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Africa Ultime Notizie


Dagli entusiasmi delle indipendenze dal colonialismo, in Africa la democrazia è andata via via sostituendosi con dittature o governi molto corrotti e poco democratici.
Due sono le tesi che trovano consenso:
- Ai governi africani la democrazia non interessa e preferiscono un popolo ignorante perché è più governabile;
- La democrazia non è una soluzione per l’Africa (come afferma l’ex presidente della Nigeria, Olusegun Mathew Okikiola Aremu Obasanjo, pur plaudendo alla democrazia, come al volano che favorisce lo sviluppo dell’Africa).

In Africa mancano le competenze, sia locali che straniere. Questo grande continente deve fare in modo che le risorse umane africane rimangano in Africa e che servano gli interessi dell’Africa. Per fare questo l'Africa ha bisogno di africani competenti che trasformino lo sfruttamento dei più deboli in un elemento di forza.
Ma l'Africa, ogni giorno, continua a fare passi indietro!

Africa Ultime Notizie - Mappa politica Africa
Mappa politica Africa

 

 

Mappa politica dell'Africa

Con i suoi 54 Stati l'Africa è il continente con più territori o Stati Indipendenti:

 

***  Città del Capo è la capitale legislativa, Pretoria la capitale amministrativa e Bloemfontein la capitale giudiziaria.

 

A questi si devono aggiungere due Stati che richiedono il riconoscimento internazionale e l'indipendenza:

Fanno inoltre parte del continente africano l'arcipelago portoghese di Madeira, tre territori spagnoli (CeutaMelilla e le isole Canarie), due isole italiane(Lampedusa e Lampione), tre territori francesi (MayotteReunion e le Isole sparse) e le isole britanniche di Sant'Elena, Ascensione e Tristan da Cunha



Preambolo

per tutti gli europei ignoranti e dozzinali!

Terrorismo in Siria
Terrorismo in Siria

TERRORISMO

 

Il terrorismo risulta da sempre un'arma del sistema di potere che, oggi come ieri, si impone su quasi tutto il mondo, per garantirsi la sottomissione dei popoli e la licenza di portare a compimento guerre ovunque ritenga necessario.
Cadere nelle trappole propagandistiche, che mirano a farci credere che le autorità occidentali abbiano a cuore i diritti umani, e che esista un nemico oscuro e inspiegabilmente crudele, significa ignorare la vera natura dell'attuale sistema di potere, che commette atroci crimini ma vuole spacciarsi per filantropo, in modo da non perdere l'indispensabile appoggio dei popoli delle aree ricche del pianeta.

Il termine "terrorismo" è stato coniato nell'Ottocento, ad indicare gli indigeni coloniali che si opponevano alla violenza e al dominio delle autorità europee in Africa e in Asia.
Le oligarchie europee, per preservare il potere assoluto sulle terre coloniali, elaborarono il progetto di sterminare i popoli indigeni che non si fossero completamente sottomessi. Tutti coloro che cercavano di liberare il proprio paese dalla morsa coloniale erano considerati "terroristi" o "pericolosi ribelli" e, dato che risultavano inutili o dannosi al progetto imperiale, dovevano essere uccisi.
In Africa le autorità tedesche, così come quelle inglesi, francesi, belghe, italiane, portoghesi e spagnole, di fronte a popolazioni indigene che non volevano sottomettersi, reagivano definendole "terroriste" e attuavano veri e propri genocidi, costruendo lager e riducendoli alla fame. Utilizzavano il potere economico acquisito attraverso il saccheggio delle risorse e delle terre indigene. Decidendo cosa coltivare nelle terre africane e privando gli indigeni di tutte le risorse del loro paese, costringevano milioni di persone a morire di fame, come accade anche oggi.

Durante il periodo coloniale, le autorità tedesche decisero di sterminare gli Herero quando si resero conto che erano sempre più riluttanti a farsi sfruttare. Una Relazione dello Stato Maggiore tedesco diceva che chiunque sfidasse i poteri coloniali, come tale (gli Herero), doveva essere annientato con l'esercizio della violenza e spargimento di sangue. Solo seguendo questa pulizia poteva emergere qualcosa di nuovo e durevole nel tempo. Ogni cedimento avrebbe dato ulteriore alimento al movimento secondo cui l'Africa appartiene solo agli africani.
I casi di sterminio di popolazioni definite "terroriste", perché non accettavano la sottomissione coloniale, sono tantissimi.
Questo sito, occupandosi prevalentemente del Kenya, si soffermerà sulla rivolta della tribù dei Kikuyu (Mau Mau) del 1953 (non nel medioevo... sic!), che rivendicava le terre dei padri.
Il Kenya era nato come un protettorato britannico, e nel 1920, in seguito alla massiccia immigrazione inglese nelle terre più fertili (White Highlands), divenne Colonia del Kenya. La colonizzazione inglese aveva sottratto le terre coltivabili agli autoctoni, riducendoli in miseria. Cacciati dalle loro terre, i Mau Mau furono costretti a vivere nelle riserve, ridotti a pura manodopera a basso costo per i coloni inglesi. I Kikuyu decisero di lottare pacificamente per ottenere almeno parte delle loro terre, e per ritornare ad avere una relativa indipendenza. La reazione inglese fu feroce: senza pensare nemmeno lontanamente ad un accordo, le autorità inglesi considerarono immediatamente "terroristi" i Mau Mau, iniziando una massiccia propaganda contro di loro, e preparando una feroce repressione. La guerra, spacciata per "lotta al terrorismo", fu di una crudeltà inaudita, e si valse anche della tortura, delle violenze sessuali e di ogni genere, del massacro con armi di vario tipo e della deportazione nei lager. I Mau Mau erano descritti come potenti terroristi dai servizi segreti inglesi.
In un rapporto inglese stilato nel dicembre del 1954, leggiamo: "Dall'inizio dell'anno fino al 30 novembre 4460 terroristi sono stati uccisi dalle Forze di Sicurezza e 524 sono stati giustiziati".
In realtà, erano i Mau Mau ad essere continuamente terrorizzati dagli inglesi, e in migliaia, anche donne e bambini, furono rinchiusi in campi di concentramento e torturati con l'elettrochoc.
Per terrorizzare quanto più possibile, le autorità inglesi assoldarono il feroce dittatore Idi Amin (il prototipo del dittatore africano, militare di basso rango, sanguinario, corrotto e accusato di cannibalismo; in Uganda in soli otto anni causò la morte di centinaia di migliaia di persone), che commise a danno dei Mau Mau una serie interminabile di torture, persecuzioni ed esecuzioni sommarie, anche di donne e bambini. Per queste "imprese", considerate dalle autorità britanniche come "eroiche", Amin venne elogiato e promosso a "Signore", che era il grado più alto che il soldato indigeno poteva avere.

La studiosa Caroline Elkin, nell'opera "Britain's Gulag", denuncia gli orrori che gli inglesi commisero nei villaggi dei Kikuyu e nei campi di concentramento allestiti per contrastare la resistenza dei Mau Mau. Dalle testimonianze di almeno 300 sopravvissuti, emerge un quadro terrificante di impiccagioni, pestaggi, torture, stupri collettivi e violenze fatte per terrorizzare i villaggi. Il bilancio dei "gulag britannici" viene quantificato come superiore ai 100.000 morti. I soldati inglesi ricevevano 5 scellini (circa 7 euro) per ogni Kikuyu ucciso, e spesso le membra squartate degli indigeni venivano inchiodate nei segnali stradali, come deterrente per gli altri patrioti. La Elkin riporta testimonianze agghiaccianti: "Ci chiamavano maledetti Mau Mau e ci dicevano che meritavamo tutti di morire".
Alle guardie inglesi, per fare in modo che diventassero crudeli verso i Kikuyu, veniva detto che questi ultimi erano feroci cannibali, e che se non li avessero uccisi li avrebbero divorati. La studiosa riporta altri fatti terribili: "Ora sono convinta che alla fine del dominio coloniale in Kenya ci sia stata una campagna sanguinosa per eliminare il popolo Kikuyu, una campagna che lasciò decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di morti... Per molti bianchi in Kenya […] i Mau Mau non appartenevano alla razza umana; erano animali sporchi e malati che potevano contagiare il resto della colonia, la cui sola presenza minacciava di distruggere la civiltà in Kenya. Dovevano essere eliminati".
Durante la guerra, ogni Kikuyu era considerato sospetto, anche donne, bambini e vecchi, e molti vennero sottoposti a "screening" (interrogatorio), una parola che a tutt'oggi i sopravvissuti hanno il terrore di pronunciare. Durante lo screening venivano torturati, straziati e spesso uccisi. Gli interrogatori avevano lo scopo principale di creare un clima di terrore, e di ottenere informazioni sui combattenti Mau Mau. Tutte le persone sospette subivano torture, venivano frustate, bruciate, picchiate, sodomizzate, costrette a mangiare feci e a bere urina, castrate. Le donne venivano stuprate con oggetti, serpenti o bottiglie di birra rotte.
La propaganda inglese diceva che i campi erano istituiti allo scopo di "riabilitare", ma in realtà l'obiettivo era lo sterminio. Le autorità inglesi, oltre a propagandare una realtà assai diversa da quella vera, cercarono di cancellare ogni traccia dei crimini, come testimonia John Nottingham, un funzionario britannico in Kenya: "Il governo britannico, alla vigilia della decolonizzazione in modo esteso e deliberato ha distrutto gran parte della documentazione relativa ai campi di detenzione e ai villaggi recintati. Io stesso, come commissario del distretto di Nyeri, ricevetti l’ordine di distruggere tutti i documenti che anche lontanamente riguardavano i Mau Mau, e sapevo che altri funzionari avevano ricevuto e obbedito a simili ordini"
Nel periodo della guerra ai Kikuyu, i giornali inglesi diffondevano notizie che descrivevano i Mau Mau come selvaggi e sanguinari, che massacravano gli inglesi. Si soffermavano soltanto sulla "barbarie" dei Kikuyu, e nessuna notizia trapelava sui crimini inglesi, come avviene oggi nelle guerre scatenate dalle autorità anglo-americane.
I Mau Mau combattenti erano circa 15.000, e si rifugiavano nelle foreste vicine al Monte Kenya e agli Aberdare (vedi anche Grotta Mau Mau). Alla fine del 1955, il Movimento dei Mau Mau venne sconfitto, 13.500 combattenti erano stati uccisi, mentre gli inglesi caduti erano circa 100. Nei lager, sotto tortura o nelle esecuzioni sommarie, erano morti almeno 90.000 civili Kikuyu. Il governatore, alla fine della guerra, così giustificò il massacro dei Mau Mau: "L’obbiettivo che ci siamo prefissati è di civilizzare una grande massa di esseri umani che versano in uno stato morale e sociale primitivo".
C'era nelle autorità britanniche un forte senso di superiorità, che faceva loro credere di essere legittimate a commettere ogni crimine contro coloro che definivano "terroristi". I governi inglesi non hanno mai ammesso i crimini commessi nelle colonie, e non hanno mai chiesto scusa a nessuno, al contrario, hanno cercato di occultare i crimini o di giustificarli, e a tutt'oggi credono di avere diritto di uccidere tutti coloro che avversano il loro dominio.

Anche oggi il termine "terrorista" viene utilizzato dagli anglo-americani con la stessa accezione del periodo coloniale, anche se la propaganda divulga un significato diverso, per occultare la vera strategia di dominio neocoloniale. I mass media occidentali inducono a credere nell'esistenza di un nemico dell'Occidente, identificato come "estremista islamico combattente", ossia "terrorista". In realtà, i gruppi terroristici estremisti sono formati, addestrati e finanziati dalle stesse autorità anglo-americane, allo scopo di criminalizzare i dissidenti, di reprimere e di giustificare ogni guerra.

Terrorizzare i popoli sottomessi era un metodo di dominio ritenuto valido dall'inizio del colonialismo. Ad esempio, Winston Churchill considerava indispensabile utilizzare gas tossici contro gli indigeni coloniali, perché ciò "avrebbe seminato un grande terrore". Egli sapeva che un popolo impaurito è incline alla sottomissione o risulta troppo debole per lottare efficacemente contro l'oppressore.
Gas tossici che nel Continente Nero solo gli italiani "brava gente" (sic!) usarono contro gli etiopi, non certo per impaurirli, bensì per sterminarli! (Vedi: "Un triste primato tutto italiano" in questa pagina).

I gruppi terroristici utilizzati dall'élite dominante, sono addestrati e finanziati dai servizi segreti americani, europei e israeliani. Ad esempio, in Algeria, dal 1994 al 1996 si ebbero molti attentati terroristici organizzati dai Gruppi Islamici Armati (Gia) e dal Movimento Islamico Armato (Mia), che venivano considerati affiliati ad al Qaeda e nemici dell'Occidente, ma in realtà erano controllati e finanziati dalla Cia e da altri servizi segreti occidentali. Il capo del Gia era Sid Mourad, un agente addestrato dalla Cia ai tempi dei combattimenti in Afghanistan contro i russi. Le autorità statunitensi, appoggiate da quelle europee, utilizzando la maschera dell'integralismo islamico, terrorizzavano la popolazione algerina, per costringerla ad accettare l'assetto neocoloniale, che vedeva le ricchezze del paese nelle mani delle corporation straniere. Negli anni Novanta, giornali francesi come Le Figaro e Le Parisien, fecero emergere i collegamenti fra terroristi del Gia e i governi di Parigi e Londra. Le Figaro scrisse: "Le tracce di Boualem Bensaid, capo del Gia a Parigi, conducono in Gran Bretagna. La capitale britannica ha funzionato da base logistica e finanziaria per i terroristi".

In Algeria, nel 1991, in seguito all'annullamento delle regolari elezioni e all'arresto degli eletti del Fronte Islamico di Salvezza (Fis), venne insediato dalle autorità occidentali un governo fantoccio, affinché le corporation occidentali potessero continuare ad appropriarsi delle risorse del paese. Per piegare la popolazione si organizzava ogni tipo di azione criminale, ad esempio, alcuni elementi dei gruppi terroristici che si spacciavano per "integralisti islamici" andavano nelle case vestiti da mujaheddin, a chiedere asilo, ma chi li accoglieva veniva ucciso. Un ex agente algerino, nel 1998, confessò: "È l'esercito il responsabile dei massacri, è l'esercito che ha compiuto i massacri: non i soldati di leva, ma un'unità speciale sotto gli ordini dei generali. Va ricordato che stanno privatizzando le terre, e le terre sono molto importanti. Bisogna prima cacciare la gente dalla loro terra per poterla acquistare a basso prezzo. E poi ci deve essere una certa dose di terrore per governare il popolo algerino e rimanere al potere. Secondo un detto cinese un'immagine vale mille parole. Non potrei sopportare l'immagine di una ragazza con la gola tagliata. Non saprei tenere per me quello che ho visto accadere. Ho figli, provate a pensare che cosa quella ragazza deve aver sofferto, gli ultimi dieci secondi della sua vita devono essere stati orribili. Credo che sia nostro dovere parlare di queste cose. Io parlo nella speranza che altri facciano lo stesso, così che le cose cambino e questi assassinii abbiano fine".
Fra il 1993 e il 2000 furono uccisi almeno 30.000 algerini, e oltre 10.000 furono feriti. I gruppi terroristici addestrati dalla Cia cooperavano col governo fantoccio, che riceveva denaro e armi dagli occidentali. Fra le persone massacrate dal Gia figuravano anche diversi prelati, oltre a dissidenti e cittadini comuni.
Fatti analoghi sono avvenuti o avvengono in tutti i paesi controllati dalle autorità occidentali, come la Turchia, l'Egitto, la Thailandia, la Birmania, l'Indonesia, il Pakistan ecc.

Dunque, il "terrorismo" denunciato è la legittima resistenza delle popolazioni piegate al dominio delle autorità occidentali, mentre al Qaeda e molte altre formazioni realmente terroristiche sono al soldo di Washington e operano per terrorizzare le popolazioni e uccidere i dissidenti. Anche l'estremismo religioso viene utilizzato in molti paesi per ridurre i popoli alla passività. Lo studioso francese André Prenant spiegò l’utilizzo dei gruppi estremistici contro la popolazione: "Le distruzioni e i massacri del terrorismo islamico (sono manipolate) da sostenitori legati tanto al regime di stato quanto al neoliberismo, quello della borghesia algerina come delle multinazionali, con beni al sole nelle capitali occidentali, in particolare a Londra. Costoro strumentalizzano un senso dell’identità che vogliono confondere con l’Islam come speranza per reclutare gli emarginati del sistema, in particolare nelle periferie. La violenza utilizzata fin dagli anni '80 fa parte di una strategia del terrore, di matrice fascista. Ha preso di mira prima del 1995 sindacalisti e intellettuali, artisti, giornalisti, scrittori o universitari che la combattevano; poi, oltre agli stranieri non musulmani, la massa di uomini, donne, bambini, di quelli che le disubbidivano lavorando, votando, studiando, in particolare nelle campagne isolate… Questo terrorismo, lo si sa meno, ha anche distrutto unità produttive pubbliche, ma mai le infrastrutture private appartenenti al grande capitale straniero. Si accanisce contro le istituzioni pubbliche scolastiche, sanitarie e sociali, in convergenza con la loro destabilizzazione da parte della speculazione mafiosa e del risanamento strutturale. La morte di 36 mila civili in sei anni, senza contare quelli di polizia ed esercito, secondo le statistiche ufficiali, ne è l’effetto più drammatico".

