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Malindi di male in peggio!


Jihadisti in Kenya.
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Macabro. Musulmano si rivolge a Dio.
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La scuola di Chakama dove si è tenuta l’udienza sul rapimento di Silvia Romano
La scuola di Chakama dove si è tenuta l’udienza sul rapimento di Silvia Romano

14 novembre 2019

SILVIA ROMANO. MISTERO SULLA SORTE DI UNO DEI PRESUNTI RAPITORI: FUGGITO O UCCISO?

 

Il 24 ottobre 2019 tutto era pronto da giorni nel villaggio di Chakama per una nuova udienza del processo a tre dei presunti componenti della banda di criminali che rapirono la sera del 20 novembre 2018 la volontaria italiana Silvia Romano.
Come accadde lo scorso 29 luglio per l’apertura del processo, data la quantità di testimoni da ascoltare e la difficoltà di recuperarli e trasportarli alla Corte Giudiziaria di Malindi, ma anche per farli sentire a proprio agio nel loro habitat naturale, l’udienza prevista per giovedì 24 ottobre, avrebbe dovuto tenersi nella scuola elementare del villaggio dell’entroterra malindino dove la giovane milanese fu rapita.
Invece quel giorno a Chakama era tutto tranquillo come sempre, non c'erano né il Pubblico Ministaero Alice Mathangani né tanto meno il Giudice Julie Oseko oltre ovviamente ai tre cittadini kenioti “alla sbarra”, Moses Luwali Chembe, Abdulla Gababa Wario e Ibrahim Adan Omar, che dallo scorso 2 settembre sono accusati di terrorismo.
Le nuove udienze erano state rinviate, ufficialmente per “motivi tecnici”, a metà novembre, le date quelle di giovedì 14 e venerdì 15 novembre.

Oggi 14 novembre 2019 uno dei presunti rapitori di Silvia Romano è scomparso, si è volatilizzato e ha violato le consegne che lo obbligavano a ottemperare agli ordini del tribunale, cioè a presentarsi alla polizia ogni tre giorni. Ma non si esclude che sia stato ucciso per impedirgli si rivelare quello che sa sul sequestro della ragazza milanese. Ibrahim Adhan Omar venerdì scorso ha firmato l’ultima volta il registro delle presenze (procedura prevista dalla cauzione) e poi è sparito.
Era stato arrestato il 10 dicembre dell’anno scorso, venti giorni dopo il rapimento di Silvia, in un covo terrorista di Al Shabaab (i miliziani islamici somali legati ad Al Qaeda), armato di mitra, munizioni e granate, a Bangali, una cittadina nei pressi di Garissa (vicino al confine con la Somalia), famosa perché il 2 aprile 2015, i fondamentalisti islamici nel campus dell’Università, trucidarono 148 studenti e ne ferirono settantanove. Ciononostante Ibrahim aveva ottenuto il permesso di pagare una cauzione per restare fuori dal carcere.

Oggi la prevista udienza a Chakama è cominciata, con 4 ore e mezza di ritardo e si è conclusa in meno di mezz'ora. Si è tenuta lì, in mezzo al nulla, perché secondo la ragione ufficiale, come già detto, i testimoni non avrebbero avuto i soldi per raggiungere la sede del tribunale di Malindi.

Alla sbarra i tre accusati, Moses Luwali ChembeMoses Lwali Chembe, a piede libero per aver pagato la garanzia, un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, Abdulla Gababa Wario, in carcere, anche lui keniota, ma della tribù Orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro) di origine somala, e poi Ibrahim Adan Omar, libero su cauzione, il più pericoloso: ritenuto la mente organizzativa del sequestro.
Ma quest’ultimo non si è presentato provocando l’irritazione della giudice Julie Oseko (sic!), che ha chiesto al legale di Ibrahim cosa pensasse dell’assenza del suo cliente. L’avvocato Samsung Gekanana ha allargato le braccia e scosso la testa.

Ibrahim Adhan Omar è uscito dal carcere perché la cauzione è stata pagata il 28 giugno scorso da Juma Seleiman Lomba, il padre di un presunto terrorista arrestato a Kwale, vicino Mombasa, in marzo. Il parere della procuratrice, Alice Mathangani, e del capo della polizia, Peter Muthiti, era stato negativo perché temevano la fuga del sospettato. Invece la Corte aveva deciso ugualmente di concedergli il beneficio della cauzione. Il risultato è che Ibrahim è fuggito o è stato ucciso portandosi dietro i segreti di un rapimento piuttosto anomalo.
Scopo dell’udienza doveva essere quello di ascoltare i testimoni che hanno assistito al ratto, o comunque avevano informazioni importati per individuare i rapitori. Nessuno di loro è stato ascoltato nel merito. Piuttosto, tre di loro hanno chiesto la parola al giudice Oseko ed esternato alla Corte monocratica il loro timore di essere uccisi: "Chakama è un piccolo centro e ci conosciamo tutti. Per favore – hanno implorato – concludete questo processo in fretta. Abbiamo paura che qualcuno voglia ucciderci per tapparci la bocca. Ma non solo, ormai viviamo in un clima di sospetto che sta distruggendo i rapporti tra di noi". Affermazioni che hanno sottolineato il clima di terrore che si respira a Chakama.

Invito i lettori a riflettere sul fatto che, nonostante la legge non preveda cauzioni per accuse di terrorismo, il giudice le aveva concesse!
I motivi sono incontrovertibili: tolto il diritto di uscire dal carcere su cauzione, i tre accusati del rapimento di Silvia Romano sarebbero finiti dietro le sbarre (si fa per dire: il penitenziario di Malindi è un lager a cielo aperto che avrebbe fatto sciogliere le lingue più incollate).
Per altro verso il giudice ha voluto lasciare aperta la possibilità che, una volta pagate le cauzioni, le "bestie umane" una volta libere, sarebbero state alla mercé di chiunque
, non certo di chi avrebbe voluto cucigli la bocca per sempre, bensì dando ad un padre la possibilità di potersi "relazionare" con costoro, al di là del reciproco rispetto di diritti, doveri e metodi convenzionali, nella trasgressione dell’etica e della comune morale che avrebbe potuto sfociare in pulsioni, anche le più becere, disgustose e turpi, ma pur sempre legittime nel caso in questione. In Kenya oltre a truffare e depredare, facendola franca, si può distruggere una "belva umana" anche togliendogli la vita, certi quasi sempre di non pagare pegno.
Così, nella speranza che Silvia, nel giorno del suo ultimo compleanno stesse ancora chiedendo aiuto, il sottoscritto scriveva al padre Enzo Romano, ma costui ha preferito continuare ad avere piena fiducia nella Farnesina e rimanere sordo al mio invito a ricorrere a metodi se anche non proficui, almeno più soddisfacenti, anche se la vice ministra degli Esteri Emanuela Del Re, che si trovava a Nairobi, non si è neppure degnata di assistere all'udienza odierna. Altresì raccapricciante l'ostinato silenzio della famiglia.
Non rivelare nessun dettaglio di quanto è accaduto e limitarsi a frasi di circostanza, come quelle contenute nei comunicati della Farnesina, mina ancora di più il prestigio delle istituzioni di un paese in balia della deriva del sudiciume (con la "p" minuscola) i cui parlamentari ed i governi che si susseguono parlano dell'Africa sub-sahariana e di questi proto-umani con 47 cromosomi, invece di 48, nel loro corredo diploide (inutile dire che l'uomo ne ha 46), come se li vedessero dal balcone di casa loro.


Il processo è stato rimandato al 20 novembre, giorno dell’anniversario del rapimento.

Non è certo fatuo pensare che, prima o poi, anche le altre due "belve" non si presenteranno alla sbarra!

 

Clicca qui per tutti i precedenti articoli sul rapimento

 


Il nuovo Kwajiwa Market a Malindi
Il nuovo Kwajiwa Market a Malindi

9 settembre 2019

IL NUOVO E ULTRAMODERNO MERCATO DI KWAJIWA A MALINDI

 

I commercianti di Malindi hanno emesso un sospiro di sollievo in seguito all'apertura del mercato ultramoderno di Kwajiwa, sino ad oggi popolarmente conosciuto come "mercato vecchio".

Il progetto è stato avviato dal governo di Kilifi e consentirà agli operatori di trasferirsi dal ciglio della strada dove hanno operato in rifugi temporanei per diversi anni. La costruzione, costata 80 milioni di scellini, era stata ritardata per più di quattro anni.
Ne trarranno vantaggio oltre 300 venditori. Il nuovo mercato ha un sistema di drenaggio e strutture di sicurezza. Esistono altri spazi aperti che possono ospitare un numero maggiore di fornitori.
La contea riabiliterà il vecchio mercato in seguito alle lamentele dei commercianti che stanno subendo perdite dovute al calore in eccesso derivante da una scarsa ventilazione. Sarà inoltre ampliato per accogliere più venditori, ma ciò sarà possibile solo dopo che gli esercenti si saranno allontanati dalla strada.
Il mercato ha anche un'area per i commercianti di pesce e carne e altre bancarelle al primo piano. "Abbiamo sofferto a lungo. Quando ha piovuto, siamo stati costretti a costruire strutture temporanee. Le merci andavano a male, ma la nuova area è buona e conveniente per gli affari", ha dichiarato Alice Atieno, la presidente del mercato di Kwajiwa.
Il mercato di Kwajiwa è un sito di attrazione turistica chiave in quanto fornisce merci ad hotel e case private. Chissà se in un prossimo futuro manterrà la medesima attrattiva dello storico crocicchio di coloratissime baracche traboccanti di frutta tropicale, verdura d'ogni genere e spezie. Assi di legno marcio traballanti, teloni di plastica o tessuto come copertura che a fatica tengono la pioggia, cunicoli stretti e ombrosi con percorsi dissestati tra corallo e fango!


Isola di Manda
Isola di Manda

5 settembre 2019

LEONI IN AGGUATO SULL'ISOLA DI MANDA

 

Sembra incredibile, ma gli abitanti di Manda, una delle isole più grandi dell'arcipelago di Lamu nella costa nord del Kenya, da giorni durante la notte sentivano strani ruggiti provenire dalla parte più boscosa dell'isola.
Già due settimane fa un agricoltore si era rivolto alla polizia giurando di aver visto un leone allontanarsi dalla sua fattoria dopo aver sgozzato una capra, ma evidentemente non gli avevano creduto.
Qualche mattina fa in molti hanno trovato le prime carcasse di asini e mucche divorate da quelli che non possono essere altro che leoni, come riferisce il quotidiano Daily Nation.
"Sono arrivati dalla Boni Forest e hanno attraversato il canale di Manda con la bassa marea, spinti dalla fame - sono certi i pescatori di Manda - e ora minacciano le nostre mandrie e le famiglie".
Nei villaggi dietro alla parte turistica di Manda, che oltre all'aeroporto ospita prestigiosi resort tra cui lo splendido Majlis, ora è scattato il coprifuoco e c'è timore anche a far andare i bambini a scuola di giorno.
Il Kenya Wildlife Service ora è finalmente sul posto con i suoi ranger per cercare di localizzare i felini e riportarli sulla terraferma. Il mese scorso nella stessa isola c'era stato un allarme serpenti e anche in quel caso le paure degli abitanti non si erano rivelate infondate.
by malindikenya.net

Gola Inferiore (Ol Njorowa Gorge). Parco Nazionale di Hell's Gate
Gola Inferiore (Ol Njorowa Gorge). Parco Nazionale di Hell's Gate

4 settembre 2019

HELL'S GATE CHIUSO A TEMPO INDETERMINATO

 

Il Parco Nazionale di Hell's Gate a Naivasha è stato chiuso fino a data da destinarsi.
Questa la decisione presa di comune accordo dalle autorità locali e dal Ministero del Turismo dopo la tragedia che domenica pomeriggio è costata la vita a sette persone nel canalone Ol Njorowa, uno dei famosi canyon che da sempre costituiscono una delle attrazioni turistiche del parco.

Le piogge di questi giorni peraltro, oltre ad aver reso problematiche le ricerche ed il recupero dei corpi dei turisti di origine indiana rimasti intrappolati dal fango e annegati, sono il motivo principale della sospensione.
Nel frattempo è stata aperta un'inchiesta per accertare eventuali responsabilità. Fari puntati sul Kenya Wildlife Service e sulla decisione di far svolgere le escursioni nel canyon nonostante i precedenti di alcuni anni fa.


Tuskys Malindi
Tuskys Malindi

4 settembre 2019

APERTURA SUPERMERCATO TUSKYS A MALINDI

 

Aperto a fine agosto il supermercato della catena Tuskys a Malindi, nello spazio dell'Oasis Mall in Lamu Road lasciato libero recentemente dall'Ocean Grocer e precedentemente dall'ormai dimenticato Nakumatt, prima del fallimento a livello nazionale.
Finalmente una buona notizia ed un punto di riferimento per lo shopping in città.


Tribunale di Malindi
Tribunale di Malindi

3 settembre 2019

PROCESSO SILVIA ROMANO. RINVIATO AD OTTOBRE

 

Le nuove accuse di terrorismo ai tre imputati hanno di fatto azzerato tutto, cambiando le regole processuali e dettando nuove disposizioni.
L’avvocato di Moses Luwali Chembe, Abdulla Gababa Wario e Ibrahim Adan Omar (entro il 16 ottobre, così è stato stabilito dal Giudice della Corte di Malindi Julie Oseko) dovrà accettare di difendere i suoi assistiti dalla nuova accusa di terrorismo. In caso contrario il processo non avrà luogo e si procederà con le sentenze.

Nonostante la legge non preveda cauzioni per accuse di terrorismo, nel frattempo però Moses potrà tornare in libertà vigilata, perché sono state emesse le nuove cauzioni che portano per tutti e tre a 3 milioni di scellini (circa 26 mila euro) la cifra da versare per non attendere dietro le sbarre la prossima udienza. Gli altri due invece difficilmente potranno corrispondere tale somma. Adan oltretutto era già fuori dopo aver pagato 500 mila scellini, ma adesso dovrebbe aggiungerne altri 2 milioni e mezzo o raggiungere la stessa cifra fornendo a garanzia titoli di proprietà di terreni (come nel caso dello stesso Moses).
Per Moses c’è l’obbligo di non lasciare i confini della Contea di Kilifi, se non dopo averne fatto richiesta al Giudice della Corte di Malindi. Tutti e tre dovranno anche presentarsi nei prossimi giorni a deporre presso l’ufficio dell’Unità Anti Terrorismo della polizia keniota.
Data l’importanza del nuovo processo, sono state già fissate le eventuali date di ripresa delle udienze, durante le quali dovranno essere ascoltati almeno quindici testimoni. 24 e 25 ottobre a Chakama e 14 e 15 novembre a Malindi.


Silvia Romano
Silvia Romano

30 agosto 2019 - Aggiornamento

PROCESSO SILVIA ROMANO. NUOVO RINVIO

 

All'odierna udienza il Public Prosecutor Alice Mathangani ha proposto di estendere anche ai primi due componenti della banda portati a processo, Moses Luwali Chembe e Abdulla Gababa Wario, l’accusa di terrorismo che invece è già stata formulata nei confronti di Ibrahim Adan Omar, trovato in possesso di armi, i famosi AK47 che potrebbero essere quelli utilizzati dai malviventi che rapirono la volontaria milanese.

Il Giudice della Corte di Malindi Julie Oseko si è riservata di accettare il cambio dei capi d’imputazione il prossimo lunedì 2 settembre in mattinata, dopo aver preso visione delle motivazioni.
Tra i motivi che hanno portato a formulare tale accusa, vi sarebbero anche le dichiarazioni rese dagli accusati riguardo alla presunta "cessione" della ragazza ad un'altra organizzazione criminale. Nel frattempo però ha ordinato la revoca della libertà su cauzione, riportando in carcere Moses e Adan.
Secondo l’accusa stante il probabile nuovo capo d’imputazione potrebbero costituire un pericolo per la sicurezza nazionale ed influenzare in qualche modo i testimoni che verranno a deporre durante la prossima udienza, fissata probabilmente per la prossima settimana.

Ora, e solo ora, dopo nove mesi dal rapimento, la Procura di Roma fa emergere un particolare inedito: l'ipotesi, smentita dal governo somalo, che Silvia sia stata portata in Somalia sulla base di alcuni contatti telefonici avvenuti dopo il rapimento, proprio tra gli autori materiali del sequestro direttamente in quella zona. Sequestro che altresì si ipotizza sia avvenuto su commissione.

Ora potete cogliere i frutti delle investigazioni svolte dalla Intelligence italiana (sic!)

 

30 agosto 2019 - Aggiornamento approfondito

PROCESSO SILVIA ROMANO. NUOVO RINVIO

 

Tolto il diritto di uscire dal carcere su cauzione per i tre accusati del rapimento di Silvia Romano, Abdulla Gababa Wario, Moses Lwali Chembe e Ibrahim Adhan Omar. Il primo era già dietro le sbarre (si fa per dire: il penitenziario di Malindi è un lager a cielo aperto che dovrebbe fare sciogliere le lingue più incollate).

La proposta di negare il beneficio del deposito di garanzia è stata avanzata durante l’udienza che si è tenuta oggi al tribunale di Malindi, dalla procuratrice Alice Mathangani e dall'investigatore della polizia di Malindi, Peter Muirithi, in ragione della pericolosità dei tre imputati. La sospensione della cauzione è stata temporaneamente accettata. I legali dei due imputati hanno presentato ricorso e così il 2 settembre si terrà un’ulteriore udienza per stabilire se sia corretta la decisione di negare la scarcerazione su deposito. Dovrebbe esserlo perché, tra l’altro, la procuratrice nelle sue richieste è stata ancora più pesante: ha proposto alla giudice, Julie Oseko, di cambiare anche il capo di imputazione per gli accusati, Moses, Gababa e Ibrahim: sequestro di persona per fini di terrorismo. Un’incriminazione per la quale il diritto alla cauzione non è contemplato.
Il 2 settembre si dovrebbero decidere anche le date delle prossime udienze di merito e su quello la giudice Oseko è stata durissima intimando agli avvocati: ”Dovete arrivare con tutti i documenti pronti: voglio fare in fretta. Niente cincischiamenti o perdite di tempo”.

Non è estraneo alla decisione di togliere il diritto alla cauzione il fatto che a pagarla per Ibrahim Adhan Omar sia stato Juma Seleiman Lomba, un oscuro sarto che vive nella foresta a oltre trecento chilometri da Malindi, nel villaggio di Makongeni, distretto di Kwale, nei pressi di Mombasa. Particolari che generano parecchi interrogativi. Per altro anche chi ha pagato la somma dell’equivalente di 26 mila euro per Mose Lwali Chembe sono un sedicente nonno che dichiara di guadagnare 50 euro al mese e un altrettanto sedicente zio da cento euro.
Ma non solo. Non è chiaro perché a Ibrahim, arrestato a Garissa e trovato in possesso di armi da fuoco, che si sospetta siano state usate durante l’azione per rapire Silvia, sia stata chiesta una cauzione di soli 500 mila scellini (più o meno 4.400 euro), mentre a Moses e a Gababa, accusati solo di aver comprato le motociclette a cavallo delle quali quel maledetto 20 novembre il commando è arrivato a Chakama (il villaggio dove Silvia è stata rapita), sono stati chiesti, appunto, 3 milioni di scellini, cioè 26 mila euro circa.

