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Africa Ultime Notizie


Africa Ultime Notizie - Mappa politica Africa
Mappa politica Africa

 

 

Mappa politica dell'Africa

Con i suoi 54 Stati l'Africa è il continente con più territori o Stati Indipendenti:

 

***  Città del Capo è la capitale legislativa, Pretoria la capitale amministrativa e Bloemfontein la capitale giudiziaria.

 

A questi si devono aggiungere due Stati che richiedono il riconoscimento internazionale e l'indipendenza:

Fanno inoltre parte del continente africano l'arcipelago portoghese di Madeira, tre territori spagnoli (CeutaMelilla e le isole Canarie), due isole italiane(Lampedusa e Lampione), tre territori francesi (MayotteReunion e le Isole sparse) e le isole britanniche di Sant'Elena, Ascensione e Tristan da Cunha.

 

Preambolo

per gli europei ignoranti e dozzinali!

Terrorismo in Siria
Terrorismo in Siria

TERRORISMO

 

Il terrorismo risulta da sempre un'arma del sistema di potere che, oggi come ieri, si impone su quasi tutto il mondo, per garantirsi la sottomissione dei popoli e la licenza di portare a compimento guerre ovunque ritenga necessario.
Cadere nelle trappole propagandistiche, che mirano a farci credere che le autorità occidentali abbiano a cuore i diritti umani, e che esista un nemico oscuro e inspiegabilmente crudele, significa ignorare la vera natura dell'attuale sistema di potere, che commette atroci crimini ma vuole spacciarsi per filantropo, in modo da non perdere l'indispensabile appoggio dei popoli delle aree ricche del pianeta.

Razzismo nel mondo moderno
Razzismo nel mondo moderno

RAZZISMO

 

Uno degli aspetti più affascinanti della specie umana è costituito dalla straordinaria diversità fisica e culturale degli individui che la compongono. Ma spesso questa diversità è all'origine di conflitti e di disuguaglianze.
Fin troppo spesso i rapporti tra gli esseri umani sono determinati più in base alle differenze che alle somiglianze esistenti tra i gruppi.
Basti guardare gli immigrati che, essendo considerati diversi e pericolosi, sono costretti a vivere la propria esistenza all'insegna dell'esclusione e dell'isolamento sociale.

Osservando la società attuale, appare evidente una forte contraddizione: da un lato si propende nettamente e con fiducia per un processo di globalizzazione e di apertura che limiti quanto più possibile o elimini del tutto le barriere politiche, culturali e soprattutto economiche dei vari paesi del mondo, tralasciando, o facendo finta di farlo, le palesi differenze ancora esistenti tra quelli ricchi e quelli poveri; dall'altro si guarda con sospetto, ostilità e repressione ai flussi migratori che, dal Sud del Pianeta, si spostano verso il Nord, e dopo la caduta dei regimi comunisti dell'Europa orientale, dall'Est dell'Europa verso l'Ovest.

La prima osservazione da fare è che il problema del razzismo è oggi associato immediatamente all'immigrazione, come se il razzismo fosse una conseguenza del flusso di immigrati che ha investito l'Europa, negli ultimi decenni (sic!).
Questa associazione ha il doppio scopo di consolidare la mancanza di una memoria storica del passato, e insieme di vedere nell'Altro, percepito come portatore di una profonda e inconciliabile "diversità", la causa di episodi di discriminazione razziale.

È importante invece svelare il processo di mistificazione del colonialismo, l'ignoranza di una parte del nostro passato, per comprendere come oggi sia possibile un razzismo quotidiano.
Le radici del razzismo sono, dunque, antiche e profonde.
L’Europa, ahimè, vive solo nel presente e la sua scarsa memoria storica le impedisce di formarsi una razionale visione del proprio passato. Questo la rende distratta e incapace di valutare realisticamente gli eventi che la riguardano.

La "conquista" dell'America da parte degli europei segna, senza dubbio, il punto più alto dell'affermazione della supremazia dell'uomo bianco sugli "altri" uomini.
Di seguito o meglio ancor prima l'"Olocausto africano", riferito ai 500 anni di schiavitù, imperialismo, colonialismo, apartheid. Tutto il continente ne porta ancora le conseguenze, sia sociali che economiche.
Non vi è dubbio che il razzismo si sia sviluppato in seguito alle scoperte geografiche e al colonialismo.

Dalla scoperta dell'America, nasce una nuova mentalità che si può definire economica e non più sociale: l'insieme dei rapporti umani si trova riconducibile a dei rapporti economici.
Nel periodo coloniale europeo, alla base del razzismo, che si sviluppò nelle nazioni conquistatrici, c'era un forte e pressante interesse economico.
I colonizzatori, infatti, si servivano delle popolazioni indigene per avere forza lavoro a buon mercato, delle loro terre per l'approvvigionamento di materie prime e come mercato per i propri prodotti industriali.
Le potenze europee, specialmente quelle che praticavano la schiavitù, si trovavano di fronte a un grave dilemma morale.
Il modo in cui trattavano le popolazioni delle colonie era evidentemente incompatibile con la loro dichiarata fede cristiana. Poiché nessun cristiano può legittimamente fare di un essere umano uno schiavo, si fece ricorso ad una giustificazione ovvia: quella di classificare le popolazioni coloniali come sub-umane.
Colombo stesso, nell'atteggiamento che ha verso gli indigeni, non riesce a superare queste due posizioni: o sono degli esseri umani completi, con gli stessi suoi diritti, ma sono visti non come uguali ma come identici, e dunque egli sbocca nell'assimilazionismo, cioè nella proiezione dei propri valori sugli altri, oppure parte dalla differenza, ma questa viene subito tradotta in inferiorità. Ma come è tristemente noto, passa dall'assimilazionismo all'ideologia schiavista, che parte dall'affermazione di principio della inferiorità degli indiani.


Il proposito di fare adottare i costumi spagnoli alle popolazioni indigene, pur continuamente ribadito, non viene mai giustificato, poiché è una cosa che viene da sé, così come il desiderio di cristianizzarle; in questo secondo caso, poi, il discorso è più complesso, e si fonda sull'equilibrio tra il dare la religione e il prendersi l'oro, equilibrio che appare però piuttosto precario, dato che diffondere la religione presuppone che gli indiani siano considerati, almeno di fronte a Dio, come uguali, mentre per prendere l'oro, se essi non vogliono darlo, sarà necessario sottometterli per poterglielo prendere con la forza, ponendoli così in una chiara posizione di inferiorità.

È facile dire “devono stare a casa loro” ed altri simili slogan, dopo che siamo stati noi (arabi, europei, americani) per primi ad andare a casa loro. E se questa gente oggi è costretta a scappare dalle loro terre, è per colpa nostra. Di quello che abbiamo fatto e di quello che stiamo continuando a fare. I popoli europei hanno portato morte e distruzione in tutto il mondo. Abbiamo “scoperto le Americhe”, trucidando senza pietà cento milioni di indiani nativi solo nelle terre che oggi conosciamo come Stati Uniti d’America (gli USA) per non parlare di quello che abbiamo combinato anche in sud America, dove oltre a schiavizzare i popoli locali, li abbiamo spogliati non solo dei loro beni, ma anche della dignità di uomini. I metodi del genocidio comprendono il sistematico massacro attuato con le armi e la propagazione intenzionale di malattie infettive tra le popolazioni che sono prive di difese immunitarie naturali. Sono stati deportati in Sud America oltre 10.000.000 di schiavi provenienti dall'Africa, persone che venivano catturate e vendute come schiavi, che venivano private della libertà e costrette a lavorare duramente, in cambio di una ciotola di riso. Vivevano incatenati, il padrone poteva infliggere loro qualsiasi punizione, e solo in alcuni luoghi l’uccisione di uno schiavo era considerata un reato. La stessa sorte, anzi forse peggiore, capitava alle schiave, abusate come potete immaginare, in tutti i sensi.