Con l'accusa generica di "terrorismo", sono state fatte sparire migliaia di persone in molti paesi del Terzo Mondo, di cui non si è saputo più nulla. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dicono di essere in "guerra contro il terrorismo", ma quando, nel 1994, le Nazioni Unite approvarono la risoluzione 49/60, e nel 1996, la 51/210, che invitava a sconfiggere il terrorismo attraverso le indagini sui finanziamenti alle attività terroristiche, glissarono. Anche la rivista Executive Intelligence Review denunciava chiaramente che l’Inghilterra è un “paese da mettere sulla lista degli stati che promuovono il terrorismo islamico”.

Gli anglo-americani utilizzano il terrorismo come un mezzo per spaventare e per reprimere i popoli, e i terroristi sono a loro servizio, e non contro di loro, come vorrebbero far credere. La "guerra al terrorismo" è in realtà una guerra contro le aree più povere del continente, che sono state rese tali da un gruppo di persone, che creando povertà ha acquisito un potere economico e finanziario enorme, e lo utilizza per continuare ad attuare guerre e genocidi. I popoli sfruttati e vessati cercano di combattere per i loro diritti, ma vengono marchiati come "terroristi" e perseguitati. Le autorità europee e statunitensi attuano una massiccia propaganda, che induce a credere che il terrorismo sia un pericolo per l'Occidente, e che i popoli musulmani avrebbero organizzato una guerra per contrastare il potere americano. Ma se così fosse, come mai nessuna autorità americana è mai stata uccisa? Come mai molti terroristi sono stipendiati dalla Cia e entrano ed escono liberamente dagli Stati Uniti? Come mai la maggior parte delle vittime del terrorismo sono musulmane o povere?

Il terrorismo viene ampiamente utilizzato dalle autorità di Washington anche per piegare la popolazione irachena. In Iraq, gli Usa, oltre a fomentare divisioni, rafforzano l'integralismo islamico. Ad esempio, finanziano segretamente le milizie di Moqtada Al-Sadr, che è un leader dell'integralismo sciita convinto di dover scatenare un'ondata di proibizioni contro gli iracheni. Tali proibizioni riguardano quasi tutti gli aspetti dell'esistenza umana, dall'abbigliamento, alle bevande alcoliche, con pene corporali che vanno dalla fustigazione alla pena di morte. Si tratta dell'assetto imposto già alle popolazioni arabe in Arabia Saudita, in Kuwait e in altre dittature compiacenti verso gli Stati Uniti.
Dunque l'estremismo islamico e il terrorismo sono strumenti utilizzati dagli Stati Uniti anche al fine di opprimere e piegare l'orgoglioso popolo iracheno, che prima dell'occupazione era il popolo arabo meno legato all'ortodossia islamica. Prima che le autorità americane si accanissero per distruggerlo, l'Iraq era un paese industrializzato, con un forte sviluppo del settore sanitario e scolastico, che valse al governo iracheno ben tre medaglie dell’Unesco. Anche se il popolo iracheno non era libero ma oppresso dalla dittatura di Saddam, nel 1991, l’Iraq era l’unico paese del Medio Oriente che poteva vantare uno sviluppo paragonabile a quello europeo. La scuola era gratuita per tutti, le strutture sanitarie erano di alta qualità, e le donne avevano raggiunto una certa libertà e considerazione sociale e politica. Oggi oltre il 70% degli iracheni non ha più nemmeno l'acqua potabile e l'energia elettrica, e la sanità pubblica irachena è stata completamente devastata, provocando la morte di centinaia di migliaia di persone, specie bambini.
Gli anglo-americani organizzarono la guerra del Golfo con lo scopo principale di riportare l’Iraq ai livelli preindustriali, per ricolonizzarlo. Dopo la guerra, l’embargo avrebbe dovuto colpire l’economia del paese, e indebolirlo a tal punto da aprire la strada all’occupazione definitiva. Oggi in Iraq, in Afghanistan, in Somalia, in Sudan e in molti altri paesi, le autorità americane, pur controllando minuziosamente ogni zona, non esercitano alcuna protezione della popolazione, al contrario, scatenano gruppi di terroristi, per creare insicurezza e divisioni. A questo scopo utilizzano milizie di vario genere, da quelle mercenarie, a quelle dei governi fantocci che insediano. In alcuni paesi impongono il potere di terroristi/mafiosi, che oltre ad impaurire le popolazioni si occupano di svolgere attività criminali, come il traffico di materiale radioattivo, di droga, di armi e lo sfruttamento della prostituzione.

Grazie al "pericolo terrorismo", gli Usa hanno attuato una massiccia militarizzazione in moltissimi paesi del mondo, imponendo basi permanenti e personale per addestrare le forze armate locali. In molti paesi africani, come il Marocco, il Congo, il Ciad, il Senegal, il Niger, la Tunisia e l'Algeria, il Pentagono ha provocato gravi destabilizzazioni, e utilizza il "pericolo terrorismo" per giustificare le ingenti forniture di armi e l'addestramento di gruppi militari e paramilitari, il cui vero scopo è di tenere i paesi sotto controllo, per consentire alle corporation di appropriarsi delle risorse, specie petrolio, diamanti, uranio, coltan, ecc.

Col passare del tempo, il termine "terrorismo" viene sempre più utilizzato per criminalizzare ogni dissidente, o chi dice la propria contro il sistema di potere. Viene accusato di essere un terrorista chi chiede un ambiente più protetto e meno militarizzato, persino chi critica il Vaticano o il governo, e chi osa ragionare con la propria testa, denunciando i paradossi e i crimini delle autorità occidentali.
Il terrorismo risulta dunque un'arma del sistema di potere, che oggi si impone su quasi tutto il mondo, per garantirsi la sottomissione dei popoli e la licenza di portare a compimento guerre ovunque ritenga necessario. Cadere nelle trappole propagandistiche, che mirano a farci credere che le autorità occidentali abbiano a cuore i diritti umani, e che esista un nemico oscuro e inspiegabilmente crudele, significa ignorare la vera natura dell'attuale sistema di potere, che commette atroci crimini ma vuole spacciarsi per filantropo, in modo da non perdere l'indispensabile appoggio dei popoli delle aree ricche del pianeta.
From collaboration with Antonella Randazzo

Razzismo nel mondo moderno
Razzismo nel mondo moderno

RAZZISMO

 

Uno degli aspetti più affascinanti della specie umana è costituito dalla straordinaria diversità fisica e culturale degli individui che la compongono. Ma spesso questa diversità è all'origine di conflitti e di disuguaglianze.
Fin troppo spesso i rapporti tra gli esseri umani sono determinati più in base alle differenze che alle somiglianze esistenti tra i gruppi.
Basti guardare gli immigrati che, essendo considerati diversi e pericolosi, sono costretti a vivere la propria esistenza all'insegna dell'esclusione e dell'isolamento sociale.

Osservando la società attuale, appare evidente una forte contraddizione: da un lato si propende nettamente e con fiducia per un processo di globalizzazione e di apertura che limiti quanto più possibile o elimini del tutto le barriere politiche, culturali e soprattutto economiche dei vari paesi del mondo, tralasciando, o facendo finta di farlo, le palesi differenze ancora esistenti tra quelli ricchi e quelli poveri; dall'altro si guarda con sospetto, ostilità e repressione ai flussi migratori che, dal Sud del Pianeta, si spostano verso il Nord, e dopo la caduta dei regimi comunisti dell'Europa orientale, dall'Est dell'Europa verso l'Ovest.

La prima osservazione da fare è che il problema del razzismo è oggi associato immediatamente all'immigrazione, come se il razzismo fosse una conseguenza del flusso di immigrati che ha investito l'Europa, negli ultimi decenni (sic!).
Questa associazione ha il doppio scopo di consolidare la mancanza di una memoria storica del passato, e insieme di vedere nell'Altro, percepito come portatore di una profonda e inconciliabile "diversità", la causa di episodi di discriminazione razziale.

È importante invece svelare il processo di mistificazione del colonialismo, l'ignoranza di una parte del nostro passato, per comprendere come oggi sia possibile un razzismo quotidiano.
Le radici del razzismo sono, dunque, antiche e profonde.
L’Europa, ahimè, vive solo nel presente e la sua scarsa memoria storica le impedisce di formarsi una razionale visione del proprio passato. Questo la rende distratta e incapace di valutare realisticamente gli eventi che la riguardano.

La "conquista" dell'America da parte degli europei segna, senza dubbio, il punto più alto dell'affermazione della supremazia dell'uomo bianco sugli "altri" uomini.
Di seguito o meglio ancor prima l'"Olocausto africano", riferito ai 500 anni di schiavitù, imperialismo, colonialismo, apartheid. Tutto il continente ne porta ancora le conseguenze, sia sociali che economiche.
Non vi è dubbio che il razzismo si sia sviluppato in seguito alle scoperte geografiche e al colonialismo.

Dalla scoperta dell'America, nasce una nuova mentalità che si può definire economica e non più sociale: l'insieme dei rapporti umani si trova riconducibile a dei rapporti economici.
Nel periodo coloniale europeo, alla base del razzismo, che si sviluppò nelle nazioni conquistatrici, c'era un forte e pressante interesse economico.
I colonizzatori, infatti, si servivano delle popolazioni indigene per avere forza lavoro a buon mercato, delle loro terre per l'approvvigionamento di materie prime e come mercato per i propri prodotti industriali.
Le potenze europee, specialmente quelle che praticavano la schiavitù, si trovavano di fronte a un grave dilemma morale.
Il modo in cui trattavano le popolazioni delle colonie era evidentemente incompatibile con la loro dichiarata fede cristiana. Poiché nessun cristiano può legittimamente fare di un essere umano uno schiavo, si fece ricorso ad una giustificazione ovvia: quella di classificare le popolazioni coloniali come sub-umane.
Colombo stesso, nell'atteggiamento che ha verso gli indigeni, non riesce a superare queste due posizioni: o sono degli esseri umani completi, con gli stessi suoi diritti, ma sono visti non come uguali ma come identici, e dunque egli sbocca nell'assimilazionismo, cioè nella proiezione dei propri valori sugli altri, oppure parte dalla differenza, ma questa viene subito tradotta in inferiorità. Ma come è tristemente noto, passa dall'assimilazionismo all'ideologia schiavista, che parte dall'affermazione di principio della inferiorità degli indiani.


Il proposito di fare adottare i costumi spagnoli alle popolazioni indigene, pur continuamente ribadito, non viene mai giustificato, poiché è una cosa che viene da sé, così come il desiderio di cristianizzarle; in questo secondo caso, poi, il discorso è più complesso, e si fonda sull'equilibrio tra il dare la religione e il prendersi l'oro, equilibrio che appare però piuttosto precario, dato che diffondere la religione presuppone che gli indiani siano considerati, almeno di fronte a Dio, come uguali, mentre per prendere l'oro, se essi non vogliono darlo, sarà necessario sottometterli per poterglielo prendere con la forza, ponendoli così in una chiara posizione di inferiorità.

È facile dire “devono stare a casa loro” ed altri simili slogan, dopo che siamo stati noi (arabi, europei, americani) per primi ad andare a casa loro. E se questa gente oggi è costretta a scappare dalle loro terre, è per colpa nostra. Di quello che abbiamo fatto e di quello che stiamo continuando a fare. I popoli europei hanno portato morte e distruzione in tutto il mondo. Abbiamo “scoperto le Americhe”, trucidando senza pietà cento milioni di indiani nativi solo nelle terre che oggi conosciamo come Stati Uniti d’America (gli USA) per non parlare di quello che abbiamo combinato anche in sud America, dove oltre a schiavizzare i popoli locali, li abbiamo spogliati non solo dei loro beni, ma anche della dignità di uomini. I metodi del genocidio comprendono il sistematico massacro attuato con le armi e la propagazione intenzionale di malattie infettive tra le popolazioni che sono prive di difese immunitarie naturali. Sono stati deportati in Sud America oltre 10.000.000 di schiavi provenienti dall'Africa, persone che venivano catturate e vendute come schiavi, che venivano private della libertà e costrette a lavorare duramente, in cambio di una ciotola di riso. Vivevano incatenati, il padrone poteva infliggere loro qualsiasi punizione, e solo in alcuni luoghi l’uccisione di uno schiavo era considerata un reato. La stessa sorte, anzi forse peggiore, capitava alle schiave, abusate come potete immaginare, in tutti i sensi.


Pochi sanno che la schiavitù fu avallata e autorizzata dalla Chiesa, tramite un’apposita bolla papale. Di seguito riporto brevemente come la Chiesa operò riguardo la tratta atlantica degli schiavi: Il 16 giugno 1452 papa Niccolò V aveva scritto la bolla Dum Diversas, indirizzata al re del Portogallo Alfonso V, in cui riconosceva al re portoghese le nuove conquiste territoriali, lo autorizzava ad attaccare, conquistare e soggiogare i saraceni, i pagani e altri nemici della fede, a catturare i loro beni e ad impossessarsi delle loro terre, a ridurre gli indigeni in schiavitù perpetua e trasferire le loro terre e proprietà al re del Portogallo e ai suoi successori. Questo documento, con altri di simile tenore, venne utilizzato per giustificare lo schiavismo.
Spesso si leggono articoli sull'inquisizione, sulle crociate, sulla “caccia alle streghe” che costò la vita a migliaia di donne, ma difficilmente qualcuno ricorda il ruolo e le responsabilità della Chiesa sulla tratta degli schiavi.
La cosa “bella”, per così dire, che fa capire come funzionano le cose, e come i carnefici manipolino le masse, è che oggi, le popolazioni del Sud America, ed in particolare in Brasile, dove sono stati deportati milioni di schiavi dall'Africa, con l’avallo del Vaticano, la religione ufficiale, seguita dalla maggioranza delle persone, è proprio quella cattolica. Milioni di persone discendenti di schiavi seguono e ubbidiscono alla stessa chiesa che ha autorizzato la tratta degli schiavi, imponendo la religione in questione a popolazioni che non la conoscevano (sic!).

La tratta degli schiavi è una delle pagine più buie e grigie della storia dell’umanità, ma è caduta nel dimenticatoio.
Per secoli e da secoli gli arabi, poi gli europei (ed in seguito i loro discendenti statunitensi) sfruttano e piegano ai loro interessi il mondo intero. Se in Sud America ed in Africa fanno la fame, è grazie ai nostri governi. Non solo a quelli responsabili della tratta degli schiavi e del colonialismo, ma anche dei più recenti, che hanno favorito l’ascesa e vanno a braccetto con sanguinari dittatori, pronti a svendere le risorse naturali del proprio paese in cambio di ricchezza personale, sacrificando milioni di esseri umani.

Il pregiudizio che coglie la diversità come minaccia è di matrice culturale, trova le radici nell'educazione familiare, trova nutrimento nell'ambiente sociale e si fortifica e si struttura nel “pensiero” della comunità in cui si vive. Se desideriamo evitare la diffusione di pregiudizi dobbiamo intervenire in ogni aspetto della formazione dell’individuo a livello familiare, scolastico e sociale. Ma la scuola ha sempre dimenticato il compito principale per cui è concepita: insegnare la verità storica!
L'integrazione avviene attraverso un processo di socializzazione che non si effettua, come hanno sempre fatto gli europei, con l'oppressione e l'inganno, bensì con l’instaurazione di un regime di assoluta ed effettiva parità di diritti fra comunità razziali diverse in uno stesso territorio. L'errore più grave che potreste commettere è quello di riferirvi ai giorni nostri, mentre il vostro pensiero dovrebbe risalire alle epoche coloniali.
Fortunatamente il "negro" che raggiunge oggi le coste meridionali europee, difficilmente possiede, visto il livello intellettivo e la mancanza di scolarizzazione, una cultura storica della terra da cui proviene, altrimenti la loro "fierezza", unitamente alla loro "ferocia", alimenterebbero un odio implacabile che porterebbe alla caduta di migliaia di teste.

Tanto per chiarire, non è che da noi, specie in Italia, le cose vadano meglio. La "decolonizzazione" ed il "colonialismo post-moderno" (Vedi "Colonialismo in Africa"), per i più, se non sono "roba da mangiare", sono termini riferibili, il primo ad una particolare tecnica di "decapé" per mobili, il secondo ad una corrente artistica dei nostri giorni.

Era il 1532 quando il frate domenicano Vicente de Valverde si presentò ad Atahualpa come uomo mandato da Dio mostrando una Bibbia. Atahualpa la prese e se l'accostò all'orecchio come per ascoltare, poi, non sentendo alcun suono, disinteressato buttò il libro per terra e chiese una spiegazione sulla presenza degli spagnoli all'interno dell'Impero Inca. Valverde si limitò a raccogliere la Bibbia e corse a riferire a Pizarro l'accaduto, parlando di Atahualpa come di un "cane orgoglioso". Il frate, trasmettendo la sua stessa profonda indignazione e l'odio che provava nei confronti di Atahualpa, incitò il comandante spagnolo ad ordinare l'attacco contro la popolazione Inca. Non si trattò di una vera battaglia, ma piuttosto di una carneficina. I soldati spagnoli, seppure in netta minoranza, grazie alle loro armi tecnologicamente superiori e all'effetto sorpresa, uccisero migliaia di inca. La volontà di Pizarro di tenere Atahualpa in vita, fu piegata davanti alle insistenze di Vicente de Valverde che ne voleva la morte sul rogo.

