Africa


Sorgere del sole. Kenya
Sorgere del sole. Kenya
Mercato. Kenya
Mercato. Kenya

 

AFRICA

di Carlo Cecconi

 

Sono stato catapultato in questa terra circa un mese e mezzo fa e ancora faccio fatica a raccapezzarci qualcosa, che significato hanno questi luoghi assurdi? Cosa nascondono questi volti misteriosi? Un mondo finora solo immaginato si apre davanti ai miei occhi e mi chiede di essere ascoltato, di essere compreso nelle sue differenze e nei suoi paradossi.

Il problema è che parla una lingua a me incomprensibile.

Sono un piccolo alieno bianco sbarcato da lontano che ignora totalmente quello che lo circonda, così non mi resta che curiosare in giro, cercare delle risposte, imparare, sbagliare, ipotizzare, dubitare, criticare, trarre delle conclusioni per poi contrastarle tutte nel giro di qualche minuto. Ma ciò che preferisco fare la maggior parte delle volte è starmene semplicemente seduto in disparte a osservare discretamente quello che succede e fra me e me farci qualche risata sopra.

Pagine e pagine di inchiostro si stanno accumulando nel mio diario senza trovare una via d’uscita, sono intrappolato in un labirinto di stimoli culturali che si sbattono contro la mia faccia come grandissimi punti interrogativi. Non trovo risposte adatte a spiegare tutto questo, mi chiedo come sia possibile che tanto splendore e tante sciagure riescano a convivere nel medesimo istante. Sono un osservatore inerme senza soluzioni e senza pretese, scatto qualche foto, prendo nota, continuo a camminare.

 

Ho capito che non esiste nient’altro al mondo come l’esperienza personale vissuta sulla propria pelle in grado di esprimere con tanta chiarezza una certa realtà del mondo, tutti quei documentari e articoli preparatori alla mia partenza si sono rivelati pressoché inutili. Ho capito che alcune realtà si muovono in un’altra direzione rispetto la mia, talvolta opposta, ed è bello trovare ogni tanto un incrocio, un punto in comune che mi permette di affermare con certezza che siamo allo stesso tempo tutti uguali e tutti diversi.

Ma la cosa più strana che ho capito è questa, vedere il mondo secondo un’altra angolatura è il solo modo a mia disposizione per vedere me stesso riflesso allo specchio. Forse per me è ancora troppo presto per penetrare nel fondo delle viscere tortuose dell’Africa ma grazie a tutto ciò sto scoprendo la mia di identità, sto scoprendo chi sono e da dove vengo, troppo spesso l’ho dato per scontato.

 

Sawa Sawa in Swahili vuol dire che va tutto bene, in fondo non c’è nulla da preoccuparsi, ogni cosa andrà come deve andare e prima o poi tornerò nuovamente a casa, tornerò pieno di cose, alcune da raccontare davanti a un boccale di birra agli amici altre impossibili da comunicare in parole, me le porterò dentro.

Per ora manderò solo qualche lettera, qualche traccia di vita africana che segnerà il mio tragitto, una manciata di pensieri e di storie, un saluto e un abbraccio direttamente dalle sponde del Lago Vittoria.

Ma a chi le manderò? Semplice, le manderò a chiunque abbia voglia di leggerle.

Scriverò al mio caro immaginario destinatario senza sapere chi sia e dove si trovi, gli assegnerò perfino un nome, sì, lo chiamerò Mwangaza (luminosità, in lingua Swahili), mi piace e ogni spiegazione in merito avrà il suo tempo. Come mi hanno spiegato nel villaggio è importante attribuire a ogni nome un significato ben preciso, spesso legato a un evento che prende il sopravvento nelle nostre esistenze.

 

Buona lettura.

 

La gente. Kenya
La gente. Kenya

Kisumu, 27.9.13

 

Caro Mwangaza,

eccomi finalmente qua, in Africa, dopo una serie infinita di tribolazioni iniziali comincio vagamente ad ambientarmi e a ritagliarmi del tempo per scriverti.

Giorno dopo giorno sono sempre più felice della mia decisione di voler intraprendere questo progetto, comprese le sue difficoltà e le cose per cui faccio fatica ad accettare e difficilmente accetterò.