Pochi sanno che la schiavitù fu avallata e autorizzata dalla Chiesa, tramite un’apposita bolla papale. Di seguito riporto brevemente come la Chiesa operò riguardo la tratta atlantica degli schiavi: Il 16 giugno 1452 papa Niccolò V aveva scritto la bolla Dum Diversas, indirizzata al re del Portogallo Alfonso V, in cui riconosceva al re portoghese le nuove conquiste territoriali, lo autorizzava ad attaccare, conquistare e soggiogare i saraceni, i pagani e altri nemici della fede, a catturare i loro beni e ad impossessarsi delle loro terre, a ridurre gli indigeni in schiavitù perpetua e trasferire le loro terre e proprietà al re del Portogallo e ai suoi successori. Questo documento, con altri di simile tenore, venne utilizzato per giustificare lo schiavismo.
Spesso si leggono articoli sull'inquisizione, sulle crociate, sulla “caccia alle streghe” che costò la vita a migliaia di donne, ma difficilmente qualcuno ricorda il ruolo e le responsabilità della Chiesa sulla tratta degli schiavi.
La cosa “bella”, per così dire, che fa capire come funzionano le cose, e come i carnefici manipolino le masse, è che oggi, le popolazioni del Sud America, ed in particolare in Brasile, dove sono stati deportati milioni di schiavi dall'Africa, con l’avallo del Vaticano, la religione ufficiale, seguita dalla maggioranza delle persone, è proprio quella cattolica. Milioni di persone discendenti di schiavi seguono e ubbidiscono alla stessa chiesa che ha autorizzato la tratta degli schiavi, imponendo la religione in questione a popolazioni che non la conoscevano.

La tratta degli schiavi è una delle pagine più buie e grigie della storia dell’umanità, ma è caduta nel dimenticatoio.
Per secoli e da secoli gli arabi, poi gli europei (ed in seguito i loro discendenti statunitensi) sfruttano e piegano ai loro interessi il mondo intero. Se in Sud America ed in Africa fanno la fame, è grazie ai nostri governi. Non solo a quelli responsabili della tratta degli schiavi e del colonialismo, ma anche dei più recenti, che hanno favorito l’ascesa e vanno a braccetto con sanguinari dittatori, pronti a svendere le risorse naturali del proprio paese in cambio di ricchezza personale, sacrificando milioni di esseri umani.

Il pregiudizio che coglie la diversità come minaccia è di matrice culturale, trova le radici nell'educazione familiare, trova nutrimento nell'ambiente sociale e si fortifica e si struttura nel “pensiero” della comunità in cui si vive. Se desideriamo evitare la diffusione di pregiudizi dobbiamo intervenire in ogni aspetto della formazione dell’individuo a livello familiare, scolastico e sociale. Ma la scuola ha sempre dimenticato il compito principale per cui è concepita: insegnare la verità storica!
L'integrazione avviene attraverso un processo di socializzazione che non si effettua, come hanno sempre fatto gli europei, con l'oppressione e l'inganno, bensì con l’instaurazione di un regime di assoluta ed effettiva parità di diritti fra comunità razziali diverse in uno stesso territorio. L'errore più grave che potreste commettere è quello di riferirvi ai giorni nostri, mentre il vostro pensiero dovrebbe risalire alle epoche coloniali.
Fortunatamente il "negro" che raggiunge oggi le coste meridionali europee, difficilmente possiede, visto il livello intellettivo e la mancanza di scolarizzazione, una cultura storica della terra da cui proviene, altrimenti la loro "fierezza", unitamente alla loro "ferocia", alimenterebbero un odio implacabile che porterebbe alla caduta di migliaia di teste.

Tanto per chiarire, non è che da noi, specie in Italia, le cose vadano meglio. La "decolonizzazione" ed il "colonialismo post-moderno" (Vedi "Colonialismo in Africa"), per i più, se non sono "roba da mangiare", sono termini riferibili, il primo ad una particolare tecnica di "decapé" per mobili, il secondo ad una corrente artistica dei nostri giorni.

Era il 1532 quando il frate domenicano Vicente de Valverde si presentò ad Atahualpa come uomo mandato da Dio mostrando una Bibbia. Atahualpa la prese e se l'accostò all'orecchio come per ascoltare, poi, non sentendo alcun suono, disinteressato buttò il libro per terra e chiese una spiegazione sulla presenza degli spagnoli all'interno dell'Impero Inca. Valverde si limitò a raccogliere la Bibbia e corse a riferire a Pizarro l'accaduto, parlando di Atahualpa come di un "cane orgoglioso". Il frate, trasmettendo la sua stessa profonda indignazione e l'odio che provava nei confronti di Atahualpa, incitò il comandante spagnolo ad ordinare l'attacco contro la popolazione Inca. Non si trattò di una vera battaglia, ma piuttosto di una carneficina. I soldati spagnoli, seppure in netta minoranza, grazie alle loro armi tecnologicamente superiori e all'effetto sorpresa, uccisero migliaia di inca. La volontà di Pizarro di tenere Atahualpa in vita, fu piegata davanti alle insistenze di Vicente de Valverde che ne voleva la morte sul rogo.

Ma non è tutto, la religione inca aborriva la distruzione del cadavere che si riteneva non avrebbe permesso di conseguire l'immortalità, quindi il "cane rognoso domenicano, servo di Papa Clemente VII", disse ad Atahualpa che se si fosse convertito al cattolicesimo e si fosse fatto battezzare, la sua pena sarebbe stata commutata. Atahualpa venne così battezzato col nome di Francisco e, invece di essere bruciato sul rogo, venne giustiziato mediante garrota come un comune criminale; quella stessa notte, migliaia dei suoi sudditi si tagliarono le vene per seguirlo nell'aldilà. (Vedi Papa Clemente VII in Vasco da Gama).

In Africa, in epoche non certo diverse, i missionari cristiani, affascinati dal "Continente Nero", gettavano in mare la tonaca (il motivo è palese), ma non la Bibbia.
« Quando giunsero i missionari, noi africani avevamo la terra e i missionari la Bibbia. Essi ci dissero di pregare a occhi chiusi. Quando li aprimmo, loro avevano la terra e noi la Bibbia. »

Migranti africani verso l'Europa
Migranti africani verso l'Europa

MIGRAZIONI

 

Le vere migrazioni sono diverse da quelle rappresentate dai media.

L'illecito ingresso dei migranti in Europa, secondo i mezzi di informazione, costa ad ogni viaggiatore dai 4.000,00 ai 5.000,00 euro. Vere e proprie "Fake News" divulgate con il deliberato intento di disinformare chi, come la maggior parte degli italiani, non sa neppure dove sia l'Africa o il Medio Oriente.
Pensate solo che i poveri dell'Africa non riescono neppure a raggiungere le capitali del loro distretto!
Non va altresì dimenticato che solo il 39% della popolazione africana vive in aree urbane.


L'Africa è in assoluto il continente più povero e mancano del tutto stati con un elevato reddito medio pro capite. Nella metà degli stati africani infatti, la popolazione vive con meno di un dollaro al giorno; nel Burundi, lo Stato più povero della Terra, il reddito medio per persona annuo è intorno ai 100$: un quarto di dollaro al giorno; in Kenya un dipendente qualificato guadagna meno di 5 dollari al giorno. Quindi nessuno venga a raccontare "palle"!
Ed aggiungo: non è la prima volta che, come il 21 maggio scorso (2018), 25 migranti provenienti dal Senegal, Nigeria, Guinea, Sierra Leone e Capo Verde, sono stati soccorsi al largo delle acque dello stato del Maranhão nel nord del Brasile. I migranti puntano anche ad ovest con una "crociera" via mare della durata media di trentacinque giorni (sic!). Un flusso migratorio di disperati africani, che fuggono da oppressione, fame, cambiamenti climatici, guerre e cercano di raggiungere lidi non europei. D'altronde il Brasile è il Paese con il maggior numero di persone di origini africane, dunque culturalmente più vicino a chi proviene da aeree sub-sahariane.
Oltremodo nei centri di detenzione libici sono stipati in maggioranza eritrei e somali provenienti dal Corno d'Africa che, guarda caso, sono due ex colonie italiane. Costoro non posseggono né un Nakfa Eritreo, né uno Scellino Somalo, tanto meno dollari.
Lo stesso governo libico ammette che alcuni addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti sono compresi nell'elenco di persone verso le quali sono stati spiccati mandati d’arresto all'inizio di marzo, marzo 2018 (sic!) ***, perché implicati nel traffico di esseri umani. Coloro che detengono il potere in queste luride galere, abbandonate anche dagli operatori delle organizzazioni umanitarie che da tempo non le visitano più, usano i profughi come merce di scambio con chi ha interessi economici affinché raggiungano l'Europa. Tirando le somme, questi poveri disgraziati non "scuciono un bottone" per giungere in Europa!

