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Mal d'Africa


I bambini non sono giocattoli sessuali
I bambini non sono giocattoli sessuali

11 febbraio 2018

Bimba di 8 anni venduta a turista bianco. Per la legge del Kenya “non c’è reato”: è anche questo il Mal d’Africa?

 

Pochi giorni fa, una bimba giriama di soli otto anni, è stata ceduta dalla madre a un turista bianco perché, contro un ragionevole obolo, potesse soddisfare con lei le sue lerce pulsioni sessuali.

Per la polizia “there is no case” (non c’è reato).

La madre era consenziente; è stata regolarmente pagata e non ha sporto denuncia. Perché creare un inutile trambusto?

Qualunque fosse la nazionalità dell'uomo, le modalità non cambiano, cosi come non cambia il disgusto per un azione che trascina l’uomo evoluto al livello di una bestia.

Anche questo è “Mal d’Africa”?

Spazi immensi, cieli trasparenti, contrasti aspri e stimolanti, esaltante senso di liberazione da convenzioni stantie, intimo collegamento alla purezza degli archetipi universali…

Sì, l’Africa è per molti un traguardo che ristora lo spirito. Ci si affida alla sua quasi intatta natura primordiale, alla semplicità essenziale delle sue genti, al piacere di essersi liberati del superfluo per confluire nell'insondabile mistero cosmico, unico custode dell’intima conoscenza: la gnosi da sempre disperatamente cercata da tutte le scuole esoteriche.

Del resto, millenni di sempre più evoluto raziocinio, hanno via via creato tenaci sovrastrutture che, pur favorendo la sbalorditiva affermazione tecnologica dell’uomo, l’hanno anche inevitabilmente allontanato da quella scintilla primordiale, prezioso scrigno che racchiude il mistero della sua esistenza. Dove si può tentare di riscoprirlo? Non certo nelle civiltà evolute che l’hanno ormai sepolto sotto i compatti strati di una logica che riconosce solo la stretta e provata relazione tra cause ed effetti. E così si approda all'Africa che, se pur anche lei soggetta alla stessa metamorfosi, è ancora molto lontana dai traguardi raggiunti altrove e quindi più vicina alle proprie origini.

Quasi mai, questa ricerca, è il frutto di una scelta deliberata, si compie obbedendo all'irresistibile impulso del nostro inconscio, quello che la psicanalisi definisce il “sé profondo”, che non si avverte in modo consapevole, ma che dirige tuttavia in forma assoluta i nostri sentimenti, le nostre emozioni e – quindi – le nostre scelte di vita.

Se è questa la sensazione che ispira l’amore per l’Africa, un amore che attanaglia come una malattia, come una droga, allora lo si può legittimamente definire “Mal d’Africa”. Ma, ahimè, le cose non stanno sempre così e non è raro che le pulsioni che ispirano il “Mal d’Africa” siano spesso molto meno nobili di quanto vorrebbero apparire.

L’Africa, si è detto, fornisce un senso di libertà dalle convenzioni e dalle norme che esse contengono. Sono norme non imposte dalla natura, ma norme che l’uomo si è dato per potersi relazionare l’uno con l’altro nel reciproco rispetto di doveri e diritti. Trattandosi di un prodotto umano, in alcuni casi, queste norme, possono senz'altro mostrarsi fallaci, tuttavia, sono pur sempre quelle che regolano i rapporti umani. Il non rispettarle significa trasgredire le leggi, l’etica e la comune morale. Purtroppo è anche la possibilità di accedere a queste trasgressioni che può mascherarsi sotto l’improprio vessillo del “Mal d’Africa”.

Sono sempre di più quelli che approdano ai lidi africani, forti della certezza di poter dare sfogo, qui, a quelle pulsioni che, altrove sarebbero condannate. Sapendo ben ricorrere alla corruzione, ci si può arricchire, ottenere enormi privilegi e opportunità.

