sera alle 6 di mattina.
C’è stata una sparatoria, qualcuno è stato derubato e malmenato? Cosa vuoi che sia, tanto il turista, dopo i suoi sette giorni canonici di permanenza, chi lo rivede più. A Malindi non rimetterà più piede, quindi inutile parlarne!
Costoro cercano di confondere le acque dicendo: "Come in tutte le comunità italiane all'estero anche Malindi ha i suoi ex galeotti, qualche uomo d'affari non proprio raccomandabile e via dicendo. Qui sono arrivati amici degli amici della banda della Magliana, qualche bancarottiere fraudolento, e diverse "teste di legno"".
Farneticazioni e deliri di chi sa benissimo che, a parte le "teste di legno" e qualche "terrone leccaculo" della polizia, quei tempi sono finiti, morti e sepolti. 
Negli ultimi anni la situazione è decisamente degradata, non è più una meta idonea per investimenti, il malaffare e gli abusi di chi ha interessi a Malindi e dintorni sono all'ordine del giorno.

Malindi è ormai rassomigliante ad un "sepolcro imbiancato"!
Qui oltre alle "rapine nelle case, in cui si racimolano due telefonini, spiccioli di euro e qualche braccialetto", ci sono pure gli omicidi più efferati come quello dell'italiano Andrea Maffi ucciso a Watamu, aveva solo 40 anni. La dottoressa italiana Rita Fossaceca uccisa con un machete nell'Orfanotrofio di Mijomboni, aveva 51 anni.
Ma che ecatombe di italiani, pare che questi "attacchi" capitino solo a loro!
Fatti, questi, secondo voi, "bene informati", ma direi piuttosto "ipocriti", tutti viziati da "situazioni particolari". Il fatto è che non la "gente", ma gli italiani di Malindi vivono principalmente di turismo e la verità non può far altro che danneggiarlo!
Tutto quello che rimbalza e fa notizia anche in Italia, cercate sempre di stemperarlo o addirittura di non farne neppure menzione. È il caso, come qualcuno fa notare, degli incendi: dove sono bruciati 1 albergo e 260 abitazioni di turisti, la vostra conta dei danni si è ferma ad 1 albergo e 40 case.
Vi lamentate che il Ministero degli Esteri Italiano non smette di inviare comunicati "tendenziosi" sul Kenya in cui si sconsiglia di frequentare luoghi di aggregazione ed anche gli aeroporti, senza curarsi dell'effetto nefasto che possono avere sul turismo, quando, a vostro dire, gli attentati avvengono in luoghi assolutamente non frequentati da turisti e "soprattutto non per motivi legati all'islamismo estremo, ma per dispute politiche sulla costruzione del porto di Lamu e relativi interessi a livello di terreni". E concludete dicendo: "Certo, l'attenzione regna sovrana come in qualsiasi nazione che ospiti possibili islamici radicali", evidentemente voi vivete in un altro mondo!
"Ma il kenya sembra fare più notizia e sapete perché? Troppi interessi economici in questo paese con il PIL in crescita vertiginosa, e troppe aziende italiane che vorrebbero esportare il loro lavoro e i loro capitali a Nairobi e dintorni". Anche qui casca l'asino! Il PIL in Kenya è in "caduta vertiginosa" e nessuna azienda, tanto meno italiana, vorrebbe esportare lavoro e capitali a Nairobi e dintorni. Se si vocifera che una grande azienda, non certo tra le italiane poiché ormai inesistenti, ha interesse ad esportare i propri manufatti dal Kenya, il motivo è esclusivamente da ricercare nello sfruttamento della mano d'opera locale ed un sistema fiscale, se ben "oliato", di "manica larga".

Malindi: in front of Lawford's Hotel
Malindi: in front of Lawford's Hotel


Ma in fin dei conti, cosa ci viene a fare il turista a Malindi?