*** Tempo fa rappresentanti della Libia avevano mostrato un elenco con ben duecentocinque nomi di trafficanti nazionali e stranieri, contro i quali sono stati spiccati i relativi mandati d’arresto. Nella lista figurano personaggi importanti, come alti funzionari di ambasciate africane a Tripoli, membri dell’organismo statale libico per la lotta contro la migrazione clandestina, addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti e altre figure di spicco. Gente insospettabile che ha partecipato al vertice di Niamey, in Niger, tenutosi a marzo di quest’anno (2018) ed a cui era presente l'allora ministro degli interni italiano Marco Minniti.

In Niger migliaia di giovani donne vivono ancora in totale stato di schiavitù, malgrado sia stata abolita nel 2003 (non nel medioevo!). Spesso ragazze giovanissime vengono vendute dalle famiglie ad uomini vecchi e ricchi. È cosa risaputa che in certi ambienti una “moglie giovane” contribuisce ad aumentare il proprio prestigio. Generalmente le ragazzine subiscono abusi di ogni genere: fisici e psicologici, a volte condannate a vita ai lavori forzati dai “vecchi sporcaccioni”.
Si calcola che in Niger ci siano 870 mila schiavi.
Uno di loro, una donna venticinquenne, racconta la sua vita: “Sono nata schiava e Dio mi ha creata per questo. Quando avrò finito questa vita, finalmente raggiungerò il paradiso che mi è stato promesso. I miei genitori erano schiavi del mio padrone che ora comanda su 200 persone: 100 uomini, 50 donne e 50 ragazzi. Il solo pensiero di abbandonare il padrone mi terrorizza. Io conosco solo questo posto. Se mi allontano avrò sicuramente grandi problemi. Il marabù mi ha detto che non posso lasciare il padrone altrimenti potrei morire o essere trasformata in animale. Io non voglio diventare una capra!”
Il "marabù" è il gran sacerdote del villaggio. Una sorta di imam musulmano che ha “ereditato” i poteri magici dalla stregoneria animista africana, più efficaci, da queste parti, di quelli del Profeta. È lui che considera gli schiavi una benedizione di Dio e che, così, ne giustifica l’esistenza. I marabù, in effetti, sono quelli che posseggono il maggior numero di schiavi.

Oggi l’84% dei rifugiati sono accolti negli stessi paesi del Terzo mondo, solo il 5% trova ospitalità nell'Unione europea.
Non a caso il più grande campo profughi del mondo è a Dadaab in Kenya, a poca distanza dai confini orientali con la Somalia, un Paese ostaggio di un conflitto armato e di violenze pressoché continue da oltre 20 anni. Il campo ospita oltre 300.000 profughi somali dichiarati (la stima reale è di almeno il doppio) che fuggono da siccità, violenze e carestia.
Vi risulta, ed è solo un esempio, che sulle coste europee approdino con i barconi cittadini kenioti, angolani, sudafricani o centrafricani? No? Allora incominciate a conoscere meglio l'Africa ed a chiedervi il perché!

L'Africa è il secondo continente più popoloso della Terra, dopo l'Asia che conta circa 4,4 miliardi di persone, dove vengono parlate più di 2000 lingue diverse. Attualmente la popolazione africana è di circa 1,2 miliardi di persone. Negli ultimi 40 anni c'è stata una vera e propria esplosione demografica, e così l'età media della popolazione del continente è relativamente bassa. La popolazione africana sta crescendo infatti più velocemente di quella asiatica, e si pensa che entro il 2050 l'Africa avrà otre 2,5 miliardi di abitanti. In molti stati africani la metà della popolazione non ha ancora raggiunto i 25 anni. L'aspettativa media di vita per gli abitanti dell'Africa è 58 anni (in Italia è 80,1 anni per gli uomini e a 84,6 anni per le donne).
La parte centrale dell'Africa orientale, la Rift Valley, è considerata la "Culla dell'Umanità", cioè il luogo di origine degli esseri umani, da dove oggi arrivano molti dei profughi che attraccano sulle coste europee.

L'Africa è povera. Ma i paesi africani non sono tutti poveri. È la distribuzione della ricchezza che crea problemi. L'Angola, per esempio, sta vivendo una vera e propria fase di boom economico, tanto da aver invertito i flussi di immigrazione verso il Portogallo di cui è stata una colonia: oggi con la crisi, sono i portoghesi che emigrano in Angola. Nonostante questi progressi, l’Angola resta uno dei paesi africani con la più alta percentuale di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà e con il più alto numero di mortalità infantile.

Ad eccezione dell'Etiopia (fino al 5 maggio 1936) e della Liberia, tutta l'Africa è stata colonizzata da paesi non africani: Regno Unito, Francia, Belgio, Spagna, Italia, Germania e Portogallo, senza il consenso della popolazione locale. Nel 1884-1885 la Conferenza di Berlino ha diviso il continente tra le potenze non africane. Nel corso dei decenni successivi, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, i paesi africani hanno gradualmente riconquistato la loro indipendenza, con i confini decisi "a tavolino" dalle potenze coloniali. Questi confini, stabiliti senza riguardo alle culture locali, hanno causato numerosi problemi in Africa.

Dovete sapere che nel 1500, mentre Londra aveva 20 mila abitanti, la città di Timbuktu nel Mali ne contava 115 mila. C'era anche l'Università in cui venivano portati diversi manoscritti e libri con un valore più alto di qualsiasi altro bene.

Il Niger è un po’ l’esempio e la traccia di tutti gli altri stati del Nord e Centro-Africa in ambito politico ed economico. Questo Stato, situato al centro sud del Sahara al confine est con la Nigeria, ex colonia francese ora una repubblica semi-presidenziale, è un territorio con scarsa vegetazione e in piena desertificazione.
Tale fenomeno è causato dal clima arido e soprattutto dal continuo sfruttamento del terreno per l’agricoltura; infatti i ¾ della popolazione si occupa del settore agricolo che di conseguenza determina una certa arretratezza e una scarsa produzione di colture con cui vivere dato che i territori non sono molto fertili. La produzione quindi diventa un agricoltura di sussistenza e di autoconsumo.
Questo si allaccia all'economia del Paese facendo in modo che da questo grande settore non si ricavi niente (agricoltura di sussistenza equivale a produrre esclusivamente per sopravvivere) o pochissimo e le uniche altre fonti di guadagno dello Stato sono la vendita di materie prime poiché il turismo è quasi nullo e l’industrializzazione non risulta molto sviluppata.
Tutto ciò però è reso ancora meno remunerativo dallo sfruttamento delle grandi multinazionali e degli stati ex colonizzatori. Questi ultimi esercitano un grandissimo condizionamento nella politica locale facendo i loro interessi. In quanto ex colonie (il Niger era colonia della Francia) fanno dei prezzi “di favore” ai paesi colonizzatori vendendo le uniche fonti di guadagno (le materie prime) a un prezzo ancora più basso di quello stimato.
Qui intervengono le multinazionali che avendo il controllo quasi totale del commercio globale inducono ad abbassare ancora di più il prezzo di vendita del materiale per poi comprarlo e rivendere il prodotto finito a dei prezzi elevatissimi.
L’influenza delle multinazionali si sente anche nel settore dell’assistenza sanitaria dove i medicinali scarseggiano in quanto molto costosi rispetto alle possibilità economiche dell’intera popolazione che non guadagna abbastanza per poterseli comperare.
La povertà diffusa in questi territori condiziona molto la vita delle persone e si manifesta attraverso malnutrizione, denutrizione, analfabetismo e la diffusione di malattie che quasi sempre portano alla morte.
La vita quotidiana di queste persone si svolge per la maggior parte del tempo nei campi, perché bisogna coltivare ed avere qualcosa da mangiare per sopravvivere.
La loro razione quotidiana e solitamente una ciotola di miglio reso pastoso dall’aggiunta di acqua che molte volte è inquinata mentre alla sera si aggiunge un po’ di pomodoro.
La continua sbagliata alimentazione provoca numerose vittime specialmente tra i bambini.
Le famiglie sono molto numerose infatti in media una donna partorisce dalle 6 alle 9 volte, ma un bambino su quattro non supera i primi 3 anni.