Ma non è tutto, la religione inca aborriva la distruzione del cadavere che si riteneva non avrebbe permesso di conseguire l'immortalità, quindi il "cane rognoso domenicano, servo di Papa Clemente VII", disse ad Atahualpa che se si fosse convertito al cattolicesimo e si fosse fatto battezzare, la sua pena sarebbe stata commutata. Atahualpa venne così battezzato col nome di Francisco e, invece di essere bruciato sul rogo, venne giustiziato mediante garrota come un comune criminale; quella stessa notte, migliaia dei suoi sudditi si tagliarono le vene per seguirlo nell'aldilà. (Vedi Papa Clemente VII in Vasco da Gama).

In Africa, in epoche non certo diverse, i missionari cristiani, affascinati dal "Continente Nero", gettavano in mare la tonaca (il motivo è palese), ma non la Bibbia.
« Quando giunsero i missionari, noi africani avevamo la terra e i missionari la Bibbia. Essi ci dissero di pregare a occhi chiusi. Quando li aprimmo, loro avevano la terra e noi la Bibbia. »

Migranti africani verso l'Europa
Migranti africani verso l'Europa

MIGRAZIONI

 

Le vere migrazioni sono diverse da quelle rappresentate dai media.

L'illecito ingresso dei migranti in Europa, secondo i mezzi di informazione, costa ad ogni viaggiatore dai 4.000,00 ai 5.000,00 euro. Vere e proprie "Fake News" divulgate con il deliberato intento di disinformare chi, come la maggior parte degli italiani, non sa neppure dove sia l'Africa o il Medio Oriente.
Pensate solo che i poveri dell'Africa non riescono neppure a raggiungere le capitali del loro distretto!
Non va altresì dimenticato che solo il 39% della popolazione africana vive in aree urbane.


L'Africa è in assoluto il continente più povero e mancano del tutto stati con un elevato reddito medio pro capite. Nella metà degli stati africani infatti, la popolazione vive con meno di un dollaro al giorno; nel Burundi, lo Stato più povero della Terra, il reddito medio per persona annuo è intorno ai 100$: un quarto di dollaro al giorno; in Kenya un dipendente qualificato guadagna meno di 5 dollari al giorno. Quindi nessuno venga a raccontare "palle"!
Ed aggiungo: alla fine di gennaio (2019) la Guardia costiera colombiana ha fatto sapere di aver recuperato i corpi di dodici migranti di origine sub sahariana, tra loro anche sette bambini. Sarebbero annegati durante un naufragio verificatosi nei Caraibi. E non è la prima volta che, come il 21 maggio scorso (2018), 25 migranti provenienti dal Senegal, Nigeria, Guinea, Sierra Leone e Capo Verde, sono stati soccorsi al largo delle acque dello stato del Maranhão nel nord del Brasile. I migranti puntano anche ad ovest con una "crociera" via mare della durata media di trentacinque giorni (sic!). Un flusso migratorio di disperati africani, che fuggono da oppressione, fame, cambiamenti climatici, guerre e cercano di raggiungere lidi non europei. D'altronde il Brasile è il Paese con il maggior numero di persone di origini africane, dunque culturalmente più vicino a chi proviene da aeree sub-sahariane.
Oltremodo nei centri di detenzione libici sono stipati in maggioranza eritrei e somali provenienti dal Corno d'Africa che, guarda caso, sono due ex colonie italiane. Costoro non posseggono né un Nakfa Eritreo, né uno Scellino Somalo, tanto meno dollari.
Lo stesso governo libico ammette che alcuni addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti sono compresi nell'elenco di persone verso le quali sono stati spiccati mandati d’arresto all'inizio di marzo, marzo 2018 (sic!) ***, perché implicati nel traffico di esseri umani. Coloro che detengono il potere in queste luride galere, abbandonate anche dagli operatori delle organizzazioni umanitarie che da tempo non le visitano più, usano i profughi come merce di scambio con chi ha interessi economici affinché raggiungano l'Europa. Tirando le somme, questi poveri disgraziati non "scuciono un bottone" per giungere in Europa!

*** Tempo fa rappresentanti della Libia avevano mostrato un elenco con ben duecentocinque nomi di trafficanti nazionali e stranieri, contro i quali sono stati spiccati i relativi mandati d’arresto. Nella lista figurano personaggi importanti, come alti funzionari di ambasciate africane a Tripoli, membri dell’organismo statale libico per la lotta contro la migrazione clandestina, addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti e altre figure di spicco. Gente insospettabile che ha partecipato al vertice di Niamey, in Niger, tenutosi a marzo di quest’anno (2018) ed a cui era presente l'allora ministro degli interni italiano Marco Minniti.

In Niger migliaia di giovani donne vivono ancora in totale stato di schiavitù, malgrado sia stata abolita nel 2003 (non nel medioevo!). Spesso ragazze giovanissime vengono vendute dalle famiglie ad uomini vecchi e ricchi. È cosa risaputa che in certi ambienti una “moglie giovane” contribuisce ad aumentare il proprio prestigio. Generalmente le ragazzine subiscono abusi di ogni genere: fisici e psicologici, a volte condannate a vita ai lavori forzati dai “vecchi sporcaccioni”.
Si calcola che in Niger ci siano 870 mila schiavi.
Uno di loro, una donna venticinquenne, racconta la sua vita: “Sono nata schiava e Dio mi ha creata per questo. Quando avrò finito questa vita, finalmente raggiungerò il paradiso che mi è stato promesso. I miei genitori erano schiavi del mio padrone che ora comanda su 200 persone: 100 uomini, 50 donne e 50 ragazzi. Il solo pensiero di abbandonare il padrone mi terrorizza. Io conosco solo questo posto. Se mi allontano avrò sicuramente grandi problemi. Il marabù mi ha detto che non posso lasciare il padrone altrimenti potrei morire o essere trasformata in animale. Io non voglio diventare una capra!”
Il "marabù" è il gran sacerdote del villaggio. Una sorta di imam musulmano che ha “ereditato” i poteri magici dalla stregoneria animista africana, più efficaci, da queste parti, di quelli del Profeta. È lui che considera gli schiavi una benedizione di Dio e che, così, ne giustifica l’esistenza. I marabù, in effetti, sono quelli che posseggono il maggior numero di schiavi.

Oggi l’84% dei rifugiati sono accolti negli stessi paesi del Terzo mondo, solo il 5% trova ospitalità nell'Unione europea.
Non a caso il più grande campo profughi del mondo è a Dadaab in Kenya, a poca distanza dai confini orientali con la Somalia, un Paese ostaggio di un conflitto armato e di violenze pressoché continue da oltre 20 anni. Il campo ospita oltre 300.000 profughi somali dichiarati (la stima reale è di almeno il doppio) che fuggono da siccità, violenze e carestia.
Vi risulta, ed è solo un esempio, che sulle coste europee approdino con i barconi cittadini kenioti, angolani, sudafricani o centrafricani? No? Allora incominciate a conoscere meglio l'Africa ed a chiedervi il perché!

L'Africa è il secondo continente più popoloso della Terra, dopo l'Asia che conta circa 4,4 miliardi di persone, dove vengono parlate più di 2000 lingue diverse. Attualmente la popolazione africana è di circa 1,2 miliardi di persone. Negli ultimi 40 anni c'è stata una vera e propria esplosione demografica, e così l'età media della popolazione del continente è relativamente bassa. La popolazione africana sta crescendo infatti più velocemente di quella asiatica, e si pensa che entro il 2050 l'Africa avrà otre 2,5 miliardi di abitanti. In molti stati africani la metà della popolazione non ha ancora raggiunto i 25 anni. L'aspettativa media di vita per gli abitanti dell'Africa è 58 anni (in Italia è 80,1 anni per gli uomini e a 84,6 anni per le donne).
La parte centrale dell'Africa orientale, la Rift Valley, è considerata la "Culla dell'Umanità", cioè il luogo di origine degli esseri umani, da dove oggi arrivano molti dei profughi che attraccano sulle coste europee.

L'Africa è povera. Ma i paesi africani non sono tutti poveri. È la distribuzione della ricchezza che crea problemi. L'Angola, per esempio, sta vivendo una vera e propria fase di boom economico, tanto da aver invertito i flussi di immigrazione verso il Portogallo di cui è stata una colonia: oggi con la crisi, sono i portoghesi che emigrano in Angola. Nonostante questi progressi, l’Angola resta uno dei paesi africani con la più alta percentuale di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà e con il più alto numero di mortalità infantile.

Ad eccezione dell'Etiopia (fino al 5 maggio 1936) e della Liberia, tutta l'Africa è stata colonizzata da paesi non africani: Regno Unito, Francia, Belgio, Spagna, Italia, Germania e Portogallo, senza il consenso della popolazione locale. Nel 1884-1885 la Conferenza di Berlino ha diviso il continente tra le potenze non africane. Nel corso dei decenni successivi, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, i paesi africani hanno gradualmente riconquistato la loro indipendenza, con i confini decisi "a tavolino" dalle potenze coloniali. Questi confini, stabiliti senza riguardo alle culture locali, hanno causato numerosi problemi in Africa.

Dovete sapere che nel 1500, mentre Londra aveva 20 mila abitanti, la città di Timbuktu nel Mali ne contava 115 mila. C'era anche l'Università in cui venivano portati diversi manoscritti e libri con un valore più alto di qualsiasi altro bene.

Il Niger è un po’ l’esempio e la traccia di tutti gli altri stati del Nord e Centro-Africa in ambito politico ed economico. Questo Stato, situato al centro sud del Sahara al confine est con la Nigeria, ex colonia francese ora una repubblica semi-presidenziale, è un territorio con scarsa vegetazione e in piena desertificazione.
Tale fenomeno è causato dal clima arido e soprattutto dal continuo sfruttamento del terreno per l’agricoltura; infatti i ¾ della popolazione si occupa del settore agricolo che di conseguenza determina una certa arretratezza e una scarsa produzione di colture con cui vivere dato che i territori non sono molto fertili. La produzione quindi diventa un agricoltura di sussistenza e di autoconsumo.
Questo si allaccia all'economia del Paese facendo in modo che da questo grande settore non si ricavi niente (agricoltura di sussistenza equivale a produrre esclusivamente per sopravvivere) o pochissimo e le uniche altre fonti di guadagno dello Stato sono la vendita di materie prime poiché il turismo è quasi nullo e l’industrializzazione non risulta molto sviluppata.
Tutto ciò però è reso ancora meno remunerativo dallo sfruttamento delle grandi multinazionali e degli stati ex colonizzatori. Questi ultimi esercitano un grandissimo condizionamento nella politica locale facendo i loro interessi. In quanto ex colonie (il Niger era colonia della Francia) fanno dei prezzi “di favore” ai paesi colonizzatori vendendo le uniche fonti di guadagno (le materie prime) a un prezzo ancora più basso di quello stimato.
Qui intervengono le multinazionali che avendo il controllo quasi totale del commercio globale inducono ad abbassare ancora di più il prezzo di vendita del materiale per poi comprarlo e rivendere il prodotto finito a dei prezzi elevatissimi.
L’influenza delle multinazionali si sente anche nel settore dell’assistenza sanitaria dove i medicinali scarseggiano in quanto molto costosi rispetto alle possibilità economiche dell’intera popolazione che non guadagna abbastanza per poterseli comperare.
La povertà diffusa in questi territori condiziona molto la vita delle persone e si manifesta attraverso malnutrizione, denutrizione, analfabetismo e la diffusione di malattie che quasi sempre portano alla morte.
La vita quotidiana di queste persone si svolge per la maggior parte del tempo nei campi, perché bisogna coltivare ed avere qualcosa da mangiare per sopravvivere.
La loro razione quotidiana e solitamente una ciotola di miglio reso pastoso dall'aggiunta di acqua che molte volte è inquinata mentre alla sera si aggiunge un po’ di pomodoro.
La continua sbagliata alimentazione provoca numerose vittime specialmente tra i bambini.
Le famiglie sono molto numerose infatti in media una donna partorisce dalle 6 alle 9 volte, ma un bambino su quattro non supera i primi 3 anni.

La missione in Niger del luglio scorso (2018) per il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, aveva l'obiettivo di "rafforzare la cooperazione strategica" con il Paese che "sta avendo un ruolo chiave per ridurre drasticamente i flussi di migranti irregolari verso la Libia e l’Ue", al solo scopo di "incrementare la ricchezza nell'area, offrire maggiore occupazione e fornire delle risposte concrete e solide alla povertà, all'immigrazione e alla sicurezza in Africa".
Nulla di più ridicolo.
La profondità di cotanta inconsistenza di ragionamento sta nell'affermare di poter ottenere dei risultati in un paese dove 870 mila persone vivono ancora in totale stato di schiavitù, malgrado sia stata abolita nel 2003 e dove la migrazione per questa popolazione, stante la totale integrazione dei nigerini nel loro quotidiano "modo di vivere", non è mai esistita. Vedi: Schiavitù in Niger

Va altresì detto che le dimensioni dell'Africa sono ben diverse da quelle che appaiono nelle mappe. Il continente africano (30.370.000 km²) contiene senza problemi la Cina (9.572.900 km²), l’Europa (10.180.000 km²), l’India (3.287.263 km²) e così via. Ma allora perché non si nota questa discrepanza nelle carte che normalmente utilizziamo? La nostra percezione del planisfero terrestre è tuttora fortemente influenzata dalla proiezione cartografica di Mercatore, il cartografo fiammingo del 1500 che, nel redigere mappe e proiezioni adatte alla navigazione marina, ha contribuito anche a diffondere una rappresentazione distorta delle reali dimensioni dei continenti. Le terre emerse, in queste raffigurazioni, appaiono più dilatate all'aumentare della latitudine, soprattutto quando si trovano nell'emisfero nord. La visione di Mercatore mette al centro l'Europa, e penalizza i paesi del Sud del mondo che appaiono più piccoli di quanto non siano davvero.

L’impressionante veduta di una delle “Città Fantasma” costruite dai cinesi in Africa
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“I Coloni dell’Austerity”, edito da Youcanprint, il libro di Ilaria Bifarini
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La seconda potenza economica mondiale, mostra la propria miseria
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“La Carità che Uccide” edito da Rizzoli, il libro di Dambisa Moyo
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Un suggestivo angolo dell’imponente sede ONU a Nairobi, Kenya
Un suggestivo angolo dell’imponente sede ONU a Nairobi, Kenya

LA FITTA RETE DI AIUTI UMANITARI NON RIESCE A STRAPPARE L’AFRICA DALLA MISERIA

 

Nonostante ci siano nei Paesi africani diverse Ambasciate da tutto il mondo collegate ad istituti per la cooperazione internazionale, nonostante le varie agenzie dell’ONU, le 552 mila missioni cristiane e le ONG (Organizzazioni Non Governative) il cui numero totale è difficilmente quantificabile in quanto le associazioni a delinquere tentano di sfuggire ad ogni tipo di controllo(solo in Sudafrica ne esistono 400 mila regolarmente registrate su un totale di circa un milione, mentre oltre 100 mila risultano registrate in Kenya su un totale di circa 500 mila), nonostante tutto ciò l’Africa continua a registrare una popolazione che cerca di sopravvivere nella miseria più nera di tutto il pianeta.
Va detto che oltre a queste presenze, vanno anche considerate le attività umanitarie islamiche, la Croce Rossa Internazionale e una miriade d’iniziative a carattere privato che realizzano scuole, ospedali e opere di assistenza in genere.

Anche riferendosi esclusivamente alle ONG, si deve concludere che, per quanto riguarda il Kenya, ogni ONG registrata dovrebbe occuparsi di circa 450 persone, ma relativizzando questo numero all'indice di povertà presente nel Paese (stimato in un terzo degli abitanti), ogni ONG avrebbe a suo carico, solo 150 persone. Infine, inserendo in questa analisi anche le altre istituzioni di cui abbiamo accennato, il numero si ridurrebbe ulteriormente a poche decine di persone. Perché allora la povertà in Kenya aumenta invece di diminuire?
Valutiamo la situazione del Kenya per queste riflessioni, non solo perché questo sito occupandosi prevalentemente di questo Paese offre più attendibili elementi di valutazione, ma soprattutto perché tra le nazioni africane non è certo quella più colpita dalla povertà e dal degrado. Ciò nonostante il suo tasso di crescita demografica è molto alto e malgrado l’apprezzabile incremento del PIL (soprattutto determinato dagli investimenti cinesi), cresce anche l’indebitamento pubblico e il numero delle persone condannate alla miseria. Di conseguenza, crescono del pari, criminalità e corruzione.

Questo non può che portarci a concludere che nella gestione di questa imponente presenza di associazioni, c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
Si tratta di organizzazioni, almeno sulla carta, non orientate al profitto, che si finanziano con il contributo dei governi dei Paesi di appartenenza, dei vari dipartimenti delle Nazioni Unite e delle spontanee offerte di privati cittadini, sollecitate attraverso campagne di sensibilizzazione sui media e sui social network.
Ma se lo stesso gigante FAO utilizza l’80 per cento delle proprie risorse all'unico scopo di mantenere se stesso, è facile comprendere quanto dispersivo, se non addirittura fraudolento, possa rivelarsi il funzionamento dell’enorme apparato istituzionalmente dedito al miglioramento delle condizioni di vita dei diseredati del pianeta.