Peraltro, secondo le indagini sul sequestro di Silvia, coordinate dal sostituto procuratore di Roma, Sergio Colaiocco, quando a metà luglio gli investigatori kenioti sono giunti a Roma per colloqui con i loro colleghi italiani hanno raccontato che probabilmente la ventitreenne milanese è stata portata in Somalia.
Se subito dopo il sequestro questa ipotesi era stata scartata, giacché troppo pericolosa per i sequestratori e per l’ostaggio, e perché le fonti più disparate sentite nell'ex colonia italiana (compresi gli investigatori della missione dell’Unione Africana) avevano negato la presenza della ragazza, ora prendono un minimo di consistenza. Ma è aperta un’altra pista: che Silvia sia stata portata in Tanzania. Un’ipotesi che è stata avanzata proprio dopo aver analizzato il documento che indica nel sarto di Makongeni, centro molto vicino ai confini con la Tanzania, l’uomo che ha pagato la cauzione per Ibrahim. Peraltro a Makongeni, villaggio di poche anime, il signor Juma Seleiman Lomba nessuno lo conosce!

by Africa Express


Silvia Romano
Silvia Romano

21 agosto 2019 - Aggiornamento

RIMANDATO IL PROCESSO AI RAPITORI DI SILVIA ROMANO.

 

La prossima udienza per il processo che vede imputati i presunti rapitori di Silvia Romano – la volontaria italiana rapita a Chakama, un villaggio a un centinaio di chilometri da Malindi – si terrà il 30 agosto 2019. Ma sarà un incontro solo per fissare la data della prossima udienza di merito.

Oggi al tribunale di Malindi, il magistrato, signora Julie Oseko, ha ottenuto l’unificazione dei due processi, il primo che vede alla sbarra Ibrahim Adhan Omar (processato il 19 agosto con un nulla di fatto) e il secondo che vede imputati Abdulla Gababa Wario e Moses Luari (processati il 29 luglio, con un rinvio dell'udienza ad oggi).

Questo vuol dire però che è tutto da rifare, interrogare nuovamente gli stessi testimoni che sono già stati sentiti (ben 17) e ripartire da zero  con un unico ed intuibile obiettivo: allungare i tempi processuali e mantenerli al passo con la politica italiana che al momento, in piena crisi di governo, non ha nulla da offrire in cambio.

 

29 luglio 2019
SILVIA ROMANO... SECONDA UDIENZA!

 

Già, perché la prima udienza del processo ai due cittadini kenioti accusati di essere componenti della banda di otto malviventi che la sera del 20 novembre 2018 assalì uomini, donne e bambini del tranquillo villaggio di Chakama, autori dell’ormai tristemente noto rapimento della “volontaria” Silvia Romano, si sarebbe dovuta tenere alla Corte di Malindi, ma infine si è optato per trasferire la giornata inaugurale del processo proprio dove tutto ebbe inizio, nel villaggio di Chakama nell'entroterra malindino, dove è stata allestita un’improvvisata aula di tribunale nella locale scuola elementare.
La decisione sembrerebbe stata presa per dare la possibilità al magistrato di poter ascoltare tutti i testimoni di quella tragica sera, compresi coloro che sono stati feriti dai primi colpi di fucile AK 47, prima dell’irruzione nella stanza che ospitava Silvia Romano. Molti di loro, per mancanza di risorse, non avrebbero avuto la possibilità di presentarsi a Nairobi, ma anche semplicemente a Malindi.

Oggi, la seconda giornata del processo si è tenuta invece alla Corte della cittadina costiera in maniera inaspettata perché in un primo tempo il processo, secondo le indicazioni delle Istituzioni keniote, riprese dai media dopo l’incontro del 12 luglio scorso a Roma tra il Procuratore Generale keniota Noordin Haji e il Pubblico Ministero titolare dell'indagine aperta a Roma, Sergio Colaiocco, avrebbe dovuto tenersi a Nairobi.
Alla sbarra due indiziati: Abdulla Gababa Wario, keniota della tribù Orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro) di origine somala, veniva dal carcere dove è rinchiuso, e Moses Luari Chende, un keniota giriama (l’etnia che abita sulla costa del Paese), che invece è arrivato (e finito il processo è andato via) con le sue gambe. Quest’ultimo, secondo gli atti a disposizione, era stato arrestato subito dopo il sequestro di Silvia, il 20 novembre dell’anno scorso, ma subito rilasciato dopo aver pagato un’ingente cauzione: tre milioni di scellini, l’equivalente di 25 mila euro.
Una cifra enorme da queste parti, particolarmente depresse, dove il salario medio sfiora i mille euro all'anno. Alcuni giornalisti kenioti presenti al processo si domandavano come Moses avesse potuto raccogliere quella montagna di denaro. Un interrogativo che fa supporre che ci sia qualcuno di ricco e forse importante dietro la manovalanza che ha compiuto il sequestro. Qualcuno che ha ordinato il rapimento e ha pagato la cauzione e che potrebbe farlo tacere per sempre.
Un terzo indiziato, accusato di aver preso parte al sequestro, Ibrahim Adan Omar, sarà giudicato a parte in un caso differente. Secondo gli inquirenti perché è stato catturato lontano da Chakama, e vicino a Garissa, durante un’altra operazione di polizia ed è stato trovato in possesso di armi da fuoco. Il suo processo comincerà il 19 agosto.

Gli odierni imputati sono accusati del rapimento di Silvia Romano e di ridurla in schiavitù con lo scopo di costringere l’ambasciata italiana a pagare un riscatto come condizione per il suo rilascio. Accuse gravissime che prevedono come pena massima anche l’ergastolo.
Ma l'uomo della strada si domanda: "Come mai i rapitori vengono processati – secondo le accuse – per aver chiesto un riscatto all'Italia, quando costoro non si sono mai fatti vivi con le autorità italiane?"
Il silenzio stampa chiesto dalle autorità italiane e dalla famiglia di Silvia è disarmante ed inquietante perché potrebbe nascondere altri obbiettivi e non quello dichiarato secondo cui parlare della vicenda farebbe deragliare le indagini. Le indagini che non vengono svolte – è lapalissiano – non possono deragliare!
Se così fosse - cioè una richiesta di riscatto inesistente - la posizione degli imputati sarebbe di fatto affievolita. In caso contrario perché le autorità italiane e non solo tacciono! Forse per imbastire una trattativa che dura ormai da otto mesi? Trattativa, poi, guidata da chi, quando è dato per certo che il ministro degli esteri italiano, i carabinieri del ROS, i servizi segreti ed i diplomatici italiani non sono mai stati operativi sul territorio keniota, oltre al fatto che a malapena sanno che il Kenya si trova in Africa!
Secondo gli inquirenti della polizia di Malindi le autorità italiane non sono neppure a conoscenza del capo di imputazione sopracitato, tanto è vero che nessuno dell'Ambasciata italiana o del Consolato si è fatto vivo al processo.
Pur ammettendo l'esistenza di una trattativa, quindi, questa non potrebbe essere condotta se non dalle autorità keniote, vista la profondità di cotanta ignoranza geopolitica e culturale di quelle italiane circa il Paese in questione. Ma è risaputo che il Kenya non solo sta al primo posto dei Paesi africani per corruzione ed al sesto nel mondo, tanto che dal 1895 nulla è mai stato dato senza ricevere niente in cambio: i lettori nel prosieguo capiranno! (Vedi anche: Latitanza nella Ibiza del Kenya)

L’udienza di oggi si è svolta in swahili. L’aula del tribunale dove si è svolta l’udienza era piena di gente. Ma c’erano solo due bianchi: l’inviato speciale di Africa ExPress e del Fatto Quotidiano, Massimo Alberizzi e il corrispondente della RAI, Enzo Nucci. Ci si aspettava di vedere anche qualche diplomatico italiano o qualcuno dei carabinieri del ROS o magari uno degli uomini dei servizi segreti. Nulla di tutto questo. Non c’era nessuno! È interessante riuscire a capire se dietro questo caso anomalo si celano interessi diversi da quelli della giustizia.
La pubblica accusa affidata a una donna, Alice Mathangani, ha incalzato i testimoni con domande precise e pertinenti. Anche la giudice, signora Dr. Julie Oseko, sembrava soddisfatta, mentre l’avvocato di Moses, Tonia Mwania, una signora elegantissima con un paio di scarpe tacco 15, è apparsa piuttosto contrariata. Il particolare delle scarpe non vuol essere un pettegolezzo, ma piuttosto un dettaglio per indicare come la parcella della legale debba essere piuttosto consistente.
Il processo è stato aggiornato al 21 agosto 2019.

Infine sembra che gli inquirenti kenioti si siano finalmente impegnati seriamente sulla questione. Questo solo perché hanno bisogno della collaborazione degli italiani per svelare il caso di corruzione che sta inquietando la politica dell’ex colonia britannica, quello delle tre dighe che la CMC di Ravenna avrebbe dovuto costruire. Per ora, secondo le accuse, la CMC è stata abile soltanto a fare sparire 600 milioni di dollari. I giudici di Nairobi hanno emesso un mandato di cattura contro Paolo Porcelli, amministratore delegato dalla CMC (vedi Scandalo dighe in Kenya). Un segnale che in cambio i kenioti sono pronti a consegnare alla giustizia italiana i rapitori di Silvia? La corruzione in Kenya, infatti, un tempo prerogativa dei colonialisti britannici, da diversi anni è diventata terreno fertile anche per gli imprenditori italiani.

Vedi TUTTI I PRECEDENTI ARTICOLI SUL RAPIMENTO

Resta ancora oggi il mistero assordante sulla sorte di Silvia! Speriamo, quantomeno, stia ancora invocando aiuto!


La Winny House di Watamu, dove la coppia di Macerata svolgeva la propria attività turistica
La Winny House di Watamu, dove la coppia di Macerata svolgeva la propria attività turistica

28 giugno 2019
INVECE DI AIUTARE I BAMBINI, GESTIVANO RESORT TURISTICO NEI PRESSI DI WATAMU

 

Eccoci di nuovo alle prese con un altro volontariato spurio, ma questa volta a farne le spese è il contribuente italiano, perché i due pretesi benefattori, i maceratesi Massimo Alimenti e la moglie, Nadia Montecchiari, sono entrambi dipendenti, in Italia, dell’Agenzia delle Entrate che si sono visti notificare il licenziamento in tronco, per palese violazione del contratto d’impiego.
I due avevano chiesto all'Agenzia per cui lavoravano, un’aspettativa per ragioni umanitarie, che in quanto tale, è stata loro concessa. La Onlus per cui i due marchigiani avrebbero dovuto prestare la propria opera, è la Tupende Pamoja di Timboni una località nell'hinterland della nota località turistica di Watamu sulla costa nord del Kenya.
La dirigenza locale dell’Istituzione fiscale italiana, ha invece scoperto che i due coniugi possedevano (o gestivano) nella stessa cittadina, un piccolo resort turistico denominato Winny House, molto ben illustrato nel sito, con piscina e bar sulla spiaggia. Benché la direzione della struttura fosse dichiarata a carico di un certo Mumba, cittadino keniota, le prenotazioni e gli incassi che ne derivavano, erano gestiti, con efficiente disinvoltura, dalla signora Nadia Montecchiari che istruiva i clienti a versare gli importi in vari conti bancari italiani, a volte intestati a lei, a volte in nome del figlio o del marito, incassi che sono rimasti sconosciuti, sia al fisco italiano, sia a quello del Kenya. Situazione, questa, quantomeno singolare, visto che a crearla sono stati proprio due funzionari istituzionalmente preposti al controllo e all'esazione dei tributi dovuti allo Stato.
Fonti attendibili hanno riferito che anche la onlus di Timboni, Tupende Pamoja sarebbe in qualche modo collegata all'attività dei maceratesi, perché fino a poco tempo fa, prima che l’Agenzia delle Entrate pervenisse al licenziamento, l’offerta della Winny House era contenuta nello stesso sito di Tupende Pamoja (tradotto dallo swahili: “Amiamoci Insieme”), la onlus presieduta da Alessandra La Baiocchi, una signora romana di circa cinquant'anni.

Profondamente amaro il dover rilevare che il ripetersi di questi episodi, in un’area così sensibile come quella della solidarietà umana, continua a gettare fondato discredito sulle centinaia di analoghe istituzioni senza scrupoli che affermano impunemente di svolgere la propria opera con sacrificio e dedizione.
Restano del tutto encomiabili o deprecabili, fate la vostra scelta, le "missioni" di questi pescecani, mentre quella massa di italiani dabbene, senza metterci un quattrino, continua pedissequamente ad ostentarne lo scopo "umanitario" (sic!).

Leggi anche Italia un Paese in balia della deriva del sudiciume.


Devastante incendio a Malindi - 10 aprile 2019
Devastante incendio a Malindi - 10 aprile 2019

10 aprile 2019
MALINDI. MEGA INCENDIO CON DECINE DI VILLE IN CENERE

 

La sicurezza a Malindi è minata da sempre anche dagli incendi. L'ennesimo, e di vaste proporzioni, è divampato nella tarda mattinata di oggi nella zona residenziale di Casuarina.
Il forte vento che soffiava parallelamente alla strada principale di Casuarina ha fatto sì che l'incendio si propagasse all'interno, nel quadrilatero compreso tra Mahogani Road e Tamarind Road, interessando le altre strade (Moringa e Acacia) dove sono ubicate decine di ville private, compound, bed and breakfast e boutique hotel, prevalentemente di proprietà di italiani.
African House, Upeponi, Villa Albachiara, Nyumba Ya Mbuyu (uno splendido luxury boutique hotel) sono tra le strutture completamente rase al suolo dall'impeto delle fiamme spinte dal forte vento e alimentate dalle sterpaglie secche della stagione calda, prima delle piogge.
Non a caso gli incendi più devastanti a Malindi e sulla costa sono avvenuti in questo periodo.
Come spesso accade, l'unità di vigili del fuoco di Malindi si è rivelata completamente inefficiente. Dopo due ore e mezzo dall'incendio, i due mezzi dei pompieri sulla strada di Casuarina, oltretutto a poche centinaia di metri dall'accaduto, giacevano immobili nella rimessa. L'unico mezzo al lavoro, dopo un'ora abbondante dal divampare del fuoco, è giunto da Kilifi. Molte delle abitazioni in questo periodo non sono abitate, chi invece era presente nelle case è riuscito a malapena a salvare le poche cose care, ma c'è anche chi ha perso tutto, ma proprio tutto, in questo disastro.

Come sempre, e come capita in tutto il mondo, gli sciacalli sono in agguato: qui hanno le sembianze dei disperati del quartiere povero di Muyeye che sorge alle spalle della zona residenziale di Casuarina. Da lì provengono soprattutto giovani e si propongono di aiutare giardinieri e houseboy delle case private e dei piccoli resort e b&b della zona. C'è chi fa irruzione nelle ville e se ne esce con qualsiasi cosa sia riuscito a recuperare, ma non per salvarla, bensì per salire su un boda-boda (le motociclette taxi) e tornare alla sua baracca di fango e lamiera. Poi si aggiungono giovani esagitati che lasciano la loro "occupazione" di beach e street boys. Disperati che per comprarsi alcool e droga rischiano le fiamme e escono dalle case con televisori, computer, materassi. E via su un boda boda. C'è chi invece chi è talmente fatto anche per rubare e si accontenta di una birra saccheggiata da un frigo.
In ogni situazione dove alla più desolante miseria fa riscontro l’opulenza di residenze ricche, succederebbe lo stesso e forse anche di peggio.
La polizia intanto, all'angolo tra Neem Road e Ebony Road cerca di disperdere gli avvoltoi e i curiosi, mentre i pompieri arrivati da Kilifi concentrano i loro sforzi su Ferrara House e Upeponi, nella zona da dove si dice sia partito il corto circuito che avrebbe causato l’inferno senza precedenti per Casuarina.
Stanotte saranno in tanti a dormire a casa di amici, in hotel, in situazioni di fortuna.
Per fortuna non ci sono vittime né feriti, anche perché spesso le lacerazioni del cuore e dell'anima non vengono considerate tali.
by Malindikenya.net


Il governatore di Nairobi Mike Sonko
Il governatore di Nairobi Mike Sonko

 

 

 

 

 15 dicembre 2018 - 25 gennaio 2019
IL GOVERNATORE DI NAIROBI CON LA PASSIONE PER IL RAP E LE AUTO PLACCATE D’ORO

“The flamboyant governor”

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La volontaria ventitreenne Silvia Romano, fotografata sulla spiaggia di Likoni, rapita due mesi fa nel villaggio di Chakama
La volontaria ventitreenne Silvia Romano, fotografata sulla spiaggia di Likoni, rapita due mesi fa nel villaggio di Chakama

25 gennaio 2019
KENYA. SUL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO BOCCHE CUCITE MENTRE LE RICERCHE ANNASPANO

Di seguito tutti i precedenti articoli sul rapimento

 

La famiglia e la Farnesina preferiscono il silenzio.
Sono passati più di due mesi dal rapimento della "cooperante" milanese Silvia Romano e le trionfalistiche dichiarazioni della polizia keniota, rilasciate all'indomani dell’evento, si sono rivelate per quello che erano: grossolane e avventate boutade, non supportate da alcun rilievo oggettivo. Oggi, l’incresciosa vicenda di cui Silvia è rimasta vittima, resta avvolta in un plumbeo e angoscioso mistero. I massicci arresti effettuati, che pareva comprendessero anche uno dei presunti rapitori, hanno prodotto un macroscopico nulla. Tacciono i media, tace la Farnesina e tacciono o sproloquiano le autorità locali. Un silenzio inquietante pieno di interrogativi.
Il silenzio è una strategia. Spesso giusta, come è stato per molti ostaggi salvati dai negoziati riservati e dai riscatti mai confessati. Talvolta inutile, anzi controproducente, come fu per il povero Giovanni Lo Porto e come stanno dimostrando i desaparecidos ormai persi nella memoria: il bresciano Sergio Zanotti, rapito fra Siria e Turchia nell'aprile 2016; il missionario cremonese Luigi Maccalli, preso in Niger lo scorso 18 settembre; padre Paolo Dall’Oglio, sequestrato a Raqqa cinque anni e mezzo fa.
Di questi italiani si torna a parlare solo quando ne rapiscono altri, ma a tutti i familiari viene chiesto dal governo italiano sempre, immancabilmente, di tacere.
Per Silvia Romano, al silenzio italiano s’è contrapposto in queste settimane la loquela keniota, incontenibile, spesso fuori luogo. Dietro ogni svolta annunciata, c’è stato regolarmente uno schianto contro il muro del nulla: capi della polizia prodighi d’annunci («siamo vicini!»), di rassicurazioni («è viva!»), d’indicazioni («è ancora in Kenya!»), il tutto senza mai un elemento di prova che andasse oltre il proclama. Investigatori ora rimossi, ora richiamati. Dichiarazioni che non dicevano molto e qualche agente che consigliava, addirittura, di ricorrere agli stregoni e alla magia nera. Dispiego di droni che nessuno ha mai visto, di elicotteri che decollavano solo per trasportare le autorità locali. Decine d’arrestati, rilasciati in poche ore.
L’ultima speranza d’una «svolta» viene dalle parole del procuratore di Nairobi, Noordin Haji, che a una delegazione italiana d’avvocati s’è in realtà limitato a manifestare l’intenzione di «procedere in maniera più decisa» nelle ricerche. Stiamo a vedere. Per adesso, è emerso solo il pasticcio delle indagini. Con cinquanta giorni di ritardo, le autorità si vantano d’avere messo il coprifuoco in un’area di 40 mila km quadrati com'è la valle del fiume Tana, abitata qua e là solo da contadini e pastori, dominata da grandi clan familiari che diffidano della polizia, non collaborano e non si sognerebbero mai di rompere l’omertà. Gli investigatori sono sicuri che la banda con l’ostaggio non sia emigrata in Somalia. Ci sono 700 km di confine e solo quattro punti di controllo, andare di là è la cosa più semplice. E infine, ricordate i tre ricercati, «gli autori materiali del sequestro a Chakama», sui quali il governo africano aveva messo una taglia di quasi 25 mila euro? Il figlio d’uno di loro, Yusuf Kuno Adan, dice che in realtà suo padre è morto sei mesi fa e ha mostrato in tv il certificato del decesso. Non è detto che sia autentico, perché nei municipi kenioti è facile pagare pochi scellini per avere questi documenti, ma la notizia non è stata mai smentita.
Ma allora in Kenya su che cosa indagano, se stanno indagando? E su che cosa si tratta, se si sta trattando?