Dopo diverse settimane dal mio arrivo sono ancora ospite di Steven, mi avevano detto che il mio appartamento era disponibile in pochi giorni, ma il tempo in Africa riesce magicamente a espandersi, rallenta e i giorni possono diventare settimane, mesi. Il tempo africano è soggettivo, è inutile parlare di orologi e appuntamenti, ognuno ha il suo ritmo per fare le proprie cose e le situazioni avvengono quando sono abbastanza mature per avvenire. Non esiste il concetto di fretta o ritardo, il tempo corrisponde esattamente a un “avvenimento”, quindi se “l’avvenimento” per qualche ragione non ha luogo o si rimanda allora quello scarto di tempo è come se non passasse, per loro semplicemente non esiste. Così non ho nessun diritto di protestare, ancora il mio appartamento deve essere sistemato e lo decideranno i muratori quando sarà pronto – così mi è stato comunicato. Gli africani hanno una pazienza che non conosce limiti, sono in grado di aspettare ore e ore senza nessun problema. Spesso mi capita di osservare ai bordi della strada file di persone completamente immobili, apatiche, accovacciate o appoggiate al muro, sembrano fissare il nulla, sembrano vegetare in una specie di trance, ecco, non stanno facendo altro che aspettare. Cosa? Lo ignoro. Per loro quello è un non-tempo, un concetto per noi impossibile da comprendere.

Detto ciò giudicherai improponibile la logica africana del tempo, bene, loro invece vedono te, l’europeo, come uno schiavo del tempo, un fanatico inseguitore di “avvenimenti”, un uomo incapace di essere padrone del proprio tempo.

La zona in cui vivo e vivrò è chiamata Nyalenda, è una baraccopoli di Kisumu, sicuramente non è una delle più felici zone che mi potevano capitare. Fino a questo momento avevo visto tanta miseria solo attraverso lo schermo della televisione, viverla sulla mia pelle è una faccenda a parte. Ma non preoccuparti, era ciò che volevo, sto bene e ho tutto l’essenziale che mi occorre per vivere. Il concetto di essenziale è relativo, qui basta veramente poco per vivere. E potrà sembrare retorico ma in questa umiltà ogni piccolo sorriso si riempie di una gioia impossibile da ritrovare nelle comodità di casa.

L’Africa si è già impossessata di me, in poco tempo mi ha catturato nei suoi meandri di assurdità, mi ha già completamente assorbito nella sua realtà ai margini del reale. Da quando sono penetrato nel profondo di questa foresta nera non ne vedo più una via di fuga, sono in trappola, strano a dirsi ma ora per me è impossibile riuscire a pensare di essere in qualsiasi altro posto al mondo. È come se avessi inconsapevolmente una necessità corporea di continuare a esplorare un pianeta che finora avevo considerato infinitamente distante da me, lontano anni luce dal mio vivere, completamente distaccato dal mio essere, una terra leggendaria, forse inesistente – l’Africa per me era un luogo astratto.

Tutto ciò che poco più di un mese fa consideravo “normale” ora non lo è più, ogni cosa si è messa nuovamente in discussione, improvvisamente tutto si è capovolto, sarà forse perché sono nell'altro emisfero?

La moltitudine delle diversità che incontro attraversa quotidianamente il mio corpo, è come se l’intero spettro dell’arcobaleno mi traforasse il petto e mi invadesse dei suoi colori per poi cambiarmi e donarmi nuove sfumature.

La mia pelle è nera. O meglio spesso mi illudo che lo sia, poi un attimo dopo mi sveglio dall'incantesimo e mi rendo conto della cruda realtà dei fatti, mi accorgo di un piccolo particolare che prima non avevo considerato, ovvero di non essere altro che un muzungu e non essere in grado di poter fare nulla per non esserlo.

Inevitabilmente sono un muzungu 24 ore al giorno e lo sarò per altri sei lunghi mesi. In lingua locale muzungu significa “uomo bianco” ma tra le lettere questa parola nasconde anche un altro significato, sicuramente più problematico, ovvero “soldi”. Così la mia persona rappresenta i soldi e il benessere, la ricchezza e l’abbondanza, la fortuna e la prosperità, sono colui che ha una vita bellissima, priva di alcun problema, perennemente felice e con un avvenire splendido. Rappresento tutto ciò che gli africani non hanno, sono lo stereotipo di tutto ciò che loro vorrebbero avere ed essere. Rappresento il vuoto della loro società, il vuoto materiale dei beni primari per cui loro combattono ogni giorno: cibo, acqua e un tetto sotto cui dormire.