Del resto, chiunque in Africa sia entrato in contatto un po’ approfondito con queste organizzazioni, avrà senz'altro riscontrato quanto possa risultare disinvolta la loro gestione finanziaria: sedi prestigiose, stipendi generosi, auto e residenze di lusso ai dirigenti, stuoli di segretarie graziose e profumatamente pagate. In queste condizioni è fatale che non molto resti poi disponibile per adempiere alle funzioni per cui l’organismo è stato costituito.

L’ONU, il macrocosmo internazionale, cui è affidato il compito di risolvere i problemi del pianeta, ha un bilancio annuo che supera i 13 miliardi di euro, circa tredici volte superiore a quello che aveva 25 anni fa. Questo dovrebbe significare che la sua efficienza è migliorata, ma sappiamo tutti che non è così, anzi, più passano gli anni e più l’ONU appare come un decrepito vecchio che avanza con esasperante lentezza inciampando nelle proprie vesti. Questo organismo è allora del tutto inutile senza una radicale riforma!
Tra l’altro, l’Italia, pur non essendo un membro permanente del Consiglio di Sicurezza e non godere quindi del diritto di veto, è il sesto finanziatore mondiale di questo mostruoso bilancio di cui si fa carico del 5 per cento. Vale a dire, 650 milioni di euro che ogni anno escono dalle tasche dei contribuenti italiani per alimentare il prestigioso palazzo di vetro sulle rive dell’East River. Più di Cina e di Russia, che del Consiglio sono però membri permanenti e possono agevolmente controllarlo con il diritto di veto.

Visto che parliamo del Kenya, è bene sapere che la più grossa sede delle Nazioni Unite, con tutte le agenzie sussidiarie che lo compongono (ci lavorano più o meno 5 mila persone), si trova proprio a Nairobi, dirimpetto all'ambasciata degli Stati Uniti, ma al di là del compiacimento che questa scelta può provocare all'orgoglio nazionale dell’ex colonia britannica, coloro che nel Paese vivono sotto la soglia di povertà, quali benefici ne traggono? Nulla!
Ora sapete a chi state devolvendo la vostra beneficienza!

La guerra d’Etiopia, 3 ottobre 1935-9 maggio 1936, fu per l’Italia la vergognosa guerra del gas
La guerra d’Etiopia, 3 ottobre 1935-9 maggio 1936, fu per l’Italia la vergognosa guerra del gas

UN TRISTE PRIMATO TUTTO ITALIANO

 

Le forze militari italiane sono state le uniche ad usare armi chimiche in Africa.
Ebbene sì, è fuor di dubbio: l’Italia le armi chimiche le usò eccome nella guerra d'Abissinia dopo la sanguinosa sconfitta di Adua.
Le pressioni nazionalistiche e le tendenze imperialistiche coltivate dall'Italia, portarono l'allora governo, soggiogato dal delirio di onnipotenza, ad autorizzare o meglio imporre all'esercito di sparare a zero su interi villaggi utilizzando la micidiale iprite, meglio conosciuta come "gas mostarda"!
Dotata di proprietà vescicatorie e tossiche, fu usata sulla popolazione come mezzo di distruzione di massa. Strane grida si levavano dalla nebbia verde che si propagava, mentre chi riusciva ad uscire barcollante da quelle nubi asfissianti, tossiva sangue e crollava senza vita al suolo. Nessuno fu risparmiato!
La guerra d’Etiopia, 3 ottobre 1935 - 9 maggio 1936, fu per l’Italia la vergognosa guerra del gas, la guerra del colonialismo più becero, dei crimini più efferati.
Il 9 aprile 1939 migliaia di donne e bambini asserragliati nella grotta di Zeret furono uccisi da 9.724 kg di aggressivi chimici (gas d'arsina e fosgene) e da 10.868 kg di iprite: "Italiani, brava gente!" (sic!)
Peggio di Marzabotto, perché non fu rappresaglia. Peggio di Srebrenica perché morirono anche donne, vecchi e bambini. Unico paragone possibile, le foibe, ma con un' esecuzione concentrata in un unico luogo.

Da una testimonianza nei villaggi etiopi: "Ogni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aerei, che aveva bevuto l’acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi. C’erano cadaveri dappertutto, in ogni macchia, sotto ogni albero, ovunque ci fosse la parvenza di un rifugio. La morte giungeva in fretta e molti non avevano il tempo di cercare un rifugio per morirvi in pace. Presto un odore insopportabile gravò sull'intera regione. Non si poteva però pensare di seppellire i cadaveri, perché erano più numerosi dei vivi. Bisognò adattarsi a vivere in questo carnaio".


Repubblica Centrafricana. Carro di sfollati
Repubblica Centrafricana. Carro di sfollati


VIOLENZA SENZA FINE IN CENTRAFRICA. DISTRUTTE DAI CRISTIANI 417 MOSCHEE.

IL TERRORISMO CRISTIANO COLPISCE ANCORA (NEL SILENZIO GENERALE DI TUTTI)
Papa Francesco ovviamente se ne sta zitto zitto!

 

1 aprile 2015 - La missione dell’ONU nella Repubblica Centrafricana, MINUSCA United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic), fortemente voluta da Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, sta per arrivare alla fine del suo mandato che scade infatti il prossimo 30 aprile 2015.
Il Paese è ancora sconvolto dal caos più totale, ha raccontato in una conferenza stampa l’ambasciatore americano all’ONU, Samantha Power di ritorno dall'ex colonia francese che ha visitato per due giorni, il 10 e l’11 marzo, assieme a una delegazione del Consiglio di Sicurezza. Il quadro descritto dalla Power è terrificante: “Un tempo c’erano 436 moschee. Le bande armate degli Anti-balaka***. formate da cristiani, ne hanno distrutte 417. I residenti dell’unico quartiere musulmano ancora esistente a Bangui, la capitale del Centrafrica, è a dir poco desolante. Gli abitanti sono impauriti, terrorizzati, denutriti, necessitano di cure mediche. La paura di uscire di casa è tale che le donne incinte preferiscono partorire nel proprio letto, piuttosto che recarsi all'ospedale. L’assenza di sicurezza si percepisce ovunque”.

Le truppe dell’Unione Europea hanno già lasciato l’ex colonia francese, il loro mandato è scaduto il 15 marzo 2015. La Francia ha annunciato recentemente che ridurrà drasticamente il suo contingente. Entro la fine dell’anno resteranno solo cinquecento soldati francesi contro i duemila presenti attualmente. La MINUSCA, Missione di stabilizzazione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana (chiamata MINUSCA, per l'inizializzazione del suo nome francese Mission multidimensionnelle intégrée des Nations unies pour la stabilisation en Centrafrique), è una missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, iniziata il 10 aprile 2014 allo scopo di proteggere i civili della Repubblica Centrafricana ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite che conta 11.820 uomini tra militari e forze di polizia, ma secondo la Power, già ora il venti per cento dei caschi blu ha lasciato il Paese.

Su una popolazione di 4,7 milioni di abitanti, quasi 900.000 persone (tra sfollati e rifugiati) hanno dovuto lasciare le loro case. Oltre cinquemila persone hanno perso la vita.
Federica Mogherini, commissario per gli affari esteri e sicurezza ha sottolineato: “L’Europa continuerà a dare il proprio supporto alla Repubblica Centrafricana per quanto concerne la stabilità e la sicurezza” (sic!).
Una crisi umanitaria di dimensioni quasi catastrofiche. La gente muore perché in balia delle bande armate Anti-balaka (come già detto cristiani).

***Gli Anti-balaka sono milizie cristiane formatesi nella Repubblica Centrafricana dopo l'ascesa al potere di Michel Djotodia nel 2013. Alcuni membri sono stati convertiti forzatamente dall'islam al cristianesimo. Il nome è spesso tradotto come "antimachete", ma la sua origine proviene da una lingua di giovani analfabeti che facevano parte dell'opposizione armata di Seleka e che cacciavano i musulmani "anti-balles à ti laka". Il termine "laka" significa AK-47. Gli Anti-balaka sono quindi coloro che sono contro chi usa gli AK-47, ovvero i musulmani. Già all'inizio del 2014 gli Anti-balaka commisero diverse atrocità, Amnesty International ha riportato diversi massacri da loro commessi contro civili musulumani, costringendo migliaia di musulmani a lasciare il paese.


Dio salvi l'Africa
Dio salvi l'Africa

RIFLESSIONI

L'Africa può risorgere!

Dio non salverà l'Africa, ma la verità renderà l'Africa libera!
Se Dio potesse aiutare gli africani, l'Africa non sarebbe così arretrata e sfruttata dai suoi saccheggiatori.
La schiavitù, la colonizzazione, il neocolonialismo, il saccheggio sistematico delle risorse e il "Franco CFA", valuta nazista di alienazione popolare... ma Dio esiste solo per gli occidentali occupanti e saccheggiatori? o anche per i progressisti, quindi per coloro che lottano per un paese di uguaglianza, legalità, di condivisione, ma sopratutto sovrano che non lascia ad alcun potere esterno la possibilità di interferire negli affari interni della nazione?

Molto spesso, ciò per cui gli africani soffrono è frutto di una politica estera esogena senza il consiglio del popolo: ad esempio la svalutazione monetaria del "Franco CFA", l'impostazione dei prezzi delle materie prime, la valuta utilizzata dagli africani, i programmi scolastici, ecc.

Poiché l'Africa detiene il più alto tasso di materie prime strategiche ed ambite, è naturale che il prezzo di mercato di questi materiali "dovrebbe", sia sul suolo africano che su quello estero, essere fissato dagli africani e non dagli acquirenti occidentali ... . Ma il mondo è a testa in giù, e tutto è fatto per differire la prosperità dell'Africa.

Quel che sembra sfuggire agli "statisti" africani, ai corrotti, ai neo-coloni saccheggiatori e altri, è che la storia dimostra che non possiamo sempre impedire al sole di splendere per tutti!
Arriverà il giorno che verrà fermato questo nazismo monetario, questo sfruttamento delle risorse minerarie strategiche a scapito degli africani, questa assistenza sporadica che i nuovi coloni saccheggiatori conferiscono con obiettivo di mantenere gli africani nell'assistenzialismo, nella fame, nella mancanza di acqua, ecc.
L'Africa e la sua gente non hanno nazioni amiche, hanno solo paesi che ieri hanno causato catastrofiche guerre e genocidi. Le stesse persone vengono oggi per aiutarli a diventare più poveri sfruttandoli. Tra questi paesi non ci sono amici. Tra questi paesi ci sono solo interessi.

Quanto finora detto è noto! Ma gli africani dimenticano che corruzione, tribalismo, nepotismo, clientelismo, saccheggio delle casse dello stato, scarsa governance economica, depravazione della morale, mancanza di rigore e moralità... li covano in casa loro!
Madre Africa, figlia del colonialismo e vittima della "carità che uccide", ha partorito orrori impossibili da cancellare.

Una realtà che gli stessi africani non vogliono ammettere (e che gli italiani naturalmente ignorano):
In Africa i governi, come già in passato i colonialisti europei, non fanno nulla per proteggere i diritti dei popoli indigeni.
Ben poche sono le tribù che, nonostante le difficoltà, sopportano, rimanendo risoluti a mantenere le loro terre e a determinare autonomamente il loro futuro. Per questo, molti di loro subiscono da anni una violenza genocida da parte di sicari intenzionati a derubare le popolazioni autoctone di terre e risorse da consegnare a ricchi imprenditori senza scrupoli. Non hanno acqua ne cibo adeguati e, pur essendo esseri umani, vengono inondati di pesticidi come fossero parassiti, bruciate le loro case e barbaramente uccisi.
Nonostante ciò molti di loro continuano a combattere per la loro terra ancestrale. Quasi quotidianamente queste popolazioni subiscono aggressioni armate e attualmente sono costrette a vivere in condizioni terribili ai margini delle strade e in campi sovraffollati perché le loro terre sono state destinate a piantagioni su larga scala. Senza la loro terra, i popoli indigeni rischiano la catastrofe.
Va sottolineato che in tutto il mondo i popoli indigeni "sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale", anche se troppo spesso sono sfrattati illegalmente dalle loro terre ancestrali nel nome di una conservazione associata alla violazioni dei diritti umani nei loro confronti.

Gli africani non devono abbandonare l'Africa. I governi europei dovrebbero comprendere come i flussi migratori tendono ad impoverire ulteriormente i Paesi di partenza. Il nostro compito è quello di aiutarli non con l'assistenzialismo, ma con l'istruzione, il controllo delle nascite, la lotta alla corruzione, al tribalismo, al bracconaggio e alla deforestazione e desertificazione dei territori, al colonialismo post moderno. Fondamentali sono pure le opere pubbliche come strade, scuole, ospedali, abitazioni civili, fonti di energia pulita, acquedotti, ecc.

Resta inteso che questi Paesi debbono essere sottoposti ad un regime militare internazionale che, introducendo la pena di morte, destituisca le dittature, difenda le popolazioni, le strutture e l'intero territorio, oltre che ad una politica e gestione economica estera. Solo in tal modo, ma non certo a breve, si potrà sperare in una democrazia ed una prosperità che gli africani non hanno mai conosciuto.


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Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya.
Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya.

16 settembre 2021
KENYA: SCONTRI, SCUOLE BRUCIATE E VIOLENZA: COSÌ IL PAESE SI PREPARA ALLE PRESIDENZIALI DEL 2022

Tra meno di un anno in agosto 2022, avranno luogo le elezioni presidenziali e quelle per i senatori e deputati del Kenya. Nei mesi antecedenti la campagna ufficiale, si assistono a segnali non tanto velati di un solito rimescolamento delle alleanze che si tessono per assicurarsi un “posto a tavola” alla guida del Paese. Naturalmente non si tratta di scontri tra ideologie o sensibilità politiche diverse ma solo di lotte per acquisire potere e privilegi.

Il primo elemento palese è la forte fluidità (e forse immaturità) di queste alleanze: allorquando il Kenya nel 2017 confermava un bipartito classico composto dalle solite coalizioni tribali (Kikuyu, di cui fa parte il Presidente Kenyatta, e Kalenjin, del defunto presidente Moi, con Ruto oggi come Vice Presidente), ora il baricentro sembra palesarsi verso una ricomposizione di leadership Kikuyu-Luya-Luo con una moltitudine di cespugli e ciuffetti etnici minori, che si attaccano al carro del vincitore.
Il tutto accade in modo disinvolto, anche se la matematica elettorale è scandita dal metronomo etnico Kikuyu, attorno cui varie maggioranze spontanee e di convenienza possono comporsi in subalternità.
A un anno dunque dalle elezioni, per le quali gli osservatori internazionali non sono certamente ottimisti, le schermaglie sono iniziate a tutti i livelli della società. In tutte le contee del Paese si assiste al ritorno di leitmotiv ricorrenti sostanzialmente di tipo economico, ovviamente nobilitati da eleganti principi di nessun interesse. In quelle attorno al Monte Kenya il ritornello è sempre lo stesso: l’appropriazione da parte di famiglie che una volta erano coloniali perlopiù britannichei di vasti appezzamenti di terra ora rivendicati dalle popolazioni locali che nel parecchio tempo fa hanno sofferto un’esproprio di terre.
Tali confische spesso hanno contorni confusi e sembra perlomeno strano che un latifondista voglia inimicarsi chi in fondo apporta valore, conoscendo le terre meglio del proprietario stesso.
Rimane tuttavia il fatto che questo giustizialismo un po’ becero avviene ad ogni elezione, proprio quando i candidati di alcune contee (Laikipia, Samburu, West Pokot e Baringo, circa 49,000Km quadrati di territorio) agitano gli spiriti con intenti dichiaratamente infiammatori.
Ne sa qualcosa la conservazionista italiana Kuki Gallman, che in due occasioni è stata presa a fucilate da parte di facinorosi che, aizzati a bella posta, hanno invaso il suo parco faunistico a Laikipia, con il solito motivo: invadere la terra per far pascolare il bestiame. Non senza dimenticare che le aree come quelle amministrate dalla nostra compatriota sono riserve faunistiche, ossia con animali selvaggi solitamente carnivori.
La contea di Laikipia si trova a meno di 200 chilometri a nord di Nairobi. Si tratta di un altopiano dominato dalla vista del Monte Kenya, la vetta più alta del Paese. Il parco faunistico di Kuki Gallman si chiama Ol Ari Nyiro, a sinistra in alto nell’immagine, e il suo nome significa “origine di molte sorgenti”.