Intanto, lo scorso giovedì, la polizia del Kenya ha tratto in arresto, il ventiquattrenne milanese Gian Marco Duina, anche lui "cooperante", trovato, insieme all'amica Jessica Todaro, mentre girovagava a Ngao, un villaggio del Tana River, considerata zona ad alto rischio e soggetta a coprifuoco. I due giovani erano in possesso di semplici visti turistici che non consentivano loro di prestare altre attività all'infuori di quella prettamente vacanziera. I due sono stati rilasciati il giorno successivo e ci si augura faranno tesoro di questa sgradevole esperienza.

Il mese scorso, nel pericoloso Burkina Faso, sono scomparsi il padovano Luca Tacchetto e la sua amica canadese Edtith Blais di 30 e 34 anni. Anche loro operavano per conto di una Onlus attiva in Togo, Paese che i due giovani intendevano raggiungere con la proprio auto che, partita da Padova, aveva attraversato Francia, Spagna, Marocco, Mauritania e Mali per raggiungere il Burkina Faso, da cui, dopo una breve sosta, sarebbero ripartiti per la destinazione finale.

Impossibile non rilevare un certa disinvoltura nell'affrontare esperienze di volontariato in Paesi poveri, politicamente instabili e soggetti a continui scontri tribali. Sono oltre trenta gli italiani persone rapite negli ultimi dieci anni mentre si trovavano all'estero. In maggioranza si è trattato di "volontari e cooperanti" di organizzazioni umanitarie, che, pur se animati da lodevoli intenzioni, mostrano una scarsa conoscenza delle problematiche e dei rischi che si accingono ad affrontare.
Per quanto riguarda il Kenya, chiunque venga come "volontario o cooperante", deve essere segnalato alle autorità locali e ottenere l’ufficiale riconoscimento di tale status. Quanto accaduto a Silvia Romano, Gian Marco Luina e Jessica Todaro, legittima dunque, l’insorgere di qualche dubbio sulla superficialità con cui varie ONG, gestiscono l’invio di "volontari e cooperanti" in Kenya, visto che questi sembrano trovarsi allo sbaraglio senza riferimenti né assistenza logistica. C’è il sospetto che Silvia sia entrata in Kenya con visto turistico, cosa che non avrà fatto molto piacere alle autorità keniote.

Va detto inoltre, che la ONG Africa Milele, di cui fa parte Silvia Romano collaborava con la signora Tiziana, contitolare del bar-ristorante Karen Blixen di Malindi, che in realtà si chiama Mariangela Beltrami, la quale, insieme al suo convivente e contitolare, Roberto Ciavolella, è oggetto di un procedimento giudiziario presso il tribunale di Latina, per frodi ammontanti a oltre tre milioni di euro, che loro, in qualità di promoter finanziari, avrebbero sottratto a ignari investitori.
In effetti, le investigazioni degli inquirenti nei confronti di Mariangela Beltrami e Roberto Ciavolella, sono iniziate nel 2013 a seguito delle denunce sporte da alcune delle loro vittime, ma poiché i due erano già riparati in Africa, non è stato finora possibile notificare il procedimento a loro carico, peraltro già rinviato più volte e la cui prossima udienza è stata fissata ad aprile di quest’anno. Se quest’ultima notifica non potrà essere effettuata in tempo utile, le imputazioni rivolte ai due indiziati, andranno fatalmente in prescrizione ed è a dir poco curioso che l’Italia, tramite la sua rete consolare, riesca a notificare in Kenya una multa per divieto di sosta e non sia capace, invece, a fare altrettanto per un ben più grave reato di frode, visto che a Nairobi c’è un ambasciatore, Alberto Pieri, così come anche a Malindi c’è un console onorario, Ivan Del Prete, che sanno benissimo dove i due indiziati vivono e lavorano. (Vedi anche: Il console onorario di Malindi mi ha derubato!)
Fino alla sentenza di terzo grado, non si può parlare di colpevolezza, ma la presidente di Africa Milele, Lilian Sora, nel frattempo ha voluto fornire una versione per creduloni: “Sì, avevo sentito delle voci sui gestori del Karen Blixen e la stessa Tiziana mi aveva genericamente parlato di cause legali in corso, ma solo recentemente ho appreso dai media dell’esistenza di procedimenti giudiziari a loro carico in Italia”.
Contrariamente a quanto dichiarano alcune testate giornalistiche, basta mettere piede a Malindi per comprendere che l’humus in cui vive la comunità italiana non è poi “così variegato e complesso che anche chi vi abita da diversi decenni, stenta a sviscerarne tutti i risvolti” . (Vedi: Latitanza nella Ibiza del Kenya - Malindi di Male in peggio!)

Ma sull'incresciosa vicenda di Silvia Romano, c’è la testimonianza di Davide Ciarrapica che a Likoni, a sud-ovest dell'isola di Mombasa, gestisce l’Onlus “Orphan Dream” dove, lo scorso agosto la volontaria milanese aveva fatto la sua prima esperienza in terra d’Africa: “Era un po’ riluttante a seguire le regole, voleva uscire la sera mentre noi chiediamo di non rientrare dopo le dieci perché anche Likoni è una zona molto pericolosa, soprattutto di notte. Ovviamente chi voleva uscire, ne aveva diritto, ma lo faceva a proprio rischio. A Chakama, dove era stata gli ultimi venti giorni, diceva di aver trovato degli amici ed è per questo che ci è voluta tornare, nel suo secondo viaggio, malgrado l’avessimo fortemente sconsigliata, ma lei ha risposto che a Chakama si sentiva libera, poteva uscire con i locali e alzarsi al mattino quando voleva. La mia idea, ma è del tutto personale, è che ad organizzare il rapimento sia stato qualcuno che le era molto vicino, perché sono andati a colpo troppo sicuro. Mi dispiace tantissimo per Silvia e spero che possa essere presto liberata”.
Silvia è una ragazza di ventitré anni, con i desideri e gli entusiasmi della sua età e vuole vivere in pieno la propria giovinezza. Forse a Chakama aveva trovato un “ganzo”, ma non si può sostenere che l’esuberanza giovanile le abbia fatto meritare l’atrocità di cui è stata vittima. Neppure si deve però cadere nell'insulsa retorica della sua santificazione. Silvia è una ragazza normale, né santa, né colpevole.
Purtroppo il nome di Silvia è destinato pian piano a scivolar via, a perdersi nel vento, e la dimenticheremo, povera ragazza.


Silvia Costanza Romano rapita da uomini armati nella contea di Kilifi
Silvia Costanza Romano rapita da uomini armati nella contea di Kilifi


11 dicembre 2018
ARRESTATO UNO DEI TRE SOSPETTI COLLEGATI AL RAPIMENTO DI SILVIA ROMANO AVVENUTO LO SCORSO 20 NOVEMBRE A CHAKAMA NELLA CONTEA DI KILIFI


La polizia di Tana River ha arrestato uno dei tre sospetti legati al rapimento della volontaria italiana Silvia Romano a Kilifi il mese scorso.
Il comandante della Costa AP, James Akoru, ha confermato che il sospetto Ibrahim Adan Omar è stato arrestato domenica sera verso le 19:00 a Bangale, nella contea di Tana River.
"Un fucile AK-47, due caricatori e 100 munizioni sono stati recuperati dal sospetto", ha detto una fonte della polizia che ha rifiutato di rivelare dove costui è detenuto.

Altri sospetti nominati dalla polizia nel sequestro della sig.ra Romano sono Yusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi che sono ancora in fuga.
By Daily Nation

Osservazioni

 

Se gli albergatori e coloro che, a vario titolo, hanno interessi per difendere Malindi, la sua rispettabilità e, nel tentativo di promuovere il turismo, affermano che "il silenzio africano fa bene alle indagini", pur augurandomi una conclusione positiva della vicenda, la fine di un incubo per la famiglia e per la ragazza stessa, resto nell'assoluta convinzione che il silenzio non porti nulla di buono poiché, comunque vada, alla povera Silvia rimarranno ferite indelebili, dovute al trauma psicologico, che si cronicizzeranno fino a comprometterne la vita stessa. La vita di Silvia si modellerà cercando di fuggire da situazioni, persone e luoghi che potrebbero innescare emozioni sperimentate in luogo del trauma vissuto. Certo Silvia non tornerà mai più in Africa, ma lei stessa, come molti di voi, non riusciranno a trovare un perché o non vorranno ammetterlo, seppur lapalissiano.

Naturalmente le autorità italiane hanno imposto il silenzio stampa che certo non giova a risolvere in fretta la situazione ma, al contrario, a prolungarla nel tempo. Lontano dagli occhi vigili e indiscreti dei giornalisti si può fare di tutto, per esempio trattare all'infinito per strappare condizioni migliori per il rilascio, anche se ciò vuol dire lasciare una giovane ragazza indifesa in balia di incontrollabili rapitori e addossare loro responsabilità di fallimenti di trattative e patteggiamenti ai banditi. Secondo chi scrive invece la riservatezza totale serve esclusivamente a non danneggiare il turismo dei pecoroni disinformati.

Paradossalmente, pur vivendo nell'era dell’informazione, la maggior parte delle notizie a cui abbiamo accesso sono spesso interessate, ingannevoli, oltre che comunicate da persone ignoranti, disinformate, ipocrite e simulatrici.
Questo è in larga parte dovuto alla tendenza del dilagare del passaparola o delle recensioni e commenti che troviamo sul web ed in particolare sui social network.
Senza prenderci la briga di controllare la loro effettiva veridicità, diamo così per scontato che questo tipo di informazione, facilmente reperibile, sia vera; mentre invece dovrebbe essere considerata semplicemente come “intrattenimento” per “comari da cortile”.
In sociologia questo fenomeno prende il nome di Argumentum ad Populum o, più volgarmente, "Effetto Carrozzone" e consiste nel credere che, se molte persone pensano nello stesso modo o dicono le stesse cose (che poi sono quasi sempre riportate da altri), allora le sensazioni rispecchiano la realtà e le narrazioni riportano la verità.

Le persone informate possono decidere, le persone disinformate “credono” di decidere!
L’importanza dei mezzi di comunicazione è enorme. Ai fini di una scelta ponderata è indispensabile l’informazione, che è semplicemente contrapposta alla rappresentazione illusoria del mondo e da cui dipendono i vostri consensi e preferenze e di conseguenza le vostre decisioni.
Conoscenza vuol dire potere. Non lasciate che la forza di un algoritmo insondabile orienti la vostra mente e indirizzi le vostre scelte in ogni campo. Manipolazioni, distorsioni e prevaricazioni sono dietro l'angolo con lo scopo di fuorviare il pubblico generalista.

I giovani come Silvia sono carenti di informazione e questa mancanza la si trova nel turismo di massa specie se rivolto al continente africano dove la sicurezza (prendendo un argomento a caso) non è un optional!

Circostanze da valutare con attenzione:
La distanza in linea d'aria tra Chakama e la Riserva Nazionale di Boni è di 254 Km, un territorio a dir poco impervio, attraversato dai fiumi Galana e Tana, che i rapitori avrebbero percorso a piedi.
Bangale, nella contea di Tana River, dove il sospetto Ibrahim Adan Omar è stato arrestato domenica 10 dicembre 2018, è molto distante dall'ipotetico tragitto intrapreso dai rapitori da Chakama alla foresta di Boni, segno che il gruppo si è diviso.
Disarmante resta il fatto che nessuna informazione sia trapelata dopo l'arresto di uno dei tre rapitori, stante il fatto che la polizia keniota ha fama di esercitare forme molto convincenti per ottenere informazioni durante gli interrogatori.
Se Silvia dovesse finire nelle mani dei militanti di Al-Shabaab, al di là della presunta lotta religiosa del gruppo più volte messa in discussione dalla detenzione di donne prigioniere come schiave del sesso proprio all'interno della foresta di Boni, le cose non volgerebbero al meglio, in quanto cristiana.

Silvia Romano. La "cooperant" italiana ancora dispersa in Kenya
Silvia Romano. La "cooperante" italiana ancora dispersa in Kenya


9 dicembre 2018
RISULTA ANCORA DISPERSA LA "COOPERANTE" ITALIANA SILVIA ROMANO

La polizia "chiude" la foresta di Boni alla ricerca dei rapitori.

Sono passate più di due settimane da quando uomini armati hanno sequestrato la "cooperante" italiana Silvia Romano, ma poco si è sentito parlare di dove si trovasse o del suo benessere.
La polizia rimane tuttavia ottimista sul salvataggio della giovane ventitreenne milanese, anche se le operazioni di ricerca si intensificano all'interno e intorno all'ampia foresta di Boni in cui "si dice" che i suoi rapitori siano scomparsi.
Una squadra di sicurezza composta da unità di polizia ed esercito ha dichiarato di aver isolato la foresta di Boni e le aree confinanti con le contee di Lamu, Garissa e Tana in cerca dei banditi che hanno anche ferito cinque persone a Chakama durante l'imboscata.
Le fonti di polizia sul territorio credono che i rapitori possano ancora nascondersi nella foresta o in uno qualsiasi dei "manyattas" (insediamenti tipici caratterizzati da un recinto comune) che punteggiano il vasto entroterra di Garsen, nella contea del fiume Tana.
"I rapitori sono nascosti nella contea di Tana River e mancano di mezzi di trasporto dopo che le loro due motociclette, danneggiate nella foresta, sono state recuperate dalla polizia", ha dichiarato una fonte in condizioni di anonimato.
La polizia crede che la sig.ra Romano sia ancora viva nelle mani dei sequestratori in seguito alle segnalazioni degli allevatori della comunità Orma di aver visto la donna nella foresta indossare abiti "buibui" (un pezzo di stoffa nera indossato come scialle dalle donne musulmane, specialmente nella costa est africana).
La fonte ha anche respinto le possibilità che i rapitori avrebbero condotto la sig.ra Romano in Somalia. "Sospettiamo che si nascondano da qualche parte nella foresta aspettando che il caldo si spenga prima di procedere con il loro viaggio."
Finora, i detective della Polizia antiterrorismo di Nairobi si sono accampati nel Tana River e nelle contee di Kilifi per guidare le indagini.
Il coordinatore regionale della costa Bernard Leparmarai ha risposto alle preoccupazioni che l'operazione stava impiegando troppo tempo affermando che le condizioni meteorologiche avverse e la scarsa comunicazione avevano influito sulla missione.
Allo stesso tempo, il sig. Leparmarai ha detto che alcune persone collegate al rapimento sono state arrestate e stanno collaborando con la polizia alle indagini, indagini che si estendono alle contee di Garissa e Lamu.
Lo afferma anche l'emittente Ntv: "La polizia keniota ha arrestato un alto ufficiale del KWS (Kenya Wildlife Service, il servizio parchi), nell'ambito delle indagini sul rapimento della volontaria italiana, Silvia Romano". Questo arresto segue quello di un sergente del KWS, Abdullahi Bille, e di suo fratello, sospettati di legami con i rapitori. Si ritiene che Silvia, rapita il 20 novembre, sia prigioniera nella zona della contea meridionale di Tana Delta.
"Attualmente non posso commentare di più sull'indagine e lasciare che le forze di polizia possano fare il loro lavoro", ha aggiunto il sig. Leparmarai, "crediamo che i rapitori siano criminali" estorsori " che potrebbero aver intenzione di vendere la sig.ra Romano ai terroristi di Al Shabaab".

Ivan Del Prete, il console onorario italiano in Kenya con sede a Malindi, ha rifiutato di commentare la questione. "Riguardo al caso su cui si sta indagando, l'Ambasciata italiana a Nairobi è tenuta alla massima discrezione per il bene dell'indagine", ha risposto in un messaggio.

La foresta di Boni è una riserva nazionale per la conservazione della flora e della fauna che si trova nella contea di Garissa. La riserva copre un'area di 1.339 km² (517 miglia quadrate) ed è gestita dal Kenya Wildlife Service. È stata dichiarata nel 1976 come santuario della stagione secca per gli elefanti nell'ex distretto di Ijara, poi divenuto distretto di Lamu e in Somalia. Sfortunatamente, la popolazione di elefanti è stata notevolmente ridotta dal bracconaggio.
Il 28 dicembre 2010, il Dipartimento di Stato degli Affari Consolari degli Stati Uniti ha incluso la Riserva nazionale di Boni nell'elenco delle aree del Kenya che i viaggiatori americani dovrebbero evitare a causa del terrorismo e del crimine violento.
La riserva di Boni fa parte della foresta costiera a mosaico di Zanzibar-Inhambane settentrionale ed è un'eco-regione caratterizzata da una foresta tropicale di latifoglie, che insieme al mosaico di Zanzibar-Inhambane meridionale formano la regione chiamata foreste costiere dell'Africa orientale facente parte della lista Global 200 delle eco-regioni prioritarie per la conservazione.
Gli erbivori che vivono nella regione includono l'Ippopotamo (Hippopotamus amphibius), il Potamocero (Potamochoerus larvatus), il Facocèro (Phacochoerus africanus), il Bufalo africano (Syncerus caffer), la Silvicapra (Sylvicapra grimmia), il Topi (Damaliscus lunatus) e il Cobo (Kobus ellipsiprymnus). I carnivori comuni nella riserva sono il vulnerabile Licaone (Lycaon pictus) e il Protele (Proteles cristata). Sebbene estremamente rari, nella riserva vi sono anche gli Elefanti africani (Loxodonta africana).