A Malindi c'è il mare, non certo la savana, laghi, isole o montagne. I mesi più indicati sono quelli in alta stagione, da dicembre a marzo (per gli affittacamere l'alta stagione è solo dicembre, quindi approfittatene). Ma non tutti i turisti sanno che le acque della costa di Malindi in alta stagione, di solito da dicembre a febbraio, diventano più torbide, a causa dei sedimenti fluviali ricchi di quarzo e pirite scaricati a mare dai 390 Km del fiume Athi-Galana-Sabaki, conseguenza del vento dominante, il kaskazi, in concomitanza con le piogge nella savana a nord di Nairobi.
Vedi nella sezione Malindi Beach, "l'Oceano si tinge di rosso", dalla foce del fiume sino al parco marino.
In verità (basta osservare il colore della sabbia) il Sabaki non trasporta solo quarzo e pirite dalla savana, ma tutto quanto, lungo il suo percorso di 390 Km, viene scaricato nello stesso o nei suoi affluenti in particolare dagli abitanti di Thika (vedi Quattordici Cascate), Nairobi ed i suoi slums, tra cui Kibera, Mathare Valley e Korogocho: un "mare di merda"!
Ma per chi è indicata una vacanza a Malindi? Certamente è confacente per chi affronta otto ore di volo con il solo scopo di praticare acquagym nelle vasche da bagno keniote, per le vecchie babbione del burraco o per chi cerca "compagnia" (vedi Cosa cercano gli Italiani a Malindi? e Beach Boys oggetti del desiderio) e per chi crede che il Kilimanjaro sia in Kenya.


"MALINDI? RIPULIRLA, DEMOLIRNE META’ E DARE SERVIZI, ALTRIMENTI E’ FINITA", questo il pensiero di Roger Jones, advisor del Ministero del Turismo incaricato di stendere in cinque mesi una relazione approfondita su come rilanciare il turismo in Kenya e rivoluzionare l’ente nazionale di promozione, non lascia scampo alla cittadina della Contea di Kilifi.
Ma in una visione più generale del Paese cosa dice la stampa estera come il quotidiano francese "le Monde" o il rapporto annuale 2015-2016 di Amnesty? Oltre a confermare le esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e altre violazioni dei diritti umani rivelate da Al Jazeera, hanno denunciato altri episodi di uccisioni illegali, stupri, violenze nei confronti di donne e ragazze (rimaste la prassi), nonché la promulgazione di articoli di legge contenenti disposizioni che limitano la libertà di parola e la libertà di stampa mettendo a rischio chiunque svolga inchieste, indagini o scriva articoli su tematiche riguardanti scandali di tangenti o corruzione. Il 10 novembre scorso, John Ngirachu, redattore degli affari parlamentari del Daily Nation, è stato arrestato da agenti del dipartimento indagini penali con l’accusa di aver violato la confidenzialità delle informazioni su una notizia che metteva in luce le discutibili spese del ministero dell’Interno.
La corruzione è la peste del Kenya. Imperante in ogni livello sociale è uno degli ostacoli più grandi che impedisce al Paese di svilupparsi. In effetti, è considerata una delle maggiori sfide che il popolo è tenuto a vincere per non rimanere un paese del terzo mondo. La corruzione colpisce in ogni dove, aumentando le diseguaglianze, scoraggiando i finanziamenti e gli aiuti esteri.
Ulteriori informazioni su Malindi e gli Italiani le potete ottenere leggendo la sezione Kenya Economia.
Personalmente vorrei informare i turisti che a Malindi il reato di calunnia è inesistente! Quindi se venite denunciati falsamente, in particolar modo dai locali, di un reato che non avete commesso, non sperate in una contro denuncia per calunnia! Quindi "mano al portafoglio" e cercate di chiudere la "questione" al più presto per non incorrere in guai più seri come il ritiro del passaporto (che impedisce il rientro nel proprio paese) o il carcere. Ricordo che non esistono Ambasciate o Consolati che possono "concretamente" intervenire. Molti italiani "residenti" ne sanno qualcosa a loro spese, e vivono nella speranza che capiti pure a coloro che, di fronte alle loro "disgrazie", rimangono del tutto indifferenti o, più realisticamente, sogghignano!
Quanto all'imprenditore Briatore, "è ben visto da tutti", cita DagoSpia. Ma chi l'ha mai visto in giro per Malindi negli ultimi 23 anni? Lo stesso dicasi per i suoi ospiti Vip che stanno agli "arresti domiciliari" al "Lion in the Sun" o al "Billionaire".
Come dicono all'"Osteria", «In Kenya, ma anche in Uganda e Tanzania, sta nascendo una classe media abbastanza facoltosa che ha voglia di divertirsi e di viaggiare. Il futuro di Malindi è nelle mani di questa gente».
Se volete la verità dovete sostituire la parola "Kenya" con "Nairobi" e cancellare "Uganda" e "Tanzania", almeno per oggi ed i prossimi 5 anni. Peraltro la "Tanzania" non rientrerà mai in questo schema, neppure quando il "Corno" si staccherà dal resto dell'Africa!