La missione in Niger del luglio scorso (2018) per il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, aveva l'obiettivo di "rafforzare la cooperazione strategica" con il Paese che "sta avendo un ruolo chiave per ridurre drasticamente i flussi di migranti irregolari verso la Libia e l’Ue", al solo scopo di "incrementare la ricchezza nell'area, offrire maggiore occupazione e fornire delle risposte concrete e solide alla povertà, all'immigrazione e alla sicurezza in Africa".
Nulla di più ridicolo.
La profondità di cotanta inconsistenza di ragionamento sta nell'affermare di poter ottenere dei risultati in un paese dove 870 mila persone vivono ancora in totale stato di schiavitù, malgrado sia stata abolita nel 2003 e dove la migrazione per questa popolazione, stante la totale integrazione dei nigerini nel loro quotidiano "modo di vivere", non è mai esistita. Vedi: Schiavitù in Niger

Va altresì detto che le dimensioni dell'Africa sono ben diverse da quelle che appaiono nelle mappe. Il continente africano (30.370.000 km²) contiene senza problemi la Cina (9.572.900 km²), l’Europa (10.180.000 km²), l’India (3.287.263 km²) e così via. Ma allora perché non si nota questa discrepanza nelle carte che normalmente utilizziamo? La nostra percezione del planisfero terrestre è tuttora fortemente influenzata dalla proiezione cartografica di Mercatore, il cartografo fiammingo del 1500 che, nel redigere mappe e proiezioni adatte alla navigazione marina, ha contribuito anche a diffondere una rappresentazione distorta delle reali dimensioni dei continenti. Le terre emerse, in queste raffigurazioni, appaiono più dilatate all'aumentare della latitudine, soprattutto quando si trovano nell'emisfero nord. La visione di Mercatore mette al centro l'Europa, e penalizza i paesi del Sud del mondo che appaiono più piccoli di quanto non siano davvero.

La basa militare cinese a Gibuti
La basa militare cinese a Gibuti

NEOLIBERALISMO E GLOBALIZZAZIONE ALLA CONQUISTA DELL’AFRICA

 

Che l’antico Impero Celeste, la Cina, abbia in atto un processo d’irreversibile fagocitazione del continente africano e delle sue immense risorse, è ormai un fatto inconfutabile. Questa ben congegnata strategia di conquista, nata e sviluppatasi sotto gli occhi di un mondo quantomeno distratto, si estende oggi dal Mali al Sudafrica, dall'Angola al Mozambico e appare sempre più imponente in termini di opere realizzate, d’investimenti e di profonde influenze culturali e sociali sul continente nero ormai divenuto l’indifendibile preda cinese.
La Cina è diventata il primo partner commerciale dell’Africa, relegando al secondo e terzo posto Unione Europea e Stati Uniti. Questo primato le consente di controllare quasi il 70 per cento dei contratti continentali grazie ad appalti che, anno dopo anno, s’incrementano di un buon 30 per cento, senza mostrare segni di flessione. Angola, Kenya, Sudan, Ciad, Mauritania, Tanzania, Sudafrica, Guinea Equatoriale, Etiopia, Gibuti, Nigeria, Zambia, Zimbabwe, Mozambico, Mali… resta ben poco dell’Africa che non sia ancora caduto sotto l’egemonia cinese.
Il dragone orientale oggi indossa anche l’uniforme e installa contingenti armati in Mali e a Gibuti dove sembra voler fare lo sberleffo alle forze americane già presenti nel minuscolo ma altamente strategico staterello dell’Africa orientale. Non solo: la Cina sta anche contendendo alla Russia il primato di primo fornitore di armi che foraggiano i conflitti prodotti dall'incontenibile animosità tra le varie etnie politico-tribali del continente. Si tratta di armi di qualità scadente, non molto diverse dalle merci che la Cina, dopo essersi impossessata delle risorse africane, scarica sui suoi sventurati consumatori.
Il più ambizioso (anche se non apertamente dichiarato) progetto cinese resta però quello di ricollocare in Africa i poveri di casa propria che ammontano alla sbalorditiva quota di 500 milioni. Si tratta di un esercito di derelitti che in patria sono condannati alla fame. Sì, la Cina potente e rampante, che è diventata la seconda economia mondiale dopo gli USA – di cui, tra l’altro, detiene la maggior parte del debito pubblico – è anche al secondo posto (dopo l’India) tra i Paesi più poveri del mondo. Un gigante, quindi, con le gambe d’argilla? Forse, ma stando al suo progetto, potrebbe non esserlo ancora per molto. In Angola – che non a caso è il secondo produttore di petrolio del continente, dopo la Nigeria – stanno nascendo intere “Città Fantasma”. Si tratta di edilizia popolare, ma decorosa. Centinaia di complessi residenziali provvisti delle necessarie infrastrutture che serviranno, pur se gradualmente, a ospitare i nuovi colonizzatori cinesi ai quali, la terra d’origine, non offre opportunità.

Di questo stato di cose si è recentemente occupata Ilaria Bifarini, una bocconiana che si definisce oggi “pentita” di esserlo. Nel suo libro “I Coloni dell’Austerity”, edito da Youcanprint, la trentottenne ricercatrice, attribuisce l’invasione cinese dell’Africa alle teorie dei soloni dell’economia occidentale che hanno aperto il mondo al mercato globale e al neoliberismo, cioè alle stesse teorie da lei apprese alla Bocconi e che oggi rinnega. Il libro è ben scritto e altrettanto ben documentato, pur non rinunciando all’eterna autofustigazione per le colpe commesse dal colonialismo che lei vede proseguire, pur se con metodologie diverse, anche nel presente, ai danni dell’Africa.
Si tratta di realtà, non certo di opinioni, concentrate sulle colpe occidentali per aver assoggettato popoli con la forza e averli quindi sfruttati con l’accaparramento delle loro risorse. La rivisitazione del passato, non può certo rivelarsi uno sforzo inutile per affrontare i problemi del presente, la storia è una traccia della nostra ed altrui esistenza che sviluppa quella che viene chiamata cultura, conoscenza per giungere a formulare veri e propri concetti. La storia è la via principale del sapere, pilastro che porta con sé un bagaglio di nozioni. È proprio della storia essere un grande presente, e mai solamente un passato.
Ciò sta a significare che la storia è deposito di esperienza; apprendendo il passato è più facile prendere una decisione o semplicemente farsi un’idea riguardo alle azioni presenti e future.
La storia è un dono, fa luce al passato ed illumina il futuro. Grazie a questa gli uomini possono arricchirsi interiormente e crescere. La storia rappresenta la vita, la sete del sapere e dell’apprendimento, ci completa dal punto di vista culturale e interiore rendendoci cittadini del mondo.

Al di là del fatto che le colpe del passato esistono e che alcune di queste sopravvivono tuttora ai danni dei paesi emergenti, non si possono neppure sottacere le oggettive responsabilità delle leadership africane, prime e principali responsabili delle drammatiche condizioni del continente. Su queste responsabilità, invece, la scrittrice mostra di non volersi soffermare. Eppure, dove c’è un corruttore, c’è inevitabilmente, anche un corrotto e spesso, in terra d’Africa, il termine corruzione dovrebbe più propriamente essere sostituito dal termine estorsione, giacché è spesso di questo che si tratta.

Una lucida visione su questo stato di cose, la fornisce anche un’autorevole economista di colore: l’oxfordiana Dambisa Moyo, originaria dello Zambia. Nel suo libro “La Carità che Uccide”, edito da Rizzoli, la Moyo attribuisce l’arretratezza dell’Africa ai massicci aiuti finanziari erogati dai paesi industrializzati. Aiuti che ingrassano la classe politica africana e impediscono al continente di raggiungere la necessaria maturità per dedicarsi all'autogestione della propria terra, senza incrementare la dipendenza dai cosiddetti donors che poco si preoccupano della reale emancipazione dell’Africa, ma finalizzano esclusivamente questi interventi ai propri interessi.
Questa è la stessa procedura che sta oggi seguendo la Cina per appropriarsi dell’Africa. Del resto, il successo di questa strategia lo spiega senza esitazioni un illustre africano, Philip Murgor, ex Procuratore Generale del Kenya: “La vostra tecnologia – ha detto riferendosi all'Europa – è certamente migliore di quella cinese e i vostri prezzi, almeno per quanto riguarda questo Paese, non sono superiori a quelli da loro praticati. La Cina ottiene i contratti perché un terzo del loro valore lo cede ai politici che hanno il potere di ratificarli, mentre voi colonialisti, se lo fate, potreste rischiare di finire in galera a causa dei vostri trascorsi in terra d'Africa”.