Come parte della foresta costiera dell'Africa orientale, possiede specie di uccelli caratteristici delle foreste costiere dell'Africa orientale, e specie minacciate a livello mondiale come il Sokoke Pipit, la Pispola di Sokoke (Anthus sokokensis).

Il governo del Kenya ritiene che la Riserva nazionale di Boni sia diventata un nascondiglio adatto per Al-Shabaab, un'organizzazione terroristica con sede in Somalia. Ciò ha portato a diverse invasioni armate della riserva da parte delle Forze di difesa del Kenya e della Polizia del Kenya.

Una veduta aerea dell'estesa foresta di Boni nelle contee di Lamu, Garissa e Tana River.
La fitta foresta era precedentemente frequentata da ricercatori e ambientalisti a scopo di ricerca grazie al suo ricco ecosistema.
Un territorio che i locali hanno utilizzato per decenni dipendendo interamente dalla foresta per il loro sostentamento. Gli indigeni sono tradizionalmente cacciatori e raccoglitori di frutti selvatici.
La foresta si estende fino al confine con la Somalia e ora è un noto santuario per i militanti di Al-Shabaab che lo usano come trampolino di lancio per le incursioni a Lamu e nelle contee vicine, tra cui Garissa e il fiume Tana.

Ufficiali di sicurezza che pattugliano l'estesa foresta di Boni nella contea di Lamu
Ufficiali di sicurezza che pattugliano l'estesa foresta di Boni nella contea di Lamu
La foto mostra come le forze di difesa del Kenya (KDF) si vestano nella foresta di Boni quando combattono contro Al-Shabaab
La foto mostra come le forze di difesa del Kenya (KDF) si vestano nella foresta di Boni quando combattono contro Al-Shabaab
26 settembre 2018 - I soldati delle forze di difesa del Kenya (KDF) hanno ucciso, nella foresta di Boni, 10 militanti Al-Shabaab mentre altri sono fuggiti con ferite da arma da fuoco
26 settembre 2018 - I soldati delle forze di difesa del Kenya (KDF) hanno ucciso, nella foresta di Boni, 10 militanti Al-Shabaab mentre altri sono fuggiti con ferite da arma da fuoco

Dakatcha Woodland
Dakatcha Woodland


28 novembre 2018
LA RICERCA DI SILVIA ROMANO

 

L'emittente NTV ha diffuso la notizia che Silvia Romano è stata vista con i suoi rapitori nel villaggio di Bombi, a circa 100 chilometri a ovest della città di Malindi.
Gli abitanti del villaggio hanno confermato alla polizia di aver visto la ragazza due giorni fa entrare nella foresta con i suoi rapitori, tre uomini già identificati e ora ricercati dalla polizia.
Le ricerche della 23enne milanese continuano a tambur battente nella zona boschiva di Dakacha (o Daketcha) a nord di Baricho, nel profondo entroterra della costa keniota, dove la polizia starebbe preparando l'offensiva finale per la liberazione della giovane. L’operazione non sembra affatto facile considerando che si tratta di un territorio impervio e molto vasto.
Le ricerche proseguono senza sosta anche grazie all'aiuto delle comunità locali, mentre le autorità avrebbero avviato trattative con i componenti del commando che ha in ostaggio la ragazza, anche grazie alla mediazione della moglie di uno dei rapitori arrestata dalla polizia qualche giorno fa nel villaggio di Tarasaa a Garsen, nella contea di Tana River.

Il villaggio di Bombi è salito alla ribalta delle cronache, nel 2010, per la realizzazione di un ponte sospeso sul fiume Galana-Sabaki di 112 metri, il più lungo del suo genere in tutta l'Africa. Prima che fosse costruito, la gente veniva attaccata e uccisa dagli ippopotami e i coccodrilli avevano pasti facili, banchettando sia con gli abitanti del villaggio che con i loro animali mentre attraversavano il fiume.

Dakatcha Woodland Important Bird Area (IBA) si trova vicino alla città di Malindi, sulla costa del Kenya. Le foreste e i boschetti di Dakatcha Woodland immagazzinando acqua, proteggono il suolo, ospitano animali e piante uniche, compresi gli uccelli a rischio di estinzione globale e forniscono servizi ambientali e benefici diretti alla popolazione locale.
Nel febbraio 2012, l'ente per il controllo dell'ambiente del Kenya (NEMA) ha rifiutato il permesso per un progetto sui biocarburanti che avrebbe potuto distruggere completamente Dakatcha Woodland. Dakatcha Woodland Important Bird Area (IBA) si trova vicino alla città di Malindi, sulla costa del Kenya. Le foreste, i boschetti e le foreste del Dakatcha Woodland immagazzinando acqua, proteggono il suolo, ospitano animali e piante uniche, compresi gli uccelli a rischio globale e forniscono servizi ambientali e benefici diretti alla popolazione locale. Vedi: Il console onorario di Malindi mi ha derubato!
Kenya Jatropha Energy Limited (KJEL), di proprietà della società italiana Nuove Iniziative Industriali Srl, ha proposto di bonificare 500 chilometri quadrati per la coltura di biocarburanti Jatropha curcas ("Jatropha"). Dakatcha Woodland IBA si trova interamente all'interno dei 500 chilometri quadrati previsti per la conversione in piantagione di monocolture. Il terreno è attualmente tenuto in custodia dal Consiglio di Contea di Malindi a nome delle comunità che vivono in questa area.
La bonifica della terra e la piantumazione della Jatropha avrebbero devastato questo ambiente unico e la sua inestimabile biodiversità.
Il bosco è riconosciuto come sito di riproduzione per l'endemico Clarke's Weaver, il Tessitore di Clarke (Ploceus golandi), celebre per la scoperta delle popolazioni critiche del Sokoke Scops Owl. il Gufo di Sokoke (Otus ireneae), in via di estinzione a livello mondiale e detiene anche popolazioni consistenti di Sokoke Pipit, la Pispola di Sokoke (Anthus sokokensis).

Ponte sospeso sul fiume Galana nel villaggio di Bombi
Ponte sospeso sul fiume Galana nel villaggio di Bombi
Il bosco Dakatcha. A sud, il sito è delimitato dal fiume Galana-Sabaki
Il bosco Dakatcha. A sud, il sito è delimitato dal fiume Galana-Sabaki

Silvia Romano assieme ai ragazzi di Chakama
Silvia Romano assieme ai ragazzi di Chakama


24 novembre 2018
MALINDI. TAGLIA DI UN MILIONE DI SCELLINI SULLA TESTA DEI RAPITORI DI SILVIA ROMANO

 

Il governo keniota ha messo una taglia di un milione di scellini (l’equivalente di 8500 euro o poco più) sulla testa di ciascun rapitore di Silvia Romano.

La cifra non è alta. Si può paragonare a otto anni (o forse un pochino di più) di salario per un bracciante agricolo. Chakama, il villaggio a 80 Km da Malindi dove la ventitreenne è stata rapita, è una zona del Kenya particolarmente depressa, la disoccupazione è forte. Certo se anche il governo italiano decidesse di incrementare quegli 8500 euro forse le probabilità di ottenere dei risultati potrebbero aumentare.

La polizia ha comunicato i nomi di tre sospetti autori del sequestro: Yusuf Kuno Adan, Said Adan Abdi e Ibrahim Adan Omar. I ricercati, sempre secondo la polizia, si sarebbero rifugiati a Lamu o nei suoi dintorni, specie nella valle del fiume Tana dove la boscaglia offre ottime possibilità di rifugio. Inoltre i fuggitivi appartengono alla tribù Orma – di origine somala – pronta, scommettono gli inquirenti, a proteggere i loro.

Le autorità locali dicono di essere sulla buona strada, anche se poi lanciano appelli ai capi tribù, perché collaborino nelle ricerche. E mettono taglie, di solito indizio d’impotenza o del fatto che non tutto fili liscio. Fanno anche un comunicato ufficiale sbagliando il nome della rapita, «Sylvia Constanca», senza cognome: questo, per far capire l’approssimazione. I poliziotti kenioti stanno ancora lavorando da soli, la collaborazione coi ROS italiani (Raggruppamento operativo speciale dell'Arma dei Carabinieri) è di là da venire. E l’ottimismo sparso al momento, non è per nulla condiviso da chi segue il dossier sul lato italiano.

Silvia Romano è una giovane italiana milanese di 23 anni "cooperante" dell Onlus Africa Milele, con sede a Fano nelle Marche, rapita sulla costa del Kenya, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi. Il rapimento sarebbe avvenuto martedì sera, 20 novembre, intorno alle 20 locali, durante l'attacco di uomini armati a Chakama, nella contea di Kilifi.
Nel corso dell’azione gli assalitori hanno fatto irruzione nel villaggio sparando all'impazzata con armi automatiche e ferendo gravemente cinque persone,  trasportate all'ospedale distrettuale di Malindi. Uno dei ragazzi feriti è in condizioni critiche: ha un proiettile conficcato nella testa.
L’italiana è stata rapita nella casa dove viveva in affitto e, mentre gli assalitori la trascinavano via, continuava a urlare per chiedere aiuto, ma è scomparsa poi con loro nella boscaglia oltre il fiume Galana.
La zona in questione è già stata oggetto in passato di frequenti attacchi da parte sia dei guerriglieri di Al Shabaab – la cui spietatezza è stata più volte dimostrata in molte e feroci esecuzioni – sia da semplici bande criminali, situazione, questa, che fa un po’ riflettere sul fatto vi sia una certa dose d’irresponsabilità da parte di quelle organizzazioni che mandano giovani "volontari" ad operare in aree ad alta pericolosità e il cui entusiasmo, unito ad una scarsa conoscenza della realtà africana, può mettere seriamente a rischio la loro incolumità. Non mancano coloro che così commentano il caso:"Volontaria? L'ennesima oca giuliva che preferisce una vacanza ed una paga. Ma stare a casa e aiutare gli italiani è così brutto?"
Augurando ogni bene a Silvia, c’è da scommettere che la giovane neppure si presenterà innanzi al giudice per reiterare la privazione della propria libertà e le violenze subite da queste bestie umane, vanificando così ogni sforzo volto al progresso del Paese. Un atteggiamento certamente comprensibile, ma quanto si è disposti a rischiare e a dare di fronte ad una risaputa precarietà quotidiana dovrebbe essere “messo in conto” e contrapposto alle pulsioni che spesso ispirano azioni molto meno nobili ed efficaci di quanto appaiono, o meglio di quanto si vorrebbe far apparire.

Non scordiamoci di sottolineare che quello capitato a Silvia non è solo un “comune” episodio di rapina a mano armata con macete e kalashnikov, meglio noto come AK-47, ma ancor più un deplorevole sequestro di persona. Non è certo un’esperienza del tutto entusiasmante per una giovane di 23 anni; un fatto, come si dirà nel proseguo di questa pagina, venuto alla luce solo a seguito del rapimento della ragazza e sul quale, anche per coloro che cercano di salvaguardare il buon nome di Malindi e gli interessi privati di coloro che qui cercano di promuovere il turismo, era impossibile tacere.
Molti italiani e non, specie turisti, ne sanno qualcosa a loro spese; ma dopo i loro sette giorni canonici di permanenza, questi turisti chi lo rivede più? Vero è che a Malindi non rimetteranno più piede, quindi inutile parlarne! Ma è altrettanto vero che costoro vivono nella speranza che qualcosa di simile o di peggio capiti pure a coloro che, di fronte alle loro "disgrazie", rimangono del tutto indifferenti o, più realisticamente, sogghignano!

Chakama è sulla strada che da Malindi porta al parco Tsavo Est, frequentato dai turisti italiani che spesso, dopo aver passato qualche giorno al mare vanno a scoprire le bellezze naturalistiche e la fauna selvaggia nella riserva. La camionabile 103, che unisce la città balneare al parco è in gran parte asfaltata e in buone condizioni, ma appena si esce dal manto stradale diventa una pista che è meglio percorrere con una 4×4. La zona è abitata soprattutto dalla tribù Giriama. Oltre un secolo fa si sono insediati anche pastori seminomadi appartenenti alla tribù somala degli Orma. Ma negli ultimi decenni, molti kenioti dell’entroterra si sono trasferiti laggiù nel tentativo di colonizzare quelle terre.
L’entroterra di Malindi è particolarmente povero e depresso. La disoccupazione giovanile e non solo raggiunge livelli preoccupanti e i giovani hanno poche prospettive per il futuro. Da qui l’alto tasso di criminalità. In questo contesto i bianchi vengono visti come appetibili “dollari che camminano” e suscitano spesso sentimenti di invidia.

Gli albergatori di Malindi e Watamu temono di perdere turisti e ostentano sicurezza. Nell'arco della mattinata alcuni hotel hanno visto cancellare prenotazioni per il periodo natalizio e alcuni gruppi intenzionati ad effettuare safari, hanno chiesto di annullare il loro programma.

FORZA SILVIA!

Taglie sui sospetti del rapimento di Silvia Romano: Yusuf Kuno Adan-Ibrahim Adan Omar-Said Adan Abdi
Taglie sui sospetti del rapimento di Silvia Romano: Yusuf Kuno Adan-Ibrahim Adan Omar-Said Adan Abdi
Wanted persons by police
Wanted persons by police
La casa dove è stata rapita Silvia Romano. Dietro le due porte laterali ci sono dei negozi. La porta centrale si affaccia su un cortile dove c’è l’appartamento in cui vive la ragazza
La casa dove è stata rapita Silvia Romano. Dietro le due porte laterali ci sono dei negozi. La porta centrale si affaccia su un cortile dove c’è l’appartamento in cui vive la ragazza



Crolla un palazzo di 8 piani a Malindi-Kenya
Crolla un palazzo di 8 piani a Malindi-Kenya

27 ottobre 2018
UN PALAZZO DI 8 PIANI NEL CENTRO DI MALINDI È COLLASSATO DURANTE LE PIOGGE NELLA NOTTE DI VENERDÌ

 

Una struttura di otto piani, una delle più alte nella cittadina ancora in fase di costruzione, ha ceduto completamente collassando in pochi secondi. Torna in tutta la sua drammaticità la piaga della scarsa sicurezza che, unitamente ai problemi socio-economici del Paese, caratterizza l’intera zona.
Nonostante nessuno vivesse all'interno del palazzo, ci sono diverse vittime tra i proprietari di chioschi e baracchette sottostanti e case attigue, nonché senzatetto e vagabondi che si riparavano dalla pioggia. I morti accertati sono due. Recuperate in tutto 23 persone, solo cinque sembrerebbero in gravi condizioni. Pare che due persone siano ancora intrappolate sotto i detriti.
Il palazzo di otto piani in costruzione ha ceduto intorno alle 5 (ora locale), ma alle 11 del mattino ancora si sentivano le grida di alcune persone che chiedevano aiuto da sotto l’edificio di cui ora non rimane che un cumulo di macerie.
Il palazzo, situato nel quartiere Barani, adiacente alla stazione di servizio in Tana Street (una delle due vie centrali della città vecchia), di fronte al noto palazzo giallo del Wananchi Bar, è crollato su altri tre ed ha completamente schiacciato la pompa di benzina.

È già partita la caccia alle responsabilità, ma si pensa anche a tutti gli altri progetti edilizi nella cittadina e alla bontà dei controlli effettuati e dei permessi ricevuti per costruire.
”Controlleremo fin dalle prossime ore lo stato di tutti gli altri edifici del centro e porteremo alla luce cosa può avere provocato questo disastro”. Così ha dichiarato durante una riunione il Viceministro della Contea per i lavori pubblici Paul Mwangi Mwaringa.
Ma chi ci crede!?

Sulla destra: Il palazzo in costruzione nell'aprile 2018, oggi collassato.

Micidiale incidente di un autobus senza licenza sulla tratta Nairobi-Kisumu
Micidiale incidente di un autobus senza licenza sulla tratta Nairobi-Kisumu

10 ottobre 2018
SCHIANTO DI UN BUS SENZA LICENZA: 50 IL NUMERO DEI MORTI

 

Il bilancio delle vittime del disastro dell'autobus, sulla tratta Nairobi-Kisumu all'altezza di Fort Ternan nel distretto di Kericho, è salito a 50 dai 42 inizialmente segnalati.
L'autobus, appartenente alla Western Cross Sacco, si è schiantato in un'area che i locali chiamano Tunnel sulla strada Londiani-Muhuroni mercoledì mattina, con testimoni oculari che hanno riportato il momento dell'incidente alle 4 del mattino.
Si dice che l'autobus a 67 posti sia finito fuori strada mentre scendeva a velocità eccessiva un ripido pendio. L'autobus quindi ha colpito un guard rail, si è ribaltato ed è precipitato in una scarpata di circa 20 metri, finendo su un terreno roccioso.
Il comandante della polizia della contea di Kericho, James Mogera, ha detto che le vittime potrebbero aumentare poiché più persone sono ancora intrappolate nel relitto.
I feriti, quasi tutti in gravi condizioni, sono stati portati al dispensario di Fort Ternan e all'ospedale della contea di Muhoroni.
Uno di loro, dall'ospedale, avrebbe riferito all'emittente KTN di aver fatto notare al personale di bordo che i passeggeri erano più del consentito, ma di aver avuto una risposta rude.
Secondo le prime indagini della polizia di Kericho, i proprietari della linea di corriere non avrebbero la licenza per viaggiare di notte.
Tra coloro che sono morti nello schianto ci sono otto bambini sotto i cinque anni.
Salgono così a 2350, dall'inizio dell'anno (2018), il numero dei morti sul luogo degli incidenti stradali in Kenya diffuso dal governo.
Ma sappiamo che molte altre morti si verificano dopo l'incidente, in ospedale e a volte molti mesi dopo l'incidente!
Quindi la ragione principale per la mancata segnalazione delle morti in Kenya è dovuta alla "definizione" molto ristretta di una morte da traffico stradale che viene utilizzata.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità segnala che 13.463 è il numero di coloro sono morti lo scorso anno (2017) in incidenti sulle strade del Kenya, un "pedaggio" più di quattro volte superiore a quello stimato dal governo di 2.965 morti.

 

La crisi dell'acqua in Kenya
La crisi dell'acqua in Kenya

8 febbraio 2018
ACQUA A SINGHIOZZO NELLE ZONE TURISTICHE DEL KENYA

 

Dopo molti anni di calo nei flussi turistici in Kenya, l’attuale stagione aveva riacceso le speranze per il confortante numero di presenze registrate nel periodo in corso, ma come ogni bella favola, anche in questa fanno la loro parte i lupi cattivi che, nello specifico, sono rappresentati dalle società che gestiscono l’approvvigionamento idrico e da quella che provvede a fornire corrente elettrica. Sono ormai tre mesi che l’acqua arriva in modo discontinuo e insufficiente, soprattutto nelle contee di Kilifi e Mombasa che comprendono le località di Bamburi, Nyali, Kilifi, Malindi e Watamu, le più interessate dal turismo costiero.