Ma non ho ancora finito, il paradosso della mia situazione è che tutti sanno che questo vuoto l’ha creato lo stesso muzungu – l’ho creato io. Un vuoto che si riesce facilmente a scorgere nei loro sguardi attoniti che fissano il mio interno attraversamento pedonale comunicandomi fiumi di parole silenziose. Cosa significhi essere un muzungu non se ne parla mai apertamente con la gente locale, sembra essere un tabù. Forse è meglio tacere in alcune circostanze, meglio tralasciare e non riscaldare gli animi ancora incandescenti, ma in fondo è chiaro ed è un dato di fatto: ogni mattina prima di uscire di casa e avviarmi al lavoro indosso i panni di una pelle colorata di vergogna e oscenità per loro indimenticabili. Essere un muzungu sottointende per molti la personificazione del male, del cattivo, del disseminatore di sangue, odio, distruzione e atrocità ai limiti dell’umano.

Come fargli capire la mia piccola personale innocenza? Impossibile. Il vuoto ormai è incolmabile. È troppo tardi, i miei amici muzungu che mi hanno preceduto dovevano pensarci prima, strano che non l’hanno fatto visto il loro progresso e le loro ampie vedute intellettuali, non ti pare? Così spesso l’atmosfera attorno a me diventa torbida e cupa, piccole creature innocenti ripetono in coro voci probabilmente suggeritegli dai loro genitori: “Muzungu give me my money!”, oppure qualche ragazzo urla: “Go back in your America!”, mentre altri ancora ti puntano il dito e ti deridono alle spalle in una lingua indecifrabile. I più discreti mi ignorano e oltrepassano il mio sguardo con i loro occhi fissi in un punto indefinito nello spazio che si trova esattamente dietro di me – poi penso che il Kenya è libero solo dal 1963 e molti di quegli occhi hanno visto cose che neppure posso immaginare.

Avrei moltissime altre cose da raccontare e su cui riflettere, qui ogni giorno è una nuova avventura e una nuova conoscenza, ma ora è un po’ tardi e in tavola mi stanno aspettando come tutte le sere ugali e sukuma wiki. Una sorta di polenta di mais accompagnata da vegetali locali. Dimenticavo, qui non esistono ne forchette ne coltelli, appena sono arrivato mi è stato detto: “A che servono quando abbiamo le mani?”

 

Un abbraccio,

 

Mega City Kisumu. Kenya
Mega City Kisumu. Kenya

Kisumu, 12.12.13

 

Caro Mwangaza,

ho un problema, sono giorni che mi tormento con la solita inconcludente domanda: “Come salvare l’Africa?”

Sì lo so, una domanda piuttosto ambiziosa e presuntuosa la mia, ma credo sia normale per chiunque venga da fuori e sia qui con l’intenzione di fare nel suo piccolo qualcosa di buono. Una domanda dalle multiple e complesse sfaccettature che, piuttosto di darmi delle risposte sensate, fin ora mi ha stimolato solo altre infinite domande a catena – facendomi così perdere e attorcigliare il filo della matassa che tengo stretto tra le mie mani.

Principalmente cerco di focalizzare le principali differenze tra questo mondo e il mio nella speranza di capire dove e come sciogliere questo grosso nodo intricato su se stesso. Intavolo discussioni rompicapo con i miei colleghi europei, interrogo ostinato e sfinente la gente locale – niente da fare, ogni volta si alza solamente un gran cumulo di polvere in aria che annebbia ogni cosa, poi ricade al suolo senza lasciare nessuna traccia.

Tuttavia Mwangaza anche se non sono riuscito a trovare nessuna risposta effettiva qualche idea me la sono fatta, giusta o sbagliata che sia oggi ne condividerò una con te.