Si può soddisfare ogni perversione sessuale, anche la più disgustosa e turpe. Si può distruggere un rivale incolpevole e anche togliergli la vita, certi di non pagare pegno grazie a potenti protezioni prezzolate. Si può truffare, imbonire, depredare, sempre facendola franca e continuando ad ammantare il nostro vivere africano, come l’irresistibile esigenza del nostro “Mal d’Africa”.

Queste sedicenti vittime del “Mal d’Africa”, sono quelle che l’avvelenano e la uccidono, contagiandola con una “civiltà” di cui l’Africa – regolata dalle sue efficaci culture tribali – non aveva certamente bisogno. Forse non tutte queste culture erano condivisibili dal punto di vista occidentale, ma ai popoli africani andavano bene e le rispettavano. Noi abbiamo portato loro un dio biondo e con gli occhi azzurri, facendoglielo accettare come loro dio. Abbiamo imposto le nostre regole e il nostro sapere, rendendoli orfani delle loro certezze e lanciandoli così in un universo estraneo senza dotarli dei necessari strumenti culturali e conoscitivi. Gli abbiamo tolto quasi tutto, dandogli in cambio quasi nulla.
Questo concetto, lo esprime molto bene Robert Ruak nel suo libro “Something of Value” (Qualcosa che vale), la dove scrive che quando a un popolo si levano i suoi centenari riferimenti, occorre essere certi di poterlo sostituire con qualcos'altro di altrettanto valore. Noi non siamo stati capaci di farlo. In qualche ammirevole caso, alcuni di noi cercano di farlo ora, pur se tra mille difficoltà. Ma chi, innalzando la bandiera del “Mal d’Africa”, porta qui la sua cupidigia, le sue sozzerie e le sue presunzioni, facendo leva sulle abnormi condizioni createsi a seguito del contatto con il nostro mondo, è soltanto un opportunista spregevole e ipocrita cui nessun sentimento umano può essere attribuito.
by Africa Express

Savana africana
Savana africana

 

IL MAL D'AFRICA SECONDO ME

 

Immaginate un luogo in cui il cielo non vi sovrasta, vi attraversa; l’aria non si respira, si assapora, il tempo scorre, non corre ed il sistema nervoso si sistema, non s’innervosisce.

Un luogo dove la gente non t’incrocia, ti saluta, dove tutto è vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita.

 

 

Il mal d’Africa è uno stato dell’anima, prima ancora che uno stato mentale.

È qualcosa che pulsa nello stomaco ed esiste a prescindere dalla cattiva digestione del vecchio, pesante continente o di una giovane, fresca noce di cocco.

Mal d’Africa è imparare a perdere tempo scrutando una lucertola dalla testa arancione fare le flessioni.

Mal d’Africa è disegnare con gli occhi il contorno di un baobab che si staglia sullo sfondo del cielo basso e turchese. Mal d’Africa è osservare un meccanico che non sa da dove cominciare a riparare il motore della vostra auto.

Mal d’Africa è emozionarsi davanti a un tramonto breve sapendo che il giorno dopo, comunque andrà, ce ne sarà uno apparentemente identico ma dalle sfumature inedite.

Imparare che non è vero che se non si desidera tutto non si otterrà nulla, che accontentarsi non è sempre una sconfitta e che vivere alla giornata è un buon metodo per aggiornare l’esistenza.

Capire la propria diversità e accettare quella degli altri, in un luogo dove nemmeno quel visionario di Gesù avrebbe potuto affermare che gli uomini sono tutti uguali.

Mal d’Africa è vivere in sintonia con le fasi lunari, con i fusi locali, in serenità con il ciclo vitale e in equilibrio su un ciclo cinese.

Mal d’Africa è capire di non essere capiti e farsene una ragione, è annoiare la noia, impigrire la pigrizia, rincoglionire l’intelligenza e assoggettarla ai propri ritmi, imprigionare il pensiero e liberarlo con una cauzione eterna che sarà il cuore a pagare, in comode rate stagionali.