 

Alle croniche disfunzioni dell’approvvigionamento, mancanza di pressione, guasti, dispersioni e inadeguata manutenzione della rete idrica, ora si è aggiunta un’altra motivazione piuttosto sconcertante: la società elettrica ha sospeso la fornitura di energia alla Kimawasco, l’azienda che fornisce acqua alla contea di Kilifi e alla Mwasco che gestisce la rete della contea di Mombasa, lamentando nei confronti dei due provider, un’insolvenza arretrata di circa 350 mila euro.

Senza energia le pompe dei due fornitori di acqua non funzionano e quindi le contee in questione sono condannate a rimanere all'asciutto, ma alberghi e resort turistici – soggetti a rigide norme contrattuali con i tour operator – non possono rinunciare all'acqua e sono quindi costretti ad approvvigionarsi attraverso un continuo vai vai di autobotti che, oltre al costo esorbitante, creano intuibili problemi logistici. Questa situazione ha indotto gli operatori turistici di Malindi e Watamu a coalizzarsi e a convocare una conferenza stampa in cui hanno apertamente denunciato i loro disagi.

Nel bilancio di due grosse contee, come Mombasa e Kilifi, il credito vantato dalla società elettrica è decisamente irrisorio e con un po’ di buona volontà poteva essere affrontato evitando una situazione che, ancora una volta, discredita l’intero apparato di accoglienza del Kenya.

Certo è che si è trattato di un confronto tra disperati, visto che la stessa società elettrica ha accumulato debiti per oltre 50 milioni di euro verso la KenGen, il principale fornitore di energia dell’Africa orientale. L’estrema disinvoltura con cui i servizi di prima necessità vengono frequentemente interrotti, è del resto una peculiare caratteristica del Kenya. Non raramente, causa il mancato pagamento delle bollette, vengono private della fornitura stazioni di polizia, ospedali, medici e altre istituzioni essenziali. Iniziative, queste, che in Europa farebbero esplodere scandali di enormi dimensioni e che qui sono invece tranquillamente attuate come pratiche comuni.


26 giugno 2018

Mossa del Governo keniota per risolvere una volta per tutte il problema della cronica mancanza d'acqua nella Contea di Kilifi e in buona parte di quella di Mombasa.

Da Nairobi arriverà (chissà quando) una fornitura di pannelli solari da installare nell'impianto di pompaggio ed erogazione dell'acqua di Baricho, nell'entroterra di Malindi. Progetto da 9 miliardi di scellini (circa 80 milioni di euro) che una volta attivo sarà in grado di ridurre il costo dell'elettricità di almeno 4 milioni di euro all'anno sulla costa del Kenya.

 

Vedi anche: La sete del Kenya

 

Non dimentichiamo che la scarsità d'acqua sta alimentando letali guerre inter-etniche che continuano a reclamare vite in Kenya.

Ci sono stati scontri per l'acqua in molte parti del Nord-Est, tra Turkana, Samburu e Pokot nella Rift Valley e nelle regioni della costa che hanno causato la morte di centinaia di persone e migliaia di animali negli ultimi 10 anni.

 

L’aula di una madrasa, scuola islamica del Kenya
L’aula di una madrasa, scuola islamica del Kenya

20 dicembre 2017
AGENTI FBI E BRITANNICI LIBERANO 95 BAMBINI-SCHIAVI IN UNA MADRASA A LIKONI

 

I piccoli risultavano trattenuti in schiavitù presso una “madrasa”, cioè una scuola coranica, a Likoni, contea di Mombsa, nella costa sud del Kenya, dove erano assoggettati a varie forme di abusi e al traffico di esseri umani. La scoperta della disgustosa pratica, sarebbe il frutto delle investigazioni congiunte delle rispettive Intelligence statunitense e britannica. Circa 20 dei 95 bimbi liberati erano stranieri, provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Zambia e Tanzania. Gli altri erano cittadini kenioti, prevalentemente di origine somala.
Gli agenti dell’FBI e della Special Branch, non si sono limitati a passare le informazioni alla polizia keniota, ma nella mattinata di ieri, per essere certi che il blitz avesse successo, l’hanno effettuato loro stessi e con le proprie armi, probabilmente nel timore che omertà e connivenze, avrebbero potuto vanificarlo. È del resto abbastanza sorprendente che prima di questa azione, nulla fosse trapelato su ciò che stava avvenendo all'interno di quella scuola che in zona tutti conoscevano.
Il successo dell’operazione, che ha consentito la liberazione delle piccole vittime e l’arresto di due sospetti, ha probabilmente fatto passare in secondo piano la circostanza che ha visto agenti stranieri armati compiere un’incursione in un territorio sovrano qual è il Kenya, invece di affidarlo interamente alla polizia locale. Ma Grace Ndirangu del DCI, Direttorato per le Investigazioni Criminali, si è subito affrettata a riferire che l’azione era stata preventivamente concordata dalle autorità keniote con quelle dei due paesi occidentali coinvolti nella stessa.
Si procederà ora all'accurata identificazione dei bambini che, una volta accertata la loro identità, saranno riconsegnati ai rispettivi genitori che dovranno poter dimostrare di essere tali. L’interrogatorio dei piccoli, sia per accertarne l’identità che per venire conoscenza degli abusi subiti, dovranno essere condotti con estrema competenza e cautela in considerazione dei terribili traumi psicologici – e forse anche fisici – sofferti durante la prigionia.
Il blitz ha provocato l’immediata e furiosa reazione dello sceicco Hassan Omar, capo del CIPK, il Supremo Consiglio degli Imam del Kenya, che ha definito l’azione delle forze occidentali, come l’ennesimo tentativo di screditare l’islam attribuendogli colpe inesistenti, con il solo risultato di aver compromesso il sereno svolgimento dell’insegnamento scolare a cui le madrase sono esclusivamente dedicate. Insistenti voci di popolo su alcune strane e misteriose attività, svolte all'interno di alcune scuole islamiche, circolavano tuttavia in Kenya da tempo, pur non avendo mai dato origine a più approfondite investigazioni.
L’accaduto, infierisce anche un grave colpo alla popolarità del NASA e al suo leader Raila Odinga, in cui la quasi totalità della presenza islamica in Kenya, si riconosce. Per la prima volta, infatti, dopo l’adozione del sistema multipartitico, nel 1992, l’intera regione costiera, nelle cinque contee che la compongono, è diventata un assoluto feudo del capo dell’alleanza di opposizione.
by Africa Express

Il pauroso incidente sulla superstrada Eldoret-Nakuru
Il pauroso incidente sulla superstrada Eldoret-Nakuru

3 dicembre 2017
MASSACRO SULLE STRADE DEL KENYA: 64 MORTI E DECINE DI FERITI

 

Due terrificanti incidenti hanno insanguinato, tra lunedì e martedì, le strade del Kenya. Il primo si è verificato sul Kamukuywa bridge, sulla strada tra Kitale e Webuye, il secondo è avvenuto nella tarda mattinata di ieri a Sachangwan, sulla superstrada tra Eldoret e Nakuru. Le prime notizie parlavano di una trentina di vittime, ma dati più precisi forniti oggi dalla polizia, portano allo spaventoso totale di ben 64 morti. i feriti sono decine.

L’incidente di Kamukuywa ha coinvolto un trattore che trasportava canne da zucchero, un matatu (pulmino per trasporto di passeggeri) e tre vetture private. Secondo le prime ricostruzioni, il minibus stava tentando di superare il mezzo agricolo sullo stretto ponte ma il sorpasso azzardato non è riuscito. la collisione frontale con altre auto che sopraggiungevano in direzione contraria è stato inevitabile. Lo scontro dovuto anche all'elevata velocità dei mezzi è stato inevitabile.

Lo scontro di Sachangwan, invece, ha coinvolto 15 veicoli, tra cui un grosso autobus passeggeri, un autocarro pesante, diversi matatu e auto private. Pare che la colonna di veicoli stesse rallentando a causa di un blocco stradale della polizia, quando l’autista dell’autocarro che sopraggiungeva in coda alla colonna non ha frenato, probabilmente per un guasto, e ha tamponato la lunga colonna di mezzi.

Il pedaggio che il Kenya paga annualmente in morti per incidenti stradali è tra i più alti del mondo. Nel 2016 le vittime sono state 3,240, praticamente le stesse che si sono registrate in Italia (3,283) con la differenza che in Italia circolano 37 milioni di veicoli, mentre quelli circolanti in Kenya, sono solo 1,600,000. Ciò significa un’incidenza dello 0.2 per cento sui veicoli circolanti, contro quella dello 0.009 per cento in Italia. Incidenza che ha peraltro recentemente sollevato serie preoccupazioni nelle nostre autorità preposte al controllo sulla circolazione stradale.
Le cause di questa mattanza sulle strade dell’ex colonia britannica sono molteplici. Il dissesto di molte arterie, anche di quelle pomposamente definite “Superstrade”; le cattive condizioni dei mezzi soggetti a scarsa se non nulla manutenzione; l’eccessiva presenza di curve e dossi che impediscono la visuale nei sorpassi; la quasi totale assenza di segnaletica adeguata e ben visibile.
A questo va aggiunto che molte strade, anche quelle di grande comunicazione sono tuttora provviste di una corsia unica per ogni senso di marcia e ciò costringe esasperati automobilisti ad accodarsi ad autocarri lentissimi che procedono a 20 e a volte anche 10 chilometri orari. I mezzi sono sovente sovraccarichi, con i pneumatici consumati e giù di compressione e con freni inadeguati. e’ capitato anche che non sono riusciti ad affrontare leggere salite e sono scivolati indietro travolgendo i mezzi che li seguono, cosa questa che induce spesso a sorpassi avventati con tragiche conseguenze.
Infine, sul tutto, primeggia la sempre presente corruzione. A fronte di una bustarella, la polizia del traffico permette la circolazione anche ai veicoli più fatiscenti. Mentre i funzionari del ministero dei trasporti, grazie allo stesso obolo, concedono spesso patenti di guida con estrema disinvoltura, in molti casi anche senza che il candidato abbia sostenuto alcun esame. Tutto questo non è certo attenuato dalla spericolatezza che pare rappresentare un punto di merito per i guidatori del Kenya, che vedono nella trasgressione, l’affermazione della propria personalità.
by Africa Express

Polizia sulla scena dove sono stati ritrovati i corpi dei due turisti svizzeri
Polizia sulla scena dove sono stati ritrovati i corpi dei due turisti svizzeri

23 agosto 2017
PENSIONATI SVIZZERI AMMAZZATI SULLA COSTA DEL KENYA

 

Werner Borner Paul e Marriane Hornel, una coppia di pensionati svizzeri, entrambi settantenni, sono stati ritrovati cadaveri ai bordi di un tratto di strada sterrata, tra Kisauni e Kiembeni, due popolose borgate di fama discutibile, nella contea della capitale costiera.
Erano atterrati poco dopo la mezzanotte di sabato 19 agosto, all'aeroporto internazionale di Mombasa, accolti dal loro autista e dal personale domestico. La mattina successiva, domenica, un passante ha scoperto i loro corpi senza vita.

Identificate le vittime, la polizia ha trovato la loro automobile, con all'interno numerose tracce di sangue, nel parcheggio dell’abitazione della coppia situato nel prestigioso quartiere residenziale di Nyali a nord di Mombasa.
Nel corso del sopralluogo, la polizia ha arrestato il giardiniere, ritenuto l’ideatore del crimine e, dopo uno stringente interrogatorio, ha emesso tre ordini di cattura a carico del guardiano notturno, del custode e di un vicino di casa, che, stando alle conclusioni degli inquirenti, avrebbero attivamente partecipato all'omicidio. I tre presunti complici del giardiniere, che nel frattempo si erano già dileguati, avrebbero lasciato tracce tramite il segnale GPS di un cellulare.

È presumibile che i due sventurati coniugi siano stati oggetto di una efferata rapina a scopo di lucro.
Come spesso accade, fatti del genere finiscono quasi sempre nel sangue: la miseria della popolazione locale contrapposta al benessere dei corrotti e dei "colonizzatori" provoca la deumanizzazione che permette la soppressione delle emozioni e della compassione creando condizioni istigatrici alla violenza di coloro che, oppressi dalla violazione dei loro diritti e dal potere del denaro degli "invasori stranieri", cercano con qualsiasi mezzo di schiacciare i "parassiti" e gli "scarafaggi" che divorano ed infestano il loro Paese!

Ebony Kenya
Ebony Kenya

IL CASO ...

25 luglio 2017

Tutto quello che rimbalza e fa notizia anche in Italia, il “giornalaio” di Malindi cerca come sempre di stemperarlo o addirittura di non farne neppure menzione.
Oggi è il caso di due coniugi, vittime di una efferata rapina nella loro casetta a Kikambala. La donna italiana di 71 anni, Maria Laura Satta, originaria di Cremona, è stata uccisa; il marito Luigi Scassellati, 72 anni, è ricoverato al Mombasa Hospital.
Noi, da piccoli provinciali, cercheremo di dire “due parole serie su Mtwapa e Kikambala”, nonché su Malindi, e da qui cominceremo.

Molto si è già detto, anche nel prosieguo di questa pagina, ma cosa ci viene a fare il turista a Malindi?
A Malindi c'è il mare, non certo la savana, laghi, isole o montagne e neppure il Kilimanjaro! Ma per chi è indicata una vacanza a Malindi? Certamente per chi affronta otto ore di volo con il solo scopo di praticare acquagym nelle vasche da bagno keniote, nonché per le "vecchie babbione del burraco".
A Malindi, dalla Silversand Road al Sabaki, non ci sono “spiagge bianche”, ma solo un “mare di merda”! Il termine “mare” è valido in ogni senso.
Solo il turista più disinformato trascorrerà le sue vacanze a Malindi: il "buco del culo del Kenya"!

Le persone che vogliono trascorrere le loro vacanze nelle meravigliose spiagge del Kenya devono decidere se andare in Costa Sud o Costa Nord, che significa semplicemente a sud o a nord di Mombasa. Mentre la costa meridionale ha le più belle spiagge e la natura più primordiale, la costa settentrionale intorno a Mombasa e Mtwapa offrono molto più attrazioni e attività.

Mtwapa è conosciuto come "il villaggio che non dorme mai". Anche dopo la mezzanotte i pub sono frequentatissimi, così come molte le persone che gironzolano per le strade.
È il centro della vita notturna e della prostituzione nell'area di Mombasa. Anche per questo motivo molti europei si stabiliscono e portano sviluppo insediando “vecchie e nuove attività”, costruendo case o semplicemente trascorrendo il periodo invernale.
La maggior parte dei turisti, infatti, visitano Mtwapa per la sua vita notturna, unica nel suo genere.
Mtwapa è la capitale keniota del vizio, tanto da essere definita " Sin City ": offre tutti i tipi di intrattenimento che i turisti si aspettano di trovare, come discoteche, bar, ristoranti e soprattutto la prostituzione femminile nonché maschile, in particolar modo quella minorile, il vero business per il turismo sessuale (vedi: Ebony Kenya - area protetta). Non mancano sulla spiaggia vere e proprie schiere di maschi locali in cerca della turista bianca, non importa se sei una signora molto in là con gli anni, oppure, se hai delle caratteristiche fisiche che ti rendono sostanzialmente “impraticabile” da un punto di vista sessuale (vedi: Beach Boys oggetti del desiderio).

Malindi puoi girarla a piedi, una cittadina piccola e provinciale, quasi tutti gli africani parlano italiano e sanno subito tutto di te, in quale hotel stai, con chi scopi etc.
La notte a Malindi offre ben poche alternative ai “cacciatori di gazzelle”, in particolar modo le note dolenti riguardano la presenza nei vari locali: sono poche e soprattutto non c'è ricambio.... frustrante vedere sempre le stesse ragazze ogni sera per chi ama cambiare! Turisti... davvero pochi in cerca della “gnocca”, e di quei pochi molti di loro sono già accompagnati da “inguardabili melanzane e ricotte nostrane”, ... quindi la concorrenza è pressoché nulla! Anche per chi porta il “pannolone” ci sono buone chance (vedi: Cosa cercano gli italiani a Malindi?).

Anche a Mtwapa… c’è il mare! Ma, a differenza di Malindi, Mtwapa ha belle spiagge non affollate con alberghi e bar e perfette per rilassarsi. E c’è pure il Creek, una baia con una bella flora e fauna tropicale e piccoli porti turistici. Il luogo è famoso per il bird watching e viene utilizzato come punto di partenza per la pesca d’altura. Alcuni buoni ristoranti offrono ottimi piatti di pesce sulle terrazze che si affacciano sulla baia.
La situazione a Mtwapa, a nostro avviso, è sicuramente quella dei sobborghi di Mombasa, che purtroppo si sta avviando ad essere una seconda "Nairobbery", ma a Kikambala la situazione è ben diversa.

Kikambala, a sette chilometri da Mtwapa, offre una spiaggia panoramica con palme tipiche e sabbia bianca oltre ad una magnifica barriera corallina. La spiaggia è frequentata solo da gente del posto e da pochissimi turisti. Pertanto si può godere di una passeggiata tranquilla senza essere disturbati dai beach boys o dai venditori di souvenir. Ci sono strutture turistiche che lavorano con tedeschi, olandesi e anche con il turismo locale.

A Malindi trovi luoghi di interesse storico, ma non apprezzati qual si dovrebbe dal turista “casareccio”, come la Cruz Padrão fatta erigere dal navigatore portoghese Vasco da Gama, le Pillar Tombs entro le mura della Jamia Mosque, la Cappella Portoghese, nonché la Casa delle Colonne in cui è collocato uno strano esemplare di Coelacanthus. A Malindi il turismo, specie “nostrano”, privilegia i luoghi di ritrovo degli "evasori fiscali", nonché inneggianti al romanticismo d’altri tempi.
Tipico il locale di colei che, cacciatrice per diletto, ma non meno psicopatica di altri, sfogò la sua impotenza e rabbia repressa anche su esseri umani, paragonati agli "animali selvaggi", tentando inutilmente di placare i suoi tormenti interiori dettati dalla malattia che la condannò inesorabilmente al suo destino.

Ora ditemi … “Cosa ha a che fare il turismo con Mwtapa e Kikambala?”
Praticamente tutto!
Mentre con Malindi hanno solo due cose in comune:
1. se decidi di fare sesso prendi le solite precauzioni contro le infezioni da HIV ;
2. quel che è successo alle vittime di Kikambala può succedere ovunque, e quindi anche a Malindi e Watamu, così come a Catania e Treviso.