Dunque, iniziamo dal principio, l’immagine dell’Africa che avevo prima di arrivarci era questa: milioni di bambini rinsecchiti dalla fame, dalle pance gonfie e con le mosche sulla faccia che si rincorrevano ai bordi delle strade, ammassi di baracche in lamiera costruite l’una sopra l’altra, siccità e caldo torrido, insetti pericolosi e animali selvaggi dietro ogni angolo, mancanza di cibo e di acqua, sporcizia, rifiuti e degrado, guerre e carestie, diffusione di malattie e per di più assenza di medicine e dottori, Aids, Tifo, Colera, Poliomielite, Febbre gialla (nomi che mi suonavano orribili e privi di significato), persone denutrite, scalze e dai vestiti stracciati, senza tetto, senza istruzione – insomma, senza nulla di nulla.

Infine la mia terribile lista che completava questa offuscata immagine di morte si riempiva di speranza e di forza in quanto terminava con le due belle parole: “aiuti umanitari”.

Quell'immagine che avevo impressa nella mente ora la vedo sfocare e sciogliersi lentamente, mentre se ne materializza una concreta, una realtà di fatti che mai avrei potuto pensare di incontrare.

Ieri sono sceso giù in città a fare un po’ di spesa a Mega City, uno di quei Shopping Mall molto in voga nelle città Africane, ovvero colossali centri commerciali all'interno dei quali si possono trovare negozi di ogni tipo e prodotti di ogni specie. Queste compatte città del commercio stranamente sembrano suscitare un particolare stupore e interesse all’intera popolazione, che si ritrova qui unità tra le sue svariate diversità, tanto da diventare il posto per eccellenza dei propri sogni, degli svaghi e desideri, tanto da dichiarare con assoluta fermezza che il capitalismo è riuscito a infiltrarsi meschinamente perfino in Africa – il paese dalle tradizioni primitive e comunitarie, legate alla terra e ai processi naturali.

In più di una occasione sono rimasto sconvolto nel osservare il modo nel quale questo sistema si sia imposto: totalmente fuori contesto, corrompendo semplici menti inconsapevoli di cosa stanno andando incontro.

Gironzolando tra gli scaffali del grande magazzino trovo scritti i nomi di tutti i grandi marchi che posso ritrovare a casa: Nike, Adidas, Nutella, Coca Cola. Ma c’è ne uno in particolar modo che non mi squadra, è proprio lì, quando per caso giro nel reparto dei caffè e con un balzo di gioia dico tra me e me: “finalmente potrò assaggiare una buona tazza di caffè direttamente nella terra della sua provenienza”. Poi spalanco gli occhi, corrugo la fronte e mi ritrovo tra le mani una scatoletta metallica con su scritto: Nestlè. La giro: Manufactured in Brazil.

Che significa?

Semplice, significa che le condizioni di mercato super imposte nel territorio africano fanno sì che la sua indipendenza rimanga tutt'ora vincolata a grosse potenze internazionali.

La maggior parte dei prodotti e manufatti che si possono trovare in Kenya vengono importati, anche quelli di cui non ha assolutamente bisogno, proprio come il caffè, mentre d’altro canto le sue preziosissime ricchezze vengono svendute a costi irrisori all'estero.

Le materie prime africane vengono comprate, o meglio dire forzate a essere comprate, da società straniere dopo svantaggiosissimi compromessi, poi vengono esportate, lavorate e impacchettate direttamente dall'altra parte della terra. Per finire il ciclo vengono spedite, distribuite e vendute in ogni paese, tornano perfino nel proprio territorio d’origine: l’Africa.

Un esempio, l’oro bianco: il cotone. Basta pensarci un attimo, basta osservare quello che indossano, tutti quei cenci annodati tra loro che faccio fatica a definire magliette, quelle camicie cucite l’una sull'altra, usurate, lacerate, riassestate al limite del possibile e rattoppate fino al punto di essere confuse per capolavori di arte contemporanea, quei calzoncini che posso utilizzare senza problema come colabrodo, proprio tutto questo è fatto con lo stesso cotone che producono. Il problema è che qui non ci sono industrie che possano sfruttarlo a dovere e donare ricchezza al paese, quel cotone ora è troppo stanco, ha dovuto affrontare lunghi e temerari viaggi internazionali, è arrivato in grandi impianti di lavorazione all'estero, è stato confezionato, gli è stata attaccata una costosa etichetta che incita la bramosia di intere società dell’apparire, è stato indossato e poi gettato per fare spazio alle ultime mode del momento. Poi i suoi scarti ritornano a casa, in Africa.