Mal d’Africa è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’animo.

Il Mal d’Africa, se è quello vero, è un bene incurabile.

Freddie del Curatolo (tratto dal romanzo "Safari Bar" pubblicato da Guido Veneziani Editore)

Isola di Lamu, Kenya
Isola di Lamu, Kenya

 

 

MAL D'AFRICA

 

(Questo non è un saggio filosofico ma solo le note di un sofferente cronico)

 

Come assiduo navigante (browser) su internet ho letto corrispondenze d'alcune centinaia di persone che hanno visitato il Kenya.

 

Circa l'80% di queste dicono di essere state colpite dal "Mal d'Africa".

Questa condizione non é una malattia fisica tropicale come la malaria o la febbre gialla.

Si tratta invece di una "patologia" mentale incurabile, acquisita da quasi tutti gli europei residenti in Africa. I soggetti a rischio comprendono tutte le categorie dei così detti colonizzatori: esploratori, avventurieri, minatori, militari, funzionari, missionari, cacciatori, nobili decaduti e non, fuoriusciti politici, pervertiti sessuali, pedofili e altri che non credono alla monogamia della vita.

I primi sintomi si avvertono subito dopo aver attraversato il Mediterraneo. Appena si mette piedi sul continente nero, ci si sente avvolti da atmosfera esilarante. L'impatto del clima saponifico, la visione di terre e vegetazioni diverse, gli aromi delle spezie che pervadono le strade e i mercati, i primi contatti con gente e costumi "primitivi", l'apparente attitudine di sottomissione dei nativi verso il "padrone" bianco, specialmente se in divisa o danaroso (bwana shilingii mingi) provocano un forte desiderio di distacco dalle regole e tradizioni del paese "civile" di provenienza.

Nell'ambiente Anglo-Sassone era in voga l'abitudine di gettare in mare la Bibbia non appena attraversavano il canale di Suez. Alcuni missionari, affascinati dal "Continente Nero", non gettavano in mare la Bibbia, ma solo la tonaca.

La leggenda della "legione perduta" romana, mandata a scoprire le sorgenti del Nilo, e non più ritornata, fa pensare che quei legionari siano stati anche loro vittime di quel male, oltre che della malaria, febbre gialla e tutto il resto.

Il Kenya, appena aperto alla colonizzazione si dimostrava subito territorio contagiato da questa patologia. Tra i più gravi sofferenti erano le pecore nere dell'aristocrazia britannica, con un pizzico di ricchi americani depravati, che davano vita alla famosa banda della "Happy Valley" (la valle felice) schierati in quel che ora va sotto il nome del distretto di Nyandarwa lungo la "Wanjoi Valley" attorno a Kipipiri. Questi aristocratici erano stati "esiliati" in Kenya dalle loro famiglie con sufficiente appannaggio, che li permettevano di condurre una vita di continue baldorie purché rimanessero lontani dalla patria.

Dove si becca questa "malattia"? Dappertutto. Nel mio caso v'incappavo nel quadrilatero compreso tra le località di Nyeri, T. Falls, Rumuruti e Nanyuki a cavallo dell'Equatore ad oltre 2000 metri sul mare. Questa zona presenta delle panoramiche da paradiso terrestre. Ad Est il massiccio del monte Kenya, che sorge dalla pianura in splendida solitudine, ad Ovest la catena montuosa dell'Alberdare, e a nord l'immenso altopiano pianeggiante di Laikipia che si estende fino al lago Rodolfo. Una regione particolarmente a rischio per i connazionali è quella costiera dal sud di Mombasa fino al nord di Malindi.