Ora ditemi … “Cosa hanno di diverso Mwtapa e Kikambala da Malindi?”
Praticamente una cosa sola!
A Mwtapa e Kikambala gli italiani si vedono come le mosche bianche!
Motivo? Ci dicono siano più propensi al “vizietto” che al “vizio”!

Casablanca Club Mtwapa
Casablanca Club Mtwapa

Ma, nonostante l'evidenza dei fatti messi in luce non solo in questa pagina, bensì in tutto il sito, italiani remissivi ed opportunisti blaterano solidarietà verso i poveri di questo Paese diseredati dal colonialismo post-moderno che loro stessi, ben consapevolmente, ogni giorno promuovono, mirando solo a proteggere il proprio tranquillo vivacchiare da beceri servi leccaculo e babbione accolturate (con la "o").


Quanto agli "untori e giornalai", quali vere e proprie "agenzie turistiche", parteggiano per una società locale disumana: anziché denunciare le diseguaglianze tribali promosse, oltre che dal popolo stesso, dai satrapi della politica, promuovono, con i loro "padroni", solo ed esclusivamente ciò che volge o potrebbe volgere a loro esclusivo tornaconto economico, così tradendo il "Popolo della Costa" ispirato a principi di libertà, uguaglianza, progresso, fratellanza.
E nel timore che il dissenso tra la gente alla scellerata politica di un Paese che detiene il primo posto in Africa per corruzione, possa pregiudicare anche gli ormai acquisiti privilegi del post-colonialismo quali proprietà private, attività commerciali o alberghiere e quant'altro, i "giornalai" rimangono nel più totale silenzio impedendo a questo Popolo di sviluppare con il loro aiuto una coscienza politica e nazionale propria e di essere capace di governarsi autonomamente.
Costoro, pensano solo al proprio orticello, pronti a difenderlo con le unghie e con i denti, menefreghisti totali per ciò che riguarda e pensano gli altri, ma quali "untori" diffondono il contagio, attraverso falsità, ipocrisie, diffamazione, nei più deboli e più suggestionabili, negli ormai "sdentati", "servi adulatori", "sacchi di merda", "cuckolds" e "assholes", nonché nelle "babbione rotte in culo" più saccenti che, in fatto di ignoranza e maleducazione, ne han da vendere!
Questa specie di "degenerati sub-umani" ancora non si è accorta non solo che Malindi non è il Kenya, bensì Pwani si Kenya ("La Costa non fa parte del Kenya")!
Una terra di cui io negro, scambiato (dal "giornalaio di Malindi" che si spaccia per Giriama) come "razzista" dalla pelle bianca,
... io negro, ripeto, rivendico la proprietà in quanto, dal 2013, appartenente ai gruppi etnici della regione della Costa: la terra che i governi del Kenya, che si sono via via succeduti, emarginandoci e fagocitando introiti, hanno dato ad "estranei".
Da qui la richiesta della Mombasa Republican Council (MRC) di separare Mombasa e la Costa dal Kenya per diventare uno stato indipendente. E tanto per comprendere, più che sapere, dove state vivacchiando, consiglio la lettura del blog "La Costa dei Negri"!

Non mancano di distinguersi “elementi di spicco” come Maria, ambientalista ed animalista forse italiana, ma solo per nascita, che nel suo post su Facebook, nel gruppo chiuso "Vivere in Kenya...racconti di vita keniota", scrive:
La “coda di paglia” di Freddie ha preso fuoco!
Eppure Kenya Vacanze scrive:

«Lo stesso direttore di MalindiKenya.net ama troppo Malindi per non difenderla a qualsiasi costo, e asserisce: "...da mattacchione scrivo e dico quello che mi pare, ...io non ho padroni."
Ma come gli è stato fatto osservare, ognuno ha i suoi padroni, che in questo caso hanno interessi ben precisi per difendere Malindi e la sua rispettabilità. Per ogni altro argomento che non riguardi il tentativo di promuovere il turismo a Malindi, il portale merita di essere letto».
In vista delle elezioni in Kenya, ai lettori che chiedono informazione non penso interessi il possibile ballottaggio tra il Presidente in carica Uhuru Kenyatta ed il leader dell'alleanza d'opposizione Raila Odinga, l’arrivo dell’ex segretario di Stato americano John Kerry per monitorare le elezioni o i racconti di nonno Kazungu, bensì che Christopher Msando sia stato torturato ed ucciso come un animale. Una “pugnalata” inferta dalla “politica tossica” del Kenya al libero svolgimento delle elezioni.
Malindi di male in peggio!”, il blog rivelazione!
UNA VACANZA SENZA INTOPPI INIZIA SEMPRE DA UNA BUONA INFORMAZIONE!

Un “GRAZIE” a Maria e a coloro che hanno messo un like al suo post: Elia Gualeni - Helga Weiss - Vittoria Bongiovanni - Simon Kasena - Maria Grazia Gallo - Anna Argentiero - Piera Kane - Milagros Rizzotti - Riky Gjani - Ueding Angelika.
Solo 10 …pochi ma buoni!

Al-Shabab
Al-Shabab

8 luglio 2017

9 CIVILI DECAPITATI IN KENYA

Durante la notte tra venerdì 7 e sabato 8 luglio, sospetti militanti islamisti hanno decapitato nove uomini in un villaggio del distretto costiero di Lamu, in Kenya.
A riportarlo è stata l’agenzia di stampa Reuters che cita fonti della polizia locale. L’attacco è avvenuto a pochi giorni dall'uccisione di tre poliziotti nel vicino villaggio di Pandanguo da parte di militanti somali.

Le autorità keniote sostengono di aver rinvenuto nove corpi e un testimone, che ha chiesto di restare anonimo.

“Hanno attaccato i villaggi di Jima e Poromoko e hanno ucciso nove uomini, macellandoli come i polli, utilizzando dei coltelli”, ha riferito il testimone all'agenzia di stampa Reuters. Gli abitanti del villaggio sostengono che gli aggressori erano somali e che sono arrivati sul posto alle ore 23. Sono andati casa per casa alla ricerca di uomini non musulmani, li hanno radunati e poi li hanno decapitati.

I residenti avevano già avvertito la polizia della presenza di sospetti militanti del gruppo terroristico al-Shabab nella zona.

Gli Shabaab dal 2011 sconfinano in Kenya come rappresaglia all'invio di truppe di Nairobi in Somalia per sconfiggere il gruppo terroristico, che nell'ultimo anno è diventato il più sanguinario di tutta l'Africa. Solo nella zona di Lamu si stimano almeno 46 persone uccise da inizio anno in queste incursioni, che tuttavia avvengono anche in altre aree dove sono state prese misure di sicurezza (agenti e coprifuoco). Vi è una palese intensificazione degli attacchi in prossimità delle elezioni presidenziali keniote di agosto. Molti attacchi sono stati compiuti con bombe artigianali.

Secondo l’agenzia di stampa americana Associated Press, l’attacco è stato perpetrato proprio dai jihadisti somali legati ad al-Qaeda. Associated Press cita infatti James Ole Serian, il capo della task force delle forze speciali keniote anti-terrorismo. Terroristi somali hanno ripetutamente attaccato i civili kenioti negli ultimi anni, nel tentativo di rovesciare il governo legittimo di Nairobi e imporre la shari‘a, la legge islamica, nel paese africano.

 

Chiedevi perché in Kenya sempre più famiglie abbandonano il Cristianesimo e abbracciano l'Islam.

Militari armati di pattuglia alla stazione di polizia di Mombasa.
Militari armati di pattuglia alla stazione di polizia di Mombasa.

23 settembre 2016

ASSALTO ALLA POLIZIA DI MOMBASA
Jihadiste somale uccise e bruciate dalla polizia

La notizia dello sventato attentato terroristico alla stazione centrale di polizia a Mombasa lo scorso 11 Settembre ha destato clamore a varie latitudini specialmente per il simbolismo dell'azione nell'anniversario dell'attacco alle Twin Towers.
Si sarebbe trattato del primo attentato rivendicato dall'Isis in Kenya, perpetrato da tre giovani "jihadiste" di origine somala.

A ridosso dell'attentato, le cronache internazionali hanno riproposto la versione fornita alla stampa locale dalla polizia di Mombasa, qui di seguito riportata:
11 settembre - Tre donne hanno assaltato la sede centrale di polizia della città costiera. Le donne, coperte da hijab (velo islamico composto tecnicamente di due parti: copri-capo e abito di colore scuro definiti "burqa" nelle cronache nostrane; "bui bui" in lingua Swahili), sono entrate con il pretesto di denunciare il furto di un cellulare. Una volta all'interno, una di loro ha estratto un coltello e colpito un ufficiale alla gamba, mentre un'altra ha lanciato una bomba molotov, appiccando il fuoco. I poliziotti hanno reagito sparando e uccidendo le tre donne, due delle quali indossavano sotto l’hijab giubbotti anti-proiettile ed esplosivo. Nell'attacco due agenti sono rimasti feriti. Secondo il capo della polizia, le donne gridavano “Allahu akbar” (in arabo: Dio è il più Grande; mentre Allāh Akbar: Allah è il più grande) e “Siamo al-Shabaab” mentre venivano uccise, ma al momento non ci sono rivendicazioni.
12 settembre - La polizia di Mombasa ha reso noto oggi d’aver arrestato tre persone, rifugiati somali, considerati complici dell’attacco.

Riassumendo: il "commando" capeggiato da Tasnim Yakub Abdullahi Farah, sua sorella ed un'amica, avrebbe finto la denuncia del furto di un telefono cellulare allo scopo di fare irruzione in caserma e compiere l'attentato. Sotto il bui-bui, le donne «disarmate ma dotate di giubbotto antiproiettile» avrebbero nascosto bottiglie incendiarie. Nel tentativo di difendersi, gli agenti, tra cui una ragazza incinta, sarebbero rimasti feriti. In seguito al lancio di Molotov la polizia avrebbe «neutralizzato le terroriste» a colpi di arma da fuoco. Molti arresti sono seguiti a quest'azione rivendicata dall'Isis il 14 Settembre. Manoscritti attribuiti alle "martiri" sono stati messi in rete da simpatizzanti dello Stato Islamico.
Sulla stampa di Londra (The Daily Mirror e il tabloid The Sun) sono apparsi articoli sui legami tra le attentatrici di Mombasa e la primula rossa Samantha Lewhite, moglie di uno degli attentatori di Londra del luglio 2007, super-ricercata dall'intelligence britannica. A riprova del vincolo tra le giovani e lo Stato Islamico vi sarebbero, secondo la polizia, i risultati dei tabulati telefonici indicanti transazioni finanziarie tra le fallite kamikaze e Hanya Saggar, vedova di un religioso estremista, reclutatrice, secondo Nairobi, di aspiranti jihadisti. Senza eco sulla stampa internazionale, lo scorso 21 settembre, il quotidiano keniota The Star ha però sollevato seri dubbi sulla versione ufficiale della storia.
Secondo la denuncia dell'Organizzazione Muslim for Human Rights di Mombasa, citata da The Star, nella stazione di polizia si sarebbe sviluppata una colluttazione in seguito al tentativo da parte di un agente di spogliare del copri abito una delle giovani, che avrebbe reagito con un coltello. A quel punto la polizia avrebbe sparato per uccidere. Un video amatoriale, messo in rete dallo stesso quotidiano, mostra l'esecuzione a sangue freddo nel cortile della caserma, delle presunte attentatrici. Le donne, riverse a terra e inoffensive, sono finite a colpi di arma da fuoco. Una con le mani alzate. Il leader del Muslim for Human Rights, Khelef Khalifa, spiega che per coprire l'esecuzione extra giudiziaria, le donne sarebbero state cosparse di kerosene e date alle fiamme. Khalifa ritiene la versione della polizia a dir poco contraddittoria e attende l'esibizione di prove sulle armi e gli oggetti esplosivi impiegati nel presunto attentato. Nel confutare le versioni ufficiali, Khalifa tira in ballo la transazione finanziaria telefonica (pratica molto diffusa in Kenya) tra Tasnim Yakub Abdullahi Farah e Hanya Saggar esibita come prova in quanto avvenuta il giorno del fallito attentato. La somma, sostiene Khalifa, risulterebbe rispedita al mittente, segno dell'origine sconosciuta del denaro.
È plausibile che le donne fossero legate o simpatizzanti dello Stato Islamico, ed è certo che il Kenya sia nel mirino di organizzazioni terroristiche. Nairobi ha pagato un prezzo altissimo per l'invio di truppe nella confinante Somalia al fine di contrastare la minaccia posta all'intera Regione dal gruppo affiliato ad al-Qaeda al-Shabaab. Quest'ultimo ha di recente sviluppato fratture al proprio interno dato lo spostamento di alcuni militanti nella sfera di influenza di Daesh, creando cellule in Somalia e Kenya. Ma l'ennesima uccisione extra-giudiziale da parte delle forze dell'ordine di Mombasa fa solo il gioco dei terroristi.
Lo scorso luglio Human Rights Whatch (HRW) ha pubblicato un rapporto sugli abusi dell'anti-terrorismo in Kenya (Deaths and disappearances, abuses in counter-terrorism operations in Northestern Kenya). Kenneth Roth, direttore esecutivo della stessa organizzazione ha affermato che i diffusi casi di sparizioni e uccisioni extra giudiziarie in Kenya sono approvate ai massimi vertici dello Stato, con la totale impunità delle forze dell'ordine. Secondo HRW, i raid delle forze dell'ordine di Nairobi nel nord est-del paese prendono di mira giovani spesso solo in quanto musulmani o di origine somala. Per sventare possibili attentati e contrastare possibili attrattive verso gruppi "jihadisti", resta fondamentale il coinvolgimento delle comunità locali altrimenti omertose per il fondato timore di subire arresti per associazione familiare o culturale. HRW ritiene anche che l'esercito del Kenya (KDF) partecipi a operazioni anti-terrorismo su suolo nazionale senza approvazione da parte del Parlamento. All'indomani del fallito attentato di Mombasa il portavoce del governo Erik Kiraithe ha fatto appello al senso patriottico ed al dovere di denunciare sospetti. Khalifa (Muslims for Human Rights) chiede oggi la riesumazione delle salme delle uccise e un'indagine da parte dell'Independent Policing Overisght Authority, che dovrebbe vigilare sull'operato delle forze dell'ordine in Kenya. Due giorni fa sono state ricordate a Nairobi la vittime della strage terroristica al Westgate, consumatasi il 21 settembre 2013. I morti dopo 80 ore d'assedio di miliziani al-Shebbab furono almeno 67, i feriti tre volte di più.

La strategia del terrore di Stato non è servita a mitigare la minaccia terroristica in Kenya, eppure dall'agenda del Governo di Uhuru Kenyatta non spuntano piani alternativi agli attuali illeciti.
Sulla pagina foderata di in quaderno rinvenuto nella casa, a 300 metri dalla stazione di polizia, in cui era ospitato il commando formato dalle tre jihadiste, è stata rinvenuta una nota con scritto:
"Sappi che i soldati dello Stato Islamico sono ovunque. O sporco governo keniota, non credere che abbiamo dimenticato come spietatamente avete ucciso i nostri fratelli ... Ci impegniamo a rendere vedove le vostre donne ed orfani i vostri figli ." 

Il capo della polizia di Malindi Matawa Muchangi. Nella foto segnaletica Suleiman Mohamed Awadh.
Il capo della polizia di Malindi Matawa Muchangi. Nella foto segnaletica Suleiman Mohamed Awadh.

20 gennaio 2016
Quattro presunti terroristi sono stati uccisi dalla polizia keniota nella città costiera di Malindi (sono stati stanati in un’abitazione del villaggio di Kwa Chocha, alle porte della cittadina), mentre altri due sono riusciti a fuggire. Stando a quanto riferito dalle autorità, tra le vittime figura Suleiman Mohamed Awadh, 25 anni, uno dei "criminali più ricercati", sulla cui testa pendeva una taglia di 20.000 dollari. La lista dei ricercati era stata diffusa dopo l'attacco dei jihadisti Shabaab all'università di Garissa, lo scorso aprile, costato la vita a 148 persone.
Secondo la ricostruzione fornita dalla polizia, i sospetti sono stati uccisi dopo aver lanciato granate ed esploso colpi di arma da fuoco contro gli agenti, impegnati ieri mattina in un'operazione nella città turistica. "I terroristi erano pesantemente armati e hanno impegnato i nostri agenti in uno scontro a fuoco al termine del quale quattro di loro sono rimasti uccisi", ha detto il capo della polizia di Malindi, Matawa Muchangi. Gli altri due sospetti che sono riusciti a fuggire sono comunque rimasti feriti.
Dopo lo scontro a fuoco, la polizia ha rinvenuto nell'abitazione armi, telefoni cellulari, una lettera contenente una richiesta di fondi agli Shabaab somali e mappe di Malindi con evidenziate la stazione di polizia, un supermercato (il Nakumatt) e il Parco marino. Askanews

Che Malindi covasse serpi in seno lo si sapeva già dal 2014, quando il 29 gennaio la polizia uccise in zona Dalla il terrorista Ali Mohammed Delawa, mentre altre due persone riuscirono, seppur ferite, a fuggire. Mohammed era un ex agente di polizia GSU: era stato radiato dal corpo per la sua cattiva condotta prima di unirsi ai militanti di Al-Shabaab diventando uno dei membri principali del gruppo

Chiara è una donna di quarant'anni originaria della Liguria, ha sposato un keniota e insieme gestiscono un’attività turistica. «Stavamo per stabilirci qui, ora sto solo aspettando di tornare. Il nostro mondo è cambiato in un istante, provo rabbia e dolore». C’è il panico per il domani. C’è da avere paura di tutto!
«La situazione - spiega una fonte di intelligence - è oltre l’allarme rosso. Si attendono nuovi attentati sanguinosi».

Miliziani somali di Al Shabaab messi in fuga dal gesto di coraggio dei passeggeri musulmani.
Miliziani somali di Al Shabaab messi in fuga dal gesto di coraggio dei passeggeri musulmani.

22 dicembre 2015

“Ammazzateci tutti musulmani e cristiani, oppure lasciateli andare”. Con queste parole un gruppo di musulmani ha salvato alcuni kenioti di fede cristiana difendendoli da un assalto dei fondamentalisti islamici di Al Shabaab ad un autobus che viaggiava da Nairobi verso Mandera City, nel nordest del Kenya.
Tutto accade in pochi minuti. È appena passata l’alba, quando i terroristi somali attaccano a colpi di mitra il pullman. In quel momento a bordo si trovano almeno 60 passeggeri. Nell'assalto tre persone vengono ferite, una rimane uccisa.
Fermato il mezzo, i passeggeri vengono fatti scendere. Poi la decisione: “I non cristiani possono risalire” dicono i jihadisti. Ai cristiani è quindi ordinato di sdraiarsi sul ciglio della strada: vogliono ucciderli uno a uno.
L’ordine, tuttavia, non viene eseguito: i passeggeri musulmani si oppongono, chiedendo di lasciare andare anche i cristiani.
Di fronte a tanta determinazione i terroristi desistono dal loro intento e la strage viene evitata.