Ma esistono ricchi anche in Africa, gente che può permettersi vizi e sprechi in quantità non curante della drammatica situazione. Il fatto preoccupante è che questi ricchi corrispondono solo al 2% della popolazione e controllano più del 60% della ricchezza dell’intero paese. Percentuali che parlano da sole. Ricchi, politici, corrotti agevolano un’economia che non può conoscere futuro e sviluppo.

Parallelamente le grandi industrie internazionali, le multinazionali, vendono i propri prodotti perfino nella terra nella quale succhiano tutte le risorse, l’Africa, dando avvio a un cortocircuito difficile da venirsene a capo. Il centro commerciale di ieri era pieno di questi prodotti, ma solo in pochi possono permetterseli, solo in pochissimi si rendono veramente conto dell’ipocrisia che ci sta dietro. Nessuno dice nulla.

Le multinazionali si trovano alla base dello sfruttamento di questo paese, derubano materie prime e utilizzano manodopera a costi pressoché nulli, spesso minorenni non pagati e in assenza di condizioni di sicurezza e igiene, dando così avvio a una sottospecie di schiavitù.

Tutto questo ha evidentemente le sembianze di un nuovo colonialismo. Un colonialismo non più di tipo politico ma economico, dove al vertice del potere stanno le industrie, appartenenti ovviamente al cosiddetto primo mondo. Un colonialismo sottile e arguto, silenzioso e camuffato, che attecchisce come un microscopico virus nelle debolezze e nelle pieghe del continente nero. Un colonialismo che non può essere dichiarato ufficialmente tale agli occhi del mondo, la cui parola suscita timore e sospetto, ma che continua a saziare la sua interminabile sete di ricchezza a dispetto della disastrosa povertà altrui. Il suo aspetto più infimo e avvilente è che ha le capacità di presentarsi al mondo come buono, giusto e caritatevole nel momento esatto in cui scaltramente si lava le mani dalle sue ingiustizie donando qualche spicciolo dal nome “aiuto umanitario” – le ultime parole della mia famosa lista di cui ti parlavo.

Tra l’altro questo “aiuto umanitario” spesso crea un legame di ulteriore dipendenza, un vincolo, un cordone ombelicale senza il quale sarebbe impossibile sopravvivere. È un aiuto che non mira a far in modo che questo continente possa sostenersi da solo, con le proprie forze, insegnando e donando le conoscenze tecniche del progresso, ma piuttosto è un aiuto che sfama i bisogni della giornata, rendendo ancora più pigre le menti e rendendole perennemente bisognose del supporto del loro padrone.

La parola “indipendenza” mi suona vuota, dubbia e incerta, ci sono troppi farabutti che si nascondono dietro un’innocua scatoletta di caffè e moltissimi altri chi sa dove.

Di fronte a tutto ciò mi sento disarmato, afflitto e demotivato. Cose più grandi di me si muovono sopra la mia testa e di fronte ai miei occhi senza alcuna speranza di poterci fare qualcosa. La frustrazione e la rabbia cresce con la stessa consapevolezza della crudele avidità dell’uomo.

Ma questo è ancora il meno, questo è solo uno della miriade di problemi che costellano il cielo africano. Mwangaza, sarebbe abbastanza deprimente tirare in ballo altri spiacevoli racconti nella stessa pagina, facciamo che per oggi basta così, prendiamo una boccata d’aria, beviamoci sopra un tè al ginger e limone e rimandiamo alla prossima lettera, o meglio al prossimo anno.

Dimenticavo, un’ultima cosa, come salvare l’Africa?

Bisognerebbe fare qualcosa.

Ma cosa? Che fare?

 

Un abbraccio,

 

Kibera (Nairobi). Kenya
Kibera (Nairobi). Kenya

Pesaro, 30.5.2014

 

Caro Mwangaza,

sono tornato a casa ormai da più di un mese, intendo dire nella mia vera casa, in Italia a Pesaro, e la verità è che prima della mia partenza non ho mai trovato il coraggio di scriverti e darti un ultimo saluto.

Gli ultimi giorni in Africa e il periodo subito successivo sono stati completamente destabilizzanti, un misto di sentimenti contrastanti di dubbia certezza.

Qualche tempo fa, disfacendo le valigie ancora naufraganti negli angoli remoti della mia camera, ho ritrovato degli appunti di alcune lettere che avrei voluto spedirti ma che non ho mai fatto e a questo punto forse non ha più senso fare.