Da tutte queste località emanano delle attrattive quasi irresistibili per l'uomo bianco che scende dal gelido Nord, o proviene dalle conurbazioni urbane dei paesi cosi detti civili. Qua si respira l'aria pura (eccetto ora a Nairobi) l'atmosfera della natura primitiva che comprende la gente di colore, gli animali selvaggi, le fitte foreste, le sconfinate brughiere e il clima generalmente mite tutto l'anno.

Per i "costieri" l'attrazione dell'Oceano Indiano, con l'abbondanza di pesci d'alto mare, i nativi generalmente "amichevoli", il tenore di vita comunemente "allegro" è più che sufficiente per giustificare e accettare la "sofferenza" del "Mal d'Africa".

Che questa "patologia" sia accettata piacevolmente n'è testimone, tra tanti altri, Aidan Hartely, corrispondente da Laikipia della rivista inglese The Spectator che recentemente commentava col titolo di un articolo "More Than Heaven" (più che in paradiso) la vita sull'altipiano omonimo. Ai tempi della colonia era in voga la domanda: << Sei sposato o vivi in Kenya?>>

In gioventù un mio insegnante, ex missionario d'Africa, ogni tanto ci diceva: << l'Africa, o la bruci o ti brucia >> Purtroppo questa "godevole" malattia è stata scottante per tanti europei (e connazionali) tra i quali il missionario di cui sopra, rimpatriato dalle autorità religiose con la tonaca a brandelli. La maggioranza dei "malati" che non la reggono, appartengono ad una categoria che gli inglesi definiscono "innocents abroad" (innocenti all'estero).

Questi non solo si fanno ridurre a brandelli i pantaloni ma anche il portafoglio dalle "sirenette tropicali" seguaci della filosofia africana che dice:<< L'amore è un lusso della gente ricca che non possiamo permetterci. Per noi è sufficiente "mangiare" >>

( Kula mali ya muzungu) Buona convalescenza a tutti!

Giorgio "ole Chuma" Ferro

Vista del Kilimanjaro, Kenya
Vista del Kilimanjaro, Kenya

 

IL MAL D'AFRICA, MERAVIGLIOSO INSEGNAMENTO

 

I colori. Raramente ne ho vissuti di così vividi. Pennellate di cielo, argilla, natura verde da rimanere incantati. Ogni cosa che si muove in questo scenario ha la possibilità di catturare la tua attenzione: una capretta, una lucertola, una donna con il suo bambino sulla schiena, accovacciato in un pareo che gli fa da culla.

 

Il mondo africano si snoda in dignitosa povertà davanti ai miei occhi e mi cattura. Questo provo mentre scopro l’Africa sulla strada che mi conduce a Malindi. È una sensazione di benessere a prescindere. Sembra tutto così naturale che sopporto anche visioni misere e disdicevoli: vecchi storpi, ragazzini denutriti e adulti alle prese con lavori faticosi appena dopo il ponte di Kilifi. Dove l’Africa lascia spazio agli insediamenti, alla civiltà, ecco farsi largo la condizione umana. C’è sporcizia, disordine, odore di complicazioni.

Poi è di nuovo natura, fiori, profumi di libertà e spazi infiniti. Che sia anche questo continuo paragone, questo alternarsi di situazioni a farmi innamorare?

Il mal d’Africa entra nelle ossa definitivamente quando metto piede nella villa dell’amico che mi ospita a Malindi. Non è il lusso, il giardino ben curato, la piscina, il pranzo a base di crostacei con cui sono stato accolto. È l’atmosfera generale, il sorriso delle persone. Avrei potuto trovarmi fuori da una capanna, mangiare polenta e fagioli. Mi sarei scoperto con la stessa espressione ebete e con identica serenità interiore. Eccomi, sono in Africa e ho contratto la famosa malattia! Vorrei conoscere altri malati come me, capire se provano le stesse emozioni soltanto addentrandosi a piedi nella cittadella araba di Shela, passeggiando sulla spiaggia di Silversand, salendo su un tuk-tuk che ti porta al mercato nuovo. Stare bene, dalla mattina alla sera, qualcosa che avevo dimenticato. Non soffro la lentezza, anzi imparo ad apprezzarla. Posso stare a parlare un’ora con un vecchio arabo che mi racconta la storia delle moschee di Malindi, poi intrattenermi con un ragazzo che cerca a tutti i costi di vendermi inutili portachiavi a forma di animali. Mangio frutta dolce, mi tuffo in mare quando voglio e capisco di poter essere utile a tante persone, quando entro in una scuola elementare in cui c’è bisogno di tutto. Ho capito che cos'è il mal d’Africa: è la chiave di lettura della tua vita, è una spia che si accende quando hai trovato finalmente il tuo luogo, il senso della tua vita.