Non è la prima volta che gli Al Shabaab (letteralmente “i giovani”, gruppo affiliato ad Al Qaeda e radicato in Somalia) compie attacchi contro i cristiani nelle zone al confine tra Kenya e Somalia. Un episodio simile ma dall'esito tragicamente diverso era avvenuto circa un anno fa nella stessa zona: i terroristi presero d’assalto un pullman e uccisero 28 passeggeri non musulmani.

Andrea Maffi
Andrea Maffi

5 luglio 2015

Italiano ucciso a coltellate nella sua casa di Watamu.
Andrea Maffi, un operatore turistico originario di Villongo (Bergamo) è stato trovato morto a Watamu, località tra Malindi e Mombasa, in Kenya. L'uomo, 40 anni, è stato assassinato. Maffi, che viveva nella località turistica da una quindicina d'anni, da qualche giorno non rispondeva al telefono né ai messaggi.
Maffi aveva cominciato a lavorare nel Paese africano come animatore turistico muovendosi sempre nella zona tra Mombasa e Malindi. Poi a Watamu era diventato responsabile di tour organizzati e in particolare dei safari soprattutto per i gruppi di italiani.
Le condizioni del corpo (non solo la coltellata alla gola che è stata la probabile causa del decesso, ma anche numerosi segni lasciati su tutto il corpo), fanno pensare alla pista passionale o alla punizione per uno sgarro. Anche perché, a parte l’auto, non sono state toccate le proprietà di Maffi nella piccola casa che si era fatto costruire nel quartiere più popolare della cittadina costiera di Watamu.

Studenti cristiani massacrati a Garissa.
Studenti cristiani massacrati a Garissa.

2 aprile 2015
Uomini armati hanno preso d'assalto il Garissa University College di Garissa , in Kenya , uccidendo 148 persone e il ferimento di 79 o più.
Al-Shabaab, ramo di Al-Qaeda, ha assunto la responsabilità dell'attacco da parte del gruppo militante. Gli uomini armati hanno preso più di 700 studenti in ostaggio, liberando i musulmani e uccidendo coloro che avrebbero identificato come cristiani. L'assedio si è concluso lo stesso giorno, quando tutti e quattro gli attaccanti sono stati uccisi. Cinque uomini sono stati in seguito arrestati in connessione con l'attacco, e una taglia è stata posta per l'arresto di un sospetto organizzatore.
L'attacco è stato il più mortale in Kenya a partire dall'attentato all'ambasciata degli Stati Uniti nel 1998, ed è, nel complesso, il secondo con più vittime rispetto agli attacchi di Mombasa nel 2002, all'attacco del centro commerciale Westgate di Nairobi nel 2013, alle bombe sugli autobus di Nairobi nel 2014, alle bombe di Gikomba nel 2014, agli attacchi di Mpeketoni e di Lamu nel 2014.
Garissa si trova nella provincia nord-orientale a circa 200 km dal confine con la Somalia, è stato considerato come "uno dei luoghi più sicuri nella regione". Ospitava sia caserme che questure.
Al-Shabaab, un gruppo militante multietnico con base in Somalia e collegato ad Al-Qaeda, aveva ucciso più di 200 persone in Kenya nei due anni prima di questo evento. Questi attacchi hanno significativamente influenzato l'industria del turismo del Kenya, anche se, prima degli attacchi del 2002 a Mombasa che presero di mira i turisti, molti degli attacchi del gruppo militante erano fuori dei grandi centri di popolazione urbana.

Intanto emerge qualcosa di più anche sugli autori del criminale gesto. Fanno parte di un gruppo Al Muhajiroun, creato da Al Qaeda un paio di mesi fa e affiliato a Harakat al-Shabaab al-Mujahideen, il nome completo degli shabaab somali. Al Muhajiroun è guidato da Mohamed Kuno, leader degli integralisti nella regione del Juba nel mezzogiorno dell’ex colonia italiana, sulla testa del quale è stata messa una taglia di 20 milioni di scellini (200 mila euro). Al Muhajiroun è una sorta di branca operativa collaterale il cui compito è quello di organizzare attentati in Kenya e Tanzania.

Village Market Nairobi
Village Market Nairobi

3 aprile 2015
Si è saputo che nei giorni scorsi in Kenya sono stati sventati due attentati apparentemente organizzati da Al Muhajiroun. Il primo contro il centro commerciale Village Market di Nairobi, il secondo era stato pianificato contro il centro commerciale di Nyali, uno dei sobborghi di Mombasa, per le vacanze di Pasqua.

Venti giorni prima del micidiale attacco all'università di Garissa c’era stata un’avvisaglia assai preoccupante in Kenya. La polizia, su segnalazione dell'Intelligence, aveva bloccato un’auto con bordo jihadisti somali, il cui compito era quello di far esplodere il più bello, elegante e prestigioso centro commerciale di Nairobi.

Strada che da Garissa porta a Nairobi, 13 marzo pomeriggio.
Un’auto un po’ scassata viene fermata dalla polizia poco dopo la cittadina di Thika, famosa per le distese coltivate ad ananas di proprietà della Del Monte. Gli agenti circondano la vettura con molte precauzioni. Sanno che le due persone a bordo sono due aspiranti terroristi suicidi. Assieme a loro sull'auto c’è un arsenale: materiale esplosivo, munizioni e dispositivi elettronici utilizzati per far detonare ordigni al plastico.
La notizia viene tenuta riservata per evitare di provocare panico tra la gente, ma si viene a sapere che i due stavano progettando di fare esplodere la loro auto imbottita con esplosivi combinati (C4 e tritolo) di uso militare al Village Market, un complesso di negozi e centri di ricreazione prestigiosi, poco lontano dal compound delle Nazioni Unite, dove lavorano 5000 persone, la maggior parte delle quali straniere. Sarebbe stata una tragedia perché la bomba avrebbe prodotto uno scoppio quaranta volte superiore a quello di una auto-bomba devastante.

L’operazione antiterrorismo andata a buon fine il 13 marzo è stata condotta dalle tre agenzie di sicurezza dell’ex colonia britannica, i servizi di controspionaggio, la polizia antiterrorismo e l'Intelligence militare. Nel settembre 2013 i militanti somali shabaab (il nome completo è Harakat al-Shabaab al-Mujahideen) avevano messo a ferro e fuoco e distrutto il Westgate, il centro commerciale più moderno ed elegante di Nairobi. Ora stavano cercando di far fare la stessa fine a quello che ha preso il suo posto, il Village Market appunto.

Secondo un rapporto di Intelligence gli esplosivi di grande potenziale C4 e tritolo recuperati dai servizi di sicurezza che i due terroristi intendevano utilizzare è simile a quello sequestrato da una cellula sovversiva formata da cittadini iraniani, arrestati qualche tempo fa in Kenya e ora detenuti in un carcere quaggiù. Alcuni documenti declassificati rivelano che gli iraniani avevano intenzione di utilizzare la stessa miscela per “attacchi contro Israele, Stati Uniti, Regno Unito e Arabia Saudita”.
I due terroristi arrestati il 13 marzo appartenevano al gruppo Shabaab comandato da Adan Garar, ucciso nel tardo pomeriggio del 12 marzo da un drone americano all'attacco nella regione del Gedo, nel sud della Somalia ai confini con il Kenya. Adan Garar è stato indicato come uno degli organizzatori dell’attacco contro il Westgate del 2013, nel quale morirono 67 persone, almeno secondo il bilancio ufficiale.
Nei giorni scorsi il Pentagono ha confermato la morte di Garar, ucciso mentre si trovava nella sua auto nel villaggio Aqab-buul vicino la città di Diinsoor una delle roccaforti degli shabaab in Somalia. Un portavoce l’ha descritto come un “personaggio chiave” nell'organizzazione degli shabaab di cui era coordinatore delle operazioni esterne per perseguire gli obiettivi di Al Qaeda, cioè colpire gli interessi dell’Occidente e i suoi cittadini.

Truppe di assalto keniote.
Truppe di assalto keniote.

9 dicembre 2014
Kenya, il governo ha ordinato 500 omicidi mirati di terroristi.

La polizia del Kenya ha assassinato quasi 500 presunti terroristi, nel quadro di un programma di omicidi extragiudiziali sostenuto dalle intelligence di Israele e Regno Unito. Lo rivela un'inchiesta esclusiva della televisione panaraba Al Jazeera.
Gli agenti di quattro unità di unità di polizia anti-terrorismo del Kenya (ATPU) hanno detto che la polizia avrebbe assassinato persone sospettate di terrorismo su ordine del governo.
Gli omicidi, centinaia ogni anno secondo un agente ATPU, erano ordinati dal Consiglio di Sicurezza Nazionale del Kenya. "Da quando sono stato assunto, ho ucciso oltre 50 sospetti. Certamente, sono orgoglioso perché ho eliminato dei problemi", ha detto alla televisione un altro agente.
Secondo questi poliziotti ATPU, il sistema giudiziario in Kenya è debole e li ha costretti a ricorrere agli omicidi poiché la polizia non è in grado di produrre prove sufficienti per processare i presunti terroristi. "Se la legge non può funzionare, c'è un'altra opzione ... eliminare", ha spiegato un agente ad Al Jazeera.
Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta e i membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale - tra cui il vice presidente, il ministro della difesa e degli interni - hanno negato le accuse.
Secondo gli agenti ATPU, le informazioni che guidano Nairobi nel "programma di eliminazione" vengono fornite dai servizi segreti occidentali. Israele e Regno Unito offrono formazione, attrezzature e strumentazione per i poliziotti kenioti su come "eliminare" i presunti terroristi.
Anche Israele e il Regno Unito, precisa Al Jazeera, negano ogni coinvolgimento.

Massacro di cristiani in una cava nella zona Kormey a circa 10 miglia da Mandera.
Massacro di cristiani in una cava nella zona Kormey a circa 10 miglia da Mandera.

2 dicembre 2014
Il gruppo militante somalo al-Shabab islamico ha rivendicato la responsabilità per un massacro che ha lasciato almeno 36 morti, svolgevano il lavoro di cavatori vicino alla città keniota settentrionale di Mandera.
In una dichiarazione attraverso la pro-islamista Radio Andalus, al-Shabab rivendica l'uccisione di 40 kenioti cristiani per mano del gruppo chiamato "buon funzionamento". L'attacco è avvenuto nelle prime ore del mattino in una cava nella zona Kormey a circa 10 miglia da Mandera.
I membri della milizia una volta separati i lavoratori musulmani dai cristiani, hanno ucciso questi ultimi colpendoli alla testa o decapitandoli. Lo ha riferito il quotidiano Daily Nation citando fonti della sicurezza keniota. I militanti messo in guardia il governo del Kenya dall'uccidere musulmani innocenti, sottolineando che il gruppo avrebbe fatto tutto il possibile per rispondere a tali atti.
Il portavoce di Al-Shabab, Ali Mohamud Furia, ha detto che l'attacco è stato parte di una serie di operazioni programmate in Kenya.
La mattanza è avvenuta a 10 giorni di distanza dall'attacco di al-Shabab ad un autobus uccidendo 28 dei suoi 60 passeggeri dopo aver identificato le vittime come non-musulmani. Le ultime operazioni terroristiche hanno avuto luogo dopo settimane di tensioni tra polizia e giovani musulmani a Mombasa, il più importante porto del Kenya e vicino alle principali mete turistiche.
Al-Shabab, che ha annunciato nel 2012 la sua adesione formale ad al-Qaeda, sta combattendo per stabilire uno stato islamico in Somalia.

Attacco ai danni di un pullman del trasporto pubblico a Mandera.
Attacco ai danni di un pullman del trasporto pubblico a Mandera.

22 novembre 2014
Attacco a un autobus in Kenya: presunti militanti del gruppo somalo Al-Shabaab avrebbero agito all'alba ai danni di un pullman del trasporto pubblico, a Mandera, nel nord del Paese. Saliti sopra al veicolo, i miliziani avrebbero fatto una vera e propria strage ai danni dei non musulmani: 28 i morti, ma ci sono anche diversi feriti. La notizia è stata confermata da fonti ufficiali.
I miliziani sarebbero stati un centinaio; hanno fermato il mezzo diretto a Nairobi. Secondo la Bbc, hanno poi riunito quelli che ritenevano non di religione musulmana, dando il via a una vera e propria esecuzione. La scelta è stata fatta a seconda che i passeggeri sapessero leggere o meno alcuni versi del Corano.
Sul bus, caduto nell'imboscata al confine con la Somalia, c'erano in totale circa 60 passeggeri, secondo un messaggio scritto su Twitter dalla Croce Rossa internazionale. Il capo della polizia del dipartimento di Mandera, Noah Mwavinda, ha detto: "Posso confermare che 28 passeggeri innocenti sono stati brutalmente uccisi dagli Shabaab". I funzionari di polizia hanno aggiunto che alcune delle vittime erano dipendenti pubblici che si dirigevano a Nairobi per le vacanze di Natale.
Al-Shabaab non ha smesso di compiere attentati in Kenya nonostante ai primi di settembre sia stato ucciso il leader Ahmed Abdi Godane da parte degli Stati Uniti, in un blitz aereo. Al suo posto è salito al potere Ahmed Omar, noto come Abu Ubeid.

I corpi ammassati delle vittime di Mpeketoni
I corpi ammassati delle vittime di Mpeketoni

16 giugno 2014
Nella notte tra domenica 15 e lunedì 16 giugno almeno 48 persone sono state uccise in un attacco compiuto da un gruppo di uomini armati a Mpeketoni, città sulla costa del Kenya a poco meno di 300 chilometri a nord di Mombasa.
L’attacco è stato poi rivendicato dal gruppo estremista Al-Shabaab, lo stesso che attaccò il centro commerciale Westgate a Nairobi lo scorso settembre facendo oltre sessanta morti. Nella notte gli shabaab hanno attaccato alcuni hotel e una centrale di polizia di Mpeketoni, e poi hanno incendiato alcuni edifici.
Secondo il sito del quotidiano locale Standard, i miliziani hanno rubato anche alcune armi e diversi mezzi dalla stazione di polizia e poi sono scappati verso la foresta. Il capo della polizia locale, Hamaton Mwaliko, ha detto a Reuters che gli uomini armati hanno compiuto l’attacco usando un furgone rubato nella vicina città di Witu. L’assalto, ha aggiunto il capo della polizia del Kenya David Kimaiyo, è avvenuto mentre gli abitanti di Mpeketoni e parte delle vittime stavano guardando una partita dei Mondiali in televisione.

Centro commerciale Westgate Nairobi.
Centro commerciale Westgate Nairobi.

21 settembre 2013
10 uomini armati hanno attaccato il lussuoso centro commerciale Westgate a Nairobi, uccidendo 67 persone e ferendone 175.
Il gruppo militante islamista Al-Shabaab ha rivendicato la responsabilità dell'attacco, in linea con i loro avvertimenti seguenti l'operazione "Linda Nchi" (ovvero "proteggere la nazione") in Sudan nel 2011-2012.
Una settimana prima dell'attacco, la polizia del Kenya ha dichiarato di aver interrotto nelle sue fasi finali la pianificazione di un grande attacco e di aver arrestato due persone con giubbotti esplosivi contenenti cuscinetti a sfera, granate e fucili d'assalto AK-47. I due sospetti erano nel quartiere residenziale Eastleigh della capitale Nairobi, conosciuto come la "Piccola Mogadiscio", dove risiedono immigrati somali. Una caccia all'uomo è stata lanciata anche per altri otto indagati.


Sabato 21 settembre 2013 alle ore 12 (ora locale, UTC +3), uomini armati con volto coperto hanno attaccato il centro commerciale Westgate nel quartiere Westlands di Nairobi, mentre aveva luogo un evento per bambini. Almeno 2 ore più tardi sono cominciati i combattimenti armati con i poliziotti. Un primo rapporto ha indicato che circa 80 persone sono rimaste intrappolate nel seminterrato, mentre la polizia scortava altri clienti cercando di catturare gli assalitori.
Il segretario generale della Croce Rossa del Kenya Abbas Gullet ha dichiarato che i soccorritori non hanno potuto raggiungere alcuni dei punti cruciali nel centro commerciale. Rob Vanijk, un dipendente dell'ambasciata olandese, ha riferito che mentre stava pranzando in un ristorante è iniziato l'attacco con granate seguito poi da spari. Altri testimoni hanno detto che l'attacco è iniziato presso il salotto esterno di Artcaffe di fronte al centro commerciale. Le ambulanze presenti nel centro commerciale hanno cominciato a soccorrere le prime vittime.
I rapporti hanno indicato la presenza di bambini feriti che sono stati scortati fuori dalle guardie di sicurezza trasportandoli con i carrelli. Un filmato della "TV Nation" ha mostrato decine di persone in fuga da un ingresso posteriore. Il corrispondente Marco Lui del giornale "Bloomberg" ha riportato un'intervista: "Abbiamo sentito un rumore al piano terra e la gente ha iniziato a preoccuparsi, quando è avvenuto il secondo scoppio la gente era in preda al panico".
Altri testimoni oculari hanno detto che oltre a granate, i militanti hanno utilizzato i fucili AK-47. Venti persone sono state salvate da un negozio di giocattoli al piano superiore, mentre una donna che scrive su Twitter con il nome di "Shirley Ghetto" si è nascosta sotto i materassi nel centro commerciale.
Quando le truppe dell'esercito del Kenya sono arrivate, hanno usato gas lacrimogeni per cercare di stanare gli attaccanti. Al calar della notte, il centro commerciale è rimasto chiuso al pubblico, mentre i servizi di sicurezza cercavano piano per piano gli uomini armati, che avrebbero potuto nascondersi con degli ostaggi. Il giorno dopo le sparatorie erano ancora in corso, mentre venivano liberati diversi ostaggi visibilmente scossi.
Un testimone oculare ha detto che gli aggressori dicevano di lasciare andare i musulmani e colpire solo i non-musulmani. Ad altri è stato chiesto "chi è la madre del profeta?" per distinguere i musulmani dai non-musulmani. Il Sergente Maggiore Frank Mugungu ha detto di aver visto quattro maschi e una femmina tra gli attentatori, tra cui un somalo, mentre altri potrebbero essere stati kenioti e di altre nazionalità. Testimoni affermano di aver sentito parlare arabo o somalo. Il Telegraph Sunday ha affermato di aver visto i documenti delle Nazioni Unite, che avvertivano il mese scorso di un "tentativo terroristico di larga scala".
Dopo diverse ore, al-Shabaab ha rivendicato l'attentato. Secondo il Kenya Capital FM un attaccante è segnalato per essere sfuggito dopo che un testimone lo ha visto mescolarsi con le vittime mentre venivano salvati: "L'uomo è di origine araba, ha cambiato i suoi abiti al primo piano e ha lasciato il centro commerciale con le vittime mentre venivano salvati, quando l'ho visto al di fuori dell'edificio ho detto alla polizia questo è uno degli uomini armati, non hanno ascoltato la mia supplica, ma mi hanno chiesto di uscire".