L’impressionante veduta di una delle “Città Fantasma” costruite dai cinesi in Africa
L’impressionante veduta di una delle “Città Fantasma” costruite dai cinesi in Africa
“I Coloni dell’Austerity”, edito da Youcanprint, il libro di Ilaria Bifarini
“I Coloni dell’Austerity”, edito da Youcanprint, il libro di Ilaria Bifarini
La seconda potenza economica mondiale, mostra la propria miseria
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“La Carità che Uccide” edito da Rizzoli, il libro di Dambisa Moyo
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La guerra d’Etiopia, 3 ottobre 1935-9 maggio 1936, fu per l’Italia la vergognosa guerra del gas
La guerra d’Etiopia, 3 ottobre 1935-9 maggio 1936, fu per l’Italia la vergognosa guerra del gas

UN TRISTE PRIMATO TUTTO ITALIANO

 

Le forze militari italiane sono state le uniche ad usare armi chimiche in Africa.
Ebbene sì, è fuor di dubbio: l’Italia le armi chimiche le usò eccome nella guerra d'Abissinia dopo la sanguinosa sconfitta di Adua.
Le pressioni nazionalistiche e le tendenze imperialistiche coltivate dall'Italia, portarono l'allora governo, soggiogato dal delirio di onnipotenza, ad autorizzare o meglio imporre all'esercito di sparare a zero su interi villaggi utilizzando la micidiale iprite, meglio conosciuta come "gas mostarda"!
Dotata di proprietà vescicatorie e tossiche, fu usata sulla popolazione come mezzo di distruzione di massa. Strane grida si levavano dalla nebbia verde che si propagava, mentre chi riusciva ad uscire barcollante da quelle nubi asfissianti, tossiva sangue e crollava senza vita al suolo. Nessuno fu risparmiato!
La guerra d’Etiopia, 3 ottobre 1935 - 9 maggio 1936, fu per l’Italia la vergognosa guerra del gas, la guerra del colonialismo più becero, dei crimini più efferati.
Il 9 aprile 1939 migliaia di donne e bambini asserragliati nella grotta di Zeret furono uccisi da 9.724 kg di aggressivi chimici (gas d'arsina e fosgene) e da 10.868 kg di iprite: "Italiani, brava gente!" (sic!)
Peggio di Marzabotto, perché non fu rappresaglia. Peggio di Srebrenica perché morirono anche donne, vecchi e bambini. Unico paragone possibile, le foibe, ma con un' esecuzione concentrata in un unico luogo.

Da una testimonianza nei villaggi etiopi: "Ogni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aerei, che aveva bevuto l’acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi. C’erano cadaveri dappertutto, in ogni macchia, sotto ogni albero, ovunque ci fosse la parvenza di un rifugio. La morte giungeva in fretta e molti non avevano il tempo di cercare un rifugio per morirvi in pace. Presto un odore insopportabile gravò sull'intera regione. Non si poteva però pensare di seppellire i cadaveri, perché erano più numerosi dei vivi. Bisognò adattarsi a vivere in questo carnaio".


Africa Breaking News-Africa Ultime Notizie
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Pipistrelli della frutta, serbatoio naturale più probabile del virus Ebola,in vendita in un mercato alimentare a Brazzaville, Repubblica del Congo
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2 agosto 2018
NUOVA EMERGENZA EBOLA IN CONGO-KINSHASA: VENTISEI CASI SEGNALATI NELL’EST DEL PAESE

 

La decima epidemia di ebola ha colpito la Repubblica Democratica del Congo (Congo-K), questa volta il temibile virus si è presentato nell’est del Paese, nel Nord-Kivu, dove sono già stati registrati ben ventisei casi. E solo una settimana fa Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva dichiarato il Paese “ebola free”. Questo focolaio era esploso nel nord-ovest della ex colonia Belga.
Il ministro della Sanità, Oly Ilunga Kalenga, ha confermato la nuova epidemia, sottolineando che venti persone sarebbero già decedute nella zona di Mangina, nel territorio di Beni, vicino al confine con l’Uganda e al momento attuale non ci sono indicazioni che il nuovo focolaio sia in qualche modo collegato al precedente, le due aree distano oltre duemilacinquecento chilometri l’una dall’altra.
Sei campioni di sangue, prelevati a pazienti ricoverati in ospedale con i sintomi della febbre emorragica, sono stati analizzati da Institut National de Recherche Biomédicale (INRB) di Kinshasa, la capitale del Paese e quattro di essi sono risultati positivi al test dell’ebola.
Il ministero della Sanità di Kinshasa invierà già oggi un primo team di dodici operatori sanitari specializzati nella cura del micidiale virus.
È la decima volta che questa malattia si ripresenta nel Congo-K dal 1976. La prima epidemia di ebola è infatti scoppiata il 26 agosto, 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire e ora RDC. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976. I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella Valle dell’Ebola, furono 280.
By Africa Express

Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dello Zimbabwe
Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dello Zimbabwe

1 agosto 2018
ZIMBABWE: MNANGAGWA VINCE LE ELEZIONI MA L’OPPOSIZIONE DENUNCIA BROGLI

 

L’annuncio della vincita di Emmerson Mnangagwa è arrivato dalla ZBC, la televisone di stato dell’ex colonia britannica, nel tardo pomeriggio.
Lo ZANU-PF di Mnangagwa ha ottenuto 144 seggi su 210 mentre il maggior partito di opposizione, MDC Alliance di Nelson Chamisa ne ha avuti 61. Dato significativo è che il partito del presidente nella capitale, Harare, non abbia preso nessun seggio mentre Chamisa ne ha avuti ben 26.
“In questo momento cruciale, invito tutti a evitare dichiarazioni provocatorie. Dobbiamo tutti dimostrare pazienza e maturità e fare in modo che il nostro popolo sia al sicuro. Ora è il tempo per la responsabilità e, soprattutto, della pace”, con questo tweet il neo presidente, ha cercato di tenere ferma la piazza degli oppositori di Chamisa che accusano lo ZANU-PF di avergli rubato i voti. Un copione comune in Africa (e non solo) in tutti i turni elettorali.

La notizia che allo ZANU-PF erano andati 109 seggi sui 210 era stata pubblicata stamattina da The Herald, quotidiano di Stato, confermando così la continuazione del mandato a Emmerson Mnangagwa.
Un po’ troppo presto forse, cosa che l’opposizione non ha digerito ed è scesa in piazza per protestare davanti alla sede della ZEC, Commissione elettorale dello Zimbabwe, e di fronte alla sede dello ZANU-PF, il partito al potere da 38 anni.
Secondo testimonianze dalla BBC, nella capitale Harare, camion militari hanno disperso la folla con cannoni ad acqua, gli agenti hanno sparato lacrimogeni mentre mezzi blindati pattugliano la città e un elicottero militare volteggia nel cielo della capitale. Nei disordini della capitale un uomo è stato ucciso, colpito allo stomaco da un proiettile. L’esercito utilizza proiettili veri.
Il corrispondente dell’emittente britannica racconta che sono stati visti militari a piedi a caccia di persone che hanno distrutto l’attrezzatura fotografica di un giornalista mentre a poca distanza di sentivano colpi d’arma da fuoco.
Critiche sulle elezioni arrivano dagli osservatori degli Stati Uniti che denunciano lo ZEC di essere di parte. Nella prima relazione dicono che la Commissione elettorale ha rifiutato la richiesta dell’opposizione di controllare la qualità dell’inchiostro indelebile con cui vengono tinte le dita degli elettori per evitare il doppio voto.