Purtroppo, per permettermi tutto questo, devo tornare in Italia a lavorare e, inevitabilmente, la luce spia si spegne. Ogni volta sopportare questo diventa più difficile. Così come è difficile rapportarsi con tutte quelle persone che, poveri loro, non hanno mai provato cosa vuol dire avere il mal d’Africa. Cerco di spiegarlo, ma sono troppo legati alle piccole cose. “Ma come farai a stare bene in quel posto, con tutti quegli insetti” o “non potrei sopportare di sudare dalla mattina alla sera”.

Non capiscono che le cose importanti sono altre: essere padroni del proprio tempo, alzarsi gioiosi di stare a questo mondo e non impauriti perché un giorno o l’altro bisognerà lasciarlo.

Il Mal d’Africa, che meraviglioso insegnamento!

Gianfranco

Litorale di Watamu, Kenya
Litorale di Watamu, Kenya

 

LA MIA ULTIMA AFRICA

 

Oggi ho deciso di lasciare la terra che amo, e queste righe sono per Lei....

Sono ore che mi scendono lacrime, ma mi rincorrono emozioni che non riesco a fermare. Non riesco a capirne il senso, o forse non voglio. Mi aggrappo per un attimo alle mie convinzioni a volte la cultura e dannosa.

 

In Così parlò Zarathustra, Nietzsche ha formulato l'ultima ipotesi di eterno ritorno, l'idea che il processo del mondo è ciclico ed eterno, il superuomo afferma ancora la vita. Lascia che sia, ancora e ancora, con tutte le sue gioie ei suoi dolori. Già il superuomo pero', ed io che invece sono solo un uomo e ho ancora questa terra che batte sotto i miei piedi cosa faccio.

Non lo nascondo .... ho paura di tornare e sentirmi solo.

Sono in partenza ...... questa volta è tutto diverso .... anche se le valige sono piene di ricordi, di dieci anni passati con te, il peso che ho dentro sembra impossibile da sostenere.... forse la realtà e che non sto' andandomene via ... ma che ti porto via con me.

Non t'ingelosire se toccherò un'altro fiore, custodirò il tuo profumo, i tuoi colori la tua terra rossa.

...Come un deluso amante che cerca un altro sole per non vedere ciò che già tu sei.... Mostra tutto. Non appassire se non ti darò l’ultimo bacio.

Sarà per me un’istante immenso in cui non vivrò il tuo amore.

Sarò scaltro nel tradirti, veloce, prima che torni il tuo sole.

Vado per un altro viaggio, ma sarò sempre qui, sul vero della tua terra, sul falso di chi ti calpesta.

A piccoli passi sei entrata nella mia vita a scatenar tempeste e arcobaleni di mille lune nelle mie notti insonni.

Io che ero stanco di scappare dall'amore, qui mi sono arreso mentre mi insegnavi la vita che volevo.

Sarò lontano a gettare lacrime sui giorni passati insieme qualcun altro ti amerà.

Tu sarai sempre qui, in un dove nascosto che solo un amante sconfitto conosce sospesa tra tempo e spazio, senza respiro.

Mi troverò a cercare le più stupide scuse, per parlare di te, per poi restare prigioniero di un vuoto.