Ti vorrei però trascrivere solo una di quelle riflessioni:

“Stranamente questa mattina mi sono svegliato particolarmente presto, un senso di irrequietezza e nausea avvolgeva il mio sonno fino al punto di avermelo spezzato. Un sole debole sfumava nelle pareti dall’intonaco completamente scrostato e poco a poco iniziava a entrare tra le fessure della porta conquistando tutte le ombre della stanza, in quel momento era come se avessi la netta convinzione che ancora tutta l’Africa stesse dormendo. Ed era esattamente così, devi sapere che qua tutto si muove in maniera sincrona, gli africani vanno a dormire tutti alla stessa ora, si svegliano tutti davanti alla medesima tazza di tè con latte e affrontano assieme le difficoltà della giornata. Un mondo che si plasma dal volere di un’identità collettiva ampia e diffusa.

Ormai in pantofole cerco a stento di compiere i primi faticosi passi in direzione del tavolo sperando in qualche avanzo di cena, dunque addento il mio solito avocado, poi il mio sguardo si dirige alla finestra, dove fisso i movimenti immobili di una mucca che fruga curiosa tra un mucchio di spazzatura variopinta e luccicante. Ho un leggero cerchio alla testa e una confusione generale che si riversa in ogni singola parte del mio corpo. Una leggera scossa muove un tasto dolente collocato in un punto non identificato del mio stomaco, sospiro – credo di essermi ammalato di nuovo.

Questa volta però non si tratta di malaria, tantomeno di scabbia, non c’è medicina o rimedio a quello che mi sta per capitare. E pensare che prima di partire avevo riempito il mio libretto sanitario con una lista interminabile di vaccini dei quali non conoscevo neppure l’esistenza, ero diventato un collezionista di punture e pillole fino al punto di trasformarmi in una specie di bomba antibatterica umana pronto a ogni assurda evenienza o improbabile pestilenza. Tutto inutile, che stupido che sono stato, mi sono dimenticato il più prevedibile dei pericoli, proprio quello di cui tutti parlano ma che nessuno sa come si manifesta. Il più delle volte suona come una romantica leggenda metropolitana.

Credo che tu abbia già capito a cosa sto alludendo: parlo del famigerato mal d’Africa.

La cosa straordinaria è che mi ha colpito prima del previsto, prima ancora del ritorno a casa mi sono proiettato nel mio inevitabile futuro, nelle abitudini del mio vecchio mondo.

Tutto a un tratto mi chiedo: ma dove andrà a finire tutta l’energia che ho raccolto in questi sei lunghi mesi? Riuscirò a portarmela dentro o svanirà assieme alla terra che sto per lasciare? Dove andranno a finire i sorrisi incontrati, la carica esplosiva di gioie spontanee? Dove andrà la semplicità di una giornata che inizia e finisce nel suo naturale trascorrere di eventi e silenzi? E che ne sarà di quelle capanne di fango mezze affossate, quelle baracche sbilenche in lamiera, quelle stradine impolverate e sudice, quei monti in lontananza, quelle rocce imponenti, quegli sconosciuti insetti malefici, quella folla caotica, chiassosa e disordinata, così come quelle tranquille vedute verdi? Dove andrà la perfetta pienezza di tutte le mancanze materiali che compongono un vivere essenziale, lontano da confort, lamentele e futili bisogni? Dove andrà a finire la sana spensieratezza del quotidiano? Dove andranno gli amici, gli amori, le facce intraviste e le nostre parole?

La triste verità è che sarà impossibile continuare a vivere così in altri luoghi, a malincuore ho capito che siamo parte integrante di quello che ci circonda, assumiamo le sue forme e i suoi colori, non siamo altro che dei camaleonti. Non siamo né liberi né indipendenti, siamo convinti di esserlo ma se ci potessimo osservare dall’esterno capiremmo che è un idiozia, vedremmo sempre l’imprescindibile vincolo che ci impone una certa società. Tutto ci ruota attorno, ci manipola, ci invade e ci plasma con i sui principi e giudizi.

Ed è così che da ogni differente angolatura del mondo scorgiamo in noi sempre persone nuove.