Intanto Emmerson "il Coccodrillo" (soprannome conquistato durante la lotta di liberazione) si è ripreso la presidenza con i due terzi dei seggi in parlamento. Con questa maggioranza ha fermato la scalata dei quarantenni che hanno cercato di rottamare la vecchia classe dirigente. Ora Mnangagwa ha ben saldo il Paese con il controllo delle Forze armate e del Partito. Difficilmente verrà spodestato.
By Africa Express

Isole Comore e Mayotte (amministrata dalla Francia, ma pretesa dalle Comore)
Isole Comore e Mayotte (amministrata dalla Francia, ma pretesa dalle Comore)

1 agosto 2018
DEMOCRAZIA AZZOPPATA ALLE COMORE: AMPI POTERI AL PRESIDENTE ISLAMICO EX GOLPISTA

 

Lunedì scorso i comoriani sono stati chiamati alle urne per un referendum costituzionale che permette a Azali Assoumani, attuale presidente e ex golpista, a ripresentarsi per un secondo mandato consecutivo. L’opposizione aveva chiesto ai cittadini di boicottare il voto.
Secondo il ministro degli Interni comoriano, Mohamed Daoudou, il referendum è stato approvato con il 92,74 per cento e il “sì” è destinato a dare ampi poteri al presidente. La partecipazione dei trecentomila iscritti alle liste elettorali è stata del sessantatré per cento.
Nella capitale Moroni le operazioni di voto sono iniziate con oltre due ore di ritardo per mancanza del materiale elettorale e sempre nella capitale, due seggi dello stesso quartiere sono stati attaccati da un gruppo di persone armate di spranghe di ferro e machete. Un poliziotto è stato gravemente ferito.
Assoumani è diventato presidente nel 1999 dopo aver condotto un colpo di Stato ai danni dell’allora Presidente Tadjidine Ben Said Massounde, rimanendo al potere fino a gennaio 2002. A maggio dello stesso anno vince le elezioni e rimane alla guida dello Stato insulare fino al 2006. Dieci anni dopo riesce nuovamente a farsi rieleggere.
La riforma costituzionale prevede l’abolizione della carica del vice presidente e della Corte costituzionale, la più alta istanza giudiziaria del Paese e infine, con questo referendum, se approvato, sara soppressa una clausola costituzionale che riguarda la laicità e l’islam diventerebbe così la religione di Stato, inoltre permette al presidente di candidarsi per altri due mandati.
Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha espresso la sua preoccupazione per le restrizioni delle libertà civili e dei diritti democratici nelle Comore e ha chiesto al governo di Moroni di rispettare lo Stato di diritto e i diritti umani.
In virtù della Costituzione (prima del referendum) il potere si alternava ogni cinque anni tra le tre isole principali – Grandi Comore, Mohéli e Anjouan-, un sistema adottato per dare stabilità a questo Stato insulare, che in passato è stato oggetto di parecchi colpi di Stato.
La Repubblica Federale islamica delle isole delle Comore è uno Stato insulare che si trova nell'estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell'Oceano Indiano. È composto da tre isole, Grandi Comore, Mohéli e Anjouan, che hanno ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte della Repubblica Federale Islamica ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare.
La stabilità politica delle Comore è fragile. Dal giorno dell’indipendenza ad oggi ci sono stati una ventina di tentati colpi di Stato. Il più famoso quello del 1975, poche settimane dopo l’indipendenza. I golpisti, che rovesciarono il presidente Ahmed Abdallah, erano assistiti dai mercenari guidati dal colonnello francese Bob Denard. Dal 1997 al 2001 le isole Mohéli e Anjouan si erano separate dalla Grande Comore, dove si trova anche la capitale Moroni. Solo grazie all'intervento della comunità internazionale e alla promessa di una nuova costituzione che garantisse larga autonomia, le tre isole si sono ricongiunte in una confederazione.
Gli abitanti vivono in un paradiso terreste ma sono tra i più poveri del mondo. L’economia si basa sull'esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico. E sono molti i comoriani che cercano di raggiungere Mayotte, in cerca di una vita migliore, rischiando la propria vita. Morti non solo nel Mediterraneo, ma anche qui, nel Canale di Mozambico. Morti dimenticate da tutti.
By Africa Express

Soldati francesi nella Repubblica Centrafricana
Soldati francesi nella Repubblica Centrafricana

31 luglio 2018
DOPO CHE PUTIN, CON IL CONSENSO DELL’ONU, INVIA ARMI ALL’ESERCITO CENTRAFRICANO IN CAMBIO DI LICENZE MINERARIE, TRE GIORNALISTI RUSSI VENGONO AMMAZZATI NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA

 

La notte scorsa due giornalisti russi e uno di nazionalità ucraina sono stati brutalmente ammazzati da un gruppo di uomini armati nella Repubblica Centrafricana, dove si consuma una sanguinosa guerra civile nel quasi totale silenzio del mondo.
La notizia è stata resa nota Henri Depele, sindaco di Sibout, situata a poco più di un centinaio di chilometri dalla capitale Bangui. L’autista dei tre giornalisti è sopravvissuto all'imboscata e ha riferito che la vettura è stata attaccata a ventitré chilometri da Sibout. I giornalisti sono morti sul colpo. Albert Yaloke Mokpeme, portavoce della presidenza, ha fatto sapere che tre uomini, verosimilmente europei, sono stati ritrovati dalle forze dell’ordine. Il portavoce ha sottolineato che la loro nazionalità e professione risultano sconosciuti. Ma una fonte della polizia, che non ha voluto rivelare la sua identità per motivi di sicurezza, ha rivelato che sono stati ritrovati tessere identificativi rilasciati dalla stampa russa e uno dei giornalisti morti aveva con sé un biglietto aereo Mosca – Casablanca – Bangui.
I tre giornalisti, molto conosciuti nel loro Paese, Aleksandr Rastorguev Orkhan Dzhemal e Kirill Radchenko, si trovavano a Sibout per realizzare un servizio inchiesta sugli istruttori russi e la società militare privata Wagner nella Repubblica Centrafricana.
Dall'inizio dell’anno Faustin-Achange Touadéra , presidente del CAR e Vladimir Putin hanno iniziato una stretta collaborazione. Mosca potrà godere di licenze per lo sfruttamento minerario, in cambio metterà a disposizione equipaggiamento industriale, materiale per l’agricoltura e altro. Insomma, anche il Cremlino, come molti altri Paesi, è solamente interessato alle ricchezze del sottosuolo del Centrafrica e, quando serve, come in questo caso, non esita chiedere appoggio all'ONU, che ha concesso al Cremlino una parziale abolizione sull'embargo delle armi – embargo che era stato imposto alla Repubblica Centrafricana dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con risoluzione numero 2399 (2018).
La crisi della Repubblica Centrafricana comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (in maggioranza musulmani) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica della ex-colonia francese. Dall'ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.
Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana. Le forze dell’Unione Africana del contingente MUNISCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima, perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) affiancano le truppe francesi dell’operazione Sangaris. Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.
Ancora oggi oltre ottocentocinquantamila persone non hanno ancora potuto fare ritorno nelle proprie case: 383.000 sono sfollati, mentre 468.000 hanno cercato rifugio nel Ciad, nel Congo-K, nel Congo Brazzaville e nel Camerun, che ha accolto oltre la metà dei cittadini centrafricani in cerca di protezione. Secondo l’UNICEF, il quarantuno per cento dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione cronica e si stima che dal 2013 ad oggi tra sei e diecimila minori siano stati reclutati dai vari gruppi armati come bambini-soldato.
By Africa Express

Una strada nel Sud Sudan durante il periodo delle piogge
Una strada nel Sud Sudan durante il periodo delle piogge

28 luglio 2018
NEL SUD SUDAN, DOVE LA POPOLAZIONE È ALLO STREMO, PRIVA DEI SERVIZI ESSENZIALI COME OSPEDALI, SCUOLE, CIBO, CASE, OGNI PARLAMENTARE RICEVE IN REGALO 40 MILA EURO

 