Finché una lacrima uscita dal cuore arriverà sulle labbra e il suo sapore salato mi riporterà ancora il tuo oceano.

Sarà così il nostro ritrovarci….come è stato il tenerci per mano in un gioco infinito tra chi si ama e chi si è sentito amato.

Usa la tua potenza per tenere unito il tuo popolo affinché non venga cambiato dell'inutile corsa verso ciò che noi siamo, lascia che i vecchi continuino a raccontare leggende intorno al fuoco, abbi cura dei tuoi figli più piccoli e non dolerti di chi ti accusa senza conoscerti.

Nico Colombo

Savana del Kenya
Savana del Kenya

 

L'AFRICA MI HA SALVATO LA VITA

 

Era un giorno di novembre.

Il freddo si faceva pungente in periferia, l'auto affrontava per l'ennesima volta la provinciale e mi portava in ufficio.

Di fianco a me, il mondo correva muto, grigio e insensibile.

Io avevo già il cielo, il verde d'Africa nel cuore.

 

Le due vacanze che avevo fatto a febbraio e ad agosto mi avevano cambiato per sempre l'anima.

Non riuscivo più a considerarmi uno di loro, non potevo pensare che il senso della mia vita fosse quello di fare, in grandissima parte, quello che non avevo voglia di fare.

Vivere in una città che non amavo, in mezzo a persone che non apprezzavo, senza ambizioni da coltivare con passione.

La mia unica, grande passione, era coltivare la mia felicità e in quell'arida vita non avrei mai potuto farlo.

Dovevo regalare un giardino al mio cuore.

Non fu difficile, anche se può sembrarlo.

Entrai in direzione. Davanti a me il direttore responsabile.

"Ho deciso di chiedere sei mesi di aspettativa" dissi.

"Ti taglieremo lo stipendio e quando tornerai verrai messo in cassa integrazione. Sono tempi difficili" rispose il direttore.

"Va bene".

Due settimane più tardi ero l'uomo più felice del mondo.

Come spiegare quello stato d'animo? Nel momento in cui l'aereo toccò il suolo di Nairobi, il cuore iniziò a battere ad un ritmo diverso.

La voglia di sorridere alle persone, non più oscure presenze di fianco a me, ma uomini e donne. Con i loro difetti, le loro problematiche, la loro misera vita.

Però esseri umani! Non macchine, non presuntuosi ingranaggi destinati a finire nel ciclo produttivo.

Savana, natura, spazi infiniti. Questo sognavo e questo trovai.

L'affitto della mia piccola casetta di periferia, quel mezzo stipendio. Era più che sufficiente per vivere come avevo sempre sognato: senza obblighi se non quelli vitali.

Avventura, fastidi, pericolo...forse: ma quando tutto fa parte dell'esistenza, di una VERA esistenza...è sopportabile, diventa anche insegnamento.

L'Africa mi insegna ogni giorno a diventare migliore.

L'Africa mi ha salvato la vita, e io dovrò esserle sempre riconoscente.

Anche ora che sono tornato e so che ci vorrà ancora qualche anno per chiudere con questo mondo inutile e tornare nella mia savana, nella mia esistenza completa.

Però sono tranquillo, so dove devo andare e so che arriverò. Di nuovo. Per sempre.

Principe Myskin

Mercato di Ntulelei, Contea di Narok - Kenya
Mercato di Ntulelei, Contea di Narok - Kenya

 

 

IL MAL D'AFRICA È RINASCERE

 

La decisione di prendere casa a Mambrui avvenne il settimo giorno dopo la mia prima venuta in Africa.

Ero stato avvolto, avviluppato dagli odori, dalla luce, dai colori.