La cosa più avvincente di una lunga permanenza in una terra lontana e opposta alla tua non è tanto la scoperta di nuove culture e tradizioni, quella potremmo leggerla tranquillamente sui libri o dedurre da una breve vacanza turistica, ma piuttosto è il fatto di mettersi in gioco in senso fisico ad altre logiche, è il fatto di rapportarsi a nuove regole apparentemente strampalate che si infrangono e si frantumano contro le regole di sempre, è il fatto di dover cambiare per forza o per amore i propri occhi, dover capovolgere d’un tratto le proprie pulsioni. L’esperienza risiede nell’intimità più profonda, nello scardinamento di alcuni nostri limiti che erano a noi ignoti prima della partenza, nello scoprire nostre nuove potenzialità, nuovi caratteri, visioni e sfumature – tutto risiede in un’invisibile e infinitesimale trasformazione.

Ecco, tutto ciò che ho detto, mischiato con una buona dose di nostalgia e ricordi indelebili, è quello che io definisco mal d’Africa.”

 

Così chiudevo il paragrafo, penso che non ci sia null'altro da aggiungere. Ora le mie giornate stanno piano piano assestandosi secondo le vecchie maniere e il riadattamento sta assumendo di nuovo un senso. Credo che l’impatto del ritorno sia stato troppo veloce, l’aereo mi ha fiondato da una parte all’altra dell’emisfero senza lasciarmi gustare nessun’altra tonalità intermedia fra i due mondi, l’atterraggio ha bloccato bruscamente l’espressione di un naturale fluire. L’ho sempre detto: bisogna viaggiare via terra.

Poi i giorni passano, il corpo e la mente reagiscono, poco a poco mi riassesto e senza neanche accorgermene vedo l’Africa annebbiarsi, la memoria si offusca, così quei modi di fare, gli atteggiamenti ormai assimilati svaniscono nel nulla. Gli affetti prendono le dovute distanze, i paesaggi sono pallide fotografie.

È un processo istintivo di riorganizzazione generale, è l’assimilazione graduale di uno shock culturale vissuto contro il proprio volere e troppo repentinamente.

Quell’esperienza che tenevo stretta tra le mani improvvisamente chiude in se stessa i suoi confini, si isolata da me, diventata qualcosa di estraneo. Mi pare che sia successo tutto quanto in un’altra vita, o chissà, tantissimo tempo fa, oppure in un sogno.

Eppure sei lunghi mesi sono passati, sono riuscito ad arrivare sano e salvo fino in fondo, fino all’ultimo giorno, fino a quando mi sono accorto di aver esaurito il mio tempo, fino a quando ho capito che per me era ora di voltare i tacchi, di essere giunto al capolinea, mentre una vocina diceva: “Carlo il progetto è concluso, si va a casa, bye bye, it was a pleasure, you have to go, good luck” – in altre parole: game over.

Puff, tutto si vaporizza in una nuvola di fumo e dritti al punto di partenza: Pesaro.

Dannazione, lo sapevo sin dall’inizio che sarebbe andata a finire così, ma per qualche strana ragione mai ho pensato alla fine – pareva fosse eterna. La fine, eccola, si sporge da dietro l’angolo, miserabile.

Aspetta, ancora il peggio deve arrivare. L’Africa che avevi dentro, con le sue difficoltà, significati e valori, al tuo ritorno prende inspiegabilmente un’altra piega: diventa un susseguirsi di beffe, risate, racconti assurdi, una barzelletta, le vicende si trasformano in fiabe fantastiche da raccontare agli amici al bar – che merda. L’Africa è impossibile da raccontare, quando l’abbandoni è più incomprensibile di quando ancora non la conoscevi.

 

29 marzo 2014,

Milano: all'atterraggio mi sono svegliato con il fiato alla gola, niente era accaduto veramente. Considero il mio viaggio ovattato da un mistero impenetrabile, ti confesso di non essere mai stato in Africa.

Bene, detto ciò è meglio che ti saluto. Vorrei trovare pretesti per scriverti ancora, vorrei lasciarti altre storie, vorrei dirti come vanno le cose, di cosa sia cambiato, di ciò che è rimasto, di cosa rimpiango.

Ma credo che mai lo farò, ora ho altro per la testa, ho molte cose da fare e sono di fretta. Ora ho molta fretta.

 

Un caldo abbraccio,

Carlo