L’ultima “punizione” mirata, a fucilate, inflitta alla Gallman data di maggio scorso. Successivamente nella contea sono scoppiati violenti disordini.
La punizione generale invece, ha investito ultimamente proprio gli indigeni che in un modo o l’altro beneficiano degli sforzi dei proprietari terrieri non autoctoni intenti a mantenere in condizioni di sostenibilità le terre, sviluppando un equilibrio tra fauna e agricoltura: da un lato un’inestimabile valore in termini di conservazione delle specie in via di estinzione e dall’altra l’unica risorsa reale dei locali.
Una contraddizione sfociata in un conflitto reale che dura da decenni: difficile conciliare carovane di turisti che portano e pagano in valuta pregiata per vedere e fotografare elefanti e leopardi, con esigenze dei pastori e contadini locali interessati a pascoli per le loro mandrie o terreni per coltivare e vivere…..
Scuole bruciate, uccisioni, risse al machete che hanno spinto il Ministro dell’Interno Matiang’i a inviare sul posto truppe di élite per ristabilire l’ordine. I politici locali, dal canto loro, in cerca di un nuovo scranno continuano a gettare olio sul fuoco, provocando incidenti che coinvolgono anche quegli elettori che tra meno di un anno si esprimeranno.
Ma c’è di più. Qualcuno interessato a provocare disordini scheda i proprietari terrieri e sobilla pastori e contadini nella speranza che cresca il loro astio. Hanno buon gioco grazie ai social media che amplificano notizie spesso imprecise, molto più spesso errate e soprattutto infiammatorie degli animi. Ecco, come prova, questo Tweet di un certo Ali Mahamud che all’anagrafe è di identità incerta, e potrebbe essere un politico della contea vicina di Marsabit, o un passato Governatore o un semplice identitario affiliato al campo dell’aspirante Presidente 2022 William Ruto. Ali Mahamud pubblica la lista dei proprietari terrieri tutti regolarmente non Kenioti, con solerzia di dettagli falsi e, a volte, anche coloriti.

L'eiaculazione attacca ovviamente i presunti proprietari terrieri di quelle zone, adducendo banalità non verificabili.
La prima della lista, come detto oggetto di colpi d’arma da fuoco due volte in quattro anni, governa un parco faunistico proprio nella Contea. Già immagino la sua felicità nel vedersi associata a propositi provocatori che poco si confanno alla sua natura, allo spirito con il quale spesso ha difeso con unghie e denti questo angolo di natura incontaminata.
Gli altri proprietari terrieri della zona sono elencati con una certa malizia, il totale delle terre detenute è ovviamente calcolato per eccesso e non è del tutto reale, ma neanche i posti elencati sono tutti nella contea di Laikipia che, secondo le statistiche correnti, copre 8,696 chilometri quadrati. Un chilometro quadrato equivale a 247.11 Acri.
Per esempio il decimo della lista è uno dei soci fondatori della nota marca “Puma” e ha investito parecchio denaro per destinare la proprietà a riserva faunistica.
Il quattordicesimo terreno è di proprietà di una delle famiglie britanniche più longeve del Kenya, uomini politici, governatori e lady Delamere sindaca di Nairobi nei primi anni Sessanta, ai tempi di Jomo Kenyatta, il primo presidente.
Se avete voglia di leggere qualche pettegolezzo sulle proprietà in questione, andate qui: The aristocratic class that owns huge tracts of land in Kenya.
Se invece volete trarne una morale, pensate che queste terre, magari un secolo addietro o più, sono passate di mano per atto d’imperio, ma da quel momento in poi sviluppi successivi hanno portato benefici per tutti, compresi lavoro e ricchezza alla comunità locale.
Questo tipo di giustizialismo un po’ stantio certamente non giova alla classe più povere del Kenya ma neppure alle classe media e lavoratrice.. Piuttosto giova all’imbelle classe politica per affermare le sue ambizioni. La si potrebbe leggere come la versione locale di un populismo vernacolare che attizza qualche spirito sconnesso per incassare voti prebende a spese dei poveracci usaticome massa di manovra.
By Africa Express

Contea di Laikipia.
Contea di Laikipia.
Kuki Gallman accanto al cadavere di un elefante appena abbattuto dai bracconieri
Kuki Gallman accanto al cadavere di un elefante appena abbattuto dai bracconieri
Proprietari terrieri nella Contea di Laikipia
Proprietari terrieri nella Contea di Laikipia


Coronavirus variante delta
Coronavirus variante delta

17 luglio 2021
TERZA ONDATA DI COVID-19

La mancanza di vaccini mette in ginocchio l’Africa

“La mancanza di vaccini in Africa è inaccettabile“, ha affermato il numero due della Banca Mondiale, Axel van Trotsenburg, a Abidjan (Costa d’Avorio), dove giovedì scorso si è svolto un vertice dell’Agenzia internazionale per lo sviluppo (Ida) della Banca Mondiale in presenza di una quindicina di capi di Statobr/>. “E’ davvero intollerabile, ha sottolineato van Trotsenburg, che finora sia stato vaccinato solamente l’1 % della popolazione del continente (1,5 per cento secondo l’OMS n.d.r.) Dobbiamo fare di più, molto di più”. Durante il vertice – IDA20 – si è discusso sulla ricostituzione dei fondi e delle risorse dell’Agenzia per rilanciare l’economia dei Paesi africani fortemente in crisi a causa della pandemia.
Intanto diversi Paesi del continente sono già stati colpiti da una nuova ondata di covid-19. E, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nell’ultima settimana le morti causate dal virus sono aumentate del 43 per cento, ossia 6.273 contro le 4.384 della scorsa settimana. Attualmente i Paesi maggiormente colpiti sono Namibia, Sudafrica, Tunisia, Uganda e Zambia, dove è stato registrato l’83 per cento dei decessi totali in Africa.

Namibia:
Da metà giugno il governo ha messo in atto diverse restrizioni volte a arginare il propagarsi della pandemia. Due settimane fa è stato anche prolungato di un’ora il coprifuoco, che ora è fissato cioè dalle 21.00 alle 04.00, Mentre sono rimasti invariati gli altri provvedimenti, come gli spostamenti non indispensabili da una provincia all’altra, la vendita di alcolici è autorizzata solamente da lunedì a giovedì dalle 09.00 alle 18.00 e sono vietati assembramenti pubblici oltre dieci persone.
L’aeroporto internazionale Hosea Kutako di Windhoek è operativo, i viaggiatori non residenti devono presentare un tampone PCR eseguito non oltre 7 giorni prima del loro arrivo nel Paese, e, naturalmente resta in atto l’obbligo di portare le mascherine nei luoghi pubblici.
Gli unici valichi di frontiera aperti ai turisti sono Katima Mulilo, Ariamsvlei e Noordoewer e, via mare, Walvis Bay Harbor.
Due giorni fa le autorità di Windhoeck hanno annunciato che le misure messe in campo resteranno in vigore fino al 30 di luglio.

Ruanda:
Il governo ha annunciato proprio questa settimana un nuovo lockdown di due settimana nella capitale Kigali e in altri 8 distretti. Resteranno aperti solamente negozi di generi alimentari e di prima necessità, servizi sanitari e banche.
Tutti gli impiegati pubblici svolgeranno le loro mansioni da casa, eccetto coloro che operano in settori che richiedono la presenza sul posto di lavoro. Mentre restano chiuse le scuole di ogni ordine e grado. Il coprifuoco, in vigore dalle 18.00 alle 04.00, è esteso su tutto il territorio nazionale.
L’aeroporto internazionale della capitale resta aperto e le attività turistiche potranno continuare in osservanza delle norme sanitarie vigenti. I viaggiatori verso mete internazionali dovranno presentare un test covid negativo effettuato entro 72 ore. Le misure restrittive si sono rese necessarie dopo una nuova impennata di contagi.

Senegal:
La ex colonia francese ha registrato un nuovo picco di contagi tre giorni fa; il tasso di positività è schizzato al 25 per cento con 733 nuovi casi. Finora il consiglio dei ministri non ha voluto imporre nuove restrizioni.
Il presidente, Macky Sall ha chiesto la collaborazione dei leader religiosi per far rispettare l’uso delle mascherine, limitazione degli assembramenti. Sall ha anche sottolineato la necessità di procedere quanto prima con la campagna vaccinale.
Le persone immunizzate sono solamente 591.000, su una popolazione di 16 milioni. Molti sono diffidenti nei confronti del vaccino, comunque va sottolineato che le dosi a disposizione scarseggiano in parecchi centri vaccinali. Il sindacato dei medici ha già allertato il governo di un eventuale rischio di sovraffollamento delle strutture sanitarie in vista di una recrudescenza della pandemia e ha chiesto alle autorità di vietare ogni tipo di assembramento, sia religioso, culturale o politico.
L’epicentro della nuova ondata di covid-19 è Dakar, dove si sono verificati oltre la metà dei nuovi contagi. La situazione potrebbe facilmente degenerare nei prossimi giorni, in vista del Tabaski, la festa del sacrificio, particolarmente sentita e celebrata in Senegal. Il Tabaski è occasione di assembramenti e di viaggi attraverso tutto il Paese per raggiungere parenti e amici. A marzo il governo aveva tolto tutte le restrizioni, come coprifuoco e quant’altro, dopo imponenti manifestazioni in strade e piazze.
Qualora i contagi dovessero proseguire l’attuale trend, le autorità non escludono di dover ricorrere a un nuovo lockdown, coprifuoco, chiusura delle frontiere, divieto di spostamenti all’interno del Paese e altro. Lo ha annunciato Sall proprio ieri sera.

Sudafrica:
Domenica scorsa il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha esteso le misure anti-covid 19 per altre due settimane. Le restrizioni messe in campo comprendono anche il divieto di assembramenti, la vendita di alcolici e un coprifuoco dalle 21.00 alle 04.00.
Per stessa ammissione del capo di Stato, gli ospedali e tutto il sistema sanitario del Paese sono tutt’ora sotto forte pressione. Dall’inizio del mese i casi di covid-19 sono in forte aumento, fino a 26mila al giorno.
Le immunizzazioni procedono a rilento, finora sono state vaccinate 4,2 milioni di persone su una popolazione di 60 milioni. Il governo spera di poter raggiungere l’obiettivo di 300 mila somministrazioni giornaliere entro la fine di agosto.
E come la pandemia non bastasse, il Paese dell’Africa australe è stato investito anche da un’ondata di disordini, scoppiati inizialmente per l’arresto per corruzione dell’ex presidente Jacob Zuma. Presto i disordini sono sfociati in vere e proprie proteste e rivolte contro la fame, che hanno portato a saccheggi e distruzione di supermercati e negozi.
Durante le insurrezioni, dovute anche alle disuguaglianze che persistono a tutt’oggi in gran parte del Sudafrica, malgrado l’abolizione da oltre un trentennio della supremazia della minoranza bianca, sono morte oltre 200 persone. La polizia ha arrestato 2.500 cittadini, sospettati di essere coinvolti in gravi atti di violenza.
Ora, secondo le autorità di Pretoria, sembra essere tornata la calma nella maggior parte delle aree coinvolte, ma i costi dei danni provocati sono enormi.

Tunisia:
Dall’inizio del mese i casi di covid-19 sono cresciuti in modo esponenziale, mettendo gravemente in ginocchio il sistema sanitario tunisino. I morti sono in continuo aumento, basti pensare che nella sola giornata di giovedì sono deceduti 147 pazienti, nei giorni precedenti si è arrivati anche a 170, secondo quanto riferito da Yves Souteyrand, rappresentante dell’OMS nel Paese, che ha precisato: “1.000 decessi in una settimana sono parecchi per un Paese di 12 milioni di abitanti”.
Finora è stato vaccinato solamente il 6 per cento della popolazione, e anche al presidente, Kaïs Saïed è stata inoculata la prima dose solamente pochi giorni fa. Il governo ha persino sguinzagliato l’esercito in alcune regioni per accelerare le immunizzazioni. Servirà forse a poco in quanto le dosi a disposizione non sono sufficienti, come del resto nella maggior parte degli Stati del continente.
Marocco e Francia hanno promesso l’invio di un milione di vaccini. Il ministero degli Esteri di Rabat ha annunciato che il regno sosterrà Tunisi anche con aiuti sanitari, che comprendono mille respiratori, due generatori di ossigeno e due unità di rianimazione complete e autonome per un totale di 100 posti letto.
Anche le associazioni della diaspora all’estero si sono mobilitate con raccolte di fondi grazie agli appelli lanciati via Facebook e altri social network.
La variante delta è responsabile in misura del 50 per cento dei nuovi casi registrati quotidianamente, tra 8.000 e 9.000. Di fronte a una tale emergenza gli ospedali non riescono a rispondere in modo adeguato e il personale sanitario si vede spesso nell’impossibilità di isolare tutti i pazienti affetti da covid-19 dagli altri malati.

Uganda:
Il ministro dell’Informazione ugandese, Chris Baryomunsi, ha accusato l’Occidente per la sua incapacità di fornire vaccini ai Paesi del continente africano, che necessita cento milioni di dosi con la massima urgenza per contrastare la terza ondata di covid-19.
“Finora l’Uganda ha immunizzato oltre un milione di persone, purtroppo non riusciamo ad ottenere altre fiale, pur avendo il denaro per poterle pagare”, e, senza mezzi termini il ministro ha detto ai reporter del The Guardian: “L’Occidente ha concentrato l’attenzione per lo più sulle proprie popolazioni e a questo punto sembra evidente che mostri poco interesse nei confronti degli africani”.
Già da metà giugno l’Uganda ha introdotto misure severe per contrastare i contagi da covid-19. Il presidente Yowreri Museveni, rieletto all’inizio dell’anno per un sesto mandato, ha detto che la variante indiana, più aggressiva delle precedenti, ha investito anche il suo Paese.
Grazie alle nuove norme anti-covid, i contagi hanno registrato una flessione negli ultimi giorni, passando da 1.700 e più al giorno a 500. A tutt’oggi il nuovo lockdown è ancora in atto, compreso il coprifuoco dalle 21.00 alle 05.30.
I trasgressori alle restrizioni anti-covid emanate dal governo sono puniti severamente e rischiano anche 2 mesi di prigione se colti in fragranza di reato.

Zambia:
Anche lo Zambia è stato investito pesantemente dalla terza ondata della pandemia. Il 16 giugno scorso, il presidente Edgar Chagwa Lungu, ha imposte rigide norme per contenere il propagarsi del virus. Scuole chiuse, eccetto superiori e università che possono proseguire le lezioni ma non presenza. Ristoranti e bar sono operativi solo per l’asporto. Sospesi festeggiamenti per matrimoni, il divieto è stato esteso a altre celebrazioni e ai funerali non possono assistere più di 50 persone. Conferenze, work-shop e altri meeting in presenza sono proibiti fino a nuovo avviso. Anche le funzioni religiose hanno subito limitazioni.
Il dettaglio delle attuali restrizioni sono state pubblicate nuovamente ieri sull’account facebook del ministero della Sanità zambiano. Nel post si legge che il 15 luglio le misure restrittive sono state riconvalidate fino a prossimo avviso. Tuttavia negli ultimi giorni si sono registrati leggeri miglioramenti rispetto al picco dei contagi di fine giugno e inizio luglio.

Zimbabwe:
All’inizio della settimana il presidente, Emmerson Mnangagwa, ha esteso il lockdown, in vigore dalla fine di giugno, per altre due settimane. Il capo di Stato spera che nel frattempo possano essere immunizzate un altro milione di persone (finora solo al 9 per cento è stata inoculata una dose e al 3,4 anche la seconda, su una popolazione di 15 milioni), dopo l’arrivo di altrettanti vaccini.
Malgrado le attuali restrizioni, i contagi stanno ancora aumentando a un ritmo allarmante, dovuto alla variante delta. E, se fino a poco tempo fa la pandemia aveva colpito per lo più i residenti delle città, ora ha raggiunto anche le aree rurali, dove l’assistenza sanitaria è insufficiente e inadeguata per curare i malati di covid-19. Mancano le bombole di ossigeno, materiale protettivo per medici e paramedici, e, soprattutto, reparti di isolamento.
By Africa Express


Operatori sanitari in Africa
Operatori sanitari in Africa

26 giugno 2021
OMS: AUMENTO PREOCCUPANTE COVID-19 IN AFRICA

Terza ondata e variante delta creano preoccupazione

Il Continente africano è alle prese con un aumento senza precedenti dei casi di Covid-19, a causa dell’arrivo, dallo scorso maggio, della terza ondata del virus e di varianti che hanno maggior presa sulle popolazioni africane, in corrispondenza con la stagione fredda e delle piogge che interessano specialmente le zone subsahariane e con un allentamento delle misure di contenimento da parte di molte nazioni e relativi cittadini.
L’allarme è stato lanciato dalla direzione continentale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Centro Africano per la prevenzione e il controllo delle malattie (Africa CDC).
Il direttore regionale dell'OMS per l'Africa Matshidiso Moeti, ha ammesso che il continente è alle prese con un'impennata dell'infezione da Covid-19 e ha avvertito della pericolosità dei nuovi ceppi arrivati nel continente, che agiscono con maggiore incisività nelle patologie preesistenti, mettendo in guardia le istituzioni e richiamando tutti ad una stretta osservanza dei protocolli di salute pubblica.
“La terza ondata si sta diffondendo con maggiore velocità delle precedenti – ha spiegato Moeti - e sta colpendo più duramente le persone vulnerabili. Il numero di casi nelle ultime cinque settimane è in rapido aumento e arrivano segnalazioni crescenti di malattie gravi. Così questa ondata minaccia di essere la peggiore mai sperimentata dall'Africa”.
Le statistiche dell'Africa Centre for Disease Control and Prevention (Africa CDC) indicano che il continente ha avuto 5.288.323 casi di Covid-19 e 139.226 vittime secondo i dati a tutto giovedì 24 giugno 2021.
Sono cinque i Paesi che hanno registrato fino ad ora più della metà dei casi segnalati: Sudafrica, Marocco, Tunisia, Egitto ed Etiopia che insieme raggiungono il 62% del totale.
Tra le nazioni in cui le positività e i decessi sono in netta ascesa ci sono anche quelle vicine al Kenya, come Uganda e Ruanda, mentre la Tanzania è stata messa sugli scudi dalle organizzazioni internazionali per la mancanza di dati attendibili, pur avendo ammesso, dopo la morte del Presidente “negazionista” John Magufuli, la presenza del virus e l’aumento di casi nel paese. Secondo Matshidiso Moeti, la variante delta, che si è inizialmente diffusa in India e da qui è stata portata in Africa, è stata già rilevata in 14 paesi e nell'ultimo mese è apparsa nella maggior parte dei campioni analizzati anche in Zambia e nella Repubblica Democratica del Congo.
Il direttore dell’OMS per l’Africa ha detto che ora la priorità per i laboratori del continente è quella di aumentare la capacità di monitorare e identificare le nuove varianti preoccupanti, per aumentare le misure di mitigazione, tra cui la diagnosi e il trattamento tempestivi.
by Malindikenya.net


Ambulanze in attesa di poter entrare a Togoga, Tigray, Etiopia
Ambulanze in attesa di poter entrare a Togoga, Tigray, Etiopia

23 giugno 2021
TIGRAY: CARNEFICINA AL MERCATO BOMBARDATO, 80 VITTIME, BLOCCATI I SOCCORSI


C’era molta gente ieri al mercato di Togoga, una cittadina nel Tigray, non lontana dal capoluogo Makallé, quando verso le 13.00, durante un raid dell’aeronautica militare è stata sganciata una bomba. E’ stato un massacro.
Almeno 80 tra morti e feriti e il bilancio è ancora provvisorio. Getnet Adane, portavoce militare del governo etiopico non ha né confermato, ma nemmeno negato il bombardamento.
Tanti morti. Troppi. Una testimone oculare ha riferito che l’aeroplano è piombato sul mercato all’improvviso: “Non ci siamo accorti e non abbiamo fatto in tempo a scappare – ha riferito una donna ai reporter di Reuters -. Siamo tutti corsi fuori dal mercato, ma dopo un po’ abbiamo dovuto e voluto rientrare per cercare di assistere i feriti. Anche mio marito e mia figlia di due anni sono stati colpiti”.