Cari Signori... il Kenya è uno degli angoli più belli e selvaggi dell'Africa sub sahariana, imprevedibile e capriccioso, spesso scomodo ma avventuroso, dove pace e violenza, splendore e miseria, bellezza e crudeltà sono le diverse facce di un’unica realtà. Ma se già occorre una buona dose di coraggio per vivere tra le sue bellezze ed i suoi squallori, nonché tra le sue contraddizioni, solo il turista più disinformato trascorrerà le sue vacanze a Malindi: il "buco del culo del Kenya"!


In fiamme il Dorado Cottages di Malindi
In fiamme il Dorado Cottages di Malindi

LA SICUREZZA ANTINCENDIO A MALINDI

7 luglio 2017
La sicurezza a Malindi è minata da sempre anche dagli incendi.
L'ennesimo è divampato nella prima serata di ieri al Sea View Resort di Malindi sulla Lamu Road.
Solo due motivi non hanno permesso che le fiamme si propagassero rapidamente al resto della struttura... ed oltre: i tetti non di makuti e la calma di vento, oltre all'operosità di coloro che sono accorsi in aiuto.
L'incendio è stato domato con secchiate d'acqua.
"È incredibile - ha commentato il manager italiano del Sea View - che in tutta Malindi non ci fosse un camion dei pompieri funzionante che potesse venire in nostro aiuto". Erano tutti "fuori uso"!
Ancor più eclatante, il fatto che anche le autopompe dell'aeroporto di Malindi non erano disponibili, perché in manutenzione. Vano ogni commento sulla trasformazione della pista di Malindi in aeroporto internazionale.

 

17 aprile 2018
Nella zona turistica di Casuarina a Malindi sono andati in fumo il popolare Dorado Cottages e il Kenga Giama House, da cui sarebbe partito il fuoco.
Il Dorado Cottages, gestito dal tour operator Viaggi di Atlantide, è andato quasi completamente in cenere.
Secondo i testimoni, le fiamme sarebbero partite da un albergo che si trova di fronte, la Kenga Giama House, per un corto circuito elettrico, e a causa del forte vento, si sarebbero propagate velocemente.
L'autopompa dei vigili del fuoco è arrivata addirittura da Kilifi, poiché entrambi i mezzi di Malindi, per diversi motivi, non erano utilizzabili. Una vecchia storia che si ripete quasi ogni volta. In ogni caso, quando i solerti pompieri di Kilifi sono giunti sul posto, era ormai troppo tardi. E i sistemi antincendio obbligatori? In Kenya sono un optional!

 

26 settembre 2018
Il Breeze Point Hotel di Malindi, proprietà di milioni di scellini, è stata distrutta dopo l'esplosione di un incendio.
Il direttore Grave Laika ha dichiarato di aver spento il fuoco con l'aiuto dei residenti. Parlando con i giornalisti sulla scena, Laika ha aggiunto che i pompieri sono arrivati in ritardo e senza acqua.
Laika ha accusato il governo della contea e il dipartimento antincendio di lassismo.
L'incendio è stato domato pompando acqua dalla piscina.