 

 

 

Se mi domandate il perchè di una decisione così irrazionale ed immediata, non so darvene di conto. Ma sentivo una esigenza quasi fisica, che mi impediva di allontanarmi da questi luoghi. Riconoscevo nell'Africa, negli odori come nei colori, una mia seconda madre, una terra dalla quale provenivo ma che solo adesso riconoscevo come mia. Come gli animali riconoscono la madre, i fratelli, il padre, dal loro odore, dai loro rumori così io trovavo e riconoscevo nell'Africa qualcosa che era in me, atavicamente compresso e celato. Mi sentivo di vivere in luoghi miei, dove mi riconoscevo e dove ero a mio agio.

Una forma di dejà vu interiore.

Mi ammalai, come purtroppo capita a tanti abitanti dell'Africa, di malaria. E dopo una degenza lunga e pesantissima, salvato per miracolo,e con strascichi che ancora mi porto dietro, il mio desiderio di ritornare in Africa era ancora più forte. Mi davano del pazzo: ritorni là dove sei quasi morto?

Non capivano che la malattia non era stata nient'altro che la richiesta della mia terra a condividerla completamente; era stata una battesimo tramite il quale oggi mi sento di identificarmi completamente in lei.

Il mal d'Africa è rinascere alla vita.

Roberto Freschi

Villaggio Giriama, Kenya
Villaggio Giriama, Kenya

 

QUALCOSA DI SPECIALE

 

Il mal d'Africa colpisce di solito tutti quelli che mettono piede in questo continente e manifesta i suoi sintomi appena lo si lascia. Se si è vissuti almeno un po' in Africa non si può fare a meno di volerci ritornare. È una malattia senza guarigione. È una cosa difficile da spiegare ai "non malati".

 

 

La terra è rossa, l'erba è verde, la luce è intensa, il cielo azzurrissimo è più vicino alla terra di quanto non sia in altre latitudini. L'Africa è qualcosa di speciale... difficile da spiegare!

Ci sono luoghi che ti rubano il cuore entrandoti nei sogni, cosicché quando ci arrivi ti sembra di essere tornato a casa anche se non ci sei mai stato. Così è il Kenya, ti entra nel cuore prima ancora che negli occhi, ti fa camminare dentro un sogno prima ancora che sulla sua terra. Ti fa comprendere che la ricchezza della povera gente è nell'anima, brilla come un diamante nei loro cuori, riflessi di luce, echi lucenti che illuminano i loro visi di mille sorrisi. Da qui comprendi e dici a te stesso che bisogna sempre credere in qualcosa, credi che tutto accade per una ragione........per un caso............. se hai un’occasione, coglila al volo !!!! Se ti cambia la vita................ fallo!!!!!!!!!!!! Nessuno dice che sia facile.......ma tu tentaci..........ne vale la pena!!!!! Partire significa esporsi al rischio ... di tornare e non essere più uguali a prima.

Ed è quello che in breve nel racconto di pochi righi è capitato proprio a me!!!! Oggi con gioia ed emozione al tempo stesso sussurro prima a me stessa e poi a voi tutti che i veri ricchi non sono quelli che posseggono proprietà, danaro, ricchezze... i veri ricchi sono coloro che ti donano tutto, "donano senza nulla chiedere". Donano cuore e anima, donano amore, rispetto in cambio di niente. Hanno sempre il sorriso nel cuore. I veri ricchi sono coloro che con dolcezza affrontano la vita, quelli che non si abbattono quando si trovano in difficoltà, ma con coraggio l'affrontano. I veri ricchi sono coloro che affrontano la vita con dignità e umiltà, senza disprezzare e umiliare nessuno, oggi osservo da lontano il Kenya e mi rendo conto che guardarti è come avere il sole negli occhi, è rimanere abbagliati da una luce splendente che permetta corpo e anima di un dolce calore.. Oggi vorrei semplicemente dire che nei gesti più semplici... c'è l'Amore più grande! E se questi piccoli gesti fossero davvero fatti da tanti allora il Kenya si colorerebbe ancora di più dei suoi colori…….

Anna Rita Garofalo