Un medico dell’ospedale di Makallé ha raccontato che gli operatori sanitari una volta arrivati sul luogo del disastro hanno potuto contare oltre ottanta vittime. Ma il bilancio dei morti e feriti è ancora provvisorio.
Forse molte persone avrebbero potuto essere salvate, invece le truppe di terra dell’esercito di Addis Ababa presenti a Togoga, non hanno permesso il trasferimento dei feriti nel nosocomio del capoluogo. Solamente 8 persone hanno raggiunto il pronto soccorso di Makallè, tra questi anche 3 bambini. L’ autista di un’ambulanza ha riferito di aver provato ben 4 volte a raggiungere Togoga, i soldati lo hanno bloccato ogni volta e così è accaduto a tutti gli altri mezzi di soccorso.

Brutalità senza fine. Un bimbo di appena 6 mesi, con gravi ferite all’addome, è stato bloccato nell’ambulanza per oltre 2 ore. E’ poi morto durante il tragitto, forse si sarebbe potuto salvare se fosse stato curato in tempo. “Ci è stato vietato di prestare soccorso. Hanno detto che se avessimo aiutato i feriti, avremmo dato una mano al nemico, cioè al Tigray People’s Liberation Front“, ha spiegato un operatore sanitario. Il TPLF era al potere nel Tigray fino all’inizio del conflitto. E’ stato poi spodestato dal governo di Addis Ababa nel novembre 2020.
In sette mesi di guerra oltre due milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case e 60 mila e più si sono rifugiati nel vicino Sudan. In questo periodo entrambi i contendenti hanno ucciso migliaia di persone.: truppe governative etiopiche con l’appoggio di quelle eritree – che utilizzano anche militari somali – e amhara da un lato e tigrini del TPLF dall’altro.
Ora si teme una carestia su ampia scala. All’inizio del mese le organizzazioni umanitarie hanno fatto sapere che 350 mila persone ne sono già colpite e, secondo recenti informazione dell’ONU, quasi il 90 percento della popolazione del Tigray necessita di aiuti umanitari. “E’ il dato più alto a livello mondiale”, ha specificato Marc Lowcock, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e Coordinatore dei soccorsi di emergenza, dopo la pubblicazione dell’ultima analisi di Integrated Food Security Phase Classification (Classificazione della fase di sicurezza alimentare integrata).
Le ONG hanno ancora difficoltà di portare gli aiuti in determinate zone, perchè respinti dai militari. Il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, Premio Nobel per la Pace 2019, al poter dal 2018, ha dichiarato qualche giorno fa di aver praticamente sconfitto i ribelli. Dal canto loro, i leader del TPLF hanno invece affermato il contrario e di aver riconquistato ampie zone del Tigray.
By Africa Express


RD Congo, il risveglio del Nyiragongo fa paura
RD Congo, il risveglio del Nyiragongo fa paura

27 maggio 2021
CONGO-K: IL RISVEGLIO DEL VULCANO NYIRAGONGO GOMA EVACUATA E 600 MILA PERSONE IN FUGA


Il vulcano Nyiragongo può eruttare ancora e rovesciare un lago di lava su Goma che minaccia di essere travolta. La popolazione è in fuga dopo che il governatore militare Constant Ndima del Nord-Kivu ha stabilito questa mattina l’immediata evacuazione di 10 quartieri della città. I video che pubblichiamo sono stati girati dallo stringer di Africa Express. Mostrano bene il caos che provocato da intasamento di vie e strade e anche al porto della città dove salpano i battelli per Cyangugu, all’estremità supposta del lago Kivu rispetto a Goma.
L’ordine di evacuazione riguarda seicentomila residenti. E, in un comunicato trasmesso attraverso le emittenti locali, il governatore ha spiegato che la situazione è assai critica: l’attività sismica e la deformazione del suolo indicano presenza di magma sotto la zona urbana di Goma e si sta espandendo, sempre muovendosi in profondità, in direzione del lago Kivu. E ha aggiunto: “Non si può escludere una fuoriuscita di lava sulla superficie terrestre o sotto il bacino. Potrebbe succedere anche fra poco, senza alcun preavviso”.
L’evacuazione è obbligatoria e i rischi sono amplificati per l’interazione della lava con l’acqua e dalla presenza di pericolose sacche di gas sotto il letto del lago Kivu.
Secondo un esperto consultato da Africa ExPress, che conosce bene la zona, una nuova eruzione del vulcano, oltre ai danni connessi, potenzialmente potrebbe innescare un evento catastrofico se la lava venisse a contatto con i 60 miliardi di metri cubi di gas metano presenti sotto il fondo del lago Kivu. Ricordando che sul bacino si affacciano, oltre alle congolesi città di Goma e di Bukau, anche, sulla sponda ruandese, Cyangugu, che si sta avviando ad essere la seconda città dell’ex colonia tedesca.
Inoltre, esiste la remota possibilità, che nel gergo dei specialisti viene chiamata “eruzione di tipo limnico“, di un raro disastro naturale che consiste nel rilascio improvviso di anidride carbonica (CO2), dalla profondità del lago Kivu, con conseguente disciogliendo nelle acque e soffocamento di flora e fauna.
L’ultima eruzione del vulcano Nyiragongo pochi giorni fa ha causato la morte di 2 persone e distrutto un centinaio di abitazioni. Altri sono morti in vari incidenti durante la grande fuga. La gente, malgrado le continue scosse sismiche, era ritornata nei propri quartieri e le attività commerciali stavano iniziando a riaprire, seppur con qualche difficoltà.
By Africa Express

Video Goma evacuazione
Video Goma evacuazione

In Malawi abolita la pena di morte
In Malawi abolita la pena di morte

17 maggio 2021
MALAWI: ABOLITA LA PENA DI MORTEA

Il Malawi abolisce la pena di morte e si aggiunge agli altri 21 Paesi dell’area subsahariana che hanno già abolito le esecuzioni capitalie

La Corte suprema del Malawi ha dichiarato incostituzionale la pena di morte e ha ordinato nuove sentenze per tutti i detenuti in attesa di essere sottoposti alla pena capitale. Il Paese dell’Africa meridionale, una striscia di terra tra Mozambico, Zambia e Tanzania, si aggiunge ai 21 Stati della regione subsahariana del continente che hanno già abolito le esecuzioni capitali. Secondo il più alto organismo della giustizia del Malawi, la condanna a morte non è compatibile con gli standard internazionali riguardanti i diritti umani. La massima pena nel Paese diventa così l’ergastolo. In Malawi la pena di morte era obbligatoria per tutti i detenuti condannati per i reati di omicidio o tradimento ed era prevista, ma opzionale, anche nei casi di stupro e furto in appartamento.

LAMNESTY INTERNATIONAL: “ULTIMA ESECUZIONE RISALIVA AL 1992”
Stando all’ong Amnesty International, però, le ultime esecuzioni sono state eseguite probabilmente nel 1992, quando vennero uccisi almeno 12 detenuti, e non oltre. Nel 1994, spiega la Dire (www.dire.it), il primo presidente eletto democraticamente dalla dichiarazione di indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1964, Bakili Muluzi, decise di non applicare più la pena capitale e commutò la sentenza di 120 prigionieri condannati a morte. La Malawi Human Rights Commission, un organismo statale, ha definito la decisione del più alto organismo della giustizia del Paese una scelta verso “il progresso” evidenziando che la pena di morte costituisce “un’abolizione del diritto alla vita”.


La disinformazione sessuale in kenya
La disinformazione sessuale in kenya

12 maggio 2021
SCIACQUI CON COCA-COLA, COSÌ LE GIOVANI KENIOTE CREDONO DI NON RESTARE INCINTE

La disinformazione sessuale in kenya

Sciacqui vaginali con cocacola e limone, così le adolescenti keniane credono di poter consumare rapporti sessuali non protetti senza rimanere incinte.
E’ uno degli inquietanti aspetti emersi da un summit sulla disinformazione sessuale da parte delle giovani condotto dall’associazione Youth Changers Kenya e resi noti durante un webinar organizzato dall’Agenda dei Giovani del Governo.
Molte ragazze intervistate hanno dichiarato di utilizzare questo metodo convinte che uccida gli spermatozoi, senza sapere che invece i frequenti lavaggi con la cocacola possono provocare danni agli organi riproduttivi.
La fondatrice di Youth Changers Kenya, Venoranda Rebecca Kuboka ha raccolto diverse testimonianze di adolescenti keniane, come riportato da un articolo del quotidiano Daily Nation. “Alcune ragazze assicurano che mettendo cocacola o limone nella propria vagina, non resteranno incinta, perchè “lavano via” gli spermatozoi - ha detto Kuboka durante il webinar – altre sono convinte che se non fanno sesso andranno incontro a problemi di ruggine o di ragnatele, questo perché qualcuno le ha convinte. Questo tipo di disinformazione deve essere affrontato e risolto attraverso un'educazione sessuale adeguata all'età”.
Rebecca Kuboka ha citato ad esempio l’Olanda, dove i giovani fin dalle classi elementari sono istruiti senza tabù sull’educazione sessuale e di conseguenza la percentuale di gravidanze adolescenziali è tra le più basse del mondo (4,8 ogni 1000 nascite).
“È molto importante capire che l'educazione alla sessualità non predispone i giovani a fare sesso, ma li rende consapevoli dei loro diritti – ha detto inoltre la presidente di Youth Changers - Sono quindi in grado di prendere le giuste decisioni”.
Il Kenya, ricorda il Daily Nation, è uno dei 20 paesi che hanno firmato un impegno ministeriale del 2013 sull'educazione sessuale completa e sui servizi di salute sessuale e riproduttiva per gli adolescenti e i giovani dell'Africa orientale e meridionale. Alla riunione ministeriale tenutasi a Città del Capo, in Sudafrica, hanno partecipato i ministri dell'istruzione e della salute.
Come implementare questo accordo, tuttavia, è stata una grande sfida in quanto diverse parti interessate, specialmente il clero, hanno opinioni radicali sull'educazione alla sessualità e sull'accesso ai servizi di salute riproduttiva.
D’altra parte, gli studi medici hanno stabilito gli effetti nocivi della pulizia della vagina con prodotti corrosivi o irritanti. Alcune sostanze chimiche contenute nella coca-cola possono danneggiare o irritare le cellule epiteliali vaginali e rettali aumentando così il rischio di trasmissione di malattie sessuali e dell’Aids, oltre che danneggiare l’apparato riproduttivo.
by Malindikenya.net


Cosa dicono le scritte sui camion del kenya
Cosa dicono le scritte sui camion del kenya

11 maggio 2021
COSA DICONO LE SCRITTE SUI CAMION DEL KENYA

Saggezza, sarcasmo e consigli "da strada"

Chiunque sia transitato sulle strade del Kenya e si sia trovato davanti un camion, un tir o un matatu, avrà sicuramente notato che quasi tutti hanno una scritta in swahili da qualche parte nel retro: può essere sul bordo superiore o inferiore, sopra la targa o sui parafanghi di gomma dura. Anche per chi non li capisce o nella migliore delle ipotesi ne cattura solo una o due parole, suonano come dei proverbi, delle sentenze, dei consigli. In effetti nella maggior parte dei casi lo sono, o al limite sono modi di dire spiritosi che nascondono la saggezza di strada o la goliardia dei proprietari dei mezzi e di chi li guida.
E’ un po’ la trasposizione di quello che sono le scritte sui kanga per le donne di Kenya e Tanzania, ovviamente in quel caso i detti e gli aforismi sono meno sarcastici e terra-terra di quelli da “camionista”, ma non per questo meno taglienti. (Per i Kanga vi rimandiamo a questo interessante articolo di una delle massime esperte dell’argomento, pubblicato dal nostro portale). Oggi si tende, specialmente sui matatu, a sostituire il swahili con l'inglese, ma l'effetto è meno poetico ed evocativo, anche per gli stessi keniani. Tra le migliaia che personalmente ho letto in oltre trent’anni e tra quelli che abbiamo fotografato nei nostri viaggi, ne segnaliamo alcuni come esempio di questa curiosa e radicata abitudine di “parlare” attraverso i veicoli.
UKIFANYA WEWE KEKI, MIMI SAMUSA NINA NYAMA NDADI. Letteralmente: “Se pensi di essere una torta, sappi che io sono una samosa e non una polpetta”. In poche parole, l’invito è quello di smetterla di credersi ciò che non si è e di essere sé stessi e non vergognarsene.
WE LALA UTAKIUTA UNACHOKIOTA Questa scritta è un invito a non sognare ad occhi aperti e a darsi da fare. La traduzione letterale è “Se dormi sempre, non puoi mangiare quello che sogni”.
USIONJE, UKIONA UTAZOEA E’ quasi il messaggio opposto di quello precedente: invita a non provare sempre cose nuove, a non darsi troppo da fare, perché tanto qualsiasi novità e qualsiasi entusiasmo diventerà presto un’abitudine. Insomma, secondo l’estensore del motto, accontentarsi è sempre l’abitudine migliore. “Non guardare, non provare o ne farai un’abitudine”.
UREFU NA UFUPI NI MAUMBILE, MIMBA NA UTAMBI NI BIDII YAKO Abbiamo preso ad esempio una delle tante scritte che riportano a frasi bibliche. Questa ricorda che siamo nati per innalzarci (verso il Sommo, si suppone) e che è Dio che decide quanto vivremo, ma le prove maggiori da superare per arrivare in alto sono la gravidanza e superare i travagli della salute. Letteralmente “L’altezza e la durata sono nella Natura, la gravidanza e le malattie sono il tuo sforzo”.
KUKU KALA MCHELE JIONI KALIWA NA WALI Questo aforisma più o meno ricalca il tema dell’essere e dell’apparire. Il messaggio cita testualmente: “Quando (di giorno) fai il pollo, colori il riso, poi la sera per il pesce sei riso in bianco”. Il riferimento è nel modo di cucinare il pollo byriani, in cui tradizionalmente si colora di arancione metà del riso e lo si chiama “Mchele”, mentre quando si mangia il pesce il riso che è bianco viene chiamato “wali”. Ma sempre riso è.
INZI AKIACHA UJINGA ANAWEZA TENGEZA ASALI Sui camion ogni tanto spuntano anche messaggi che invitano al sapere o quantomeno ad essere meno superficiali. Questo non ha bisogno di grandi spiegazioni, è un proverbio che può essere tranquillamente tradotto testualmente: “Se la mosca uscisse dalla propria ignoranza, potrebbe fare il miele”.
FILISIKA UJUE TABIA YA MKEO Non poteva spuntare, dai camionisti e driver, considerato anche il maschilismo ancora imperante in Kenya, una frase ironica sulle donne, particolarmente sulle consorti. Anche questa non ha bisogno di spiegazioni supplementari: “In bancarotta conosci il vero carattere di tua moglie”.
UKIKOSA TUMAINI UTAPATA TUMATUMBO Questa scritta è una delle più eloquenti di una certa filosofia dei keniani. E’ un invito a tenere duro, a non perdere la speranza, ma anche ad avere la consapevolezza che se non ci credi più, sai quello che ti aspetta. Letteralmente: “Se perdi la speranza, otterrai interiora”. Il riferimento è al cibo dei poveri per eccellenza, gli intestini degli animali. Insomma, qualcosa da mangiare lo troverai sempre, ma non sarà un granché. Vedi tu...
KAZI YA MOYO NA KUSUKUMA DAMU, LAKINI KUPENDA NI KIHEREHERE CHAKO Non poteva mancare un consiglio per la sfera emozionale. Qui l’autotrasportatore si trasforma in psicologo da quattro soldi, anzi da quattroruote e sentenzia che il vero amore passa dalla testa e non dal batticuore. Traduzione letterale: “Il cuore batte e pompa sangue per la circolazione, ma all’amore ci pensa il cervello”.
MSAFARA WA MAMBA MBURUKENGE HAWAKOSI JE WEE MJUSI? Terminiamo con una frase interrogativa, per proseguire il viaggio nella ricerca di una risposta che arrivi magari in contemporanea con un’area di sosta per fare i propri bisogni. Chiediamoci tutti: “Può una piccola lucertola viaggiare con una carovana di coccodrilli?”.
"Safari Njema", come si dice qui: buon viaggio!
by Malindikenya.net


Richiesta di aiuto evacuazione da Palma (Mozambico) assediata dai jihadistia
Richiesta di aiuto evacuazione da Palma (Mozambico) assediata dai jihadistia

9 aprile 2021
MOZAMBICO: 12 BIANCHI DECAPITATI DAI JIHADISTI DURANTE L’ASSEDIO DI PALMA

Un orribile massacro.