Molti Stati e Organismi sovranazionali hanno espresso solidarietà con il governo e il popolo del Kenya.
L'Italia neppure ha fatto le sue "condoglianze al governo del Kenya, e soprattutto ai familiari delle vittime", tanto meno ha rilasciato dichiarazioni di condanna del "barbaro atto"!

 

Miliziani di al-Shabaab.
Miliziani di al-Shabaab.

Chi sono i miliziani di al-Shabaab  (Vedi anche al-Shabaab)

I miliziani di al-Shabaab sono apparentati con al Qaeda. Hanno iniziato a compiere esecuzioni e attentati in Kenya da quando soldati del Paese africano sono stati inviati in Somalia, nel mese di ottobre del 2011. Le autorità parlano di almeno 135 attacchi da allora, tra cui quello a Westgate Mall di Nairobi, con 67 morti, rivendicato proprio dai militanti e avvenuto nel settembre del 2013.
Il gruppo terroristico ha affermato di aver agito anche sulla costa del Kenya all'inizio di quest'anno, facendo 90 morti.
Le truppe keniote fanno parte della missione dell'Unione africana in Somalia, accorse per aiutare il fragile governo, sostenuto anche dalle Nazioni Unite. Proprio per combattere gli insorti di al-Shabaab. E nonostante l'Unione africana alla fine abbia scacciato i miliziani da Mogadiscio, gli attacchi e le esecuzioni in Somalia e nei Paesi confinanti sono proseguite.
Le forze alleate stanno però compiendo progressi: di recente, hanno conquistato la città portuale di Barawe. Oltre duecento studenti sono scesi in piazza a Nairobi e Garissa per chiedere maggiore sicurezza, dopo che le milizie jihadiste somale Shabaab la scorsa settimana hanno massacrato 148 persone nel campus dell'università di Garissa. Gli studenti hanno colpito con le mani le auto, cantando "Voi non siete al sicuro, voi non siete al sicuro". Alcuni studenti portavano fiori, altri hanno acceso candele.
Il ministro dell'Interno del Kenya, ha dichiarato che uno dei terroristi era figlio di un funzionario di governo: "Si chiama Abdirahim Abdullahi e ha massacrato I giovani cristiani nella strage dell'Università di Garissa".

Casinò di Malindi
Casinò di Malindi

28 marzo 2013
Malindi. Commando di miliziani attacca il casinò: nove i morti

L’intenzione era di fare una strage, di massacrare il maggior numero di turisti. Una cinquantina di uomini armati, sospetti militanti del Mombasa Republican Council, alle due di questa notte (mezzanotte in Italia) ha attaccato il Casinò di Malindi, la stazione balneare keniota frequentata dagli italiani. Sette assalitori e due poliziotti sono morti. Un agente è gravissimo in ospedale. Un italiano, Marco Ascari, è stato ferito, sembra in modo non grave.
I presunti miliziani del MRC si sono presentati al cancello del villone che ospita il casinò e si nono nessi a sparare all'impazzata cercando di entrare nel giardino. Erano mascherati e in mano non avevano solo armi da fuoco ma anche panga, cosi chiamano i machete in Kenya.
La reazione degli agenti è stata immediata; il cancello è stato chiuso in tempo ed è cominciata una violenta battaglia, in strada che proseguita lungo il vialone principale della città, cui hanno partecipato gli agenti di rinforzo chiamati dai loro colleghi.
Alla fine sette assalitori sono rimasti sul selciato, assieme a due poliziotti. Un terzo trapassato da un proiettile è in fin di vita.
Il casinò di Malindi, che è stato chiuso fino a data da destinarsi, è gestito da un italo americano, Roberto (Bob) Cellini e dalla moglie Daniela, con interessi fino a Las Vegas.

Ma quello dei Cellini non è solo un casinò. In realtà funge anche da banca per molti italiani che arrivano in Kenya e depositano il loro denaro nella casa da gioco. Al Casinò di Malindi si può pagare in assegni, anche italiani o chiedere contanti presentando la propria carta di credito.
Qualche settimana fa anche Flavio Briatore ha aperto un nuovo casinò a Malindi in un'altra zona, a Casuarina, vicino al Lion in the Sun, la sua proprietà, dove sta costruendo un mega complesso turistico per super ricchi.
Ma il casinò di Briatore, almeno per ora, è poco frequentato. Gli habitué di Malindi preferiscono le loro vecchie sale da gioco, dove molti hanno lasciato interi patrimoni, e i turisti vogliono stare in centro e non andare da Briatore, un po’ fuori Malindi, dove, tra l’altro si paga l’ingresso.
Per anni Bob Cellini era riuscito a evitare che nascesse una nuovo casinò in concorrenza con il suo, anche grazie alla potente amicizia con i figli dell’ex presidente Daniel arap Moi, Gideon e Philip. L’arrivo sulla piazza di Briatore certamente non deve avergli fatto piacere.

Gli affari sulla costa keniota – celebrata dal film Nel Continente Nero con Diego Abatantuono – non vanno più a gonfie vele come in passato. La zona diventa ogni giorno meno sicura e si registrano con una certa frequenza assalti e rapine. I turisti, quindi prima di partire per Malindi, allettati spesso da offerte sicuramente vantaggiose, ci pensano su due volte, preferendo mete più tranquille, e anche più belle e affascinanti, come Zanzibar o le Seychelles.
by Africa Express


Porto di Malindi. Sullo sfondo il "Vasco da Gama Pillar"
Porto di Malindi. Sullo sfondo il "Vasco da Gama Pillar"

 

Resta inteso che, quelli sopra citati, sono solo alcuni degli episodi di violenza di questi ultimi anni. Bombe a mano e attentati dinamitardi hanno provocato morti e feriti in vari luoghi come ristoranti, mercati, autobus. Uomini armati hanno pure aperto il fuoco uccidendo persone nelle chiese, durante funzioni religiose. Stessa sorte hanno avuto persino alcuni posti di Polizia.

Al di la di ciò, resta comunque chiaro che il governo non riesce in alcun modo a contenere, né tanto meno a prevenire, attacchi terroristici da parte dei miliziani di al-Shabaab, che possono in qualsiasi momento colpire in ogni parte del Paese.
Non sono certo le distanze di Malindi da Garissa (347 Km), Mombasa (116 Km) e Nairobi (497 Km), a preservare il villaggio costiero e a permettere ai turisti di vivere una dimensione più umana. Immigrati somali abbondano anche a Malindi e certamente non ti vengono a raccontare come la pensino.
A Malindi non si è ancora parlato di terrorismo. Molti sono assalti ai turisti per catenine o cellulari commessi dalla microcriminalità, ma le rapine e le uccisioni avvengono per mano di feroci criminali comuni.

Peccato che certi "giornalai" si scordino di dire che si tratta di rapine a mano armata con un coltello puntato alla gola e più spesso con macete e kalashnikov, meglio noto come AK-47. Non sono esperienze del tutto entusiasmanti per un turista e che, per il buon nome di Malindi e gli interessi privati di coloro che cercano di promuovere il turismo a Malindi e dintorni, vengono alla luce solo quando ci scappa il morto!
C'è persino chi è pronto a giurare che non sia mai avvenuto un fatto di sangue, ma costoro al tramonto sprangano porte e finestre e come tutti pagano il servizio di sicurezza dalle 6 di sera alle 6 di mattina.
C’è stata una sparatoria, qualcuno è stato derubato e malmenato? Cosa vuoi che sia, tanto il turista, dopo i suoi sette giorni canonici di permanenza, chi lo rivede più. A Malindi non rimetterà più piede, quindi inutile parlarne!
Costoro cercano di confondere le acque dicendo: "Come in tutte le comunità italiane all'estero anche Malindi ha i suoi ex galeotti, qualche uomo d'affari non proprio raccomandabile e via dicendo. Qui sono arrivati amici degli amici della banda della Magliana, qualche bancarottiere fraudolento, e diverse "teste di legno"".
Farneticazioni e deliri di chi sa benissimo che, a parte le "teste di legno" e qualche "terrone leccaculo" della polizia, quei tempi sono finiti, morti e sepolti. 
Negli ultimi anni la situazione è decisamente degradata, non è più una meta idonea per investimenti, il malaffare e gli abusi di chi ha interessi a Malindi e dintorni sono all'ordine del giorno.

Malindi è ormai rassomigliante ad un "sepolcro imbiancato"!
Qui oltre alle "rapine nelle case, in cui si racimolano due telefonini, spiccioli di euro e qualche braccialetto", ci sono pure gli omicidi più efferati come quello dell'italiano Andrea Maffi ucciso a Watamu, aveva solo 40 anni. La dottoressa italiana Rita Fossaceca uccisa con un machete nell'Orfanotrofio di Mijomboni, aveva 51 anni.
Ma che ecatombe di italiani, pare che questi "attacchi" capitino solo a loro!
Fatti, questi, secondo voi, "bene informati", ma direi piuttosto "ipocriti", tutti viziati da "situazioni particolari". Il fatto è che non la "gente", ma gli italiani di Malindi vivono principalmente di turismo e la verità non può far altro che danneggiarlo!
Tutto quello che rimbalza e fa notizia anche in Italia, cercate sempre di stemperarlo o addirittura di non farne neppure menzione. È il caso, come qualcuno fa notare, degli incendi: dove sono bruciati 1 albergo e 260 abitazioni di turisti, la vostra conta dei danni si è ferma ad 1 albergo e 40 case.
Vi lamentate che il Ministero degli Esteri Italiano non smette di inviare comunicati "tendenziosi" sul Kenya in cui si sconsiglia di frequentare luoghi di aggregazione ed anche gli aeroporti, senza curarsi dell'effetto nefasto che possono avere sul turismo, quando, a vostro dire, gli attentati avvengono in luoghi assolutamente non frequentati da turisti e "soprattutto non per motivi legati all'islamismo estremo, ma per dispute politiche sulla costruzione del porto di Lamu e relativi interessi a livello di terreni". E concludete dicendo: "Certo, l'attenzione regna sovrana come in qualsiasi nazione che ospiti possibili islamici radicali", evidentemente voi vivete in un altro mondo!
"Ma il kenya sembra fare più notizia e sapete perché? Troppi interessi economici in questo paese con il PIL in crescita vertiginosa, e troppe aziende italiane che vorrebbero esportare il loro lavoro e i loro capitali a Nairobi e dintorni". Anche qui casca l'asino! Il PIL in Kenya è in "caduta vertiginosa" e nessuna azienda, tanto meno italiana, vorrebbe esportare lavoro e capitali a Nairobi e dintorni. Se si vocifera che una grande azienda, non certo tra le italiane poiché ormai inesistenti, ha interesse ad esportare i propri manufatti dal Kenya, il motivo è esclusivamente da ricercare nello sfruttamento della mano d'opera locale ed un sistema fiscale, se ben "oliato", di "manica larga".

Malindi: in front of Lawford's Hotel
Malindi: in front of Lawford's Hotel


Ma in fin dei conti, cosa ci viene a fare il turista a Malindi?

A Malindi c'è il mare, non certo la savana, laghi, isole o montagne. I mesi più indicati sono quelli in alta stagione, da dicembre a marzo (per gli affittacamere l'alta stagione è solo dicembre, quindi approfittatene). Ma non tutti i turisti sanno che le acque della costa di Malindi in alta stagione, di solito da dicembre a febbraio, diventano più torbide, a causa dei sedimenti fluviali ricchi di quarzo e pirite scaricati a mare dai 390 Km del fiume Athi-Galana-Sabaki, conseguenza del vento dominante, il kaskazi, in concomitanza con le piogge nella savana a nord di Nairobi.
Vedi nella sezione Malindi Beach, "l'Oceano si tinge di rosso", dalla foce del fiume sino al parco marino.
In verità (basta osservare il colore della sabbia) il Sabaki non trasporta solo quarzo e pirite dalla savana, ma tutto quanto, lungo il suo percorso di 390 Km, viene scaricato nello stesso o nei suoi affluenti in particolare dagli abitanti di Thika (vedi Quattordici Cascate), Nairobi ed i suoi slums, tra cui Kibera, Mathare Valley e Korogocho: un "mare di merda"!
Ma per chi è indicata una vacanza a Malindi? Certamente è confacente per chi affronta otto ore di volo con il solo scopo di praticare acquagym nelle vasche da bagno keniote, per le vecchie babbione del burraco o per chi cerca "compagnia" (vedi Cosa cercano gli Italiani a Malindi? e Beach Boys oggetti del desiderio) e per chi crede che il Kilimanjaro sia in Kenya.


"MALINDI? RIPULIRLA, DEMOLIRNE META’ E DARE SERVIZI, ALTRIMENTI E’ FINITA", questo il pensiero di Roger Jones, advisor del Ministero del Turismo incaricato di stendere in cinque mesi una relazione approfondita su come rilanciare il turismo in Kenya e rivoluzionare l’ente nazionale di promozione, non lascia scampo alla cittadina della Contea di Kilifi.
Ma in una visione più generale del Paese cosa dice la stampa estera come il quotidiano francese "le Monde" o il rapporto annuale 2015-2016 di Amnesty? Oltre a confermare le esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e altre violazioni dei diritti umani rivelate da Al Jazeera, hanno denunciato altri episodi di uccisioni illegali, stupri, violenze nei confronti di donne e ragazze (rimaste la prassi), nonché la promulgazione di articoli di legge contenenti disposizioni che limitano la libertà di parola e la libertà di stampa mettendo a rischio chiunque svolga inchieste, indagini o scriva articoli su tematiche riguardanti scandali di tangenti o corruzione. Il 10 novembre scorso, John Ngirachu, redattore degli affari parlamentari del Daily Nation, è stato arrestato da agenti del dipartimento indagini penali con l’accusa di aver violato la confidenzialità delle informazioni su una notizia che metteva in luce le discutibili spese del ministero dell’Interno.
La corruzione è la peste del Kenya. Imperante in ogni livello sociale è uno degli ostacoli più grandi che impedisce al Paese di svilupparsi. In effetti, è considerata una delle maggiori sfide che il popolo è tenuto a vincere per non rimanere un paese del terzo mondo. La corruzione colpisce in ogni dove, aumentando le diseguaglianze, scoraggiando i finanziamenti e gli aiuti esteri.
Ulteriori informazioni su Malindi e gli Italiani le potete ottenere leggendo la sezione Kenya Economia.
Personalmente vorrei informare i turisti che a Malindi il reato di calunnia è inesistente! Quindi se venite denunciati falsamente, in particolar modo dai locali, di un reato che non avete commesso, non sperate in una contro denuncia per calunnia! Quindi "mano al portafoglio" e cercate di chiudere la "questione" al più presto per non incorrere in guai più seri come il ritiro del passaporto (che impedisce il rientro nel proprio paese) o il carcere. Ricordo che non esistono Ambasciate o Consolati che possono "concretamente" intervenire. Molti italiani "residenti" ne sanno qualcosa a loro spese, e vivono nella speranza che capiti pure a coloro che, di fronte alle loro "disgrazie", rimangono del tutto indifferenti o, più realisticamente, sogghignano!
Quanto all'imprenditore Briatore, "è ben visto da tutti", cita DagoSpia. Ma chi l'ha mai visto in giro per Malindi negli ultimi 23 anni? Lo stesso dicasi per i suoi ospiti Vip che stanno agli "arresti domiciliari" al "Lion in the Sun" o al "Billionaire".
Come dicono all'"Osteria", «In Kenya, ma anche in Uganda e Tanzania, sta nascendo una classe media abbastanza facoltosa che ha voglia di divertirsi e di viaggiare. Il futuro di Malindi è nelle mani di questa gente».
Se volete la verità dovete sostituire la parola "Kenya" con "Nairobi" e cancellare "Uganda" e "Tanzania", almeno per oggi ed i prossimi 5 anni. Peraltro la "Tanzania" non rientrerà mai in questo schema, neppure quando il "Corno" si staccherà dal resto dell'Africa!

Cari Signori... il Kenya è uno degli angoli più belli e selvaggi dell'Africa sub sahariana, imprevedibile e capriccioso, spesso scomodo ma avventuroso, dove pace e violenza, splendore e miseria, bellezza e crudeltà sono le diverse facce di un’unica realtà. Ma se già occorre una buona dose di coraggio per vivere tra le sue bellezze ed i suoi squallori, nonché tra le sue contraddizioni, solo il turista più disinformato trascorrerà le sue vacanze a Malindi: il "buco del culo del Kenya"!

In fiamme il Dorado Cottages di Malindi
In fiamme il Dorado Cottages di Malindi

LA SICUREZZA ANTINCENDIO A MALINDI

7 luglio 2017
La sicurezza a Malindi è minata da sempre anche dagli incendi.
L'ennesimo è divampato nella prima serata di ieri al Sea View Resort di Malindi sulla Lamu Road.
Solo due motivi non hanno permesso che le fiamme si propagassero rapidamente al resto della struttura... ed oltre: i tetti non di makuti e la calma di vento, oltre all'operosità di coloro che sono accorsi in aiuto.
L'incendio è stato domato con secchiate d'acqua.
"È incredibile - ha commentato il manager italiano del Sea View - che in tutta Malindi non ci fosse un camion dei pompieri funzionante che potesse venire in nostro aiuto". Erano tutti "fuori uso"!
Ancor più eclatante, il fatto che anche le autopompe dell'aeroporto di Malindi non erano disponibili, perché in manutenzione. Vano ogni commento sulla trasformazione della pista di Malindi in aeroporto internazionale.

 

17 aprile 2018
Nella zona turistica di Casuarina a Malindi sono andati in fumo il popolare Dorado Cottages e il Kenga Giama House, da cui sarebbe partito il fuoco.
Il Dorado Cottages, gestito dal tour operator Viaggi di Atlantide, è andato quasi completamente in cenere.
Secondo i testimoni, le fiamme sarebbero partite da un albergo che si trova di fronte, la Kenga Giama House, per un corto circuito elettrico, e a causa del forte vento, si sarebbero propagate velocemente.
L'autopompa dei vigili del fuoco è arrivata addirittura da Kilifi, poiché entrambi i mezzi di Malindi, per diversi motivi, non erano utilizzabili. Una vecchia storia che si ripete quasi ogni volta. In ogni caso, quando i solerti pompieri di Kilifi sono giunti sul posto, era ormai troppo tardi. E i sistemi antincendio obbligatori? In Kenya sono un optional!

 

26 settembre 2018
Il Breeze Point Hotel di Malindi, proprietà di milioni di scellini, è stata distrutta dopo l'esplosione di un incendio.
Il direttore Grave Laika ha dichiarato di aver spento il fuoco con l'aiuto dei residenti. Parlando con i giornalisti sulla scena, Laika ha aggiunto che i pompieri sono arrivati in ritardo e senza acqua.
Laika ha accusato il governo della contea e il dipartimento antincendio di lassismo.
L'incendio è stato domato pompando acqua dalla piscina.