Quarantamila dollari per ciascun parlamentare del Sud Sudan per l’acquisto di una macchina: il regalo del presidente Salva Kiir ai membri delle due Camere, dopo aver approvato la modifica della Costituzione, permettendo in questo modo l’estensione del suo mandato, quello del vice presidente e di tutti gli onorevoli fino al 2021. Il mandato del presidente era in scadenza quest’anno, ma a causa della sanguinosa guerra civile che si sta consumando nel Paese dal 2013, Salva Kiir ha sottolineato che la situazione attuale non permette lo svolgimento di libere elezioni. La popolazione non può recarsi alle urne per problemi di sicurezza.
Una somma considerevole, quella che Salva ha regalato ai deputati, supera abbondantemente i dieci milioni di dollari per l’acquisto di veicoli in un Paese dove le strade nemmeno esistono. Eppure il presidente ha giustificato tale spesa perché i legislatori devono avere la possibilità di muoversi liberamente. E il portavoce del presidente ha fatto sapere che i parlamentari non possono continuare a spostarsi in moto. Ma vista la condizione delle vie di comunicazione forse sarebbe stato meglio investire quel denaro per rendere praticabile qualcuno degli sterrati.
Lo scorso luglio il Sud Sudan celebrava il settimo anniversario di indipendenza. Nel 2011 la sua gente sperava di trovare pace dopo decenni di guerra civile sanguinosa. Speranza e gioia sono presto stati sepolti da un nuovo conflitto interno che si combatte dal dicembre 2013. Una guerra etnica combattuta a colpi di macete e kalashnikov, ma le peggiori armi sono gli stupri e la fame. Da anni si susseguono inconcludenti dialoghi di pace. A fine giugno la capitale etiopica ha ospitato i due protagonisti, Salva Kiir Mayardit e Riek Machar, di questa inutile, lunga, infinita guerra, il cui prezzo viene pagato solamente dalla popolazione ormai allo stremo.
Il conflitto è cominciato quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Sono così cominciati i combattimenti tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.
Dal 2013 ad oggi sono morte decine di migliaia di persone, oltre tre milioni hanno dovuto lasciare le loro case e i loro villaggi. Attualmente oltre il settanta per cento della popolazione necessita di assistenza umanitaria. Il conflitto ha portato con sé abusi dei diritti umani su larga scala nei confronti dei civili. A farne le spese sono sopratutto donne e bambini. Violenze e abusi sessuali, reclutamento di bimbi soldato, distruzione di ospedali, scuole, razzie delle scorte alimentari sono all'ordine del giorno.
In questi anni di guerra sono stati barbaramente ammazzati anche 101 operatori umanitari, altri sono stati sequestrati e molte donne sono state stuprate, tra loro anche un’italiana, che con molto coraggio ha reso testimonianza durante il processo a carico di una dozzina di militari dell’esercito sud sudanese.
Riek Marchar e Salva Kiir hanno firmato a Khartoum, la capitale del Sudan, un ennesimo accordo proprio in questi gironi sulla suddivisione dei poteri. Potere e opposizione si sono accordati su una ripartizione dettagliata dei posti chiave. Un governo di transizione, che resterà in carica per trentasei mesi, sarà composto da trentacinque ministri (venti di loro di Kiir, nove per Machar e i restanti saranno a disposizione degli altri partiti all'opposizione).
Nel frattempo la guerra non cessa. Nel Sud Sudan le violenze proseguono, gli stupri non danno tregua alle povere donne. La fame, le pallottole, armi potenti entrambe, mietono vittime ovunque nel più giovane Paese della terra, dove si continua a morire nell'indifferenza dei suoi politici.


Scontri tra giovani a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo
Scontri tra giovani a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo

25 luglio 2018
TREDICI RAGAZZI TROVATI MORTI IN UN COMMISSARIATO DI POLIZIA DI BRAZZAVILLE

 

Uno di loro aveva solo diciannove anni. Si chiamava Urbain Durbagne era uno studente delle superiori e nipote di Steve Bagne, un avvocato all'opposizione. Urbain è stato arrestato domenica scorsa insieme ad altri ventisei giovani e giovanissimi dell’età compresa tra i quattordici e ventidue anni a Djiri, un quartiere popolare di Brazzaville, la capitale della Repubblica del Congo.
Secondo le forze dell’ordine, i ragazzi sarebbero stati arrestati per disordini scoppiati tra gang di giovani, chiamati “bébés noirs” (bimbi neri), adolescenti e giovani disoccupati che rendono insicure le città congolesi con le loro scorribande.
Testimoni oculari hanno invece dichiarato che i giovani sarebbero morti per asfissia, causata dalle pessime condizioni igieniche della prigione.
Non c’è nessuna prova che i giovani appartenessero ai bébés noirs, fenomeno che a Brazzaville è diventata una scusa per commettere abusi.


Unione Africana
Unione Africana

9 luglio 2018
NON VOGLIAMO EUROPEI SUL NOSTRO TERRITORIO!

 

Durante il trentunesimo vertice dell’Unione Africana, che si è svolto la scorsa settimana a Nouakchott, capitale della Mauritania, i delegati presenti hanno espresso forti perplessità sulle richieste dell’Unione Europea per l’apertura di piattaforme di sbarco e centri per i migranti in Africa. L’UA dubita che tali richieste siano in contrasto con le leggi internazionali vigenti. Pierre Bouyoya, ex presidente golpista del Burundi e ora rappresentante dell’organizzazione per il Mali e il Sahel, ha precisato: “Non è sufficiente che siano gli europei ad affermare che queste proposte siano fattibili; noi africani dobbiamo prendere queste decisioni, inoltre dobbiamo essere convinti e certi di poterle realizzare”.

Il rifiuto della Mauritania è stato categorico, vista l’esperienza negativa del centro per migranti di Nouadhibou, nel nord del Paese, aperto nel 2006 con finanziamenti spagnoli, una vera e propria prigione di Madrid in terra mauritana.

Anche il Marocco non ha dato la sua disponibilità e Nasser Bourita, ministro degli Esteri del Paese nordafricano ha respinto categoricamente le richieste dell’UE e anche la Tunisia non ha accettato la proposta di Bruxelles. La Libia aveva già espresso il suo parere negativo al ministro degli Esteri italiano, Matteo Salvini, in occasione della sua prima visita a Tripoli il 25 giugno scorso.

L’unico “outsider” è il Niger. Il presidente Mahamadou Issoufou ha sottolineato proprio l’altro giorno che il suo Paese continuerà ad accogliere i migranti, le persone in difficoltà. “Siamo un popolo generoso, aperto all'ospitalità – ha precisato il leader nigerino. E ha aggiunto – Il passaggio dei migranti deve essere però veloce e non protrarsi nel tempo. È la sola condizione che poniamo, perché i fondi non sono sufficienti. Il finanziamento messo a disposizione dal fondo fiduciario dell’UE non copre le spese. Abbiamo accolto nei centri gestiti dall’UNHCR e dall’OIM persone vulnerabili dalla Libia, ma in sei mesi solo pochi sono stati ricollocati altrove, mentre altri migranti arrivano qui in continuazione”. Comunque anche il Niger non accetta gli hotspot, perché implicherebbe l’invio di personale europeo su un territorio non europeo. E ovviamente questo non è gradito agli Stati africani, che sono state ex colonie proprio di quei Paesi che hanno espresso tali richieste.

I delegati presenti al vertice a Nouakchott hanno infine deciso di voler aprire un osservatorio delle migrazioni in Marocco, controllato dall’UA. Il capo del dicastero degli Esteri marocchino ha precisato: “Non abbiamo mai raccolto dati sulle migrazioni africane. È importante che l’Africa stessa sia ben informata su questo fenomeno, deve sviluppare una maggiore conoscenza e prima di tutto il problema migratorio africano deve essere assolutamente discusso all'interno del continente”.

Insomma l’UA vuole essere al centro della discussione anche per quanto concerne il controllo delle frontiere volto ad arginare il flusso migratorio. A questo proposito all'inizio di giugno Libia, Ciad, Sudan e Niger hanno firmato un accordo a N’Djamena, la capitale del Ciad per una sorveglianza congiunta dei confini. Tale documento prevede la stretta collaborazione dei quattro Paesi per combattere il terrorismo, la criminalità organizzata transnazionale, arginare il flusso di migranti illegali e mercenari, contrabbando di armi, droghe e derivati del petrolio. Il confine sud della libia, ex colonia italiana, è infatti un punto strategico per il traffico di migranti e di gruppi di miliziani. Eppure in Niger sono presenti molte forze straniere impegnati nel compito di repressione del terrorismo e della criminalità organizzata. In particolare l’operazione francese Serval, poi sostituita con Berkhane, attiva in tutto il Sahel, con quasi quattromila uomini, con base operativa a N’Djamena. Millesettecento soldati della missione francese si trovano a Gao, nel centro del Mali. Dispongono di due basi aeree, la prima nella capitale del Niger, Niamey, mentre la seconda, poco lontana dal confine con la Libia, a Madama, che sarebbe dovuta essere d’appoggio anche alla missione italiana, della quale non si parla più da tempo.

Gli Stati membri dell’UA non vogliono più solamente eseguire le proposte ricevute dall'esterno, in particolare da Bruxelles, vogliono essere protagonisti del proprio destino.


Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale
Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale

6 luglio 2018
IL REGIME DELLA GUINEA EQUATORIALE FINGE DI APRIRE AL DIALOGO, MA INTANTO UCCIDE GLI OPPOSITORI

 

Mercoledì 4 luglio il Presidente della Repubblica della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha approvato un provvedimento di amnistia generale in favore di tutti i prigionieri politici e di tutti gli oppositori del regime, la dittatura più longeva d’Africa.
L’amnistia si rivolge ad ogni persona “privata della libertà personale o impedita nell'esercizio dei suoi diritti politici del Paese” e suona, alle orecchie di chi non vive in Guinea, come una vera e propria ammissione di colpa da parte della presidenza. L’obiettivo manifesto del Presidente è garantire ampia partecipazione al dialogo nazionale che a luglio vedrà governo e opposizione fronteggiarsi attorno a un tavolo.
Peccato che finora ne sia stato liberato solamente uno: per Julian Abaga si sono finalmente aperte le porte del carcere giovedì scorso, dopo sette mesi trascorsi nelle putride galere equatoguineane, per aver criticato su internet il presidente e i suoi collaboratori.

L’opposizione, defenestrata dal Parlamento per decreto presidenziale pochi mesi fa, chiede un percorso chiaro e democratico che conduca il Paese a nuove elezioni per chiudere per sempre il capitolo dittatoriale che va avanti dal 1976 con Macias e dal 1979 con suo nipote, Teodoro Obiang.
Ma il dialogo politico riguarderà “solo il governo e i partiti legalizzati” che è solo uno, il Partido Democratico de Guinea Ecuatorial fondato da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo e controllato dalla sua famiglia.
L’amnistia serve a coprire quella che è la vera notizia degli ultimi giorni: Juan Obama Edu, membro di Ciudadanos por la Inovacion (principale partito di opposizione messo fuorilegge dal regime in quanto nelle scorse elezioni aveva ottenuto un solo seggio al parlamento, ma a quanto pare uno di troppo per il dittatore che, dunque, il 26 febbraio scorso ha pensato bene di scioglierlo) e prigioniero nelle carceri della città guineana di Evinayong, è morto lunedì scorso in seguito alle torture inflittegli nel commissariato di Aconibe. Obama Edu era stato arrestato nel novembre 2017 ad Aconibe con altri 30 attivisti del partito CI ed era stato condannato per sedizione, disordine pubblico e lesioni gravi ad autorità militare. Avrebbe dovuto scontare 30 anni di carcere.
Nel marzo scorso era stata resa nota la dipartita di Santiago Ebee Ela, torturato fino alla morte in un commissariato di Malabo, e il leader del partito Gabriel Nse Obiang nel maggio scorso aveva denunciato “l’assassinio di Stato” di un suo parente, Evaristo Oyague Sima, detenuto nella prigione di Black Beach a Malabo.
In questo clima il governo di Malabo pretende di raccordare tutti gli attori politici del Paese attorno a un tavolo ma non certo per attivare un processo democratico. Piuttosto per rafforzare il suo potere assoluto distribuendo qualche briciola ai suoi oppositori.


Agoli-Agbo, re di Abomey
Agoli-Agbo, re di Abomey

5 luglio 2018
MUORE IL SOVRANO DEL VODOO E DI ABOMEY, EX CAPITALE DEL REGNO DI DAHOMEY

 

Dédjalagni Agoli-Agbo, il re di Abomey, ex capitale del regno di Dahomey nell'attuale Benin, è morto lunedì mattina, dopo solo otto anni di regno. Il monarca aveva ottantasette anni, le cause del decesso non sono state rese note; lo impone la tradizione e una sorta di sacralità avvolge sempre il mistero della scomparsa del re.
Prima di salire sul trono nel 2010, Agoli-Agbo è stato un poliziotto. Come monarca aveva una corte, un primo ministro; portava sempre una scopa, si spostava seduto su un’amaca sorretta da portantini durante le cerimonie ufficiali. Il suo abito regale era costituito da un perizoma e da un guscio metallico perforato che proteggeva il naso, simbolo del suo potere. Era il sovrano di Abomey, la città di re Béhanzin, grande figura della resistenza africana che si era opposta all'imperialismo europeo. Ma oggi le cose sono cambiate. Il Benin è una Repubblica e gli antichi sovrani di Abomey sono stati “declassati” a leader religiosi. La religione di Stato in Benin è il vodoo, di cui Agoli-Agbo era uno dei più alti rappresentanti.

I social network, che hanno immediatamente ripreso la notizia della dipartita di Agoli-Agbo, hanno scritto “la notte è caduta su Dahomey”, essendo vietato scrivere “il re è morto”.
Nel 1685 Abomey, fondata dalla popolazione Fon, è diventata la capitale del Dahomey, uno dei regni più importanti dell’Africa occidentale. Dal diciassettesimo fino al diciannovesimo secolo i dodici re che si sono susseguiti fino al 1900, hanno fatto costruire palazzi, realizzati in materiale tradizionale, su una superficie di quarantasette ettari. Nel 1985 sono stati dichiarati dall'UNESCO patrimonio dell’umanità. Anticamente la città era circondata anche da un muro costruito di fango.
Non bisogna dimenticare che i fon sono stati grandi commercianti di uomini; la ricchezza e il potere di Abomey era dovuta sopratutto alla tratta degli schiavi che praticavano in cambio di armi. Infatti Dahomey sorge proprio sul luogo tristemente chiamato “Costa degli Schiavi”.
Nel 1892 la città è stata parzialmente distrutta da un terribile incendio, appiccato da Behanzin, l’ultimo sovrano del regno, prima di cedere la città ai francesi. Behanzin era stato incoronato nel 1800 anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey. Per contrastare l’invasore, il re aveva formato un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto. Furono sconfitte sola dalla Legione Straniera con l’aiuto delle mitragliatrici.


Miliziani Boko-Haram
Miliziani Boko-Haram

14 giugno 2018
ATTORNO AL BACINO DEL LAGO CIAD SI CONSUMA UNA DELLE PEGGIORI CRISI UMANITARIE

 

L’esercito nigeriano, in collaborazione con quello camerunense, ha ucciso ventitré miliziani Boko Haram nella regione del lago Ciad lunedì scorso. Il portavoce delle forze armate dell’ex colonia britannica, Texas Chukwu, ha fatto sapere che durante l’operazione militare congiunta è stato possibile sequestrare anche un’ importante quantitativo di armi e munizioni, nonché due motociclette. Purtroppo molti terroristi, anche se feriti, sono riusciti a sfuggire alla cattura. E proprio attorno al Lago Ciad si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del momento nel quasi più totale silenzio dei media. Il bacino è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.
Dal 2014 ad oggi le persone in fuga dai sanguinari terroristi Boko Haram – sempre molto attivi nel nord-est della Nigeria e nei Paesi confinanti – cercano rifugio e protezione in quest’area. Alla popolazione residente, già tra le più povere al mondo, si sono aggiunti ora anche questi infelici. Attualmente il bacino è abitato da 17,4 milioni di persone, tra loro 2,4 milioni di profughi.
La siccità, la condizione del lago stesso, che un tempo era tra i più grandi del continente africano, si è ridotto negli ultimi cinquant'anni del novanta per cento per l’eccessivo utilizzo delle sue acque, la prolungata siccità e i cambiamenti climatici. Nel 1963 la superficie del lago era di ventiseimila metri quadrati oggi non raggiunge nemmeno millecinquecento metri quadrati.
Sopratutto i profughi vivono in una situazione di grave disagio e l’insicurezza alimentare impedisce la ripresa di una vita relativamente normale. Moltissimi giovani sono pronti a raggiungere le fila dei jihadisti, spinti da fame e povertà estrema. Così pure alcuni allevatori, per proteggere le proprie mandrie, sono passati dalla parte del nemico, ma in questo modo non fanno altro che finanziare questi terroristi.
Un gatto che si morde la coda: da un lato la Task Force Multinazionale (Multinational Joint Task Force, MNJTF) lancia continue offensive contro i Boko Haram, d’altro canto questi trovano senza difficoltà nuove leve in quest’area dove la gente vive nella miseria più totale. È un conflitto che non si risolve solo con l’uso delle armi, perché la vera lotta sta nel combattere fame e povertà con uno sviluppo sostenibile.