Sono stati scoperti i cadaveri di almeno dodici stranieri decapitati vicino all’hotel Amarula, a Palma, nella provincia di Cabo Delgado estremo nord del Paese. Un altro episodio di orrore in una provincia che dall’ottobre 2017 è sotto scacco dei terroristi islamici. “Non sono in grado di dire la nazionalità – ha detto Pedro da Silva, agente di polizia alla TV portoghese SIC – ma erano dodici stranieri. Di razza bianca”.

I cadaveri sono stati trovati la mattina di giovedì 8 aprile. Erano a un centinaio di metri dall’hotel che ospitava gli stranieri, attaccato e distrutto dai jihadisti di Al Sunnah wa-Jamma. Secondo il poliziotto, dal sangue sul terreno, se ne deduce che fossero stati decapitati sul posto e sotterrati alla meglio. Un atto atroce che somiglia ad una vera e propria esecuzione. È la prima volta che i jihadisti attaccano e massacrano stranieri a Cabo Delgado.

L’attacco jihadista a Palma è avvenuto il 24 marzo e per undici giorni quando le Forze di difesa e sicurezza mozambicane (FDS) hanno dichiarato di aver ripreso il controllo della città. Fino ad oggi non si conosce il numero ufficiale dei morti. Il governo ha dichiarato dozzine di decessi. Testimoni hanno affermato che nelle strade cittadine e sulla spiaggia c’erano cadaveri, anche decapitati, di adulti e bambini.

Migliaia di persone sono state salvate in un’ “operazione Dunquerque” con navi e battelli arrivati a Palma per trasportare la popolazione in porti sicuri. Altre decine di persone sono state salvate dai tre elicotteri dei mercenari di Dyck Advisory Group (DAG) che aiutano le Forze armane mozambicane (FADM). La maggior parte degli abitanti di Palma e scappata nella boscaglia o verso il vicino confine della Tanzania.

Tra i terroristi di Al Sunnah wa-Jamma, che hanno attaccato la città di Palma e ammazzato, “…c’erano anche bambini armati tra 9 e 12 anni”. Lo scrive il giornale mozambicano “Noticias” riportando la testimonianza di Pedro Rosario, guardia giurata della ITALSEC Segurança, residente a Palma.
By Africa Express


Elefanti in Botswana
Elefanti in Botswana

8 aprile 2021
BOTSWANA: APRE LA CACCIA ...

... e vende licenze per ammazzare 287 elefanti.

Il 6 aprile scorso è iniziata la stagione venatoria in Botswana. Per l’occasione il governo ha concesso licenze per l’uccisione di 287 elefanti. Non solo pachidermi, in vendita ci sono anche autorizzazioni per poter cacciare bufali, zebre e leopardi.
Insomma, le autorità di Gaborone vogliono mettere in moto l’industria della caccia malgrado la pandemia. La stagione dovrebbe concludersi il 21 settembre.

L’attuale presidente, Mokgweetsi Masisi, in carica dal 2018, ha dato il via libera, alla mattanza dei pachidermi, uno “sport” che era stato vietato dal suo predecessore Ian Khama. Masisi è convinto che la proliferazione incontrollata dei giganti dell’Africa minacci i mezzi di sostentamento, cioè i raccolti agricoli, della popolazione in alcune zone rurali.

Il Botswana ospita un terzo degli elefanti dell’Africa, si stima che attualmente ci siano 130.000 esemplari, 15.000 tra questi vivono nel Delta dell’Okavango, uno degli ecosistemi più insoliti del pianeta. Nel 1990 la presenza dei pachidermi nel Paese era nettamente inferiore. Allora si contavano solamente poco più di 90.000.

Va ricordato che lo scorso anno sono morti centinaia di elefanti e anche dall’inizio dell’anno fino a fine marzo sono state trovate altre 40 carcasse.
By Africa Express


Andry Rajoelina, presidente del Madagascar
Andry Rajoelina, presidente del Madagascar

3 aprile 2021
MADAGASCAR: L’INVENTORE DEL MIRACOLOSO INTRUGLIO ANTI COVID ...

... è morto di Coronavirus

È accaduto alla fine di marzo. Jean Adolphe Randriantsoa, considerato uno dei pilastri dell’Istituto di ricerche applicate (IMRA), era direttore generale di IMRA Natural Products, società produttrice della bibita che avrebbe dovuto prevenire e sconfiggere la pandemia, il Covid-organics.
Ovviamente la causa della sua dipartita non è ufficiale: nell’isola si nega l’evidenza, ma fonti autorevoli hanno confermato che l’illustre professore è morto di coronavirus.

Evidentemente l’intruglio adottato e pubblicizzato dal giovane presidente malgascio, Andriy Rajoelina non ha funzionato. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva già bocciato poco meno di un anno fa la miracolosa bevanda Covid-Organics e ora lo dicono anche i fatti.

Eppure solo qualche settimana fa Rajoelina, in un discorso alla TV di Stato aveva sollevato i suoi dubbi sulle immunizzazioni. “Non siamo contro i vaccini, attualmente siamo in fase di osservazione. Ci sono ancora troppe controindicazioni. Personalmente non sono ancora vaccinato e non ho intenzione di farlo”, ha dichiarato, mostrando una bottiglia di Covid-Organics.

Nel pianeta anti-vax africano, Rajoelina non è solo. Le sue teorie sono state condivise da John Magufuli, ex presidente della Tanzania appena deceduto – presumibilmente di covid – e dell’ex capo di Stato del Burundi, Pierre Nkurunziza, morto nel giugno dello scorso anno, ufficialmente per problemi cardiaci, ma era risultato positivo al coronavirus. Finora non risulta che siano giunte richieste di vaccini da parte dei nuovi leader dei due Paesi.
By Africa Express


Orania, Sudafrica
Orania, Sudafrica

17 marzo 2021
SUDAFRICA: ORANIA, UNA CITTÀ PER SOLI AFRIKANER

Vietato l'ingresso ad altre etnie.

Orania, una minuscola cittadina in Sudafrica, nella provincia del Capo settentrionale, un puntino così piccolo, che è difficile individuarlo sulle cartine geografiche, ma unica nel suo genere non solo nel suo Paese, in tutto il continente, forse nel mondo intero: questa comunità non accoglie concittadini neri, per loro questo luogo è un tabù.

La cittadina è nata negli anni ’90 come micro-volkstaat autogovernato e abitata solo da boeri, provenienti da tutto il Paese. L’articolo 235 della Costituzione sudafricana tutela il diritto di autodeterminazione a qualsiasi comunità che condivide un patrimonio culturale e linguistico comune nel territorio della Repubblica del Sudafrica.

Orania nasce proprio un anno dopo la liberazione di Nelson Mandela da Robben Island e tre anni prima delle elezioni del 1994, che hanno segnato la storia di questo Paese. In precedenza mai ci era una tornata elettorale democratica. Fu anche l’anno dell’"incoronazione" di Madiba, nominato capo dello Stato, dopo le sue lunghe lotte per libertà, giustizia, difesa della dignità umana.
Nella comunità vivono anche nomi eccelsi, come Carel Boshoff IV capo del movimento Orania. Carel è nipote dell’ideatore dell’Apartheid, Henrik Vorwoerd, la cui figlia, Anna, era la madre dell’attuale leader della cittadina.
E i fondatori di Orania furono proprio il padre e la madre di Carel, che alla fine degli anni Ottanta avevano fiutato che la fine dell’apartheid era ormai vicina. Insieme a un gruppo composto da una cinquantina di afrikaner, acquistarono un appezzamento di terra nella parte meridionale del fiume Orange, con lo scopo di instaurare un volkstaat per soli afrikaner.
Ma all’epoca, nell’area vivevano già quasi cinquecento persone, poverissime, neri, la maggior parte sudafricani. Si erano installati lì dopo l’inizio dei lavori di un progetto che prevedeva la costruzione di canali e dighe lungo il fiume Orange. Ovviamente con la creazione di Orania furono esclusi da tutto e, non solo, ironia della sorte, si trovarono con nuovi proprietari come vicini con concetti di vita tipicamente afrikaner.
Boshoff, interrogato all’epoca del perché della totale esclusione dei vicini, in un discorso alla comunità aveva sentenziato: “Non ho comprato un pullman con passeggeri” e, secondo lo storico dell’università di Cambridge, Edward Cavanagh, la creazione di Orania sarebbe stata uno dei maggiori sgomberi forzati durante l’oscuro periodo dell’apartheid.

Oggi Orania conta poco meno di duemila abitanti e è cresciuta soprattutto in questi ultimi anni con un incremento del 10 per cento per anno. E, grazie all’aumento demografico, è cresciuto notevolmente il mercato immobiliare con la costruzione di nuove case residenziali e palazzine. C’è anche una zona industriale con diverse fabbriche di alluminio e mattoni, prodotti che vengono commercializzati in tutto il Paese. Anche l’agricoltura è in piena espansione, per lo più sono piantagioni di noci pecan, che vengono esportate soprattutto in Cina.

Non una sola pietra è stata posata da un operaio sudafricano nero. Tutti lavori, anche i più umili, sono stati eseguiti da afrikaner. Nessun nero può entrare nella cittadina e a mala pena vien concesso loro di rifornirsi di benzina nella stazione di servizio situata al confine dell’abitato. Chi vive ancora oggi nelle vicinanze, ricorda quando i primi abitanti bianchi di Orania giravano con il fucile in spalla, un avvertimento chiarissimo che nessun residente delle zone limitrofe ha mai dimenticato.
Gli abitanti di Orania sostengono che il loro è semplicemente un progetto culturale, non ha nulla a vedere con il razzismo. Qui possono abitare e lavorare solamente gli afrikaner con lo scopo di preservare i propri usi e costumi.
Ma in realtà la situazione è un pochino diversa. In ogni rione, in tutte le strade ci sono bandiere dell’apartheid, monumenti dell’ideatore di quella oscena, discriminatoria dottrina. L’apartheid è terminata da ben trent’anni, eppure ancora oggi qualcuno la rimpiange, la fa rivivere.
Il medico della comunità per soli bianchi è arrivato qualche anno fa da Pretoria, la capitale del Sudafrica. Per lui Orania è un paradiso terrestre, giacché considera tutte le altre città del Paese “zone di guerra”. “Qui invece”, ha spiegato il dottore, “sembra di vivere nel Disneyland dei boeri, con la differenza che non devi mai tornare a casa”.
By Africa Express


John Magufuli
John Magufuli

17 marzo 2021
TANZANIA: MORTO IL LEADER JOHN MAGUFULI

Consigliava la prevenzione al Covid-19 con un intruglio.

Il presidente della Tanzania, John Magufuli, 61 anni, è morto ucciso dal Covid-19. Sulla sua malattia e sulla sua morte era stato steso un misterioso e purtroppo incredibile silenzio. Si sapeva che era ricoverato al Nairobi Hospital della capitale keniota ma solo perché la notizie era trapelata tra smentite ufficiali e conferme ufficiose.

Secondo la costituzione della Tanzania il posto di Magafuli è stato preso dalla sua vice, Samia Sulhu Hassan. Magafuli qualche settimana fa era diventato famoso sulle cronache dei giornali perché era un negazionista: sosteneva che il virus era un’invenzione occidentale e che comunque si poteva combattere con la medicina tradizionale africana.

Il capo di Stato tanzaniano non era più stato visto in pubblico dal 27 febbraio. Nel Paese è vietato parlare di una sua malattia. Un giovane è stato arrestato due giorni fa perché aveva osato dire che il presidente era in gravi condizioni. Il fatto è successo nella zona di Dar es Salaam.

Cattolico integralista, John Magufuli era famoso per odiare i gay e chiunque non fosse obbediente alla bibbia. Pur non essendo per niente amato dalla popolazione perché trattava l’opposizione con il pugno di ferro, aveva vinto le ultime elezioni qualche mese fa con brogli accertati dalla comunità internazionale.
Sosteneva che il Covid -19 non esiste, che era un’invenzione degli occidentali e quei sintomi da poco si potevano curare con le erbe e le inalazioni. Con disprezzo aveva poi vietato i vaccini.
Dopo aver negato la diffusione della pandemia in Tanzania, aveva anche spiegato che se mai il Covid 19 fosse arrivato nel Paese si sarebbe potuto combattere con un intruglio a base di zenzero, cipolle, limone e pepe. Aveva quindi fatto arrivare dal Madagascar una pozione che aveva definito miracolosa il Covid Organics (un’invenzione questa volta del presidente malgascio, Andry Rajoelina, altro negazionista) che secondo lui avrebbe fermato l’eventuale diffusione dell’infezione.
By Africa Express


Covid-19.  Oggi in Kenya
Covid-19. Oggi in Kenya

20 febbraio 2021
I CASI DI COVID-19 IN KENYA SI AVVICINANO A 104.000

Il bilancio delle vittime raggiunge 1.817

Test effettuati: 1,262,358
Confermati: 103,993
Deceduti: 1,817
Ricoverati: 85,540

Covid-19. Morti in Africa
Covid-19. Morti in Africa

John Magufuli, presidente della Tanzania
John Magufuli, presidente della Tanzania

7 febbraio 2021
TANZANIA: IL PRESIDENTE RIFIUTA IL VACCINO

Consiglia la prevenzione con un intruglio di erbe.

John Magufuli, il presidente della Tanzania, rieletto lo scorso ottobre per un secondo mandato, non vuole sentir parlare di vaccini per arginare la pandemia.

Senza menzionare dettagli e fornire prove, il capo di Stato ha affermato che il vaccino potrebbe essere addirittura nocivo, esortando i tanzaniani di fare piuttosto uso, come terapia, di piante medicinali, del resto non approvate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mesi fa il presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, aveva proposto una cura a base di erbe, Covid-Organics, prodotto nel Paese. L’intruglio non ha avuto però il successo desiderato.
Non è chiaro perché il presidente tanzaniano sia contrario al vaccino, ma durante il suo discorso ha sottolineato che il popolo non è disposto a fare da cavia. “Se l’uomo bianco è in grado di trovare immunizzazioni, avrebbe già dovuto preparare quelli contro il cancro, la tubercolosi e altre patologie gravi”, ha spiegato Magufuli.

Dal canto suo l’OMS, tramite Matshidiso Moeti, direttore per l’Africa, ha esortato il governo della Tanzania a preparare un piano vaccini Covid quanto prima e ha aggiunto: “L’immunizzazione funziona e siamo pronti a sostenere il Paese”.
A tutta risposta il ministro della sanità di Dodoma, Dorothy Gwajima. Non ha fatto altro che confermare la posizione del presidente, sottolineando che: “Abbiamo la nostra procedura per i medicinali e li ordiniamo solamente quando siamo soddisfatti del prodotto”.

La Gwajima ha rilasciato le dichiarazioni durante una conferenza stampa qualche giorno fa, durante la quale è intervenuto anche un funzionario del ministero che ha spiegato come preparare un intruglio a base di zenzero, cipolle, limoni e pepe. E, senza fornire prove, i due hanno affermato che la bibita miracolosa protegge dal contagio del micidiale virus.
Il ministro ha anche raccomandato ai cittadini di lavarsi spesso le mani con sapone e acqua corrente, utilizzare fazzoletti, fare vapori a base di piante e aumentare l’esercizio fisico quotidiano, consumare alimenti nutritivi, bere molta acqua, utilizzare rimedi naturali che si trovano sul territorio. “Ma non perché il virus abbia colpito il nostro Paese, dobbiamo prepararci, in quanto è presente nelle nazioni limitrofe”.

È evidente che molti medici non approvano le scelte del governo; non possono però esporsi, nessuno può fare dichiarazioni sulla pandemia, eccetto il presidente, il ministro della Sanità e tre alti funzionari.

Malgrado non si voglia ammettere la presenza della pandemia nel Paese, Mabula Mchembe, segretario permanente del ministero della Sanità, pochi giorni fa ha incoraggiato la popolazione a indossare le mascherine, ovviamente non a causa del coronavirus, ma per prevenire malattie respiratorie.

Ufficialmente la Tanzania registra 509 casi di Covid-19 con 183 guarigioni e 21 decessi. E a gennaio la Danimarca ha denunciato che due suoi concittadini di ritorno dalla Tanzania sono risultati positivi al test.
By Africa Express


Bambini soldato
Bambini soldato
Omar Al-Bashir
Omar Al-Bashir

6 febbraio 2021
UCCIDERE O ESSERE UCCISI

L’atroce tormento dei bambini soldato.

Nel 2019 quasi ottomila minori, alcuni anche di sei anni, sono stati arruolati ed utilizzati in tanti conflitti, per lo più in Africa. Lo afferma il Segretario generale dell’ONU in un rapporto dedicato alla situazione dell’infanzia nei conflitti. I Paesi interessati sono: Afghanistan, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Iraq, Mali, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Siria, Yemen, Myanmar, Nigeria, Filippine e coinvolge decine fra guerriglie ed eserciti regolari, puntualmente elencati nel predetto Rapporto.

Uccidere o essere uccisi, questo il tragico dilemma cui sono costretti tanti piccoli innocenti, rapiti da scuole e villaggi. I minori trasformati in combattenti sono sottoposti a violenze di ogni tipo: uccisioni, torture, mutilazioni, violenze sessuali ed uso di droghe, somministrate per eliminare dolore e paura. Il loro compito non è solo quello di essere guerrieri, ma anche cuochi, facchini, messaggeri; un particolare aspetto riguarda anche le ragazze, reclutate per fini sessuali e per matrimoni forzati, con gravidanze indesiderate e rischio AIDS.
Le ragazzine sono utilizzate anche per attentati suicidi, ad esempio in Nigeria da Boko Haram.
"I bambini", spiegava in passato Olara Otunnu, Rappresentante Speciale del Segretario Generale Onu per i bambini nei conflitti armati “non sono ancora pienamente coscienti delle loro azioni: possono essere facilmente indottrinati e trasformati in spietate macchine belliche".

Inoltre conflitti sempre più sanguinosi richiedono sempre nuova carne da cannone ed i fanciulli non disertano, non chiedono paghe e spesso, per loro, l’esercito rappresenta l’unico modo per potersi nutrire. In estrema sintesi fra i motivi che aiutano la diffusione del problema vi sono: l’enorme disponibilità di armi leggere (mitra, fucili, ecc) ampiamente fruibili nei Paesi più poveri del mondo; la mancata registrazione dei bambini alla nascita, che nega il diritto all’identità anagrafica; la facilità di indottrinamento dei più piccoli e il terrorizzare le popolazioni civili, obiettivo di tante guerre in corso.
Quando i piccoli combattono, le forze in campo tendono a considerare tutti i bambini come potenziali nemici, con conseguenze prevedibili. I combattimenti, inoltre, prendono di mira ospedali e scuole, in spregio di convenzioni internazionali, nell’adozione delle quali l’Italia ha svolto un ruolo significativo, impedendo diritti fondamentali come salute e istruzione a molte migliaia di persone. Nel solo 2019 l’ONU ha accertato almeno mille attacchi contro scuole ed ospedali, con il raddoppio di quelli operati dagli eserciti, soprattutto in Somalia.

La Somalia è fra i Paesi più interessati: secondo i dati Onu nel 2019 con 1.500 ragazzini utilizzati ed arruolati, per lo più rapiti dalle milizie di Al Shabaab, ma utilizzati anche da esercito e polizia, in quasi 200 casi. Nell’ex colonia italiana siamo presenti con una missione militare europea (EUTM Somalia), composta anche da un centinaio di nostri soldati con la finalità di formare l’esercito di Mogadiscio e una missione di addestramento delle forze di polizia somale (MIADIT), ma non sembra che dal nostro Governo o Parlamento siano giunte parole di condanna per questi crimini.

Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) 2.506 minori sono stati reclutati dal 2008 e utilizzati fino al loro rilascio, nel 2019, da ben 38 guerriglie. Preoccupa anche il Sahel: nella Repubblica Centrafricana l’ONU ha accertato almeno 200 nuovi casi di minorenni utilizzati come soldati e altrettanti nel Mali, alle prese con il terrorismo.

Il diritto internazionale considera i minori utilizzati nelle guerre vittime della ferocia degli adulti, tuttavia in molti casi sono detenuti, privati delle cure parentali, sanitarie del cibo e sottratti ai propri genitori a causa dell’ appartenenza a gruppi terroristici. A tutto ciò va aggiunto lo stigma sociale, che colpisce soprattutto le ragazze costrette a fare le “schiave sessuali” e pur essendo vittime incolpevoli, poste ai margini della società. Le violenze sessuali, del resto, sono ampiamente usate non solo dai guerriglieri ma anche dagli eserciti nella Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Repubblica Centrafricana, Sudan e Sud Sudan.

Nel 2019, grazie all’Unicef, oltre 13.000 minori sono stati separati da eserciti e guerriglie, però gli ostacoli maggiori al reinserimento sono costituiti da una smobilitazione duratura. Si corre il rischio, infatti, che dopo la smobilitazione, in mancanza di programmi duraturi nel tempo e per scarsità di fondi, gli ex bambini soldato possano essere riarruolati o dedicarsi al banditismo, ad esempio nel Sud Sudan.

Il diritto internazionale punisce questo fenomeno aberrante: ad esempio il Corte Penale Internazionale (CPI) considera l’arruolamento di bambini al di sotto dei 15 anni come un crimine di guerra, mentre l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) definisce il reclutamento una delle peggiori forme di lavoro minorile. Alcuni signori della guerra della RDC sono stati condannati e l’ex presidente del Sudan Omar al Bashir è incriminato da CPI per i reati commessi in Darfur. Non basta, tuttavia, un trattato per rendere effettivo un diritto e, quindi, la mobilitazione della società civile è essenziale, così come il ruolo degli organi di informazione. Il rispetto delle Convenzioni internazionali dovrebbe essere posta alla base delle relazioni fra i Paesi. In particolare dovrebbe essere vietata ogni sorta di aiuto militare. Chi si macchia dei crimini in questione deve essere punito, ponendo fine al muro dell’impunità. I governi responsabili di tali reati dovrebbero essere posti ai margini della comunità internazionale, imponendo nei loro confronti una serie di sanzioni.
La pace resta il mezzo più potente, per eliminare tante sofferenze, ma è necessario passare dalle parole ai fatti. La pandemia offre la grande opportunità di cambiare i paradigmi, mettiamo al primo posto la tutela dei diritti umani, tagliamo drasticamente le spese militari, investiamo ad esempio nei vaccini gratuiti anche nei Paesi in via di sviluppo e ridurremmo le tensioni internazionali e faciliteremmo i processi di pace nel mondo.
By Africa Express


La Grande Muraglia Verde
La Grande Muraglia Verde

19 gennaio 2021
LA DESERTIFICAZIONE IN AFRICA: 14 MILIARDI DI DOLLARI PER LA GRANDE MURAGLIA VERDE


A margine della quarta edizione del One Planet Summit, organizzato dietro iniziativa della Francia in collaborazione con le Nazioni Unite e la Banca Mondiale, Emmanuel Macron ha annunciato un nuovo finanziamento di 14 miliardi di dollari per la realizzazione della Grande Muraglia Verde.
L’ambizioso progetto prevede la creazione di una cintura verde di almeno 100 milioni di ettari che, entro il 2030 dovrebbe attraversare quasi tutta l’Africa, dal Senegal a Gibuti e mira a dare nuova vita a terre degradate e bloccare la desertificazione. L’iniziativa è nata nel lontano 2002 e è stata lanciata nel 2007. E da allora ha migliorata la vita delle persone nelle aree già recuperate.

L’ecologista senegalese, Haïdar El Ali, tra i maggiori esperti mondiali in materia, e direttore generale dell’Agenzia di riforestazione del Senegal e della Grande Muraglia Verde, ha spiegato che è necessario intervenire con la massima urgenza. In occasione di un recente sopralluogo nel nord del Paese ha constatato che lo stato della natura necessita interventi immediati.
In Senegal il progetto dovrebbe coprire una superficie di 500 chilometri di lunghezza, dall’Oceano Atliantico verso est, e 100 di larghezza.
Haïdar El Ali si è lamentato che molte ONG coinvolte nel progetto ricevono parecchi finanziamenti, ma invece di investirli sul campo, organizzano seminari, ricerche e altro. “Da quando sono stato nominato direttore generale non ho mai potuto avere accesso ai fondi. Vogliamo creare una banca dei semi di tutte le specie di alberi che si adattano sia alle zone del nord che a quelle del sud”.
Nel Burkina Faso, che fa parte del progetto della Grande Muraglia Verde, sono già stati messi in sicurezza 30.000 ettari di terreno su un totale di 2 milioni, ma il Paese si è impegnato per un recupero di 5 milioni di ettari entro il 2030. I lavori di recupero sono in ritardo, anche per l’insicurezza che vige in alcune zone. Un problema comune a altri Stati della regione.

La promessa del finanziamento di 14 miliardi di dollari entro il 2025 per la realizzazione della Grande Muraglia Verde è stata fatta per lo più da grandi istituzione come l’Unione Europea, la Banca Mondiale e la Banca Africana per lo Sviluppo, anche l’Istituzione finanziaria panafricana dovrebbe donare 6,5 milioni di dollari.

Il tempo stringe, il 2030 non è poi così lontano e entro tale data dovrebbero essere recuperati 100 milioni di ettari di terreno; finora sono stati sistemati solo 4 milioni di ettari.
By Africa Express


Jomo Kenyatta International Airport
Jomo Kenyatta International Airport

13 gennaio 2021
KENYA: NORMATIVA AFRICANA PER TRACCIARE PAZIENTI COVID


L’8 gennaio scorso, il Ministero della Sanità keniota, responsabile della vigilanza Covid, per ogni viaggatore in entrata o in uscita dal Kenya, ha stabilito che una nuova normativa emessa dall’Unione Africana sarebbe in vigore da oggi per assicurarsi che sia i passeggeri in entrata verso l’Africa sia quelli in partenza dall’Africa possano essere tracciati in caso di infezione da Covid.
La misura, sostenuta tra l’altro dalle Nazioni Unite tramite la sua agenzia UNDP, ha come obbiettivo la certificazione di ogni passeggero in entrata o uscita dal territorio africano con un nuovo sistema di QR Code certificato da Istituti riconosciuti.

L’idea è brillante, tuttavia ha le sue limitazioni: per chi uscisse dal territorio africano con volo verso Europa o Stati Uniti, si tratta di sottoporsi al test PCR presso organizzazioni certificate, e per questo non vi sono problemi perché tutte le più conosciute sono incluse nel pool di certificazione, ma per coloro i quali volessero per turismo andare verso il Kenya o altre destinazioni, i problemi si pongono perché le liste delle Istituzioni certificate sono minime, per la Spagna solo una a Madrid (Abbott), in Italia invece tutte situate in Piemonte e in Inghilterra una dozzina sparse tra Londra in maggioranza e poche altre località.
Forse l’Unione Africana, ispiratrice di questa nuova procedura, non era al corrente che sarebbe stato meglio certificare più organizzazioni in Europa o negli Stati Uniti piuttosto che la pletora locale Africana, perché in fin dei conti si tratta di risollevare il turismo locale che ha sofferto uno dei peggiori colpi di clava da parte della pandemia. Oltretutto, la mobilità ridotta in Europa complica le cose, il che equivale a dire che il potenziale turista siciliano dovrebbe farsi esaminare in Piemonte per potersi imbarcare su un volo per l’Africa, ossia missione impossibile vista la proibizione alla mobilità tra Regioni per i cittadini italiani, e immagino anche per i cittadini europei tutti.
In sostanza, la mancata diffusione di questa arguta pensata legislativa a livello Europeo non aiuta l’Unione Africana poiché i turisti in provenienza da Europa e Stati Uniti (includendo l’escluso Regno Unito) dovranno sottoporsi a forche caudine per ottenere un visto sanitario non ubiquo per potere entrare in territorio africano.
Di più, i siti menzionati dai vari ministeri della Sanità locali africani (www.africacdc.org/trusted-travel, oppure www.panabios.org oppure www.globalhaven.org), a tutt’oggi, data di vigore delle disposizioni, non offrono nessun elemento di chiarezza per potere accedere ad alcun luogo africano di interesse, a meno di essere cittadini tedeschi, inglesi o statunitensi. In aggiunta, tutti questi siti sono di recente creazione oppure sono addirittura in fase di allestimento.
Al minimo, si tratta di una restrizione incomprensibile, al massimo, un lavoro fatto parecchio male, seppur con lodevoli intenzioni.

Forse un maggior coordinamento sarebbe stato auspicabile, perché in fondo non si tratta di soli turisti verso l’Africa, ma anche di imprese straniere desiderose di creare lavoro nel continente e che in questo senso sono private di un’opportunità. Un’altra occasione perduta?
By Africa Express


Momenti di una delle battaglie contro i jihadisti a Cabo Delgado e profughi in fuga
Momenti di una delle battaglie contro i jihadisti a Cabo Delgado e profughi in fuga

6 gennaio 2021
MOZAMBICO: ATTACCO JIHADISTA DI CAPODANNO A GIACIMENTI DI GAS. TOTAL EVACUA IL PERSONALE

L’evacuazione è dovuta alla situazione di pericolo, salita a “livello 4”, a causa degli ultimi attacchi jihadisti troppo vicini agli impianti.

La multinazionale petrolifera francese Total ha deciso l’evacuazione del suo personale dai giacimenti di gas naturale di Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico. L’evacuazione di tutte le persone che si trovano sul posto per un periodo indefinito, è una scelta obbligata fino al ripristino delle condizioni di sicurezza. La decisione è stata presa a causa della situazione di estremo pericolo, salita a “livello 4”, per gli ultimi attacchi del 1° e 2 gennaio.

I jihadisti, presumibilmente di Al-Sunnh wa-Jamma, hanno attaccato la penisola di Afungi, 5 km dal campo Total, e ai cancelli del progetto, a 1 km dalla pista aerea. È l’assalto più ravvicinato dall’inizio del terrorismo jihadista, oggi affiliato all’ISIS. Si sa che ci sono stati vari scontri e vittime ma non è possibile stabilirne la gravità di questi due attacchi. È confermato che i jihadisti, durante i raid si sono impadroniti di riserve di cibo, assaltando anche la dispensa della task force di difesa Total.
La settimana scorsa, secondo il sito Pinnacle News, gli insorti hanno attaccato i villaggi di Mondlane e Olumbi (che distano 7 e 10 km dal campo Total). Quindi hanno cercato di sfondare nel cantiere che ospita i lavoratori Total e società controllate. Il gruppo di terroristi è stato messo in fuga dai militari, bene armati, delle Unità di intervento rapido (UIR).
Le UIR sono forze speciali di polizia, le più addestrate e pagate, assegnate dal governo mozambicano per proteggere gli impianti di Afungi. Purtroppo, dai movimenti dei jihadisti, pare che stiano stringendo sempre più il cerchio attorno ai giacimenti di gas dell’area. Due settimane fa l’attacco a Mute, 20 km da Afungi ha allarmato Total, ExxonMobil e ENI che operano ad Afungi. Gli assalti a Monjane e Olumbi hanno aumentato l’inquietudine, fino all’attacco del 1° gennaio che ha fatto scattare l’evacuazione.
Pinnacle News scrive che da due settimane c’è il divieto di navigazione tra Pemba, capitale di Cabo Delgado, e Palma. Nel porto di Pemba, ci sono dodici navi con viveri, attrezzature e perfino un albergo galleggiante destinato ad Afungi. Si stima che dall’inizio del terrorismo jihadista nell’ottobre 2017 ci siano stati 2.500 morti (anche decapitati), soprattutto tra i civili, e 570 mila profughi.
Secondo l’analista Joseph Hanlon, docente alla Open University (Regno Unito), lo sgombero del personale degli impianti di Afungi è un segnale preoccupante. “Quando Total decide di evacuare significa chiaramente che ha concluso che il governo non può proteggerlo”, scrive nella sua newsletter settimanale. E chiede: “Total proverà a costringere il governo ad accettare una presenza importante dell’esercito e della marina francese? O potrebbe arrendersi? Potrebbe decidere che le attività di gas Anadarko/Occidental che ha acquistato altrove in Africa sono una scommessa migliore?”.

Total ha programmato la prima produzione di gas naturale liquefatto (GNL-LNG) per il 2024 con una produzione stimata di 43 milioni di tonnellate all’anno. Il megaprogetto di Cabo Delgado vale 18 miliardi di euro e Total ne detiene una partecipazione del 26,5 per cento acquistato nel settembre 2019 per 3,3 miliardi di euro. Nell’estrazione del gas, off-shore, partecipano anche il gigante petrolifero italiano ENI, che dovrebbe iniziare la produzione nel 2022, e l’americana ExxonMobil.
By Africa Express

Mappa dell’area degli ultimi attacchi vicini ai giacimenti di gas dove operano Total, ENI, ExxonMobil
Mappa dell’area degli ultimi attacchi vicini ai giacimenti di gas dove operano Total, ENI, ExxonMobil
Progetto dell’area degli impianti Total di Afungi
Progetto dell’area degli impianti Total di Afungi


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